"Socialismo e fascismo"
 di Giustizia e libertà

Umano: Hai ragione di lottare contro il fascismo. Il fascismo nega ciò che di più nobile ha l’uomo: la ragione, l’autonomia morale, la responsabilità. Ma dimmi: in nome di quale principio tu lotti contro il fascismo?
Sociale: In nome del socialismo.
U.: Grande principio. Ma spiegati meglio, perché di socialismi ne esistono tanti: democratico, dittatoriale, cristiano, liberale.
Proprio in questi giorni è apparso un libro di un non volgare scrittore intitolato: socialismo fascista. Tu sai che v’è chi sostiene che il fascismo sia il socialismo applicato a uso dei paesi occidentali.
S.: Falso. Il fascismo è la dittatura della classe capitalistica. Ora il socialismo, indipendentemente da ogni scuola e dottrina, vuole una società senza classi, di liberi e di eguali, dove i mezzi di produzione e di scambio siano nelle mani della collettività.
U.: La differenza in verità è enorme. Tuttavia tra il socialismo, almeno così come lo si è concepito e predicato sinora, e il fascismo, sussistono alcuni punti di contatto e talune somiglianze che indeboliscono il socialismo nella sua lotta.
S.: Quali?
U.: Lo scarso valore riconosciuto alla persona. Il concetto negativo o esterno della libertà. La statolatria. La dittatura.
S.: Ti ho detto che la società socialista sarà una società di uomini liberi e di eguali.
U.: Già. Ma voi parlate sempre di società, di uomini, e mai dell’uomo. All’uomo concreto, in carne e ossa, avete sostituito un uomo medio, un uomo sociale, che sarà rispettato nella misura in cui si conformerà allo schema.
S.: Non siamo anarchici, ma socialisti. Noi guardiamo alle grandi masse.
U.: La massa non è una persona. Si scompone in una serie di uomini. Il problema non è di assicurare una giustizia e una libertà alla massa in generale, ma una giustizia e una libertà all’uomo, a ogni uomo in particolare.
S.: È lo stesso.
U.: Non è. Perché nell’un caso si prende come misura un astratto uomo sociale, che non esiste, o che esiste nella testa dei dittatori e dei facitori di piani; mentre nell’altro si prende come misura l’uomo concreto nella realtà dei suoi rapporti, così come vive effettivamente nella fabbrica, nella famiglia, nella città.
S.: Quel che è vero per tutti gli uomini è vero per il singolo uomo. L’uomo non sarà libero che in una società socialista.
U.: Non sarà; potrà esser libero.
S.: No, sarà libero. Perché, abolite le differenze di classe e le oppressioni economiche, ogni uomo diventerà libero.
U.: Ecco dove si nasconde il secondo errore. Il fascismo fa discendere la libertà del cittadino dallo Stato. Solo entro lo Stato, dice il fascismo, solo identificando la propria volontà con quella dello Stato -cioè del tiranno- il cittadino può essere libero.
Il socialismo fa discendere la libertà dalla condizione economica.
S.: Sicuro: un uomo che muore di fame, che è sfruttato, non può essere libero.
U.: Vero. Ma tu confondi l’essenza della libertà -che è autonomia irriducibile della persona- con le condizioni necessarie al suo sviluppo.
Non è detto che un uomo, sol perché ricco, o tutti gli uomini, sol perché vivono in regime di eguaglianza, siano liberi. Se il nostro modo di essere dipende dalla sottostante struttura economica, anche nella società socialista non saremo liberi.
S.: Perché?
U.: Perché saremo liberi di vivere in quell’unico modo che la sottostante struttura economica consentirà. Cioè non saremo mai liberi. La libertà o è all’origine, nell’uomo, come fatto morale, o non è.
S.: La libertà non esiste. Esistono solo le concrete e storiche libertà di classe. Oggi la libertà borghese. Domani la libertà socialista.
U.: Ecco dove fascisteggi. Questa frase mi ricorda Mussolini che diceva agli oppositori: gli operai mi chiedono lavoro, strade, scuole, acquedotti, ma non mi chiedono la libertà. A forza di fare della libertà un prodotto esterno, una conseguenza del sistema economico; a forza di abbassarla al rango di valore relativo, si infiacchisce negli uomini il sentimento di autonomia e di dignità, il sentimento di libertà.
S.: Tuttavia solo i socialisti e i comunisti si battono per la libertà.
U.: Ma come ultima risorsa di una battaglia difensiva, e quasi sempre contraddicendosi, cioè esaltando la dittatura proletaria.
S.: Dittatura provvisoria per arrivare alla vera libertà.
U.: I mezzi debbono essere in armonia col fine. Con la dittatura non si arriva alla libertà.
Chi combatte la dittatura in nome della dittatura consolida il fascismo. Allo stesso modo di chi combatte lo statalismo in nome di un’altra statolatria.
S.: Il socialismo vuole eliminare lo Stato.
U.: Ma intanto lo rafforza.
Il socialismo è diverso dal fascismo, ma il fascismo sotto più di un aspetto ricorda certo vecchio socialismo. La questione oggi, prima che di organizzazione sociale, è di valori. Prima che di sistemi, di realtà.
La contrapposizione che si deve fare non è tra fascismo e comunismo, fascismo e socialismo, e tutti gli ismi sul mercato. Ma tra lo Stato, astratto, dispotico, dittatoriale, e la persona umana. Noi dobbiamo attaccare il fascismo non in nome di schemi, ma in nome dell’uomo. Il resto, cioè l’organizzazione concepita in vista non del piano ma dell’uomo segue necessariamente.
S.: Vecchia canzone. L’uomo contrapposto alla società, l’unico contro la massa.
U.: No. Quando mi senti parlare contro una certa nozione della massa, quando mi senti definire il fascismo come il più perfetto regime di massa, non vedere in me l’aristocratico sdegnoso della moltitudine. Ciò che sdegno è ogni forma di vita collettiva nella quale resti annullata, se non addirittura prostituita, l’umanità di ciascuno dei suoi componenti. Un sindacato di lavoratori liberi, un partito dove si entri liberamente, una moltitudine che resista alla prostituzione demagogica, non sono massa: sono associazioni, organizzazioni, altrettante forme di riscatto e di liberazione dalla vita amorfa, istintiva, meccanica di massa. Sono certo che verrà il giorno in cui in Italia si proverà schifo per le sagre e le sparate demagogiche.
S.: Riforma protestante?
U.: No. Riforma federalistica. Autonomie. In luogo di uno Stato centralizzato e di rapporti di soggezione, una società federazione di gruppi quanto più spontanei, liberi e ricchi di contenuto. Ogni uomo al centro di un sistema di rapporti. Ogni uomo incitato dalla organizzazione sociale a estrinsecare al massimo le sue facoltà, le sue libertà. Perché la libertà è un valore positivo, significa vita attiva della personalità.
S.: Socialismo liberale?
U.: Se vuoi... Ma le definizioni non contano.
"Giustizia e libertà”, n. 5, 1 febbraio 1935


Perché Mazzini morì in casa Rosselli?
 di Silvio Stringari

Il recente esacrando delitto di Bagnoles, ha fatto ricordare come in casa Rosselli, a Pisa, si spegnesse il 10 marzo 1872 Giuseppe Mazzini, l’Apostolo del Risorgimento.
Il fatto che Mazzini passasse gli ultimi giorni della sua tormentosa vita presso una famiglia amica, dove era ospite sotto un falso nome inglese, anziché presso la sorella Antonietta, nella sua Genova, fu ripetutamente oggetto di discussioni e di opposti pareri. E siccome è una pagina di storia pressoché ignorata che si connette alla più grande figura dell’epopea nazionale italiana, non è inopportuno rievocarla sulla scorta delle memorie e dei documenti che ne assicurano l’autenticità. Gli ultimi anni della vita di Mazzini furono tristi quanto mai. Alle sofferenze morali e fisiche si aggiunsero anche dei dispiaceri familiari e proprio per parte di sua sorella Antonietta, unica superstite della sua famiglia, sorella che egli aveva sempre profondamente amata, come ne sono testimonianza le lettere dirette a lei, figuranti nell’epistolario del Maestro. Nel 1870 Mazzini sentì più che mai la nostalgia della Patria diletta. Stanco, sfinito, malato, con la sensazione certa della prossima fine, rientra in Italia, in quell’Italia che tanto doveva a lui se era assurta a Nazione libera e indipendente, cui non mancava che Roma, la legittima capitale. Ma l’indomito cospiratore faceva ancora troppa paura alle trepide autorità e, tratto in arresto a Patermo, veniva trasportato nella fortezza di Gaeta, dove si trovava in prigione quando la breccia di Porta Pia rivendicava Roma all’Italia. Beneficiato dall’amnistia politica subito promulgata, aveva pensato di portarsi nella nativa Genova a finire la sua vita tempestosa, che non aveva conosciuto tregue né pace, e ne scrisse alla sorella Antonietta, vedova Massuccone, di agiate condizioni finanziarie, pregandola di volerlo accogliere in casa sua, un bell’appartamento al num. 1 di Vico Notari. L’Antonietta, che aveva allora 76 anni, fu assai sorpresa e turbata dalla richiesta del fratello. Assai religiosa in gioventù, aveva finito col diventare schiava di una vera mania religiosa, al punto che nulla avrebbe compiuto senza prima averne chiesto e ottenuto il permesso dal suo confessore, o meglio dai suoi confessori, poiché ne aveva due: il Priore della Parrocchia di Carmini, Gerolamo Campanella, e il notissimo padre gesuita Luigi Persoglio, che fu scrittore accurato di memorie genovesi. Ricevuta la lettera del fratello Giuseppe, chiedente ospitalità, si affrettò a informare i suoi confessori, loro chiese il parere cui si sarebbe sottoposta senza discutere. E il responso fu quale era prevedibile e cioè si guardasse bene dal ricevere in casa il fratello, anima del Demonio, scomunicato. L’accoglierlo avrebbe attirato anche su di lei i fulmini della vendetta divina... a meno che egli non si fosse convertito, facendo pubblica ammenda dei suoi peccati e rinnegando quanto aveva scritto o operato contro il papato, contro il clero, contro la Romana chiesa cattolica. E la sorella Antonietta scrisse a Mazzini tutto ciò che i suoi due consiglieri -e particolarmente padre Persoglio- le avevano suggerito, invitandolo a pentirsi del suo passato, a ritornare a Dio, con una solenne pubblica conversione, che sarebbe stata di salutare esempio a tutti gli empi come lui! E per meglio raggiungere lo scopo gli rimetteva una copia delle Confessioni di  Sant’Agostino, affinché vedesse come anche quel grande peccatore si fosse a tempo convertito, ritrattando pubblicamente i suoi errori e le sue colpe.
Giuseppe Mazzini rimetteva alla sorella il libro, scrivendole che già lo conosceva e che era molto bello, ma aggiungendo che egli non aveva proprio nulla da ritrattare, né aveva bisogno di rinnegare e calpestare la sua fede e il suo passato. Suo unico desiderio -ripeteva- era di unirsi alla sorella per un’assistenza reciproca, desideroso di morire in famiglia, serenamente, sicuro della sua coscienza di non aver mai fatto male ad alcuno e libero di credere nel suo Dio, come aveva fatto liberamente sino ad allora. L’Antonietta corse a portare la risposta del fratello al gesuita, nell’ingenua illusione che questi recedesse dal consiglio dato; ma padre Persoglio fu irremovibile. E alla disgraziata non rimase che scrivere al fratello che non si sentiva assolutamente di ricevere in casa un ostinato nell’empietà, pur consolandolo esprimendogli l’augurio che Dio, nella sua infinità bontà, gli toccasse un giorno il cuore richiamandolo nel grembo della vera religione.
Mazzini rispose in termini profondamente addolorati, riaffermando la sua fede, e l’orgoglio di rimanerle fedele sino alla morte, e assicurando la sorella che, malgrado tutto, avrebbe continuato a volerle bene. E fu allora che si rifugiò a Pisa, desiderato ospite dei signori Rosselli -gli zii delle due vittime del delitto di Bagnoles- stretti parenti della famiglia Nathan, cui egli era legato da vecchia fraterna amicizia. Del soggiorno di Mazzini in casa Rosselli è cenno in uno scritto di Ferdinando Martini che così comincia:
"Una delle finestre della Scuola Normale di Pisa, a Sant’Antonio, dava verso un orticello nel quale avevo visto più volte, in mattinate assolate, passeggiare un vecchietto di mediocre statura. Fortuna volle che una sera dell’inverno 1872 uscissi dalla scuola mentre passava per quella strada, accompagnato da un servo, il vecchietto medesimo.
Nonostante la cera malaticcia, il viso macilento e non bello, c’era nella bella fisionomia di quell’uomo tanto di pensosa gravità melanconica, che mi fece impressione; e, improvvisati fra me e me i rudimenti di una biografia, dedussi che quegli era certamente un forestiero o francese o inglese; forse uno scienziato venuto a Pisa per salute. Voltò in via della Maddalena, ed entrò nella casa n. 38. Chi stava in quella casa? Non lo sapevo, e lì per lì incuriosito, mi proposi di informarmene. Qualche settimana dopo, nel ripassare per la stessa strada, m’imbattei nel medico Rossini, che stava appunto uscendo da quella casa.
-Oh! Giusto lei, dottore: chi sta al n. 38?
-I signori Rosselli.
-Ci vidi giorni fa entrare un signore smunto, bassotto; deve essere un forestiero.
-È il mio malato. Lo lascio ora: il signor Brown.
-Ah! Un inglese! Ci ho indovinato.
-Eh! no. Anch’io dal cognome credei così da principio: ma poi, praticandolo -come può essere inglese- pensai -se parla l’italiano meglio di me? … Difatti, accortosi della mia incredulità, fu lui a dirmi, senza che io mi permettessi di domandarglielo, che abita da quarant’anni in Inghilterra, ma è italiano, di Genova.
-Lo avevo preso per un inglese e per uno scienziato.
-No, no: è un negoziante, ma ne sa più di molti scienziati: e quando comincia a parlare, si starebbe tutta la giornata a sentirlo.
-E che male ha?
-Ha sofferto nei giorni scorsi di uno spasimo esofageo, doloroso, di cui è quasi guarito: ha avuto in Svizzera, nel dicembre ultimo, una bronchite capillare ed è giù di forze: un po’ per volta si ripiglierà, spero: non so cosa darei per vederlo presto rimesso, perché è proprio una brava e simpatica persona”.
E Ferdinando Martini prosegue narrando come poche settimane dopo Pisa e l’Italia tutta si inchinassero reverenti sulla salma di quel vecchietto che solo allora seppe essere Giuseppe Mazzini. Ma ritorniamo a noi.
Allorquando ai primi di marzo la catastrofe si delineò inevitabile e prossima i signori Rosselli ne informarono la sorella e gli amici più intimi del Grande. Ma, mentre da Lugano accorrono al letto dell’Apostolo Sara Nathan con la figlia Sarina, mentre si affrettano a Pisa Aurelio Saffi e Maurizio Quadrio e Federico Campanella e Felice Dagnino e Adriano Lemmi e Agostino Bertani e altre somme figure del patriottismo italiano, la sorella Antonietta -ossequiente ancora una volta al volere dei suoi confessori- non si muove. A lei si rivolge, sin nelle ultime ore, il pensiero dell’esule, invano. Il conforto di rivedere l’ultima superstite di sua famiglia gli è negato; ed egli chiude gli occhi per sempre alle 13,30 del 10 marzo.
Antonietta Mazzini vedova Massuccone alle otto del mattino dell’undici marzo usciva dal portone di casa per recarsi alla solita messa, quando udì gli strilloni, venditori di giornali, gridare: "La morte di Mazzini” e fu presa da un tale dolore e forse anche da un tale rimorso, che cadde svenuta sulla via. Raccolta dai passanti e trasportata nel suo appartamento, dovette tenere il letto per qualche giorno e a stento poté alzarsi il 15, per trovarsi a mezzogiorno alla stazione di Porta Principe, all’arrivo della salma del fratello. Appena il feretro fu calato dal vagone, l’Antonietta lo baciò fra la commozione della folla. Riaccompagnata da Sara e da Sarina Nathan in casa sua, si rammaricava di non essere accorsa al letto del morente, per un ultimo tentativo di... riconciliarlo con Dio! Anche in quell’ora tragica l’ossessione religiosa predominava in lei! Negli ultimi anni di sua vita però, soleva farsi leggere spesso le lettere del fratello, quasi cercando in esse una attenuazione al dolore costante per il rimorso di averlo obbligato a morir lontano dalla città natale, dall’unica parente, costretto a tenere ignoto il proprio nome perfino al suo medico.
Si spense a 83 anni, nel 1883.

"Giustizia e libertà”, n. 31, 30 luglio 1937