Anna Bravo, storica di professione, vive e lavora a Torino. Il libro cui si fa riferimento nell’intervista è In guerra senza armi. Storie di donne. 1940-1945, di Anna Bravo e Anna Maria Bruzzone, uscito recentemente da Laterza.

La donna nella Resistenza come è stata considerata? Qual è il ruolo che durante la lotta di liberazione, e dopo, le si è attribuito?
In primo luogo, le donne sono definite come contributrici, abitualmente si parla del "contributo delle donne alla Resistenza". Ora, contributo vuol dire che qualcuno, che sta in secondo piano, dà un apporto, un supporto, a qualcosa che già preesiste. Questo dipende proprio dalla concettualizzazione che si fa del termine Resistenza: nella storiografia e anche nella celebrazione la Resistenza è nominata al singolare, il resistente è chi prende le armi e se ne va in montagna, in collina o a fare il Gap in città. Non che manchino del tutto immagini femminili fortemente simboliche, basta pensare al famoso manifesto dove ci sono tre donne con il mitra, con quella del mezzo molto bella, giovane, ma la figura di riferimento resta quella del partigiano giovane, maschio, del centro-nord. Io credo, invece, che il termine resistenza andrebbe sempre pensato al plurale proprio perché ci fu una pluralità di atteggiamenti antagonisti al fascismo e al nazismo che non possono essere considerati solo un orizzonte, un contesto favorevole o un supporto alla lotta armata.
Sembra anche banale dirlo, ma non mi sembra del tutto scontato nella storiografia della Resistenza: il concetto di Resistenza andrebbe molto più "complicato" perché non soltanto la politica non si esaurisce nell’azione delle avanguardie organizzate, ma soprattutto il comportamento attivo non è solo quello che si fa con le armi. Invece per indicare le forme di lotta non armata si usa ancora il termine resistenza passiva che per la nostra cultura è svalutante e ingeneroso se si pensa a cosa voleva dire disobbedire nell’Europa occupata: fare uno sciopero, sabotare la produzione oppure nascondere un prigioniero alleato comportavano la pena di morte. Come si fa a chiamare passivo un atteggiamento simile? Questo accento esclusivo sulle armi, secondo me, offusca la complessità della stessa resistenza armata e tra l’altro dà adito all’idea che la resistenza civile o non armata, siccome è stata rivendicata quasi solo dai cattolici, sia anche stata fatta solo da loro, in uno schema in cui, appunto, da una parte c’è la durezza e la ferocia, anche, delle sinistre e dei comunisti in armi, dall’altra la pietas della gente comune, delle donne, dei cattolici. La resistenza civile, invece, fu un fenomeno che attraversò tutti gli schieramenti: la stessa persona che poteva fare uno scontro durissimo, magari si sforzava di contenere la violenza, aiutava un perseguitato, cercava di prendersi cura del corpo del nemico.
Anche recentemente da parte cattolica si è riproposto un quadro in cui ai partigiani violenti contrappone le madri e il vescovo, difensore della pace, che sarebbe l’autentico esempio di resistente. In realtà le donne di cui parliamo nel nostro libro a volte sono in disaccordo coi partigiani, a volte interloquiscono con la Resistenza quando, per esempio, cercano di evitare che la violenza si estenda a persone che secondo loro sono meno colpevoli, ma, comunque, stanno dalla parte della Resistenza. Sono donne che magari avevano il figlio partigiano ma che non volevano che fosse ammazzato quel certo soldato della Wehrmacht o quel certo fascista che ritenevano innocuo. Non erano necessariamente tutte mamme cattoliche, "madri dolorose", erano persone che tendevano a distinguere l’individuo dallo schieramento cui apparteneva, a graduare le responsabilità, la violenza, la punizione. Il famoso vescovo defensor pacis, lui sì, invece, che è al di sopra delle parti e questo sarà anche il suo mestiere, ma non può essere lui a rappresentare resistenza e antifascismo.
La fissazione sull’aspetto belligerante impoverisce anche la figura maschile del partigiano stesso, come poi, in fondo, impoverisce la figura del soldato in generale. Come non regge l’assimilazione stereotipata tra donne e pace, non regge neanche quella fra uomini e guerra, non solo nella Resistenza ma anche, per esempio, nella prima guerra mondiale. A me ha colpito tantissimo leggere come i soldati, in tutti i fronti, si organizzassero le tregue autonomamente: decidevano che non si sparava in un certo settore di trincea, e questo per ricavarsi un po’ di pace, per vivere un po’ di più, oppure decidevano che non si sparava in certi giorni, in certe ore, o magari per poter prendere il sole. C’erano una serie di accomodamenti tra le truppe di prima linea, che certo duravano quel che duravano perché poi arrivavano gli ordini di sparare per forza, però c’era un’intelligenza nell’usare tutti gli accorgimenti possibili per morire di meno e per ammazzare di meno. A me sembra un fenomeno enorme, creativo, che tra l’altro dimostra che non è vero che gli uomini sono necessariamente così legati alla violenza, alle armi. Quando possono spesso non lo sono.
Ora, tornando alla Resistenza, va detto che la storiografia non è che abbia negato l’opera dei civili, però le ha sempre rifiutato la definizione, il titolo, di resistenza; ha preferito usare la formula dell’appoggio, dell’aiuto e per lo più ha sempre parlato dei comportamenti dei civili per dimostrare che la lotta in armi era più o meno radicata e popolare. Col risultato poi che la resistenza civile non è mai stata studiata in modo approfondito. Gorrieri è uno dei pochi che ne ha scritto qualcosa, a proposito delle forme di protezione dei perseguitati nella zona di Montefiorino, però se vai in biblioteca non trovi neanche la voce "Resistenza civile" o "non armata". Dobbiamo essere molto grati agli storici e militanti di area non-violenta se oggi ne parliamo con un po’ più di documentazione e consapevolezza.
Rispetto al discorso della cura, quanto c’è di vero e quanto c’è di stereotipato nel vederla come prerogativa della donna? Per esempio tu parli del maternage di massa che le donne riservarono agli sbandati dell’8 settembre.
Loro dicono che furono mosse in primo luogo dalla pietà e dalla solidarietà verso quei "poveri ragazzi". Tra l’altro l’uomo giovane, vulnerabile, certamente fa un appello notevole ai sentimenti delle donne, anche di quelle altrettanto giovani. Secondo noi i soldati questo lo sapevano e lo sfruttavano, ma per ricevere aiuto era anche necessario che loro si fossero dissociati o si dissociassero in quello stesso momento dalla legalità vigente, dovevano aver ritirato il consenso alla legge fascista e nazista. Quindi quella pietà, quel maternage, non era privo di politicità, anzi, toglieva consenso, dopo tutti quegli anni, a una legalità che si imponeva con la violenza. Credo che simili comportamenti alludano a una idea di legittimità sotterranea e diversa. Quindi c’è un elemento politico e un intento politico, naturalmente usando il termine politico in modo non specialistico: nel senso, cioè, di un agire insieme per dei fini sovraindividuali.
Penso che in quei momenti fosse all’opera un codice materno che si potrebbe definire come la tendenza a un pensiero, a uno stile conoscitivo e sofisticato, che discerne, che gradua anche, che media, che sceglie non l’aut aut ma l’et et, che tenta di agire la politica in senso non specialistico, di proporre un modo di giudicare che vada al di là delle scelte dicotomiche. Ma quel codice era debole, era solo e perde e si perde perché non viene neanche avvertito come un modo di fare diversamente la politica, ma viene etichettato appunto come maternità nel senso più tradizionale: la mamma che tutto perdona, indulgente, la donna tutta sentimento, irrazionale, impolitica. Per cui, passata l’emergenza, è come se si dicesse: "adesso basta"; la madre che andava ad intromettersi nella sfera pubblica torna ad aver voce in capitolo solo nella domesticità. Tra l’altro, proprio negli anni del dopoguerra, sull’onda di teorie anglosassoni secondo le quali se i bambini non hanno la madre a tempo pieno diventano disturbati irrimediabilmente, si diffondono correnti ideologiche che spingono verso il ritorno a casa. Ci sono anche i fattori di politica interna, molto presto scoppia la contrapposizione contro le sinistre, la guerra fredda... E poi credo che abbia contato una mancanza di memoria storica: come noi nel ’68 abbiamo dimenticato le donne dell’Udi, della Resistenza, le donne nella Resistenza hanno dimenticato il femminismo di fine ’800 e primo ’900 e questo ha contribuito a far sì che quell’embrione di pensiero differente non fosse abbastanza valorizzato.
Cosa rappresentò la Costituzione in questa prospettiva?
Ricordo che Anna Rossi Doria, scrivendo del dibattito alla Costituente, parla di un documento dell’Udi molto avanzato sul tema della parità nella famiglia e dei diritti individuali della donna nella sfera privata. Un tema che la Costituzione non tocca e, anzi, lascia affidato al vecchio codice: le donne votano ma in casa il capo è il marito. Così quel privato che è la sede primaria dove comincia la disparità, non viene toccato. Poi di quel documento spariscono le tracce. Le donne della Costituente certamente si rendono conto del problema, ma pesa ancora la teoria che la questione femminile si risolve dopo e da sola, e prevale, credo, la grande fedeltà delle donne della sinistra ai loro partiti di appartenenza, ai loro compagni di lotta.
Credo però che per quelle donne, tante delle quali assolutamente straordinarie, fosse molto difficile vedere nei propri compagni anche degli avversari, come invece è avvenuto negli anni Settanta per le donne della sinistra extraparlamentare, perché le esperienze furono enormemente più drammatiche.
E’ indicativo, per esempio, che non si faccia parola del diritto di aborto, mentre nella Resistenza c’erano stati episodi, non molto conosciuti ma in cui il problema era stato affrontato: in varie zone del nord c’erano stati degli stupri da parte di truppe mongole, e queste donne erano andate dai partigiani a dire: "Adesso ci fate abortire" e chiedevano giustamente la copertura legale, volevano abortire senza il rischio di essere perseguitate. Lì poi c’era l’aggravante dei caratteri fisici differenti, con un impulso della comunità ad autotutelarsi e su questo è difficile dare giudizi. Comunque i partigiani organizzarono la cosa. In un caso presero addirittura un primario che, fra l’altro, era un fascista e l’obbligarono a fare le interruzioni di gravidanza. Questo lo raccontano due giovani storici, Roberto Botta e Pierangelo Lombardi.
Dopodiché nel ’45 l’aborto è tornato ad essere un reato. Quindi c’erano sicuramente delle esitazioni e certamente influì molto anche la necessità di fare una costituzione unitaria in accordo con le forze cattoliche. Ma probabilmente le sinistre hanno mediato ancor prima di esprimere un obiettivo e se uno media prima con se stesso, cosa che purtroppo noi donne facciamo spesso, regolarmente si perde. L’unico che per esempio parlava di libertà delle donne sul piano sessuale e di parità nella famiglia era Umberto Colosso che veniva considerato uno stravagante.
La resistenza civile non aiuta a impostare meglio il problema della colpa e della responsabilità?
La resistenza civile può aiutare a porre in termini diversi questo problema della responsabilità e della colpa che per noi in Italia è molto delicato perché c’è una forte tendenza alla rimozione, in particolare delle responsabilità nella persecuzione e nella deportazione degli ebrei; una tendenza all’auto-assoluzione. Allora, se l’unica figura modello è quella del partigiano in armi, è chiaro che non tutti, per motivi pratici o per motivi ideologici, possono prendere le armi. Se tu allarghi il concetto di Resistenza allora l’opposizione è praticabile in tanti luoghi, in tante forme: chi fa resistenza civile può dire "fai come me" anche a chi è madre o padre di 10 figli, a chi è vecchio e non sa sparare, a chi ha motivi ideologici contro la violenza. Le opportunità di fare qualcosa diventano tantissime, ci sono persone uguali a te che agiscono e allora anche il problema dell’autocoscienza e del senso di colpa diventa più difficile da eludere.
Adesso è uscito questo ultimo libro di Rusconi che è bello e dice cose importanti, fra l’altro invita a smettere di considerare l’attendismo solo come egoismo e opportunismo, ma di vederlo invece come un fenomeno complesso che non esclude azioni di protesta e solidarietà. E’ giusto, ma, secondo me, la resistenza civile non c’entra niente con l’attendismo per il motivo che dicevo prima: in particolare in alcuni casi come l’8 settembre le donne che aiutano, che nascondono militari, prigionieri, non aspettano affatto, non aspettano neanche che ci sia la resistenza armata, la precedono addirittura, si presenta una circostanza in cui si può, e si deve, intervenire e lo fanno. Chi aiuta un ebreo o qualcun altro che si trova in condizione di rischio, non aspetta affatto che la salvezza di quella persona o di quel gruppo venga automaticamente dalla vittoria nella guerra contro il nazismo. Questo è di nuovo il contrario dell’attendismo: se tu prendi come criterio quello di salvare le vite, si potrebbe dire paradossalmente che è più attendista chi dice: "Salveremo quelli che sono nei lager vincendo la guerra". Quelli sono attendisti, gli altri no, gli altri fanno subito, salvano, ci sono emergenze che vanno risolte subito perché se no la gente muore. Perlasca non ha aspettato, ha fatto, e così tanti altri. Perlasca ormai è un simbolo in Italia, ma se non c’era Deaglio nessuno avrebbe saputo chi era e già questo è significativo. Le azioni di resistenza civile non possono assolutamente essere assimilate alla categoria dell’attendismo, vanno al contrario distinte molto bene dalla cosiddetta "zona grigia" proprio per impedire che vengano tutte quante fagocitate o da una versione per cui tutto il popolo sarebbe stato contro il nazismo, o dalla versione opposta che considera tutti attendisti.
D’altra parte non solo in Italia il concetto di resistenza civile è stato poco utilizzato. Per esempio sulla shoah ha prevalso a lungo un discorso indecente, nato fra l’altro fra i giovani sionisti, secondo cui gli ebrei sarebbero andati alle camere a gas come pecore. Anche lì c’è una distorsione perché dal ’40 al ’42, nei ghetti dell’Europa dell’est, si svilupparono tantissime attività di resistenza civile: ambulatori per bambini, mense, attività culturali, attività di teatro, attività di documentazione. Era un grosso sforzo per mantenersi non solo in vita, ma in vita come esseri pensanti, che si prendevano cura l’uno dell’altro, che tutelavano le proprie tradizioni, raccogliendo testimonianze e documenti, che guardavano persino all’aspetto del vivere meglio, al teatro per esempio. Tra infinite contraddizioni, perché significava anche amministrare la propria oppressione, resta il fatto che queste piccole comunità fanno una quantità di cose, soltanto che non fanno la resistenza sul piano armato e ancora una volta, per questo, si accredita l’immagine di un popolo passivo. Quale resistenza migliore che fare le scuole per preservare la possibilità che i ragazzini imparino? Invece si parla quasi solo della rivolta armata del ghetto di Varsavia. Gli stessi polacchi fecero funzionare, come poterono, certo, anche alcune università, ma di fatto è un progetto di sterminio di un’intera classe dirigente, come attività di resistenza questa mi sembra decisiva.
Nel libro, citando la distinzione che fa Todorov fra etica della decisione, caratterizzata da grandi princìpi, da ideali, legata al sacrificio, e etica della responsabilità, legata al rischio, alla sua riduzione, dite che le donne, spontaneamente, sono più portate per la seconda...
Non so se spontaneamente o no. Può darsi che la maternità reale o virtuale ti inclina a questo modo di pensare diverso, più attento. Ma non ne sono tanto sicura, se penso a quanto la maternità sia stata usata politicamente e anche agita, dalle donne, in modo feroce, nazionalista, spietato. Certo è che molte si comportano così, cioè pensano a quello che succederà se si prende una certa iniziativa, tendono a vedere la persona concreta, ad avere rapporto col corpo; può darsi che questo dipenda dalla pratica dell’allevamento che ti aiuta ad avere questa mentalità capace di prevedere e distinguere. Non lo so, queste generalizzazioni mi lasciano sempre perplessa, magari sono io che non amo pensare tanto in termini generali.
A volte penso che le donne -a parte quelle legate alla politica, perché in questo caso rischiano di diventare anche troppo ortodosse- usano meno l’etica della convinzione perché sono le meno convinte dei grandi obiettivi sovraindividuali e quindi sono più portate a vedere le conseguenze di una certa azione o mancata azione, a valutare quel che può succedere. Se sei poco convinto dei grandi orizzonti, pensi subito alle conseguenze di ciò che fai. E’ cruciale per il tema della violenza. Non voglio dire che gli uomini o i partigiani non ci pensassero, c’era un dibattito forte sul terrorismo e sul rischio di rappresaglie, ma certamente le donne sentono di più questo problema. In Di fronte all’estremo Todorov parlava della cura quotidiana come un fare tipicamente femminile, delle donne che si devono prendere sempre cura più di qualcun altro che di se stesse, e in questo ultimo libro, Una tragedia vissuta, fa capire come nessuna iniziativa, quali che siano le motivazioni, possa essere esente dalla valutazione del rapporto costi-benefici.
Invece tendiamo spesso a prendere tutto in blocco per cui quella violenza è tutta giusta e la sensatezza di una scelta generale per l’uso della violenza viene estesa a tutte le sue manifestazioni particolari -anche se poi, evidentemente, tra le persone, nei corridoi della mente, uno riesce benissimo ad analizzare un determinato fatto guardando a cosa rispondeva quel tipo di violenza.
C’è stato un convegno ad Arezzo l’anno scorso in cui si è raccontato di una strage avvenuta a Civitella, nell’Aretino, rispetto alla quale si contrapponevano e si contrappongono proprio due memorie: una è la memoria partigiana per la quale l’eccidio era avvenuto in risposta a una battaglia in cui i nazisti avevano avuto la peggio e l’altra, quella della comunità, secondo cui era stata una rappresaglia perché i partigiani avevano assaltato quattro tedeschi che erano a bere nel dopolavoro del paese. E anche questo attacco è raccontato in modo diverso dalle due memorie.
I documenti tedeschi sono elusivi su questa storia, alcuni devono essere stati distrutti ed è difficile capire veramente come sono andate le cose. Però è un fatto che quando il paese affermò una versione questo fatto innescò una campagna di stampa in cui il paese venne presentato come di destra, manipolato dal parroco reazionario e anche per questo il paese rifiutò la medaglia d’oro al valore militare e accettò solo quella al valore civile e solo più tardi e timidamente ci si pose il problema se la loro memoria fosse più vicina al vero, se quell’azione partigiana fosse stata poco rilevante e se la previsione della rappresaglia che ne sarebbe seguita avrebbe dovuto indurre a dei ripensamenti. E comunque non ci si è posto il problema se quella memoria avesse una sua dignità politica, non solo antropologica, tanto che la strage di Civitella è stata spesso ignorata nelle celebrazioni perché la memoria della comunità strideva con l’etica partigiana.
Mi viene in mente anche Maria Occhipinti di Ragusa, comunista, giovane, incinta, che nel gennaio del ’45 si mise alla testa dei moti contro i bandi di ri-arruolamento in Sicilia. Per me è un mito eppure, se non se lo scriveva lei stessa un libro, con l’aiuto di Enzo Forcella, nessuno ne avrebbe parlato. Quella rivolta si estese a quasi tutta l’Italia liberata bollata come neofascista, separatista. Ma quei giovani non volevano più fare la guerra e potevano accontentarsi della risposta che quella guerra era all’improvviso un guerra diversa e l’esercito era diventato antifascista? Non era legittimo per loro chiedersi se quell’esercito fosse differente da quello di prima? E se era lo stesso esercito di prima, con la stessa gerarchia, con la stessa disumanità, soltanto cambiato di segno, perché dovevano accettare di entrarci? A parte che la stanchezza mi sembra una bella motivazione per dire di no: se dopo aver fatto anni e anni di guerra, aver vissuto la guerra sul territorio, non ne volevano più sapere, dovevano per questo essere etichettati come fascisti? Maria Occhipinti è andata perfino in carcere, al confino.
Per esempio sull’8 settembre c’è quel pezzo straordinario di Lisli Basso che nel libro abbiamo citato, dove lei dice: "Eh, sì vanno tutti dalla mamma". Lì escono fuori benissimo i due modi di vivere l’8 settembre: per lei è una crisi tragica, gli altri commentano "L’esercito è disfatto, va be’ andiamo a casa". Ed è meraviglioso che lei dopo tanti anni cambi idea perché ci ha pensato, e riconosca di essere stata "arrogante".
Si discute se in tutti questi anni l’antifascismo sia stato patrimonio solo della élite politica o anche della gente. Questa mitizzazione del partigiano in armi non ha allontanato un po’ la gente comune dalla Resistenza?
Io credo di sì. Uno dei problemi legati all’immagine nazionale uscita dalla Resistenza è proprio legato a questa sua immagine così connotata e così selettiva, in particolare fra nord e sud. Già alla nascita l’immagine è quella: da un lato una parte attiva, il famoso vento del nord, e dall’altro una parte che subisce, che parassitariamente aspetta che gli altri facciano le cose e che, quasi subito, viene etichettata come qualunquista. E non è affatto vero, perché al sud hanno fatto grandi lotte, a cominciare da quelle dei braccianti, hanno patito, hanno fatto le giornate di Napoli e poi, in ogni caso, hanno subìto un’occupazione alleata ben pesante. Basta pensare a come è stata trattata Napoli e a come ha dovuto reagire. Anche su questo s’è detto pochissimo: il nord eroico, il sud inaffidabile, opportunista... E così nasce uno Stato in cui una metà doveva ringraziare l’altra!
C’è un pezzo in cui Maria Antonietta Macciocchi, parlando delle donne di Napoli che manifestavano per la monarchia, esprime un tale disprezzo, uno schifo, descrive queste donne grasse, brutte, plebee, "vecchie gallinacce" le chiama, che proprio vien da dire: "Ma come si permette! ". Non voglio mitizzare Napoli e il sud né deresponsabilizzarli, voglio solo dire che erano fatti e soggetti da prendere sul serio, da capire. Invece quelle parole sono puro razzismo! E Macciocchi era una militante politica, non so se fosse anche una dirigente, ma certamente non era una bambina, era una donna adulta.
Tornando poi alla Resistenza, anche i criteri per l’attribuzione della qualifica partigiana sono indicativi. Inizialmente è dichiarato partigiano chi sta in una formazione che ha fatto 3 azioni di scontro a fuoco o di sabotaggio. Quindi non è il singolo, è la formazione: se tu fai parte di una formazione, ma hai avuto funzioni logistiche, hai diritto al riconoscimento. Invece, man mano che si afferma il vento del Nord, diventa partigiano solo chi ha fatto personalmente 3 azioni. Il criterio diventa veramente militaresco: se tu sei in una formazione, ma non hai sparato, non sei partigiano, puoi solo essere patriota o benemerito, come sono quelli che hanno aiutato senza le famose armi. Anche qui il primato delle armi opera una spaccatura ma questa volta fra i cittadini attivi nella Resistenza.
E rispetto alla questione dei benemeriti e dei patrioti un’altra cosa che mi ha molto colpito è che il loro numero -io so grosso modo i dati del Piemonte- è inferiore a quello dei partigiani. Il che è inverosimile perché se in un esercito normale la proporzione fra gli addetti al supporto dei combattenti e i combattenti stessi è di 1 a 7, in una guerra civile di liberazione è sicuramente maggiore. Anche qui un bel paradosso: per 100.000 partigiani avrebbero dovuto esserci almeno 700.000 aiutatori. Gli aiutatori per lo più erano persone non legate ad organizzazioni politiche che lo facevano in modo non strutturato e a anche per questo non furono considerati. Così, invece di dare loro ancora più valore perché senza l’aiuto di una ideologia politica avevano ugualmente agito, sono stati cancellati. In alcune regioni addirittura non hanno accettato la categoria di benemeriti. In Piemonte l’hanno tenuta anche per via delle donne.
Non è solo il problema del militarismo: ritornano questi grandi stereotipi del difficile rapporto tra donna e politica, della quasi incompatibilità tra donne e politica. Molte delle azioni di resistenza civile fatte dalle donne avvenivano nella famiglia, per esempio, nel caso volessero prendere il figlio per il servizio di lavoro obbligatorio. La famiglia rendeva possibili e necessarie quelle azioni, ma nello stesso tempo occultava le donne perché, appunto, diventava protagonista al posto loro.
Così l’opera delle donne, anche nella resistenza civile, rischia di essere intesa come prolungamento del ruolo naturale di madre, proprio perché lo fanno per i figli, per il vicino di casa, sempre in un piccolo reticolo. Le donne hanno forse questa caratteristica di rivolgersi al vicino oppure al lontanissimo, come il prigioniero paracadutato, quello evaso dal campo di concentramento, magari uno straniero. Passano dal piccolo piccolo al lontano ed hanno pochi rapporti con il livello intermedio dell’organizzazione politica.
L’immagine di donna universalmente accettata è appunto quella della madre, dell’Agnese, dite voi nel libro. La stessa giovane donna partigiana è a un passo dal sospetto di essere di facili costumi. Nella realtà cosa stava succedendo?
Credo che all’interno della Resistenza ci fossero situazioni paritarie. Miram Mafai racconta cose molto belle di come le giovani ragazze fossero valorizzate.
Ma intanto questo era generalizzato? Non è significativo che il romanzo simbolo sulle donne nella Resistenza sia l’Agnese va a morire? Che io sappia non c’è un romanzo dove ci sia una bella, conturbante giovane donna che fa la partigiana, faccia l’amore; ci sono solo sorelle, spose e madri. Pavone dice che Agnese sembra una perpetua. D’altra parte già in Agnese la ragazza giovane è cattivissima e sta coi tedeschi. E anche in Roma città aperta la ragazza bella è cocainomane, mezza matta, traditrice e, certo, anche Anna Magnani è bella, però è un altro tipo di bellezza, da madre appunto. E poi la ragazza non si sa neanche se muore o no, non c’è neanche la morte, svanisce, sviene, resta lì con la sua pelliccia che le viene tolta, mentre l’altra fa una morte grandiosa.
Penso che per le donne allora dovesse essere difficile orientarsi perché, da un lato, c’era tutta questa retorica del materno e film come questi e poi, contemporaneamente, c’era Via col vento con una Rossella che ne fa di tutti i colori e che è ben poco materna. Comparivano le prime dark ladies, che morivano quasi sempre anche loro, però erano già ben trasgressive e poi c’erano i film americani con le ragazze che lavoravano e vivevano da sole: c’erano tanti messaggi da non capirci più niente o forse da poter scegliere di più, non so.
Contemporaneamente, dal ’47 al ’49, avveniva il grande battage mariano esploso con la Madonna Pellegrina che viaggiò in 95 diocesi su 296, su un territorio con 22 milioni di abitanti, e non fu solo un’operazione da 18 aprile ’48, ma un’operazione di grande respiro per le donne: era fatto tutto con una scenografia molto accorta, di sera, con le luci, con i riti, i canti, in cui si valorizzava molto il ruolo delle donne con discorsi rivolti a loro, con una bambina vestita di bianco che baciava la Madonna, e le donne, in quanto madri, erano presentate come l’unica mediazione attraverso la quale si salvava l’uomo e quindi l’umanità. Era un modello forte, oblativo certo, però un modello di potenza, di prestigio. E questo riguardava sia le cosiddette donne comuni sia le dirigenti dell’Azione Cattolica che erano donne acculturate, quasi manager. E anche questo è un particolare importante: in quegli anni l’Azione Cattolica aveva tirato su una leva di dirigenti nell’ordine di centinaia o migliaia di donne giovani che facevano scuola di formazione culturale, autocoscienza, terapia collettiva, che imparavano a parlare in pubblico. E la Madonna pellegrina opera il suo fascino su tutte queste donne tant’è che una delle massime dirigenti della Gioventù Cattolica chiede l’onore di portarla. Quindi era un richiamo per le donne non poco potente. Insomma, accanto a Roma città aperta c’era una varietà di modelli in contraddizione fra di loro.
Tornando alla questione della resistenza civile, perché se ne è parlato così poco?
A parte quello che già abbiamo detto, e a parte l’azione importante di qualche storico non-violento, c’è stato il problema che la gente non le spiega molto queste cose, dice che era normale farlo, e anch’io, tutto sommato, credo che su queste cose qui non ci sia tantissimo da spiegare, o le capisci o non le capisci. Forse sono cose così vitali, che non c’è da costruire sopra delle grandi teorie, vanno capite, raccontate e basta.
Hannah Arendt dice che nelle situazioni di grande emergenza, di crollo di valori, non conta tanto il fatto che tu abbia un codice forte e che lo rispetti, ma il fatto che tu percepisca l’eccezionalità, che ti adatti a quell’eccezionalità e che adatti i tuoi criteri di azione a questa eccezionalità.
E questo è legato proprio alla persona, non a determinati ceti sociali o gruppi culturali, proprio al modo in cui reagiscono i singoli.
Una partigiana mi ha raccontato di come una donna contadina delle Langhe ha usato i tabù connessi alla femminilità per salvarsi e salvare altri. E’ una cosa anche da ridere... I partigiani, dei ragazzini, mentre era in corso un rastrellamento, le avevano nascosto le armi nella paglia della stalla e poi erano andati via. Lei, non potendo né impedire ai tedeschi di entrare né toglierle, cosa ha fatto? Quando ha visto che si affacciavano sull’aia i tedeschi si è messa a fare la pipì sul posto in cui c’erano le armi, e, fingendosi indignata che loro la stavano guardando, li ha scacciati.
Questa è genialità. Pensa alla rapidità, alla capacità di pensare: “sono una donna per cui ho diritto alla privacy quando faccio la pipì, a questo punto lo uso e li tengo fuori, è mio diritto di tenerli fuori così non trovano le armi...”. Questo io lo trovo assolutamente ammirevole. A me non sarebbe mai venuto in mente, avrei magari fatto qualcosa di eroico-esibizionista e sarei morta; invece lei fa la cosa giusta al momento giusto e vive. Evita anche che dalle armi si risalga ai partigiani.
Mi inorgoglisce questa storia, questo uso così intelligente del pudore abitualmente riconosciuto come diritto delle donne. Me lo ha raccontato Lucia Testori che era una partigiana e ogni volta che la incontro, saltano fuori pezzi di racconto di queste forme di resistenza.