Gianni Baget Bozzo, Savona 1925 - Genova 2009, impegnato nei gruppi giovanili  della Democrazia cristiana e in riviste come “Cronache sociali” e “Terza generazione”, divenuto sacerdote a 42 anni, è stato autore di numerosi libri di storia, cultura e teologia, un attivo giornalista, e per un decennio, 1984-94, europarlamentare socialista.
Quando Gianni Baget Bozzo scrisse negli anni Settanta una vasta storia della Dc quasi “dall’interno”, ci fu chi gli obiettò di aver sopravvalutato in quella storia il suo ruolo personale. è vero il contrario, come dimostra questa intervista inedita dell’agosto 1985, ora anche in podcast.


Negli anni del dopo Resistenza i giovani tendono quasi spontaneamente a entrare nei partiti, a fare delle riviste e a farsi promotori di cultura autonoma. Cosa avviene in particolare all’interno della Dc? 
Ritengo che ci fosse uno specifico cattolico, perché il mondo cattolico aveva elaborato nel periodo fascista una cultura di tipo soprattutto economico-sociale, non direttamente politica, slegata dalla cultura laica del paese. Cioè, il gruppo dirigente cattolico conosceva bene una tradizione giuridica, per esempio, economica, ma non conosceva quasi niente della tradizione politica e del pensiero politico italiano, da cui si era estraniata. Quindi la cosa che ricordo come più nuova fu il fatto che noi cominciammo a fare quello che loro non potevano fare, cioè aggiornare la nostra cultura. E quindi la scoperta di Gramsci, Dorso, Sturzo, De Viti de Marco, Giustino Fortunato, fu un’operazione di culturizzazione, diciamo così, di un pensiero politico totalmente assente rispetto alla generazione precedente. 
Questo da chi venne fatto e in che anni? Come si formò il nucleo dei giovani Dc dell’epoca? 
Penso che il nucleo fondamentale fossimo Franco Malfatti e io. Io nel ’47 feci un viaggio in Spagna e scoprii curiosamente Ortega, Unamuno, la cultura spagnola che era un tipo di cultura della “crisi”, nel periodo de “las masas” [Ortega y Gasset, La rebelion de las masas, ndr]. Contestualmente comincio a leggere Gramsci, ed è poi sopravvenuto un autore che su di me ebbe un’enorme importanza, Guglielmo Ferrero per la sua opera sul tema fondamentale della legittimità, cioè su cosa rende legittimo un regime  [si riferisce alla  trilogia Potere; Avventura. Bonaparte in Italia; Ricostruzione: Talleyrand a Vienna, ndr]. 
Era il problema di come legittimare la democrazia. Come? E dove? Agli occhi delle masse. 
Franco Malfatti per conto suo stava invece operando su un altro filone, quello meridionalista. Debbo a Malfatti la scoperta di Fortunato, De Viti de Marco, mentre Dorso no, l’avrei scoperto da me. Franco Malfatti e io cominciamo quindi insieme.
Quando vi conosceste?
Nel ’46-’47. 
Lui era gronchiano ?
No, era di “Politica d’oggi”, allora rivista della sinistra Dc romana. Ne era direttore Domenico Ravaioli, uomo notevolissimo, amico di Gonella, una figura unica dentro il sistema Dc. Romagnolo di Faenza, intimo di Donati e suo continuatore, distaccatissimo dal potere, un uomo straordinario, un idealista puro, forse l’unico vero santo che conobbi nella Dc.    
La sua era una testimonianza particolare di una sinistra politica, insomma. 
Di sinistra politica e di purezza morale. Riuscì, caso unico, a non divenire deputato essendo lui vice-segretario del partito, essendo quindi, nota bene, sulle posizioni del partito. Voglio dire, che non era dissidente, eppur non venne eletto nel ’53. 
Ma faceva riferimento a Gronchi? 
No, Gronchi aveva “Politica Sociale”, su una linea sociale e sindacale. “Politica d’oggi” era affine a Gronchi, ma come rivista politica era più anticomunista. Quindi, buoni rapporti con Gronchi per questioni istituzionali, ma sempre diversi. 
Bene, allora c’è confluenza di interessi tra te e Malfatti. 
Sì, originaria. 
Tu a quell’epoca stavi già a Roma? 
No, io sono andato a Roma dopo il congresso di Firenze del dicembre ’47, in cui Dall’Oglio viene eletto delegato nazionale. Mentre prima [nel precedente congresso, Assisi, gennaio ’47, ndr] tutto il Nord aveva votato contro Andreotti e la sinistra si era astenuta con scheda bianca. 
Andreotti viene nominato da De Gasperi suo sottosegretario, giugno ’47, e quindi lascia. 
Lascia, e Dall’Oglio, commissario, diventa a dicembre delegato nazionale, eletto anche col voto dei gruppi giovanili del Nord e fa l’accordo col sistema del Nord ponendo Galloni -e non me che ero troppo legato a Dossetti- quindi non un dossettiano in senso stretto, ma del Nord, alla “Preparazione sociale”. 
Che aveva dei centri di formazione...
I “Centri di preparazione sociale”, si chiamavano così, per l’animazione culturale. Galloni nel dicembre lascia per motivi suoi, credo universitari, per laurearsi. Io mi sono laureato in quel momento, nel ’47. Io vado a Roma nel dicembre, e dal gennaio ’48 mi occupo della “Preparazione sociale”, già di Galloni, e avvio i convegni. 
I “Centri di preparazione sociale” erano del partito o di pertinenza dei giovani? 
No, erano effettivamente dei gruppi giovanili. Era una mia idea, e che idea! è allora che “Per l’Azione”, bollettino voluto da Galloni, ciclostilato, diviene voce dei “Centri di preparazione sociale” presso i gruppi giovanili. Io lo continuo, mi ricordo che ho fatto tanti convegni, a Foggia per esempio, per la riforma agraria.  
Da tempo avevi conosciuto Dossetti e ti eri legato al suo gruppo. 
Certo: a “Civitas Humana”, circuito di stretta osservanza, e connesso a un gruppo milanese anch’esso ormai confluito di fatto nel mondo dossettiano. Questo gruppo faceva capo ad Alberto Grandi, che fu poi presidente dell’Eni, delegato allora dei gruppi giovanili della Lombardia. Che volle fare un suo giornale che si chiamava, mi pare, “Il Domani”. Roma non voleva che si facesse e io invece sì. Così nel settembre ’48 vengo dimesso. Sospeso, resto a Roma senza soldi e al mio posto viene Signorello, attuale sindaco di Roma. 
Vieni dimesso perché davi fastidio? 
Perché avevo permesso che i gruppi giovanili di Milano facessero una rivista per conto loro. E vi avevo collaborato. 
Chi fu allora a volere le tue dimissioni? 
Dall’Oglio. E Andreotti, ovviamente. Da allora non ho avuto mai altro che scontri con lui.  
Segretario allora era ancora De Gasperi? 
No, il segretario era Piccioni. Scusa, nel ’48, siamo già dopo il 18 aprile, il segretario era Taviani. O Cappi... Cappi viene eletto dopo il 18 aprile: sì, il segretario era Cappi, non Taviani. 
Quindi una personalità storica, ma di passaggio.
Con Taviani vice-segretario effettivo in funzione di segretario. 
Con Taviani non eri in buoni rapporti? 
Sì, in buoni rapporti personali, ma ovviamente ero un dossettiano, e si doveva impedire la conquista dossettiana dei gruppi giovanili. In quel periodo, economicamente un po’ difficile, stavo a Roma e studiavo diritto costituzionale con Mortati, poi presi la laurea in filosofia quasi contemporaneamente a Genova.
A Roma in quel periodo ho studiato anche diritto canonico. Ero un po’ sbandato, e tra l’altro, curiosamente, non riuscivo nelle cose giuridiche, le cominciavo e poi mi ci trovavo male. Non ricordo bene come ho vissuto economicamente nel periodo ’48-’49, collaboravo a “Cronache Sociali” e qualcosa ricevevo. In quel periodo abitai prima in una camera, poi nel ’49 andai a vivere vicino alla Chiesa Nuova, dai Filippini. Ad ogni modo in quell’epoca della mia collaborazione a “Cronache sociali”, mi dedicai a mantenere sempre contatti con i gruppi giovanili di periferia, tanto che probabilmente il mio contributo fu determinante per l’affermazione della componente dossettiana al congresso Dc di Venezia nel giugno ’49. 
Si può parlare anche all’interno di “Cronache Sociali” di un gruppo di più giovani che collaboravano con te? 
Collaborò anche Leopoldo Elia, per le cronache parlamentari, Paolo Vittorelli per quelle di politica internazionale, io facevo le cronache politiche. 
Tra i rapporti che avevi importante c’era quello con il gruppo bolognese, promotore da anni degli incontri di Faenza. 
La confluenza definitiva del gruppo bolognese nel dossettismo avviene nel ’49, quando Ardigò entra in lista a Venezia ed è eletto in Consiglio nazionale. Dossetti chiese a me di non entrare in lista: non ho mai capito bene perché, ma fu un fatto di quelli significativi, e in un momento decisivo. Mi chiese un sacrificio: credo perché aveva già l’intenzione di crearsi un minimo di discepolato extra-partitico, e me, dossettiano nel cuore, forse mi vedeva come possibile socio in un’avventura di exit. Perché non c’era altra ragione di bloccarmi la corsa. Ravaioli, Scaglia volevano che entrassi, ma io risposi: “Sapete, ho detto una parola al capo!” e, con crisi di coscienza, accettai di non entrare. 
Veniamo a Gramsci: è un autore decisivo per voi. 
Sì, per me rappresenta l’idea basica di tutto. Bisogna criticare lo Stato risorgimentale, perché esclude le masse dal suo insieme, è una dittatura liberale, grande borghese. Per noi, in sostanza, la Democrazia cristiana rappresenta masse contadine che devono unirsi con le masse operaie, e creare l’asse portante di una nuova democrazia. Gramsci è quello che in fondo guarda la Chiesa, seppure polemicamente, come avente, in definitiva, un esercito di massa. Certamente pigliamo Gramsci rovesciandolo, cioè pensando che non è vero che il Partito popolare significhi la mal-istituzione delle masse contadine, ma affermando la sua tesi, che Pistelli poi riprenderà, che esso rappresenta, con la Dc, masse effettive. Gramsci presenta l’idea di una critica radicale al Risorgimento quindi un potere illegittimo per mancanza di consenso di massa. 
La democrazia chiede il consenso delle masse. Sono le stesse idee dei comunisti. Ma nel momento in cui i comunisti, per motivi di politica internazionale, si sottraggono al loro compito di dare il loro apporto di massa alla legittimità democratica, i democristiani debbono supplire a questa assenza. 
Mentre il vostro meridionalismo derivava anche da una lettura dei problemi dello sviluppo legati al piano Marshall? 
No, era liberismo classico, dove la chiave era la lezione di Dorso, azionista, sul problema del Mezzogiorno escluso e quindi  della legittimazione risorgimentale.  Quindi noi eravamo in grado di giocare su tutti i tavoli della politica culturale italiana di allora, usando strumenti che nascevano dalla cultura di sinistra. In quel momento tanto più facilmente, perché la cultura di sinistra italiana era ancora imbrigliata dall’ideologia, noi no. Curiosamente, in quel momento, se noi non avessimo conosciuto Felice Balbo, teoricamente parlando, avremmo continuato a fare del dossettismo dopo Dossetti. Sarà poi così per la corrente di Base, quella che è poi venuta fuori -questa la mia impressione- con Galloni invece che con me. 
Come arrivi a conoscere Balbo? 
Per l’amicizia di Franco Malfatti per Franco Rodano. Come nasce questo interesse di Malfatti per Rodano non lo so, ma egli viene ammesso in via dei Fienili [abitazione di Rodano, ndr]. Mi ricordo solo che una volta Franco Malfatti mi invitò ad andare in via dei Fienili. 
Che impressione ti fece Rodano? 
Devo dire non grandissima, faceva il bel tenebroso, io non riuscivo a capirlo bene, pur affascinato per un certo verso. 
E Malfatti cos’è che vi trovava d’importante? 
A Malfatti credo interessasse il discorso fortemente politico di Rodano. Tieni conto che io, come problema politico, ho sempre avuto -e questo è caratteristico della democrazia- quello della legittimità del consenso; con chiave Ferrero: il problema del consenso delle masse allo Stato; quindi il tema democratico e, semmai, il cristianesimo come anima di questo fatto democratico. Io avevo più di Franco Maria la convinzione che col comunismo, com’era in quel momento, non ci fosse niente da fare. Avevo in mente che la Dc doveva supplire l’assenza del Pci. In qualche misura un rapporto non si poneva. Quindi, mentre Franco Maria era più affascinato di me dal pensiero di Rodano, in me il senso del possibile era dominante: la politica è quello che si può fare. E vedevo l’orologio di De Gasperi, come colui che blocca la destra e quindi conserva il quadro democratico. Cioè, in fondo, avevo imparato la teoria dei due piani, sempre legata alla democrazia come prima questione, che è quella costante che mi conduce poi [anni dopo, nel ’60, ndr] a non accettare che Tambroni cada per una protesta di massa, a non volere, allora, il centrosinistra come blocco di governo, e poi infine a volere un’alternativa molti anni dopo. Sono sempre problemi che riguardano il sistema democratico, che però non mi spingevano ad avere interesse a un discorso sul Pci come tale. Franco Maria ne era più interessato. E una di quelle volte, da Rodano, io conobbi Balbo.
In quel periodo in cui Malfatti lo frequentava, Rodano era strettamente legato alla politica del Pci o era anche lui stesso un po’ in crisi? 
A me non sembrava proprio. Tant’è vero che fu con meraviglia che appresi da Balbo, agli inizi del ’52, che Rodano stava proprio per uscire dal Pci con lui e gli altri. Io non me ne ero mai accorto.
Quindi Rodano aveva vita propria, a differenza degli altri che, con Balbo, continuavano a essere gruppo? 
No, secondo me era un gruppo unitario, omogeneo, e anzi, per quel che so da Balbo, lo era al punto tale che non solo la decisione del gruppo -quella di uscire dal Pci- venne presa assieme a Rodano, ma addirittura su istanza di Rodano, che poi si ritrasse. Ricordo bene di aver appreso da Balbo che non solo Rodano era d’accordo, ma che l’iniziativa stessa era partita da lui, che si considerava il leader del gruppo. Questo mi fa pensare che sia vero, cioè che non avrebbero mai fatto niente senza un suo attivo consenso. 
Che lui stesse meditando l’uscita me lo confermò personalmente Rodano. Si era attorno al ’49, mi disse. Solo che insistette molto su di lui, in toni anche molto umani, fraterni, Paolo Bufalini, dicendogli: "Ma se te ne vai via anche tu qui non si riesce più a sostenere Togliatti". Insomma, alla fin fine lui stette ad ascoltare Bufalini. 
Sì, tutto conferma che la decisione venisse da Rodano. Conoscendoli, non avrebbero mai fatto una cosa simile senza il suo consenso. Infatti, quando lo fecero, fu un colpo doverlo fare da soli. Anche per Balbo diventare leader del gruppo fu un problema, perché lui pensava di essere solo un filosofo. Quando era stato nel gruppo della Sinistra cristiana, veniva chiamato il “delegato zero”, che aveva incarichi di fare ipotesi, ma non propriamente operativi. 
Quindi tu conosci in casa Rodano Felice Balbo, forse prima di “Cultura e Realtà” [rivista voluta da Balbo, ndr], attorno al ’49. Balbo che impressione ti fece?
Affascinante perché mi prese, curiosamente non per il fronte politico, ma per il fronte filosofico e per quello cattolico. Occorreva ripensare il tomismo in modo tale che divenisse una dottrina capace di integrare il marxismo. Considerando Aristotele, la teoria delle quattro cause... Un discorso quindi puramente filosofico, unito contestualmente, lentamente, gradual­men­te, a un discorso sulla mistica, che mi sorprese, sulla umana divinizzazione.  Quindi Balbo complicò il suo pensiero grazie anche all’influenza di padre Calati, il superiore dei camaldolesi con cui venne a contatto tramite don Mario Tacchini, parroco della Navicella a Roma [in realtà don Mario Di Sora, parroco di S. Maria in Domnica, alla Navicella, ndr]. 
Questo influsso contò molto su di te. 
Sì, c’è da dire che io seguii quella via per non diventare più democristiano. Infatti loro mi chiesero di abbandonare la tessera Dc e io non la rinnovai. 
Questo nel...
Quando feci parte del gruppo, cioè nel ’52.
Questo nuovo modo di pensare serve e produce qualcosa all’interno dei gruppi giovanili? Si era formata intanto la triade, oltre a Malfatti e a te, anche con Ciccardini? 
Ah no, quella si era formata prima, perché nel dicembre ’49 avviene a Sorrento il terzo congresso dei gruppi giovanili e quasi lo vinciamo. Il candidato era ancora Dall’Oglio, ed io ho perso solo per quattro voti che erano, come ho saputo poi, voti comperati. E purtroppo avevano persino falsificato le schede. Avevo vinto io, me lo dissero molti anni dopo.  Allora, in conseguenza di questo fatto, mi venne affidato, e stavolta proprio a me, un nuovo incarico nazionale nei gruppi giovanili, con un nuovo compromesso con Dall’Oglio. Tornai vittorioso all’ufficio formazione, da dove ero stato cacciato e portai con me Ciccardini da Perugia.  Pochi mesi dopo, nell’aprile ‘50, si fa nella Dc un grande compromesso [per iniziativa di De Gasperi, ndr] con Guido Gonella segretario e Dossetti vice, ed io ottengo l’Ufficio formazione.
Parli dell’Ufficio formazione del partito, di cui tu divieni incaricato. 
Si. Quando Dossetti diventa vice segretario. Ed è il massimo di avanzata dossettiana. 
Questo pensiero riesce a fungere da ideologia di mediazione per voi nel momento in cui Dossetti lascia, nell’estate ’51?
Intanto c’è una cosa da dire: che a noi serve “Iniziativa democratica” [il primo foglio, fatto da giovani, dopo il ritiro di Dossetti, ndr] perché ci offre -e per la prima volta anche a me- il modo di congiungere l’interesse teologico e filosofico con quello politico. L’uso del tomismo come scienza delle scienze, ti consente di distinguere, attraverso la teoria delle cinque cause, i vari piani di azione. Ma quando il dossettismo entra in crisi politicamente, proprio perché è diventato troppo forte per fare la sua politica, e Dossetti decide di non farla più, tutti noi dobbiamo fare una scelta:di fronte a questo, la distinzione diventa facile sia per chi come me vuole seguire la teoria, sia per chi vuole seguire la prassi perché entrambe legittimate. Questo è il momento fondamentale della mia vita, perché se avessi avuto più interessi politici, avrei fatto come Rodano. Ma non sentivo la Dc mia fino a tal punto... Era più mia la Chiesa che non la Dc.
Riprendiamo il discorso per quanto riguarda  le dinamiche all’interno del movimento giovanile. Merano, agosto ’51, è un luogo dove c’è una specie di riconoscimento generale di tutta una serie di quadri che poi sarebbero emersi. Le principali relazioni sono la tua, quella di Malfatti, Ciccardini, una di Andreatta, Ardigò... E fece un’ottima impressione Pistelli, che poi farà il giornale “San Marco” a Firenze. Per esempio come avete aggregato Ciccardini? Tu dicevi del gruppo di Perugia. 
Io conobbi il gruppo di Perugia già nel gennaio ’47, in occasione del convegno nazionale di Assisi, in cui venne eletto Andreotti. Nel periodo in cui io divenni poi nel ’48, per circa nove mesi, incaricato della Formazione e dei Centri di preparazione sociale, ricordai che a Perugia c’era un’eredità un po’ singolare e un gruppo chiamato “Società amicale”, che corrispondeva fondamentalmente alla tesi che avevo proposto al convegno.  Quello di Assisi fu in realtà il primo congresso dei Gruppi Giovanili: quello di Roma [del giugno ‘45, ndr] aveva visto Andreotti nominato dalla segreteria Dc. Ad Assisi io avevo proposto, contrastato da Angelo Gaiotti, marito di Paola, la tesi, che venne dibattuta, che i Gruppi Giovanili fossero “una comunità fondata sul senso cristiano dell’amicizia”. Mi ricordo ancora Gaiotti che parlava contro e che la cosa non venne approvata. Ma proprio a Perugia era stato fondato un gruppo indipendente con Giorgio Battistacci, Bartolo Ciccardini, Mario Santi, Gianni Fogu…   
C’era anche Orfei?
Ruggero Orfei, Antonio Spezzani, sì. Era un gruppo indipendente che noi aggregammo come Centro di preparazione sociale, ma esisteva già per conto proprio. Aveva un riferimento particolare in don Luigi Piastrelli, già modernista, che gli aveva dato l’ispirazione. Mi ricordo molto bene ancora, venendo a Perugia, la sede un po’ dietro la cattedrale, in centro... Questo gruppo aveva più la caratteristica, dovuta a Battistacci, di gruppo cattolico spontaneo, quasi un’anticipazione. Credo che questo gruppo rappresentò per me la realizzazione di quello che volevo in fondo io. Cosa volevo? Io volevo creare la comunità, le comunità di base dentro la Democrazia cristiana, cioè dei gruppi di militanza politica, con un eros, fondato sul senso di amicizia e non sull’ideologia, sulla sodalis affectio. Che ragazzo strano ero! Mi faccio tenerezza ora, nel sentire così la Dc, no?  
E d’altronde era appunto la giovinezza della Democrazia cristiana. 
No, è proprio il fatto che un periodo si può sentire... E se posso ricordare il primo periodo della mia vita di pura gioia -perché poi dopo ho sofferto parecchio- è quando sono arrivato a Perugia. Sentivo proprio un senso primaverile della vita, perché corrispondeva esattamente alle mie forze. Lì nacque un rarum sodalitium.  Era dopo il ’49, questo me lo ricordavano un po’ tutti, e Bartolo in particolare, che era, se posso dire, il più brillante. E poi con Franco Maria, con cui è nata una perfetta amicizia. Naturalmente sono un po’ quelle cose che il tempo poi consuma…
Le vie si separano, però allora funzionò per diversi anni. 
Sì, fu una specie di grande amicizia che ha determinato poi in Bartolo un elemento costante che gli ha fatto far carriera nella Dc, come quello che inventa proposte. 
Cioè creativo. 
Ha segnato più Bartolo di me questa esperienza, perché in me si è complicato poi con la mistica, e lui no, è rimasto di più fedele a quel filone. Considera, dunque, il gruppo: Battistacci è abbastanza un moralista, Gianni Fogu dirigente dell’Eni...
Torniamo a quell’anno, il ’49.
Quando io nel ’49, battuto per pochi voti da Dall’Oglio entro di nuovo nel suo esecutivo, questa volta di fatto come direttore di “Per l’Azione”, e come incaricato per la formazione, contatto Bartolo, siamo andati poi anche ad abitare assieme alla Chiesa Nuova. Allora è cominciato un rapporto che è durato per parecchi anni, almeno fino allo scioglimento di “Terza Generazione”. In un certo modo, è quello il rapporto fondamentale nei rapporti democristiani...
Ambedue, sia Malfatti che Ciccardini, avevano lo stesso tuo spirito? 
No, devo dire no. Solo io avevo questo aspetto simile a Dossetti: il teologico come dimensione propria. Loro no.
E nella dinamica del gruppo questo poi faceva di te il leader, e non solo ideologico?
Ma perché su questo ero un centauro, cioè avevo due lati diversi: proprio il fatto di poter parlare un linguaggio teologico mi dava più spazio politico, un grado politico superiore nella Dc di allora. 
In fondo avevo le massime valenze in quel momento per un’autoaffermazione politica. Ma quello spazio politico Dossetti me lo tolse ed era forse inevitabile.
Tu sei stato direttore di “Per l’Azione” dopo Galloni nel ’48, poi nel ’49, che è stato il secondo anno, è diventato direttore -come abbiamo visto- Signorello, uomo di Andreotti.  Nel ’50 è direttore per i primi numeri Franco Nobili, e poi invece lo diventa Franco Malfatti e si rinnova graficamente. Ciccardini ci mette mano, poi il ’51 inizia con una direzione di Malfatti e infine prendi la direzione tu, nel ’51. 
Sì, nel ‘51 accade questo: io vengo nominato direttore di “Per l’Azione” dopo che nel congresso giovanile del febbraio ’51, a Ostia.... 
... Malfatti diventa delegato, in qualche modo al posto tuo. 
Sì, ed è una storia spirituale, cioè io rinunciai all’attivismo per motivi spirituali. 
Come detto in “Vocazione” [libro autobiografico, 1982, ndr]. Il veto di Gonella per la questione della tua età [25 anni superati, ndr] era soltanto formale? 
No, era per bloccare me come dossettiano. Visto che ero il leader di una corrente, io potevo designare il mio candidato successore, no? E tra Malfatti e Galloni designai Malfatti. Escluso -nota!- avrei potuto tentare il colpo, cioè farmi eleggere e vedere come mi giudicavano. E difatti la mia tesi iniziale era quella, ma poi sentii il motivo, ebbi l’ordine interiore di mollare. Insomma, abbandonai e diventai direttore di “Per l’Azione”.
Ed è il momento in cui “Per l’Azione” va forte. Ci sono i numeri dedicati al fascismo tra i giovani, quelli riguardanti le amministrative… Tu lasci a metà del ’51, e diventa direttore Ciccardini. 
E comincia l’abbandono, da balbiano, ovviamente.  
Su “Per l’Azione” ci sono temi attorno ai quali si accende l’attenzione: c’è un numero speciale dedicato al problema della classe operaia, uno dedicato al dialogo nella generazione, un numero doppio sul capitalismo in crisi, una serie di articoli sulla razionalità e l’ordine borghese, sui fattori spirituali nella nascita del capitalismo, capitalismo e ordine internazionale. Un numero speciale ancora sulla classe operaia… 
Chi scrive?       
Franco Grassini, Piero Ugolini, “grup­pi operai milanesi”, Benedetto De Cesaris... E poi c’è il numero su De Gasperi, con quell’articolo  che firmò Ciccardini. E poi: “I cattolici e il centrismo democratico”, non firmato ma tuo… Ma, tornando indietro, parliamo ora di Rossena. Rossena 1, di cui sappiamo cosa fu detto -l’hai scritto nella tua storia della Dc- e ci sono gli appunti di Ardigò. Di Rossena 2 invece, fine agosto ‘51, non si sa nulla. 
Fui coadiutore di questa operazione, cioè di Rossena 2. Io ero amico di Taviani, ero amico e collaboratore di Rumor... Una cosa unica! Praticamente cucii tutta l’operazione a un certo livello, ovviamente al livello di Dossetti. Organizzare tutta la confluenza tenendomi fuori, era il modo migliore per organizzare la Nafo [“Nuova alleanza di forze organizzate”, secondo la sigla creata da Ardigò, ndr]. Quindi ricordo che io dissi che la cosa andava trattata fino in fondo, come operazione urgente, sulla base di due piani. 
Ecco, i due piani: il piano diciamo nobile...
Il piano dei nuovi principi e il piano della garanzia democratica, della garanzia della resistenza. 
La teoria dei due piani la teorizzasti tu o Dossetti? 
Io, perché avevo gli strumenti balbiani in testa, lui la avallò con la sua autorità.  
Tu continuasti per tutto l’anno successivo, il ’52, a collaborare a “Per l’Azione”, pur non comparendo. Il tuo tentativo era quello di rimettere in gioco Dossetti? 
No, tieni conto che nel ’52 c’è la dichiarazione di Balbo e degli altri, di abbandono del comunismo… Io in quell’epoca faccio parte dell’organico del gruppo balbiano e mi occupo di questo. Continuo a girare, rimango ancora per una parte del ’52 incaricato dell’Ufficio formazione del partito. Dossetti abbandona l’incarico nel ’51 per rimanere ancora un po’ e ci permette di convivere. 
Dossetti rimane ancora deputato, poi solo verso la fine del ’52 si dimette anche da deputato. 
Convivenza ancora per un po’, si preparavano ancora convegni. Perché il processo evolve abbastanza lentamente. Si organizza definitivamente solo quando nel ’52 l’impegno con il gruppo di Balbo diviene fondamentale. E in cui tra l’altro in me cominciano i primi motivi spirituali,  compare padre Del Bono, comincia l’interesse ecclesiale. Rispetto al politico, rimango fedele alla tesi della garanzia democratica.
Sì, però nel ’52 tu immetti quanto più possibile balbismo nella linea di “Per l’Azione”. E con Ciccardini e Malfatti fai un  incontro ai primi di giugno a Bologna. E questo era il momento in cui sembrava che Dossetti ci stesse a collaborare al piano nobile. 
Si, perché nell’ottobre c’è questo incontro a Rossena in cui lui dichiara che nel dicembre ’52 avverrà la fusione [che però non avverrà, ndr]. 
Contemporaneamente però questo gruppo bolognese, Ardigò ad esempio, è uno di quelli impegnati a tessere la Nafo con Rumor e Taviani. 
E nel contempo io cosa faccio? Mi prendo Franco Salvi [vicepresidente Fuci, ndr] in casa. Stava vicino alla Chiesa Nuova. Cade e si rompe la gamba. Allora l’ho preso, portato in casa e l’ho assistito. E ho collaborato molte volte, a “Ragguaglio politico”, il bollettino che lui dirigeva. 
C’era stato prima il foglio “Iniziativa democratica”. 
Sì, e venne bloccato. Io scrivo e ottengo un articolo di La Pira per “Iniziativa democratica”, cioè mi occupo curiosamente in quel periodo, di far vivere la stampa della Nafo: prima “Iniziativa democratica”, poi “Ragguaglio politico”. 
Nel contempo io collaboravo anche a “Civitas” [dal ’50 rivista diretta da Taviani, ndr], in un’ottica internazionale. E pure davo vita al Centro di preparazione politico-amministrativa.
Sono gli anni in cui tu conosci tanti giovani. 
Sì, nel ’53 io sento fortemente il fatto della sconfitta, nella maggioritaria, del voto giovanile [attratto a destra e a sinistra, ndr], e mi ricordo in un viaggio da Genova a Roma, dopo le elezioni, ho l’idea di fare una rivista: “Terza Generazione”. Anche perché era crollato il rapporto con Gedda. Io sento il problema di dare a questa gente che è entrata nel mondo cattolico uno spazio economico alternativo a quello di Gedda, che in fondo non era molto amato. E in quel momento lo cercavo nella Dc. E avevo creato un gruppo ecclesiale con padre Del Bono. Ed è da questo gruppo che padre Del Bono muove per chiedere a De Gasperi le risorse per gestire “Terza Generazione”. 
Quindi invece i tuoi rapporti con Gedda per Balbo, nati tra ’51 e ’52, si erano raffreddati? 
Sì. Freddissimi. 
Comunque lui tirò fuori qualcosa? 
Sì, probabilmente mantenne tutti per due anni e mezzo. 
E perché lo facesti tramite Gedda? 
Perché Don Mario, alla Navicella, parroco di Balbo, era anche il parroco di Gedda e abitavano vicini, in via dell’Amba Aradam. Dopo il contatto venne così organizzata la cosa [una pubblica dichiarazione, come cattolici, di distacco dal comunismo da parte di Balbo, Fè d’Ostiani, Motta, Scassellati e Sebregondi, poi pubblicata su “L’Osservatore Romano”, ndr]  che io gestii con padre Spiazzi, incaricato delle dichiarazioni.  
Io, come membro del mondo cattolico, venni incaricato di negoziare con Spiazzi e Castellano il testo della dichiarazione. E di scrivere -qui interviene Gedda- un articolo su “Il Quotidiano” [dell’Azione cattolica, ndr] che io scrissi, e Gedda firmò, dopo la dichiarazione dei sei. Per gestire praticamente tutta questa operazione. 
Ah, quindi fu un anno pieno, il ’52. 
Sì, ma ti dico una cosa singolare, che a parlare di queste cose, mi sembra di parlare di un’altra persona. Sai, io...
Ma questo faceva comunque parte del fervore giovanile, di chi si vede al centro di una tessitura fatta a fin di bene.
Sì, e leggendo Santa Teresa di Gesù, capisci, in una situazione...
Poi invece a un certo punto… Tu dici che “Terza generazione” l’hai pensata come rivista andando da Roma a Genova o viceversa. 
Da Genova a Roma. Fare questa operazione è una cosa complessa perché Balbo non vuole, perché ritiene che non sia possibile fare azione rivoluzionaria.
Solo “congiunturale”, dice.
Sì: se non si muovono i contadini del sud e gli operai del nord. Allora, nel ’54 io andai a Torino a incontrare gli operai della Fiat e feci un viaggio a Matera per organizzare i primi contadini della Martella, che furono affidati ad Ardigò. Mi feci un bel mazzo per un mese, a Torino, con gli operai della Fiat e Cibrario per l’organizzazione degli operai. Bisognava muovere la classe operaia come soggetto cosciente che assumeva in mano il processo di produzione. Cioè l’ideale cooperativistico in fondo, una rivoluzione per…
Le commissioni operaie, i consigli di fabbrica…
Per la gestione attiva della produzione da parte degli operai. Cioè l’operaio che deve prendere in mano lo strumento che lavora. 
Questo però significava sconfessare il sindacato e tutte le rappresentanze formali e farle uscire al di fuori da ogni alveo. Insomma, era un’operazione di fatto eversiva del quadro. 
Rispetto al quadro sindacale sì, era rivoluzionaria. Veniva sentita come la rivoluzione non leninista, alla Weil e con l’autogoverno operaio, inteso però come riorganizzazione del lavoro umano. Poteva essere intesa come cooperazione di classe ma soprattutto come autoaffermazione, come forma di uso dell’intelligenza umana per organizzare il lavoro. Nel contempo cosa accade? Che si devono mantenere Balbo e Motta, almeno, e questo è un sovraccarico, e anche De Gasperi ebbe difficoltà. Situazione abbastanza complessa. 
Anche perché poi aveva sì e no mille abbonati, “Terza Generazione”. 
Sì, ma De Gasperi ci dava un po’ di soldi. La cosa la trattò sempre Del Bono.
De Gasperi aveva abbastanza fiducia, insomma, in “Terza generazione”. 
Sì. non v’è dubbio. Lui aveva capito l’operazione, la trovava costosa, ma andò bene perché garantiva il mantenimento di Balbo e di Motta. Nel contempo cosa accade? Che mentre io vengo deputato al piano strutturale, inviato al nord nella classe operaia e poi a compiere una missione al sud con Scassellati per scoprire Matera, e ci riesco anche, accade che “Terza generazione” si muove sul piano anche di iniziative individuali: Piero Ugolini, ad Ausonia, le cooperative in Trentino... Perché nel fondo l’idea cos’era? Creare iniziative giovanili per lo sviluppo del paese, nell’unità della generazione. Balbo a questo punto cosa teorizza? Che Scassellati in quel modo avvia un processo obiettivamente di dinamica storica, che però è impossibile se non avviene prima la rivoluzione operaia e quella contadina. E allora, col quinto numero decide di rimuovere Scassellati dalla direzione effettiva di “Terza generazione”. E di darla a me, in chiave interamente intellettuale.  E vengono fuori allora, da parte mia, gli articoli sulle nazioni: un tema “profetico”.
Ma questi temi prescindevano da un quadro di politica internazionale obiettivo? 
Entravano già in un filone che poi diventa spirituale: le vocazioni delle nazioni… E in quel periodo io ho tralasciato l’occasione di rientrare a Napoli [Congresso Dc, giugno ‘54, ndr], con “Iniziativa Democratica”. 
Deliberatamente non ci sei voluto andare? 
Non mi sono neanche proposto. Non mi proponevo più obiettivi di carriera politica. E allora cosa ho fatto in “Terza generazione”? Un discorso di orizzonte storico, ormai liberato da Balbo. Così cessa il gruppo teorico. E praticamente a un certo punto Balbo ne prende coscienza.

(a cura di Giovanni Tassani)