Maristella Bortolotti è insegnante, Antonietta Cordioli, dell’Ass.ne Vita e Cultura-il Mosaico, Valli Rossi, resp. del Centro servizi territoriali, Adriano Martinelli, ingegnere, dirigente Politiche della casa, Marco Guerra e Mauro Mussolini, dell’Ass.ne "Mondo Fantastico”, Giovanni Residori, consigliere di Circoscrizione con delega al Cdq, Elena Traverso, già consigliere comunale e vicepresidente della circoscrizione, Liliana Verdolin, presidente dell’Associazione per la pace tra i popoli, Luca Zanotto, già presidente di Circoscrizione, oggi è presidente del Consiglio Comunale. La versione integrale dell’intervista è stata pubblicata in Una città da abitare. Rigenerazione urbana e processi partecipativi (a cura di Lucia Bertell e Antonia De Vita), Carocci 2013.

A metà degli anni Duemila, Borgo Nuovo è stato coinvolto da un grosso progetto di riqualificazione urbanistica, ma non solo. Potete intanto fare qualche cenno al  quartiere?
Mauro. Sono venuto ad abitare qui nel ’66 e ricordo che già nel ’76 ci fu una prima ristrutturazione che però risultò fallimentare, per il semplice motivo che decisero di aggiungere a gente con problemi altra gente con problemi. Dopodiché ci avevano pure costruito un muro attorno, così questo era diventato un ghetto a tutti gli effetti. Io all’epoca vivevo nelle cosiddette "casette di passaggio” di via Erice. Nonostante il marchio io ho dei bei ricordi: era ancora una di quelle vie in cui si mangiava assieme, dove se avevi bisogno di una scatola di pelati andavi dal vicino; non era come abitare in un condominio di oggi dove non ci si conosce nemmeno da scala a scala. Erano tutte famiglie che avevano più o meno gli stessi problemi e che cercavano di aiutarsi. All’inizio questa era una via povera però solidale. La mia infanzia è trascorsa lì. Il problema storico del quartiere è sempre stato la concentrazione di situazioni problematiche: tutti quei soggetti che potevano essere di "disturbo” altrove li avevano messi qui. Tra l’altro a un certo punto c’erano due o tre famiglie che facevano a gara a chi aveva la posta prima, che insomma gestivano lo spaccio. D’altra parte avevano ben pensato di metterne una sopra e uno sotto nello stesso condominio... cosa ti aspettavi?
Liliana. Vivo qui da quarantadue anni, i miei figli hanno frequentato le scuole del quartiere, anche negli anni in cui la gente mi diceva: "Tu sei pazza ad abitare lì”. Questo era un quartiere Bronx. Io però mi sono sempre trovata benissimo, anche a scuola. Certo ho sempre lottato: nel volontariato, nella scuola, nella parrocchia, per il mio quartiere.
Giovanni. Io sono nato qui quarantacinque anni fa e sono trent’anni che lavoro in questo quartiere, ho un negozio. Questo per dire che so benissimo cosa voleva dire vivere qui negli anni Settanta e Ottanta. Questo era un quartiere emarginato, isolato, dimenticato, ma con il Contratto di quartiere secondo me è rinato, rifiorito.
Com’è nato il Contratto di quartiere di Borgo Nuovo?
Elena. La prima volta che si cominciò a parlare della necessità di mettere mano su Borgo Nuovo fu nel 1995, su iniziativa di Agec. All’epoca vennero fatti una serie di preventivi perché inizialmente si pensava di ristrutturare le "casette di passaggio” dove abitavano i residenti del villaggio. Nel frattempo stava anche cambiando la filosofia alla base dell’organizzazione dei quartieri della città. Si voleva cioè evitare di perpetuare il modello del quartiere ghetto, con i casi sociali della città. La sfida era di integrare le fasce più deboli con quelle, fra virgolette, normali. Non dimentichiamo che il cosiddetto Villaggio Dall’Oca Bianca (costruito grazie a una donazione dell’omonimo pittore) e in seguito ampliato con il suo lascito testamentario), negli anni Ottanta era noto come "città della droga”.
Così, quando uscì il Contratto di quartiere I, l’Amministrazione dell’epoca inoltrò domanda al Ministero e alla Regione per accedere ai contributi e quant’altro. All’epoca, purtroppo, non andò a buon fine. Ma nel 2002, con l’uscita del nuovo bando (Contratto di quartiere II), presentammo domanda, che venne accettata.
Grazie quindi ai finanziamenti, molto cospicui, avuti dallo Stato, dalla Regione Veneto, e una parte anche dal Comune di Verona, nel 2005 è cominciato l’abbattimento della vecchia struttura, le nove case di passaggio, che ha visto lo spostamento di oltre centodieci famiglie.
Qui voglio subito citare lo straordinario lavoro di Antonietta Cordioli, che ha fatto ...[continua]

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