Vorremmo parlare di maternità surrogata dal punto di vista etico. Possiamo intanto spiegare di cosa si tratta?
Chiara Bordignon. Si tratta di una pratica che cambia moltissimo rispetto ai paesi e ai contesti legali in cui avviene; è anche un fenomeno in movimento con stati che la introducono, la formalizzano, la legalizzano o al contrario la rendono illegale. L’Irlanda nel 2024 ha introdotto per la prima volta una forma legalizzata di maternità surrogata. In India, dove prima era molto comune che persone dall’estero arrivassero per commissionare pratiche di surrogacy, adesso invece è stata vietata agli stranieri. È un quadro estremamente variabile e dinamico.
Fondamentalmente, a livello di definizione, parliamo di una donna che porta avanti una gravidanza con un ovulo fecondato precedentemente al di fuori del suo corpo e che di solito non è un ovulo che viene estratto da lei, bensì da una donatrice; può essere fecondato con gli spermatozoi della coppia che commissiona o di un donatore terzo. La donna porta avanti il processo di gravidanza e quando partorisce, dà, dona il neonato. Già per questo passaggio si possono adottare diversi vocaboli. In inglese si dice “relinquish”, che significa fondamentalmente rinunciare al bambino per darlo alla coppia o al genitore singolo.
A questo punto si apre un ventaglio di ipotesi molto ampio, dal momento che può esserci uno scambio di denaro e quindi si parla di compensazione; può esserci un rimborso spese, quindi siamo più nel quadro dell’altruismo, che alcuni paragonano a quello della donazione degli organi.
Quali sono le ragioni di questo ricorso, fin dall’inizio, a due donne, una per l’ovulo e una per portare avanti la gravidanza?
Chiara. Dipende. Nella maternità surrogata cosiddetta tradizionale, la donna portatrice è anche la donna che fornisce l’ovulo; questa è una pratica che in realtà ritroviamo addirittura nella Bibbia.
Flavia Chiavelli. È una forma che esiste in diverse culture nel mondo: la donna che porta avanti la gestazione è anche la madre genetica.
Chiara. Questa modalità di solito avviene in contesti familiari; anche nel nostro paese in passato, nel caso tra due sorelle una fosse stata fertile e l’altra non avesse alcun figlio, era una pratica contemplata che uno dei figli della sorella fosse affidato all’altra coppia e crescesse come figlio loro.
Quindi diciamo che non è una cosa così nuova. La novità sta nel modo in cui le tecnologie riproduttive se ne sono, tra virgolette, appropriate e hanno creato nuovi scenari, come quello appunto dell’ovulo di una donatrice fecondato e impiantato nell’utero della portatrice.
Lo sdoppiamento viene talvolta spiegato anche con il fatto che come portatrice, per vari motivi, si preferiscono donne che hanno già avuto gravidanze e invece per l’ovulo è preferibile un soggetto giovane. Chi critica questa pratica ne vede anche un modo per tutelarsi dalla possibilità che la madre gestatrice possa rivendicare per sé il figlio.
Chiara. Dipende anche qui dai diversi scenari. Sicuramente c’è una frammentazione del ruolo del materno in tante piccole tessere di un mosaico che prima era tutto riconducibile a un’unica persona.
Flavia. Nelle coppie eterosessuali che ricorrono alla gestazione per altri, di norma c’è il desiderio che il figlio sia geneticamente legato a entrambi i partner. Per questo, quando è possibile, si utilizzano gli ovociti della donna e gli spermatozoi dell’uomo, mentre la gravidanza è portata avanti da una gestante.
Diverso è il caso delle coppie omosessuali maschili: salvo il coinvolgimento di una familiare o di un’amica, è necessario cercare una donatrice. Recentemente ne parlavo con un amico gay che abita in Svezia, dove questa pratica è frequente per le coppie omosessuali. C’è una clinica che si occupa dell’intera organizzazione, con una netta separazione fra le donatrici di ovuli e le madri, che tendenzialmente vivono in altri paesi, spesso in America Latina. Quindi le madri non sono in Svezia anche se vengono pagate comunque con un’indennità svedese. Questo per dire che esistono sistemi ibri ...[continua]
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