Dijana Jukić, Muhamed Avdić, Almir Dudić e Valentina Gagić vivono a Srebrenica. Valentina, 37 anni, è presidente dell’associazione femminile Sara; Dijana è studentessa universitaria e da aprile 2010 ha attivato in città una postazione Skype per anziani che desiderano comunicare con parenti lontani; Muhamed, 30 anni, lavora presso il Comune di Srebrenica e Almir, 27 anni, presso la locale Facoltà di Giurisprudenza; assieme all’associazione Tuzlanska Amica e alla Fondazione Alexander Langer collaborano alla rete Adopt Srebrenica.

Qual è la situazione a Srebrenica oggi?
Almir. Rispondere alla domanda su come si vive oggi a Srebrenica è sempre molto difficile perché è una domanda che rimanda subito a un passato drammatico, nello specifico al genocidio. Ma riguarda anche il presente, cioè come affrontare quello che è successo e soprattutto come andare avanti.
Io sono nato nel 1983, per cui nel 1992, quando è cominciata la guerra, avevo circa dieci anni. All’epoca mia madre, mia sorella e io lasciammo Srebrenica, trascorrendo prima qualche giorno a Tuzla, poi a Zagabria, poi due anni in Slovenia, quattro anni in Germania. Abbiamo fatto vita da profughi: in Slovenia e in Croazia avevamo diritto a vitto e alloggio. In Germania, dove il sistema sociale è più generoso, c’era anche una sorta di indennità.
Solo nel 1998 siamo tornati tutti e tre in Bosnia, ma inizialmente ci siamo stabiliti a Tuzla.
Mio padre e mio nonno sono invece rimasti a Srebrenica tutto il tempo, fino al 1995. Mio padre è sopravvissuto e nel 1995 ha raggiunto Tuzla. Mio nonno è stato ucciso da qualche parte. Non si sa dove. Così è.
Venendo alla domanda, per me vivere a Srebrenica significa lavorare per il futuro di questa città, significa fare la mia parte affinché torni a essere un luogo multietnico, come era prima della guerra. Certo non è un’impresa facile anche perché le condizioni economiche sono molto critiche. Le attività produttive, come industrie e fabbriche, sono chiuse o distrutte; c’è poco lavoro, infatti in molti non sono tornati. Gli altri non ci sono più. Basterebbe un dato: nel 1995 c’erano 36.000 abitanti, oggi siamo attorno ai 10.000 ed è una stima per eccesso. Comunque si suppone che un terzo viva in città e il resto nei villaggi circostanti. E tuttavia io non conosco altro posto dove potrei e vorrei vivere. E’ la mia città.
Muhamed. E’ difficile avere statistiche precise, perché molti degli ex residenti esitano a trasferirsi definitivamente a Srebrenica, magari ci passano qualche mese d’estate, o vengono nei fine settimana, ma poi tornano a Sarajevo, a Tuzla o nelle città dove si sono sistemati in questi anni. E’ una seconda città.
Di cosa vivono oggi gli abitanti dell’area?
Almir. Nei villaggi c’è l’agricoltura, che però è quasi esclusivamente di sussistenza. E poi la pastorizia, soprattutto allevamento di ovini, capre e pecore. In città, gli anziani vivono delle loro pensioni, ma molte famiglie sopravvivono grazie alle rimesse dei parenti all’estero. Le uniche opportunità lavorative sono nel pubblico impiego, nell’università, oppure in qualche locale, bar o ristorante. Prima della guerra la sola industria dava 10.000 posti di lavoro. Ora c’è qualche microattività metallurgica, piccole officine, c’è una fabbrica slovena che fa fare dei pezzi agli artigiani locali, ma ci campa una famiglia. Hanno riaperto qualche miniera, ma solo parzialmente. La Republika Srpska ha dato la concessione a un magnate russo, che sta impiegando un po’ di personale, ma ci sono problemi logistico-infrastrutturali, le strade sono brutte e l’inverno è rigido.
Dijana. Vivere a Srebrenica non è come vivere altrove. Anch’io ci sono tornata dopo la guerra. All’inizio del conflitto siamo andati in Serbia, dove abbiamo dei parenti. Siamo rientrati nel 1996. E’ stata mia madre a voler tornare. Così le scuole medie le ho fatte qui e ora faccio Giurisprudenza. Io sono molto legata a questo luogo, ci sono tutti i miei ricordi d’infanzia. Certo oggi è una città strana. La maggior parte dei giovani se può se ne va, perché qui non vede futuro.
Muhamed. Io sono nato a Osmače, lo stesso paesino di Almir. I miei ricordi parlano di un’infanzia serena. Mio padre era il direttore della scuola. Siamo rimasti lì fino al 1992. Con l’inizio della guerra siamo stati sfollati a Srebrenica, dove siamo rimasti fino al 30 marzo del 1993. Poi ci siamo spostati a Tuzla, fino al 1996. Dal 1996 al 2008 ho vissuto a Sarajevo, dove ho fatto l’università, Criminologia.
Sono tornato a Srebrenica solo a maggio del 2008. Qui ho concluso l’anno di tirocinio necessario al conseguimento della laurea. Dopodiché ho iniziato a lavorare presso il Comune di Srebrenica.
Cosa ricordate di quando siete tornati? Che città avete trovato?
Dijana. Ero piccola, avevo sette anni e non sapevo nulla di quello che era successo durante la guerra. Ricordo che c’erano tanti bambini. Per me è stato bello tornare a giocare coi miei amici. Per i più vecchi è stato molto duro. Lo so.
All’epoca c’erano molte più persone di adesso. In questi anni ho perso molti amici. Alcune famiglie hanno cercato fortuna altrove e se avevano bambini in età scolare, una volta che si sono sistemati, non sono più tornati. Si sa come funziona: i bambini si fanno gli amici, hanno i compagni di scuola e allora i genitori decidono di rimanere dove sono. L’assenza di prospettive lavorative alla fine diventa il fattore discriminante rispetto alla decisione di restare o partire: quando finisci gli studi, cerchi lavoro e se lo trovi a Tuzla, piuttosto che a Sarajevo o Bijelina, resti là. Io oggi sono fermamente convinta a restare. Poi non so. Avrò bisogno anch’io di un lavoro.
Almir. Solo nel 2002 i miei genitori hanno deciso di far ritorno a Osmače, il nostro villaggio, che dista una ventina di chilometri da Srebrenica. Io sono rimasto a Tuzla a studiare fino al 2007, anno in cui sono rientrato anch’io.
La nostra casa era stata distrutta. Abbiamo ricevuto degli aiuti per ricostruirla, ma abbiamo anche dovuto investire dei soldi. Oggi comunque i miei genitori vivono bene, sono allevatori di ovini, hanno una fattoria.
Muhamed. Io sono tornato a Srebrenica la prima volta nel 2002-2003. Prima di andarcene, mio padre era il direttore della mia scuola, per cui la mattina andavamo a scuola assieme. Ho un ricordo ancora vivo di questi viaggi in macchina passando accanto al caffè centrale, che assieme alla scuola era uno dei principali punti di riferimento. Quando sono tornato, ho subito guardato in direzione di questi due posti. E mi è tornata questa sensazione: sono di Srebrenica, sono a casa. A raccontare queste cose mi vengono i brividi.
Il processo del ritorno è concluso o ci sono ancora famiglie che tornano?
Dijana. C’è una situazione bizzarra. Le autorità cercano di promuovere il ritorno a Srebrenica con tutta una serie di incentivi, con un effetto però paradossale, perché molte delle famiglie originarie vengono effettivamente a lavorare qui, ma in realtà restano a vivere nelle loro nuove città d’adozione, perlopiù Tuzla o Sarajevo. Fanno i pendolari settimanali: vengono dal lunedì al venerdì, poi se ne vanno. Quindi è un ritorno un po’ anomalo.
Almir. Molta gente originaria di qui non si sente di tornare definitivamente. I concorsi o i bandi di lavoro agevolano i nativi di Srebrenica, per cui danno a queste persone un punteggio maggiore. Il fatto è che sono passati 15 anni dalla fine della guerra e molte persone, comprensibilmente, hanno ricostruito la loro vita altrove, per cui prendono il lavoro ma a fine settimana tornano a casa.
Non è così assurdo. C’è una logica. Come strategia politica è anche condivisibile. E però, come diceva Dijana, gli effetti per ora sono perversi: nei concorsi i residenti veri si vedono soppiantare da ex residenti che non hanno alcuna intenzione di tornare. Con l’aggravante che chi invece ha deciso di vivere qui si vede costretto ad andarsene.
Dijana. Tra l’altro, siccome i pendolari appunto non vivono qui, durante la settimana spendono il meno possibile, così la ricaduta della presenza di questa forza lavoro sul mercato locale è molto limitata. Qui prendono al massimo un caffè, i soldi li spendono nella loro città.
Valentina. E’ vero, a pensarci è assurdo, ma non c’è niente di illegale, quindi è difficile intervenire. L’unica soluzione sarebbe aprire qualche attività industriale o commerciale.
La tua esperienza è diversa da quella di Almir, Muhamed e Dijana. Tu non sei nata qui, hai scelto di vivere a Srebrenica.
Valentina. E’ vero, Srebrenica non è la mia città, è la città in cui ho scelto di vivere. Mi sono stabilita qui nel settembre del 1995, con mio marito e il mio primo figlio, che oggi ha 16 anni. La mia seconda figlia è nata nel 1997. Io sono originaria di un paesino e ho sempre desiderato abitare in una cittadina, non in una grande città. A Srebrenica mi sono trovata bene. Ho trovato il mio posto. La mia famiglia è di Šekovići, una cittadina tra Zvornik e Tuzla. Mio marito è di Kladanj. Nell’aprile del 1992, con l’inizio della guerra, Kladanj è finita sotto il controllo dei musulmani per cui i serbi hanno abbandonato il paese. I genitori di mio marito erano andati a vivere in un paesino dove avevano una casa per il week-end, ma poi anche quel paesino è stato attaccato e bruciato e così la loro casetta. Mio marito ed io, dopo il matrimonio, siamo andati a vivere a casa dei miei genitori a Šekovići. Ma nella nostra cultura questa -inutile dirlo- non era una scelta molto popolare. Cioè da noi non si dà che il marito vada a vivere a casa della moglie. E così, finita la guerra, nel 1995, ci siamo messi alla ricerca di una nuova sistemazione.
Perché proprio a Srebrenica, quando fatica a tornare anche chi ci è nato?
Valentina. Non è stata una scelta meditata, strategica. Dai miei non si poteva restare e nemmeno dai suoi, che appunto erano stati costretti a lasciare Kladanj, subendo lo stesso destino toccato ai musulmani… e così siamo finiti a Srebrenica. Siamo arrivati a settembre 2005, sì, subito dopo... All’epoca si sapeva ovviamente, ma non si voleva immaginare un dramma di quelle dimensioni. Questo per dire che la mia non è stata nemmeno una scelta simbolica.
Solo col tempo siamo venuti a sapere. Intanto però questa era diventata la mia città. Mi era piaciuta subito. Io amo vivere qui.
Mi piace la dimensione del paesino. Forse ai giovani non piace ma a me sì. Anche potendo, non cambierei la scelta che ho fatto.
A volte penso sia stato il destino. Nel frattempo i genitori di mio marito hanno costruito una casa a Bratunac, per cui siamo tutti vicini. E poi mio figlio più piccolo fa le medie a Srebrenica, ormai entrambi si sono fatti le amicizie qui, io e mio marito pure. Certo le condizioni di vita non sono ottimali, però questo è il posto in cui ho scelto di vivere. Non abbiamo un altro posto dove andare o un altro lavoro. Il nostro posto è qui, la nostra vita è qui.
Assieme ad altre donne hai fondato un’associazione. Puoi parlarne?
Valentina. Sono tra le fondatrici di una Ong femminile che si chiama "Sara”. E’ nata per soddisfare il nostro desiderio di impegnarci, ma anche per inventarci una fonte di reddito. Visto che di lavoro non ce n’è, abbiamo provato a crearcelo. Se ci vivo? Diciamo che l’andamento economico è un po’ turbolento, ci sono alti e bassi, comunque ci arrabattiamo. Mi piace fare qualcosa per questa città, per provare a migliorare le condizioni di chi ci vive, me compresa. Nonostante quello che è successo e nonostante la comunità di appartenenza, chi vive qui condivide le medesime preoccupazioni: il futuro, i figli, il lavoro. Nella quotidianità sono più le cose che ci uniscono di quelle che ci dividono. A me interessa il presente e il futuro più che il passato. Ancora oggi mi chiedo se sia stata io a scegliere questa città o viceversa.
Quanto conta l’appartenenza a gruppi diversi nelle amicizie, nelle frequentazioni?
Valentina. Se si va nei locali, ai concerti, a eventi pubblici, non c’è problema. Nelle relazioni personali è più difficile. Le coppie miste sono rare, quelle che ci sono risalgono più facilmente a prima della guerra.
Pe me sinceramente l’appartenenza etnica non conta. Nella mia famiglia il nazionalismo della grande Serbia non entra. Io voglio che i miei figli diventino delle "grandi persone”, non dei "grandi serbi”.
Almir. Nella federazione della Bosnia Erzegovina e in Republika Srpska sono i partiti nazionalisti ad alimentare queste idee. La propaganda retorica nazionalista, malata, non fa il bene di nessuno. Purtroppo, in questa situazione di disagio economico e non solo, è più facile alimentare l’odio, piuttosto che rimboccarsi le maniche, e così questi partiti hanno gioco facile. Io aspetto il giorno in cui ci sarà un partito che faccia qualcosa per la gente, che affronti e risolva i problemi delle persone.
Il tribunale dell’Aja, conclusa la sua parte, ha consegnato ai tribunali locali un elenco di nominativi su cui chiede di indagare. Intanto molti criminali sono però a piede libero. Irfanka Pašagić, nel volume I bambini ricordano / Djeca pamte sostiene che su questo si gioca molto del destino di questa città, ma anche di questo paese: "Spesso diciamo che i bambini sono il nostro futuro. Io dico che siamo noi il loro futuro. Se centinaia di migliaia di bambini della Bosnia Erzegovina cresceranno nella convinzione che i criminali possano restare impuniti e che la sofferenza che hanno subito non meriti una condanna, distruggeremo il loro futuro”.
Valentina. Sono d’accordo. Dirò di più: non è solo chi ha subito delle perdite ad aver necessità di ottenere giustizia. Anche chi non ha fatto niente ha questo bisogno. Ad esempio io, che non ho colpe, perché devo portarmi per tutta la vita il peso di chi ha commesso questo genocidio? Io assolutamente non ho alcuna simpatia nazionalista, perché allora mi devo sentire colpevole?
Almir. Io non ho perso tutto, come è accaduto alle donne di Srebrenica, quindi il mio punto di vista vale solo per me. Certo è che la presenza dei cosiddetti "pesci piccoli” che girano per le strade impuniti è la prova che non è stata fatta giustizia. Sono argomenti delicati che chiamano in causa il concetto di colpa collettiva di un popolo. Però poi c’è anche quello di responsabilità individuale, che va sempre perseguita e condannata. Anche appunto per liberare chi non ha fatto nulla da colpe collettive che non gli competono.
Muhamed. Il tribunale internazionale si è occupato esclusivamente del "piano”, del progetto, del genocidio, da un certo livello in su quindi. Ma "fare giustizia” è una questione più ampia che riguarda tutto ciò che è accaduto durante la guerra, i tanti massacri compiuti, le tante azioni singole, da una parte e dall’altra. Tutto ciò che non rientra nel "disegno generale” è fuori dalla competenza del tribunale internazionale e oggi spetta ai tribunali locali. Il fatto è che i casi su cui indagare sono talmente numerosi e talvolta anche di difficile identificazione, perché poi qualcuno approfittava per regolare conti personali… insomma siamo solo all’inizio e sarà difficile fare giustizia rispetto a tutte le atrocità individuali. Purtroppo già sappiamo che rimarrà qualcuno di impunito, questo è sicuro. Che dire? Ne risponderanno al loro dio.
Prima della guerra, com’era la convivenza in quest’area?
Muhamed. Srebrenica è sempre stata più multietnica dei paesini. I villaggi sono più omogenei. Per esempio Osmače è un villaggio tradizionalmente musulmano, ma spesso accanto a villaggi a maggioranza musulmana c’erano villaggi a maggioranza serba. Però non era un problema: le attività economiche si volgevano senza riguardo per queste cose. Si andava a lavorare in un villaggio o in un altro, a seconda di dove si trovava, a prescindere dalla connotazione etnica del posto. Anche la scuola prima era mista e gli insegnanti erano serbi, bosgnacchi o croati, non c’erano problemi.
Io ho lasciato Osmače quando avevo solo 11 anni. Ancora oggi è il luogo dei miei ricordi d’infanzia: lì tutto ha un significato, per ogni luogo c’è un aneddoto, ogni panorama è legato a un ricordo. Quando ero piccolo, un giorno mio padre mi portò in montagna e ricordo che a un certo punto si mise a raccontarmi di quando da ragazzo andava lì a cantare… Ecco, quel posto per me è legato a quel giorno. Sono luoghi che hanno una vita. Infatti, anche se sono stato via per ben sedici anni, i primi undici restano quelli più importanti, quelli che contano di più, ce li ho nel cuore. Per quanto sia vissuto di più altrove, mi sento sempre di Srebrenica.
Che cos’è Adopt Srebrenica?
Valentina. Adopt Srebrenica è nato da un’idea di Irfanka Pašagić. Nel 2006, all’epoca il sindaco era Abdurahman Malkić, lei si recò da lui e gli presentò quest’idea di metter su un gruppo multietnico, chiedendogli di indicargli due persone di Srebrenica che potessero essere coinvolte. Il sindaco indicò Arif, che a sua volta indicò me. Dopo alcune riunioni abbiamo avuto il mandato di coinvolgere altri ragazzi e da qui è nato tutto. Se ci conoscevamo già? Io conoscevo Dijana e Almir.
Almir. Srebrenica è una piccola città: tutti conoscono tutti.
Dijana. Io sono entrata informalmente in Adopt Srebrenica nel 2007. Sono stata coinvolta da Valentina. Ho collaborato alla realizzazione delle prime due settimane internazionali, che per noi sono state fantastiche.
Quello che mi piace del progetto è intanto il gruppo, ma poi soprattutto creare situazioni di confronto o anche solo di incontro tra le persone di Srebrenica.
Valentina. Nei progetti c’era anche un centro di documentazione, ma poi non se n’è fatto nulla. Anche per me la nascita di questo gruppo è già un risultato molto significativo. A unirci è il desiderio di organizzare e realizzare delle iniziative a Srebrenica e per Srebrenica, e di coinvolgere gli abitanti, oltre ovviamente chi viene da fuori.
Muhamed. E’ importante che succeda qualcosa a Srebrenica, che ci siano occasioni di scambio per chi vive qui. Il bello della settimana internazionale della memoria è che qui arriva gente da fuori e così gli abitanti di Srebrenica hanno l’occasione di uscire da quello che rischia di essere un isolamento forzato.
La nostra ambizione sarebbe di metter su un’infrastruttura che sia in grado di produrre da sola questo tipo di eventi. Non penso solo a un gruppo di persone, ma anche a qualche luogo in cui ospitare chi viene da fuori. Qui per il turismo non c’è niente. Ci vorrebbe almeno un hotel…