Possiamo partire da un particolare anche curioso, quel suo scarso attaccamento ai libri come oggetti materiali…
Fra le altre cose sapute a posteriori, un’amica comune mi ha detto che Grazia destinava molti dei suoi libri ai carcerati di San Vittore. E poi ne regalava continuamente, a amici e conoscenti. Molti erano libri mandati da editori e autori che lei non aveva né tempo né voglia di leggere; per tacere del problema dello spazio, che ci affligge tutti... Ma Grazia si disfaceva volentieri anche dei libri che aveva letto con interesse e dei quali aveva scritto... Ricordo ancora che eravamo rimasti colpiti, per averlo letto in non so più quale testo, da come Marx trattava i libri di cui si serviva: li smembrava, li faceva a pezzi, conservando solo le pagine che gli interessavano, e buttando il resto. Io ero rimasto un po’ orripilato, mentre Grazia si era divertita moltissimo, dichiarandosi perfettamente d’accordo con Marx. Riteneva che i libri sono solo degli strumenti e come tali devono esser trattati, senza diventare oggetti di culto. Io invece il culto dei libri l’ho avuto, assai forte, e un po’, anche se molto meno, ce l’ho ancora.
Più in generale, Grazia non aveva alcun attaccamento alle cose. Tutti, chi più chi meno, ci curiamo del luogo dove abitiamo e lavoriamo, stabilendo anche rapporti affettivi con qualche oggetto, mobile, soprammobile, un orologio, una pianta, un fiore, un quadro, un gioiello, un amuleto, a prescindere dal loro valore venale. Lei no, in questo era di una laicità assoluta. Ricordo la casa di Milano dove aveva abitato fino ai primi anni Ottanta, in via Fiori Chiari, zona Brera: un appartamentino disadorno, tenuto malissimo... Unico tocco personale, due stampine da pochi soldi, i ritratti di Lenin e Kafka. E non credo che se li fosse comprati lei, erano quasi certamente regali di amici. Che lei aveva onorato, riconoscendo nei due personaggi due polarità, due tensioni che entrambe le appartenevano. La letteratura e la politica. L’azione e l’angoscia dell’impotenza... Ma se ricordo così bene quei due ritratti, è proprio perché non c’era altro nella casa che fosse degno di nota.
La sua vita si risolveva pienamente nella dimensione del presente. Del futuro -del suo personale futuro- non si curava. Ignoro se si sia mai preoccupata di maturare una pensione, qualche forma di garanzia. Diceva: "E’ inutile preoccuparsi del futuro che non c’è, quando verrà vedremo".
Non me la vedo risparmiare, investire. Non che dissipasse, beninteso, ha sempre vissuto modestamente, aveva scarsi bisogni. Ma non concepiva la preoccupazione, che è di tutti e che in molti arriva all’angoscia, per l’invecchiamento, la malattia, la perdita del lavoro.
Era anche negata per le cose pratiche, nessuna manualità. Se c’era da piantare un chiodo, credo ricorresse all’aiuto di un amico. Non guidava l’auto, non aveva neanche la bicicletta (anche se, immagino, l’avrà pur praticata da ragazza). Detestava lo sport. Non parliamo poi delle questioni burocratiche: pagare una bolletta, riscuotere un assegno erano cose che la mandavano in crisi. Una specie di blocco che in parte era riuscita a superare, col tempo, grazie all’aiuto e al consiglio dei suoi molti amici. Alla fine un conto in banca aveva dovuto aprirlo, ma erano pratiche che le restavano fondamentalmente ostiche. Il contratto d’affitto dell’appartamento a Brera dove ha abitato tanti anni era intestato a me, perché l’idea di leggersi e firmare delle scartoffie la disturbava. Per pagare l’affitto e le varie bollette s’affidava al portinaio, gli dava i soldi (e una buona mancia) e ci pensava lui ad andare in banca, alla Sip, all’Enel ecc. Ma questa sua profonda ripugnanza per questo genere di cose non le impediva di battersi, e con successo, con gli editori per ottenere un buon contratto e un buon acconto a favore degli autori che proteggeva. Il suo aiuto agli scrittori che considerava buoni, interessanti o anche solo promettenti, non si limitava all’editing, si impegnava per farli pubblicare e alle migliori condizioni, e poi per farli recensire...
Se tu dovessi immaginare per Grazia un’"antologia personale", sul tipo di quell’autobiografia attraverso pagine di autori letti (vedi il libro di Mengaldo uscito recentemente da Bollati Boringhieri), che autori ti verrebbero in mente?
Credo che se gliel’avessero proposta, ne sarebbe stata tentata, incuriosita. Ma è difficile farlo per un altro. E tanto più per Grazia, lettrice onnivora e fervorosissima, "viziosa" quant’altri mai nel senso del vice impuni, la lecture. Bisognerebbe sapere le sue letture degli anni di liceo, quando non la conoscevo ancora, che sono poi quelle più profondamente formative. Comunque ritengo che un autore fondamentale sia stato Dostoevskij, e si arrabbiava con chi lo giudicava reazionario: a dispetto delle idee dell’uomo Dostoevskij, l’opera era rivoluzionaria. E aveva ragione. Ne aveva avuto una significativa conferma anche da Maria Regis, l’animatrice delle Edizioni Oriente, che confessava di essere diventata comunista (comunista attiva, militante) proprio dopo aver letto Dostoevskij tra la fine degli anni Trenta e i primi Quaranta. Sì, credo che Dostoevskij sia stato il suo primo grande amore. Non la convertì subito al comunismo, come Maria Regis, ma nutrì potentemente il suo spirito di rivolta, il suo odio per l’ipocrisia, l’opportunismo, la viltà, il suo bisogno di libertà e verità. Altro grande incontro, Kafka, di cui ho già fatto cenno. In questo era decisamente anti-lukacsiana.
Negli anni ’50-60 erano di moda quei giochetti culturali, quegli aut aut tipo: Tolstoj o Dostoevskij? Kafka o Mann? Joyce o Proust? Io li ho sempre trovati fastidiosi, non accettavo di dover scegliere tra questo e quello, preferivo tenermeli tutti. Grazia invece non aveva dubbi: Dostoevskij e Kafka. Pur apprezzando moltissimo Tolstoj e Mann. Due autori fondamentali per la nostra generazione negli anni ’50 furono Sartre e Camus. Il nostro marxismo nasceva sulla base di quello che allora si chiamava esistenzialismo.
Su un piano strettamente letterario, penso che Grazia apprezzasse più Camus, il primo Camus, quello dello Straniero, di Caligola, del Malinteso. Poi ci fu la famosa rottura, e Grazia, come quasi tutti, optò decisamente per Sartre. Non solo per la sua opera filosofica e letteraria, ma anche e soprattutto forse per la sua figura di grande maestro senza cattedra, sempre al centro del dibattito culturale e dello scontro politico, punto di riferimento fisso, e ancora per il suo stile di vita libero, spregiudicato, la sua disponibilità al rischio, a spendersi senza risparmio, sempre. Alla lunga, confesso, a me era venuto un po’ a noia, proprio per questa presenza costante, per questo suo prender posizione sempre e su tutto: "tacesse, qualche volta!" mi scappava di dire. Grazia invece credo che l’abbia sempre ammirato e amato in toto, fino alla fine. Un tratto molto forte del suo carattere era la fedeltà. Per esempio, ha sempre conservato una viva stima e simpatia per Moravia, nonostante non apprezzasse gli ultimi romanzi (forse anche aveva smesso di leggerlo): colui che aveva saputo scrivere Gli indifferenti, Agostino, La disubbidienza ecc. meritava rispetto e riconoscenza per sempre.

Non vorrei però dare l’impressione che Grazia amasse solo gli scrittori eccessivi, estremisti... Tra i suoi autori prediletti c’era Cechov, e tra i poeti Sereni... Ma tornando a ciò che si diceva all’inizio, l’elenco sarebbe davvero troppo lungo e complicato, per una lettrice come Grazia che s’è nutrita di libri per tutta la vita... Occorre aggiungere che il suo interesse per gli scrittori non si limitava all’opera, ma si estendeva alla biografia, alla psicologia, ai loro rapporti con la famiglia, l’ambiente intellettuale, le vicende politiche. Leggeva volentieri gli epistolari, i diari, le testimonianze. Non a caso tra i critici che ammirava c’era Edmund Wilson.
Tu eri sicuramente l’amico più antico di Grazia. Come vi eravate conosciuti?
L’ho conosciuta nella seconda metà degli anni ’50 e siamo entrati rapidamente in un rapporto di confidenza, amicizia, collaborazione. Grazia aveva vent’anni ed era iscritta al secondo o terzo anno di filosofia a Milano, che allora era una bella facoltà, forse c’era ancora Banfi, c’erano Paci, Umberto Segre, Dal Pra, Geymonat, per dire i primi nomi che mi vengono in mente. Io avevo qualche anno di più, e insieme ad altri costituimmo a Piacenza un circolo, Incontri di cultura, nel quale Grazia rappresentava il gruppo dei più giovani, tra cui anche due miei fratelli, Alberto e Marco. Per tre o quattro anni organizzammo, con un certo successo, conferenze-dibattiti facendo venire intellettuali tra i più noti per parlare di argomenti che a noi premevano particolarmente. Organizzavamo anche proiezioni di film e mostre. Venne Fortini, con cui si stabiIì un rapporto che doveva diventare decisivo, Ernesto De Martino, Enzo Paci, Danilo Dolci, Carlo Bo ecc. ecc., per dire come ci animasse una notevole apertura che andava dal cattolicismo problematico al marxismo.
Poi, un po’ per naturale usura, un po’ perché la condizione dello studente non è permanente, subentrano il lavoro, magari il matrimonio, il trasferimento ecc., il circolo finì. Ma anche perché in Grazia e me nacque l’idea della rivista, per non essere più solo degli organizzatori, dei mediatori, ma per dire qualcosa in proprio. Ci sentivamo maturi per tentare qualcosa di più importante. C’erano anche le nostre ambizioni personali. Del resto, ambizioni e doveri sono sempre abbastanza intrecciati.
Nelle intenzioni originarie Quaderni piacentini doveva occuparsi anche di problemi cittadini, ma abbastanza presto perse ogni connotazione localistica per diventare una rivista nazionale. Il passaggio non fu del tutto indolore: alcuni del gruppo, tra cui anche mio fratello Alberto che faceva il sindacalista a Piacenza (prima di spostarsi a Roma e poi a Milano), protestarono contro questa tendenza ad abbandonare i problemi della città, ma prevalse la volontà di Grazia e mia di dare alla rivista quella fisionomia che ha poi mantenuto per vent’anni.
Avevamo capito, anche dai contatti subito stabiliti con i Quaderni rossi di Torino, con Fortini e altri intellettuali, che la rivista poteva essere uno strumento di coagulo di quel marxismo critico che dopo l’esperienza di Ragionamenti (’55-57), si era alquanto disperso. Erano gli anni di avvio del centro-sinistra, c’era il boom economico, l’Italia stava cambiando faccia, e occorreva non lasciare l’opera di revisione del marxismo solo ai liquidatori più o meno opportunisti. A livello internazionale, la guerra d’Algeria e l’avvento di De Gaulle erano stati avvenimenti di fortissimo impatto non solo per la Francia. C’era il Vietnam, la decolonizzazione in Africa, la nuova sinistra americana, la rivoluzione cubana. Erano anni drammatici e fervidi, leggevamo molto anche la stampa estera, soprattutto francese, ci documentavamo.
Per alcuni anni abbiamo avuto un corrispondente dagli Stati Uniti. La rivista aveva un’ottica internazionale, mentre non ci hanno mai incuriosito o preoccupato i giochetti della politica di casa nostra, tipo correnti o sottocorrenti Dc... quelle cose cui l’Espresso e la Repubblica hanno sempre dedicato il massimo d’attenzione e di spazio. Abbiamo certo fatto errori, sbagliato certe ipotesi e previsioni, e preso qualche abbaglio, ma mai per mero dottrinarismo. Non ci siamo mai fatta alcuna illusione sulla capacità di autoriformarsi del sistema sovietico, e proprio per questo abbiamo investito troppo sulla Cina... In compenso, abbiamo previsto con qualche anno d’anticipo quel che sarebbe stato il ’68...

Non eravamo dottrinari né settari, ripeto, diversissimi in ciò dalla tradizione minoritaria della sinistra (bordighiani, anarchici, trotskisti, leninisti, maoisti ecc.). Seguivamo anche riviste italiane come Nuovi argomenti, Comunità, Il Mulino, Tempo presente di orientamento assai diverso dal nostro. Su Tempo presente scrivevano Silone e Chiaromonte, che per il Pci erano dei rinnegati, né più né meno, ma nessuno può accusarci di esserci mai minimamente accodati a questo tipo di giudizio, anzi pregiudizio, nemmeno nei nostri momenti più estremistici. Grazia aveva un’altissima opinione di Chiaromonte saggista politico e critico teatrale.
Orwell, non lo abbiamo mai considerato uno scrittore da mettere semplicemente nel fronte anti-comunista. E perfino di un Céline, finito fascista e razzista, sapevamo distinguere i suoi esiti politici dall’eccezionale importanza della sua opera letteraria. Non abbiamo mai cessato di essere problematici. Il nostro marxismo non era una corazza, e faceva acqua da molte parti. Confesso che questo lo sentivo come un difetto, che cercavo anche di mascherare, dopo mi sono accorto che era stato un grande vantaggio...
Ma abbastanza presto voi due smettete quasi di scrivere sulla rivista.
Non vorrei fare qui la storia dei Quaderni piacentini, ma siccome si parla di Grazia, diciamo che nei primi due anni lei ha scritto, e molto bene, con quel suo stile vivace, pungente, polemico (che ha ritrovato intatto vent’anni dopo), poi lei decide di non scrivere più (e anch’io, se non scelgo il silenzio, come lei, diminuisco notevolmente il mio contributo). Cos’era successo? Intanto c’era stata un’aggregazione rapida di intellettuali, chi più vecchio chi più giovane di noi, tutti di notevole valore e di chiare competenze, ed essendo la nostra non una rivista di mera agitazione ma di analisi e di studio, ci sembrava ovvio che il pezzo economico lo scrivesse un economista, il pezzo storico lo storico di professione e così via. Questo da un lato. Dall’altro, c’era il problema di tenere insieme un gruppo di persone sempre più numeroso.
Tutte persone intelligenti e spesso legate anche da sincera amicizia, ma tenerle unite e farle produrre, è un altro conto.
Il ruolo di chi dirige l’impresa, e deve governare e comporre tensioni e contrasti (che non mancano mai, e non mancarono neanche nella nostra rivista), non è uno scherzo. Dove questo ruolo non sia coperto o sia carente, l’impresa fallisce. In questo compito Grazia si rivelò sempre di un’eccezionale bravura. Incombevano poi tutte le questioni pratiche, materiali. L’autogestione resterà uno dei maggiori titoli d’onore della rivista, ma è costata cara in termini di impegno. Avendo l’ambizione e l’orgoglio di gestire in toto la rivista, dalla programmazione degli articoli alla correzione delle bozze, dalla stampa alle spedizioni a abbonati e librerie, per non parlare della contabilità, il lavoro era a tempo pieno. In quegli anni si parlava molto di militanza. Io andavo molto meno di altri a distribuire volantini davanti ai cancelli delle fabbriche. Ma credo di essere stato un buon militante anch’io facendomi i calli alle mani a furia di confezionare pacchi che legavo con lo spago. E tante altre sfacchinate che avrebbero inorridito il 99% dei nostri intellettuali, anche quelli che si dicevano militanti.
Agli inizi c’era anche il problema di pagarla, la rivista. Il mio status economico allora mi permetteva di coprire le passività, in attesa di tempi migliori. Che vennero molto presto. Entro un paio d’anni la rivista raggiunse il pareggio, diventando potenzialmente attiva. Ma i nostri princìpi ci vietavano di considerare anche l’ipotesi di un profitto. Che poi non sarebbe finito nelle nostre tasche: avremmo potuto pagare l’affitto di una modesta sede, un telefono, una segretaria. Nossignore, abbiamo continuato a svolgere il lavoro nelle nostre case, senza neppure rimborsarci le spese (telefono, viaggi ecc.). Anche i collaboratori lavoravano rigorosamente gratis, compensavamo solo le traduzioni (quando non le facevamo noi). E quando le entrate superavano le uscite, pareggiavamo il conto diminuendo il prezzo di copertina, o semplicemente non adeguandolo ai costi in continua crescita, e aumentando il numero delle pagine... Tant’è che quando la rivista passò a Franco Angeli, nell’80, ci disse che eravamo dei matti, e triplicò subito le nostre tariffe. E non per guadagnarci granché, ma semplicemente per starci dentro, per pagare il lavoro redazionale e amministrativo, e continuando a non compensare i collaboratori, beninteso. Poiché ricevevamo molti libri dagli editori -anche a pagamento di pubblicità-, li distribuivamo tra i collaboratori. Questo era l’unico compenso che ricevevano. E qualche pranzo. Eravamo ospitali, questo sì. Le riunioni plenarie con 15-20 persone avvenivano raramente, un paio di volte l’anno, per la difficoltà di combinare la disponibilità di persone che stavano a Torino, Milano, Roma, Firenze, Napoli, Bologna ecc. Frequentissimi invece gli incontri a due, tre, quattro. Che finivano, o cominciavano, a tavola. John Halliday, un caro amico inglese e collaboratore di Quaderni piacentini, diceva che la nostra rivista "si fondava sui pranzi". E non aveva torto. Quanto a Grazia, non ha mai avuto un felicissimo rapporto col cibo, e credo che un po’ fingesse i piaceri della tavola, nell’interesse della rivista.
Gli amici e collaboratori venivano volentieri a Piacenza. Ma più spesso ci muovevamo noi. Presto la sede della rivista diventò di fatto Milano, dove Grazia s’era trasferita stabilmente (io preferivo fare il pendolare): a Milano vedevamo Fortini, Masi, Bologna, Salvati, Beccalli, Sereni, Giudici, Fachinelli ecc. A Torino c’era forse il gruppo più nutrito: Baranelli, Ciafaloni, Donolo, Rieser, Pianciola, Viale, i Gobetti, i Lanzardo... A Bologna vedevamo, tra gli altri, Federico Stame e Gianni Sofri. A Firenze, Timpanaro. A Roma, Cases (prima che venisse a Pavia e poi a Torino), Jervis, Vittorio e Lisa Foa, Elsa Morante...
Col tempo io mi sono sempre più dedicato al lavoro amministrativo: gli abbonati, le librerie, le fatturazioni ecc. Faccende noiose, ma tutto sommato preferibili al lavoro di stimolo della produttività dei collaboratori, dove invece Grazia eccelleva. E l’ha dimostrato anche nella seconda parte della sua vita.
Elsa Morante era legata all’esperienza dei Quaderni piacentini?
Tra gli scrittori di primissimo rango, Elsa Morante è stata certamente quella che ha meglio capito l’importanza e l’originalità di un’esperienza come la nostra, cogliendo anche lo spessore etico e la scelta di vita su cui la rivista si basava. Era una lettrice puntuale, acuta, attentissima, ricordo discussioni molto animate su questo o quell’articolo. Ne era nata una vera amicizia e negli anni Settanta ci si vedeva spesso, a Roma, a Milano. La rivista era letta e apprezzata da molti scrittori e intellettuali, ma da nessuno, ripeto, più acutamente e profondamente della Morante.
L’amicizia per Grazia era un valore fondamentale?
Lo è sempre stato, ch’io ricordi, fin da quando aveva vent’anni o poco più. Poi, avendo scelto di non farsi una famiglia propria, lo è diventato sempre di più. Aveva avuto diverse occasioni di sposarsi, ma la tendenza opposta è stata più forte. La sua è stata una scelta consapevole, determinata e almeno apparentemente senza rimpianti. Quindi la sua famiglia diventavano gli amici, sui quali riversava tutta quell’attenzione, quell’affetto, quella protezione che di regola viene investita nell’ambito famigliare, sul coniuge, i figli, i nipoti. Sulla famiglia in genere bisognerebbe dire cose abbastanza severe. Penso che finisca per sottrarre troppe energie, che si traduca in un impoverimento, nelle dimissioni da responsabilità più ampie, in quella che don Milani chiamava "avarizia". Certo, l’ideale sarebbe di esser capaci di esercitare il proprio ruolo nell’ambito della famiglia senza sottrarsi alle responsabilità sociali e senza uccidere le amicizie. Ma non ci si riesce quasi mai.
Non c’è dubbio che Grazia investisse moltissimo, anche affettivamente, nei rapporti che intratteneva con tanti amici. Però per lei l’amicizia doveva essere qualcosa di attivo. Per lei il meglio dell’amicizia, oltre lo scambio intellettuale, era il lavoro comune: doveva esserci uno scopo e lo scopo era che le persone con cui aveva rapporto si realizzassero. Frequentando lei soprattutto scrittori e intellettuali, era abbastanza ovvio che i frutti dell’amicizia fossero spesso dei libri.
Da quindici anni lavorava, oltre che in editoria, nei giornali, soprattutto l’Unità, circondata dalla stima e dall’amicizia di tutti. E tuttavia aveva nostalgia di una rivista, se non proprio autogestita, dotata di una forte autonomia. E mi pare che un progetto del genere (un settimanale) fosse stato un anno fa molto vicino a realizzarsi, e non so per quali motivi non se ne fece niente.
Dopo Quaderni piacentini m’era passata la voglia di impegnarmi in un’impresa collettiva, e non a caso Diario è una rivista a due, e ti dirò che prima di parlarne ad Alfonso (che si associò) ero deciso a farla da solo. Per Grazia questo non aveva senso, era certamente più ’’politica" di me. Lei voleva coinvolgere delle persone, formare un team, una squadra. Questa occasione non s’è data, ma se avesse avuto la fortuna di vivere più a lungo, avrebbe quasi sicuramente finito per realizzarla. E avrebbe dato un contributo straordinario, su questo non c’è dubbio, perché era integra. L’età cambia quasi tutti, e non in meglio, ma lei era rimasta ancora ottimista e piena di voglia di fare. Non era cambiata.
Era ancora animata dall’ottimismo e dal volontarismo dei Quaderni?
Se c’era qualche motivo di speranza, nelle persone e nelle situazioni, lei tendeva a coglierlo. Era ottimismo della volontà, non illusione. Era sempre una persona molto lucida, molto realistica, sapeva cosa ci si poteva aspettare dalle persone, aveva conosciuto la delusione e ne aveva fatto tesoro. Conosceva bene i limiti, e il tributo di zavorra che bisogna pagare, il che invece di scoraggiare deve convincere a dare di più. Ciò che lei puntualmente faceva.
Anche l’ultima fase della sua vita ce la mostra quale era sempre stata. Ha utilizzato anche le ultime ore per tentare di portare a termine quel che stava facendo. Amici che l’hanno assistita mi hanno riferito che era preoccupata di non riuscire a rispettare certe scadenze. La vita, pensava, va spesa secondo quello che è il proprio istinto, la propria etica e il destino che si è scelto, a prescindere dal fatto che ce ne resti molta, poca, pochissima. E lei sapeva bene di essere alla fine. E tuttavia non ha cambiato nulla delle sue abitudini e del suo stile.
Anche il non far sapere nulla delle proprie condizioni di salute, anche questo è molto suo. Pochissimi erano stati messi al corrente, ma anche loro molto tardi. E questi pochissimi li aveva scelti, mi sembra, tra persone singole, per non disturbare altri che avevano impegni e responsabilità di famiglia. Non voleva disturbare nessuno, anche se tanti sarebbero stati ben lieti di dare una mano quando si era ancora in tempo a salvarla.
Ognuno, dopo la morte, ha pensato all’ultima volta in cui l’aveva vista. Io l’avevo vista a fine marzo, e mi aveva rimproverato di essermi disinteressato dell’uscita del mio libro. Più precisamente mi rimproverava di non averla incaricata di occuparsi lei del "lancio", vale a dire di chiedere a questo piuttosto che a quello presso quel tal giornale di fare la recensione. Io m’ero perfino un po’ scocciato del suo zelo, ancorché a mio esclusivo vantaggio. E questo rimprovero me lo faceva, l’ho ricostruito dopo, pressapoco negli stessi giorni in cui stava per subire o aveva appena subito l’intervento chirurgico, tra una chemioterapia e l’altra.
Poi l’avevo vista ancora, l’ultima volta, a fine giugno, a pranzo da un comune amico, e lei era allegra e vivace anche più del solito. L’amico mi ha poi detto che quello stesso giorno, al mattino, un paio d’ore prima, lei aveva avuto il risultato dell’analisi da cui risultava che il fegato era saturo di metastasi. Aveva in tasca la sentenza di morte ed era lì allegra e tranquilla, non per recitare la commedia, ma per vivere la sua vita di sempre...
Sapere di aver davanti un tempo molto limitato, la considero la cosa peggiore che possa capitare a una persona. Sapere che di lì ad un anno, alcuni mesi, e forse meno, l’avventura finisce. Io penso che in una situazione del genere cadrei in uno stato di grave depressione e confusione.
In Grazia invece, a detta di coloro che le sono stati vicini, questa tragica consapevolezza non ha modificato in nulla la sua esistenza. Ha continuato a fare tutto quello che faceva prima, e a un prezzo altissimo, perché aveva sempre meno forza, doveva sottoporsi alle cure, non riusciva più a nutrirsi. Ma se non la quantità, la qualità del lavoro è rimasta quella, eccellente, di sempre. Stringendo coi denti l’ultimo fiato di vita che le rimaneva.
E senza cercare la compassione di nessuno, meno che mai la sua.