Al termine del XX secolo, quale bilancio si può fare dell’esperienza comunista?
Credo che il fenomeno comunista abbia sconvolto, letteralmente, lo scenario storico e politico quale si era delineato sul finire del XIX secolo. Esso conquistò in breve tempo il sostegno di gran parte del movimento operaio europeo, riuscendo a contrabbandare per emancipazione del proletariato, secondo il progetto di società socialista quale era stato immaginato dai pensatori dell’Ottocento, in primis Marx, l’accaparramento del potere da parte di un partito che si credeva capace di dettare ciò che era giusto, buono e vero in tutti gli ambiti della vita sociale. Il comunismo si è diffuso e radicato in Europa occidentale in seguito alla vittoria del bolscevismo in Russia. Per cui, a lungo ci si è illusi che in Russia si stesse consolidando una società fondata sulla dittatura del proletariato, che avrebbe inevitabilmente portato a una società senza classi. La speranza, l’illusione, che almeno in un paese al mondo stesse nascendo una società comunista fu talmente forte da resistere alle prime testimonianze, note già a partire dagli anni Trenta, sulla violenza sistematica, sulla pratica del terrore del regime bolscevico.
Proprio all’indomani della seconda guerra mondiale i partiti comunisti registrarono notevoli incrementi elettorali in Europa occidentale, in particolare in Francia e in Italia. Io stesso rimasi affascinato dalla politica rivoluzionaria e dal ’43 al ’48 militai in un piccolo gruppo trotzkista. Fin dall’inizio della mia attività politica, quindi, fui antistalinista sia per quanto avevo già letto sull’Urss in articoli di piccole riviste di sinistra, sia per la ripugnanza che m’ispirava il partito comunista per il suo culto della disciplina e il suo unanimismo. L’idea che si potesse obbedire senza discutere in nome di una presunta buona causa e che i capi avessero sempre ragione mi ripugnava profondamente.
Sebbene anche i trotzkisti fossero sostanzialmente dogmatici, perché continuamente ricorrevano ai testi sacri del marxismo, tra loro vi era un senso di libertà assente nel Pcf per via dell’intenso dibattito fra i militanti che passavano il proprio tempo a scindersi e a separarsi. Comunque, poiché il quadro teorico marxista non poteva essere messo in discussione, insieme ad alcuni compagni, fra cui Castoriadis, giunto in Francia nel ’45, dopo aver già formulato una teoria sul permanere del capitalismo in Russia per via della divisione che continuava a sussistere fra il capitale, nelle mani dello stato, e il lavoro, fondai nel ’48 il gruppo Socialisme ou barbarie.
La critica al comunismo quindi è stata subito centrale nella sua riflessione...
Diciamo che di comunismo ho iniziato a scrivere a partire dalla fine degli anni Quaranta. Ricordo che il primo articolo lo scrissi in difesa di Kravcenko, le cui memorie avevano fatto scalpore in Francia e negli Stati Uniti, ma erano state denunciate dai comunisti francesi come un cumulo di menzogne. Sempre nello stesso periodo scrissi un articolo in occasione della traduzione francese delle memorie di Ciliga, dirigente comunista jugoslavo e della Terza Internazionale, cacciato dalla Jugoslavia e rifugiatosi in Unione Sovietica, dove scoprì la natura burocratica di quel regime. Erano gli anni in cui Sartre, e non solo lui, ma gran parte dell’intellettualità progressista francese, sosteneva apertamente il comunismo. Ricordo che nel ’45 scrissi un articolo che criticava I comunisti e la pace, il pamphlet in cui Sartre difendeva apertamente l’Unione Sovietica e l’ideologia comunista. Quell’articolo mi costò la collaborazione a "Les Temps Modernes”, la rivista fondata da Sartre stesso, su cui scrivevo fin dalla sua nascita.
Quindi, vi separaste dai trotzkisti perché erano incapaci di andare fino in fondo nella critica al comunismo?
Sì, per loro vi era un buon Lenin, un buon Trotzky e un cattivo Stalin. Nelle prime elezioni libere in Francia, nel ’45, i trotzkisti spingevano perché si arrivasse a un governo fra socialisti, comunisti e sindacati. Io non capivo perché, da un lato denunciassero l’Urss e lo stalinismo, e poi alle elezioni chiedessero di votare per il Pcf. La ragione, secondo loro, era che le masse dovevano fare l’esperienza del tradimento delle loro organizzazioni una volta che queste fossero giunte al potere. Occorreva che conquistassero il potere perché compissero il tradimento. Questa era la grande tattica! Il bello è che in alcuni testi scritti verso la fine della propria vita, Trotzky pensa che il regime bolscevico sia sul punto di diventare uno stato burocratico. Alla fine del suo libro su Stalin scrive infatti: "Il potere di Luigi XIV era nulla al confronto del potere di Stalin. Luigi XIV poteva dire: ‘L’Etat c’est moi’, Stalin può dire: ‘La socièté c’est moi’”. Alla fine de La rivoluzione tradita vi sono alcuni brani in cui scrive che se il potere della burocrazia fosse perdurato -riteneva la burocrazia il provvisorio frutto della mancata rivoluzione mondiale-, trattandosi di una "casta parassitaria”, l’Unione Sovietica avrebbe sviluppato un nuovo tipo di capitalismo, una società di nuovo tipo. Ma questo i trotzkisti non lo dicevano.
François Furet ha parlato esplicitamente del ruolo dell’illusione nella storia del comunismo...
A dir la verità, non condivido la tesi di Furet, che nel suo Il passato di un’illusione fa risalire la simpatia generale che circondava i partiti comunisti, la forza dell’adesione al partito, al peso esercitato dall’illusione che una società non più fondata sullo sfruttamento di classe fosse finalmente nata. Insomma, si diventava comunisti perché affascinati dall’utopia della società senza classi. Questa mi sembra una falsa valutazione di quella simpatia. Mi sembra che ci sia un che di torbido e di semplicista nel sostenere, secondo una formula di Raymond Aron, che: "Chi vuol essere angelo, alla fine si comporta come una bestia”, ossia "Chi vuole il bene è portato a commettere il male”. Queste sono panzane, storielle che soddisfano menti a buon mercato. In realtà, per essere militanti o simpatizzanti comunisti, bisognava provare un’attrazione formidabile per l’obbedienza e l’autorità. Bisognava avere la tendenza a imporsi il silenzio, a privarsi della propria libertà di pensiero. Bisognava porre interamente fiducia nella novità assoluta del XX secolo: il Partito con la ‘p’ maiuscola. Il partito al di sopra di tutto, come lo definì Lenin all’indomani della rivoluzione d’ottobre. E non era uno slogan dettato dalle circostanze, del tipo: "Tutto crolla, cerchiamo un riparo”. Sostenere che il partito è al di sopra di tutto vuol dire che non c’è più legge, perché la legge è tutt’uno con il partito. Che non c’è più un pensiero indipendente, perché non si può pensare fuori, e contro, il partito. Che non si ha più alcun obbligo, né morale né politico né giuridico, al di fuori dell’obbligo principale: servire il partito.
C’è chi paragona nazismo e comunismo...
Il comunismo, in un certo modo più profondamente ancora del nazismo, ha rappresentato il tentativo di incorporare gli individui in una collettività omogenea. Certo, alla lunga il progetto comunista non ha funzionato, e non poteva funzionare. Tuttavia, l’obiettivo di incorporare gli individui in un tutto, negando non solo l’individualità, ma anche l’idea stessa della differenza, che pure caratterizza la vita sociale in tutte le sue forme (un obiettivo fondato, quindi, sull’idea che fosse possibile riportare sotto un’unica norma generale l’economia, la politica, il diritto, l’educazione, la cultura) non era mai stato concepito prima. Da questo punto di vista, il nazismo conserva indubbiamente un aspetto più mostruoso del comunismo sovietico per via del razzismo e della Shoah, però non ha mai veramente mirato a una tale omogeneità della società. Nella Germania hitleriana, infatti, la borghesia continuò a esistere come classe, le leggi dell’economia non furono sostanzialmente sconvolte, né vi fu una repressione di massa condotta dai nazisti contro i tedeschi, simile alla pratica bolscevica del terrore contro gli stessi russi, che puntava a controllare, spiandolo come eventuale nemico del popolo, ogni cittadino. Questo tentativo di giungere a un controllo completo, alla chiusura della società su se stessa, rende il comunismo irriducibile ai regimi tirannici, ai dispotismi, alle dittature militari o poliziesche apparse nella storia.
Quindi il comunismo è un fenomeno a parte della storia politica...
Consideriamo un regime come quello iraniano, dove la tendenza all’incorporazione degli individui in un tutto organico è ben presente. Non possiamo tuttavia dimenticare che l’Iran è un caso diverso dall’Unione Sovietica, perché il regime degli ayatollah punta a un al di là del sociale, evidente nel ricorso alla fede religiosa, che è l’ideologia del regime, nonché nella funzione carismatica della guida suprema, inserita nella tradizione dell’islam. Al contrario, l’azione comunista si fonda sulla rappresentazione di una società che, in quanto società umana, non va mai al di là di se stessa per avere il pieno controllo su di sé. Già Tocqueville paventava la crescita degli stati e temeva che gli individui sarebbero stati sempre più sottoposti alla presa del potere sociale. Ma Tocqueville, come perversione della democrazia, immaginava uno stato che volesse assicurare a tutti il benessere facendo perdere il senso della libertà personale. Tutt’altra cosa è avvenuta con il comunismo. Nell’esperienza comunista il potere, per quanto crudele e repressivo fosse, si presentava, in quanto potere del partito e dello stato, come il potere della società, che la società esercitava su se stessa. In effetti, uno degli obiettivi dichiarati del comunismo era l’intento di cancellare la divisione fra chi comanda e chi obbedisce, fra i governanti e i governati, ossia fra l’alto e il basso della società.
Il fatto che Stalin sia rimasto così a lungo segretario generale del partito esemplifica la natura del potere comunista, che era ritenuto emergere dal popolo stesso, quasi confondendosi con esso; da questo derivava il tentativo di cancellare le differenze presenti nella società. Tuttavia, per quanto enorme sia stato, il potere di Stalin non ha mai assunto, come fu invece il caso di Hitler e Mussolini, le apparenze del potere di un tribuno, capace di conquistare le masse con il fascino della sua personalità e della sua oratoria. Hitler poteva dire: "Io sono il popolo, voi siete me”. Stalin, no. Il potere di Stalin, e degli altri segretari comunisti, non era esterno alla società, era immanente, interno a essa. Stupisce che una simile conformazione di potere, più comprensibile in un paese come la Russia per via del tradizionale dispotismo asiatico e della natura burocratica del regime zarista, abbia potuto esercitare un tale fascino sull’intelligencija progressista italiana e francese. ...
Quindi, secondo lei, il comunismo non può che essere totalitario...
Secondo alcuni non si può sostenere che l’idea del comunismo, nata a fine Settecento con il babuvismo, trovi il proprio sbocco naturale nell’esperienza bolscevica. Vi sarebbe un’utopia comunista che non deve per forza tradursi nell’esperienza di un partito onnipotente e nella pratica del terrore. Per quanto mi riguarda, penso che così si voglia negare che sotto il disordine che regna nelle società democratiche vi è qualcosa di più profondo ancora: il riconoscimento della differenza dei luoghi sociali. Nelle società democratiche i luoghi della produzione sono altra cosa dai luoghi dell’azione politica e questi sono diversi dai luoghi della scienza, che sono altra cosa dai luoghi della pittura, che sono diversi dai luoghi dell’educazione. Questi luoghi della società non si confondono affatto fra loro, pur non essendo totalmente estranei. Se non si accetta l’idea che ogni società è divisa e differenziata e che voler annullare questa divisione rappresenta un’illusione, allora, grazie a questa utopia comunista, ci si espone nuovamente ai pericoli del totalitarismo. Quel che è successo con il comunismo non rientra nell’ambito dell’accidentale, dell’episodico. Quanto è avvenuto con il comunismo rivela qualcosa della natura della società umana. Non fu certo il genio maligno di Lenin a far sì che il partito bolscevico trionfasse in Russia. In quella società, come in altre che hanno visto affermarsi i partiti comunisti, c’era qualcosa che favoriva la vittoria del modello bolscevico. E questo qualcosa è la tendenza all’indifferenziazione, all’omogeneità sociale, che va di pari passo con l’attrazione per l’ordine e per l’autorità. A ben vedere, questa è una minaccia ancora presente nelle nostre società democratiche. 
(a cura di Marco Bellini, febbraio 2000)