Monica Lanfranco, giornalista, formatrice, è fondatrice della rivista “Marea” e di Altradimora, luogo femminista in Piemonte dove si tengono seminari residenziali, incontri e formazioni aperte a uomini e donne; è doula di fine vita.

Come sei diventata doula di fine vita e cosa significa?
Il mio primo contatto profondo con la morte è stato quando ho partorito il mio primo figlio. Avevo trent’anni. Può sembrare scioccante collegare la nascita con il fine vita, ma in quelle lunghissime ore di travaglio ho percepito la potenza di un evento come quello del mettere al mondo, che è contemporaneamente fisico, ma anche simbolico, profondamente collegato alla morte. So che i due eventi sono collegati. Ogni donna che mette al mondo muore, in parte, nel senso che c’è un prima e un dopo rispetto alla maternità, nel suo corpo come nella vita. Ci sono molte cose che ovviamente influiscono sugli esseri umani, molti passaggi e molti distacchi, quello della nascita ha un valore fortissimo perché avviene tra due soggetti che subiscono una grande metamorfosi: una donna, che resta se stessa ma diventa una madre, quindi deve morire prima dei suoi figli e figlie, da quel momento. E questo è importante da tenere a mente. Spesso le donne che non hanno esperienza di maternità con il corpo (ma anche per gli uomini di paternità, sebbene la paternità e la maternità siano due ambiti molto diversi), non percepiscono quanto sia fondamentale questo vissuto nel corpo. Lo comprendono solo quando muoiono i genitori, in particolare quando muore la madre. L’atto di mettere al mondo ti consegna davanti alla morte, perché devi morire prima tu. Infatti, se ci si fa caso, almeno nella traduzione della Bibbia in latino, non esiste una parola specifica per indicare la condizione di avere perso un figlio o una figlia. Abbiamo parole che indicano la vedovanza, altre per la perdita dei genitori, ma non ne abbiamo per questo lutto, perché esso è indicibile. Esiste solo la parola orbata. Notiamo in questo un’allusione molto fisica. Orbata significa che sei priva di vista, che non vedi più. Perdere un figlio o una figlia è talmente innaturale, che sei orbata, cioè priva delle orbite, degli occhi. C’è un’evocazione potentissima di dolore, di lacerazione, di indicibilità. Nell’esperienza del mettere al mondo c’è la donna che diventa madre e, insieme, anche una nuova vita che nasce, quindi due soggetti che si confrontano nella scena primaria del parto, con l’inizio e inevitabilmente con la fine, sono in connessione con la vita e anche con la morte. 
Nel momento della nascita si inizia a morire. Noi moriremo, questa è una certezza. Ci auguriamo nel miglior modo possibile e più tardi possibile. Ma come il sesso e il denaro la morte è un tabù. 
È un tabù in tutte le culture. Forse le culture orientali sono meno percorse dalla forte rimozione presente in Occidente: resta però, nella natura umana, una forte rimozione e tabuizzazione della morte. 
Ho cominciato a riflettere molto sulla morte, dopo il primo parto, sull’importanza di non rimuoverla nella mia vita, proprio perché, come accennavo, mi dovevo assumere la responsabilità di morire prima dei miei figli. E questo significa diventare un riparo per i figli che crescono, quindi vivere nella consapevolezza che un giorno dovrai lasciarli. 
Ho cominciato a pensare a come accogliere questo pezzo della vita, la morte, nella mia esistenza. Mi è venuto in soccorso un libro che cito sempre, e mi piace menzionarlo anche qui: si chiama Distacchi. È stato scritto da una studiosa, Judith Viorst, psicologa, terapeuta, scienziata, che in questo libro straordinario racconta che cosa sia la vita guardata attraverso la numerosa sequenza di distacchi che si attuano nell’esistenza umana, il cui primo è la nascita. Nella vita, dice Judith Viorst, è importante imparare, sentire, accettare che non c’è cambiamento se non attraverso dei distacchi e che questa verità dobbiamo accettarla, nel senso di viverla interiormente, perché non è catastrofica ma, al contrario, può rendere davvero prezioso il vivere. 
Se noi includiamo il senso di finitudine nella nostra esistenza ci sono dei guadagni: non rischiamo di essere onnipotenti, perché non lo siamo. Poi non rimuoviamo il corpo. Il corpo, che è potente, ma allo stesso tempo fragile, ricco perché sensoriale e allo stesso tempo segna il nostro limite. Tutto questo ci rende umani e umane, ci offre la possibilità di guardare alle altre persone con maggiore pietas, con curio ...[continua]

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