André Glucksmann, filosofo francese, ha recentemente pubblicato il libro dal titolo De Gaulle où es-tu?, ed. JCL., Parigi '95.

Perché secondo lei sulla Bosnia non c’è stata in Europa una mobilitazione dell’opinione pubblica, e degli intellettuali, adeguata a ciò che stava succedendo?
Non mitizzerei più di tanto la mobilitazione dell’opinione pubblica internazionale perché avviene sempre in ritardo ed è in genere estremamente contraddittoria. Credo sia giusta la frase di De Gaulle: "Gli incendiari sono sempre in vantaggio sui pompieri”. La Bosnia, da questo punto di vista, non fa eccezione.
Riguardo agli intellettuali francesi che passano per essersi mobilitati più e prima degli altri, noto innanzitutto che a impegnarsi sono stati pochi, il che, d’altronde, non è una novità. La mobilitazione degli intellettuali francesi contro la guerra d’Algeria si ridusse al Manifesto dei 121, un numero molto esiguo se rapportato al complesso di giornalisti, professori e scrittori francesi dell’epoca. In secondo luogo la mobilitazione è stata contraddittoria: se prendiamo le riviste di sinistra o di intellettuali francesi vediamo cheLes Temps Modernes parteggia per la vecchia Jugoslavia e passa il tempo a rimpiangerne la scomparsa, Le Messager Europeen, di Finkelkraut, è filo-croata, che La règle du jeu di Bernard Henri-Levy è filo-bosniaca, che Esprit, la rivista dei cristiani di sinistra, è filo-Kossovo. Quanto a me pur essendo stato fin dall’inizio contro l’aggressore, cioè l’esercito serbo, sono stato accusato di simpatie filoserbe daLe Monde solo per essere intervenuto in difesa di Vuk Draskovic, massacrato dalla polizia di Milosevic. Il che mi sembra folle.
Certamente la difficoltà a pensare, a capire ciò che avveniva in Bosnia, ha costituito un freno particolare. Secondo me l’errore è stato quello di cercare "i buoni”, della gente, cioè, che si comportasse magnificamente e incarnasse gli ideali, mentre si trattava, più semplicemente, di schierarsi contro qualcuno, contro un nemico, anche se la propria parte non era perfetta. E questo nemico era molto preciso e individuabile in ciò che i dissidenti russi chiamavano "fascismo rosso-bruno”: una sorta di mix fra tradizioni staliniste (deportare le popolazioni, cambiare le frontiere a colpi di cannone, distruggere le città) e impulsi hitleriani (il razzismo, l’etnocidio, la purificazione etnica). Bastava concentrarsi lì senza aver bisogno di idealizzare oltre misura il cosmopolitismo di Sarajevo o la piccola nazione europea croata che, per natura, sarebbe tanto migliore della nazione serba. E' stato un idealismo inutile che ha provocato tante discussioni non meno inutili.
Purtroppo questa incapacità a concentrarsi contro il nemico non è stata una caratteristica solo degli intellettuali francesi ma anche degli intellettuali ex jugoslavi, incapaci di costituire una piattaforma coerentemente antifascista. Gli sforzi fatti a Belgrado, a Zagabria, a Sarajevo, e anche in Kossovo perché tutte le opposizioni democratiche si unissero in una specie di congresso che avrebbe potuto riunirsi a Parigi, non hanno avuto seguito. E dico Belgrado perché evidentemente c’erano tanti serbi di orientamento democratico. Io stesso ho partecipato a dei meeting di 100 mila persone di fronte al Parlamento di Belgrado in cui ho denunciato Milosevic come criminale di guerra, e si era ancora nel primo anno di guerra. Quindi, la possibilità di far di più c’era.
L'altra grande debolezza è stata quella di non riconoscere un fenomeno che è enorme, mondiale, planetario: la terza ondata fascista di questo secolo. Dopo l’ondata nera che ha avuto il suo punto culminante nel nazismo, dopo l’ondata fascista rossa, non ancora completamente rifluita visto che la Cina non è propriamente una democrazia, oggi ci troviamo di fronte all’ondata fondamentalista. E’ un fascismo difficile da riconoscere perché come un proteo ha una grandissima capacità di trasformarsi, di fluttuare, di rendersi invisibile. E' un fascismo che riesce a  non assomigliare ai suoi grandi fratelli nazista e comunista, che cambia molto facilmente le sue bandiere, che può rifarsi alla religione, come in Iran, Algeria e Pakistan o a un certo nazionalismo o iper-nazionalismo, come il grande-serbismo e il panslavismo.
E' un fascismo che ha una particolarità del tutto originale: praticare il terrorismo prima della presa del potere. Tutti i totalitarismi precedenti sono riusciti a raggruppare, a mobilitare, una buona parte del ...[continua]

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