Secondo gli standard di Pechino nel 1989, le dieci di sera era già molto tardi. Le serate erano sempre molto tranquille. Il cancello della Bei Shi Da, nome abbreviato dell’Università Normale di Pechino, veniva chiuso a chiave poco prima di quell’ora. Se per qualche motivo qualcuno fosse rimasto fuori, c’era bisogno di fare un certo rumore sbattendo il lucchetto sul cancello per un po’, per svegliare lo shifu, l’addetto che dormiva nella sua cuccetta, in una capanna lì vicino. Si sarebbe stiracchiato e alzato, e poi ci avrebbe lasciati entrare con uno sguardo di disapprovazione. Noi avremmo sorriso ammettendo il nostro torto, e ci saremmo scusati, ma certo eravamo troppo giovani per dispiacerci sul serio.
Chiamavamo tutti shifu: l’uomo al cancello, quello all’ingresso del dormitorio degli studenti stranieri, quello che guardava il nostro andirivieni da un piccolo ufficio poco dopo la porta, e la coppia che sapeva tutto di noi.
Di volta in volta trascrivevano in un librone tutte le nostre telefonate, se erano locali o internazionali, e ci chiamavano ad alta voce perché tutti sentissero ogni volta che eravamo richiesti al telefono. Facevano in modo di gridare anche il nome di chi ci stava chiamando, nel caso in cui ambissimo alla nostra privacy. E quando chiedevamo se era proprio necessario, fingevano di non sapere di cosa stessimo parlando. Solo ora mi dico che quella sfacciataggine non era che un piccolo scherzo in un lavoro altrimenti inappagante e ripetitivo. Forse era meglio farci capire subito che lì non c’era posto per alcuna pretesa di riservatezza.
La maggior parte degli shifu indossava abiti dismessi dell’esercito. Giacche e pantaloni di tela blu o verde, pratiche e piene di tasche, non prive di un certo fascino utilitario.
Tutti le indossavano, fino al 4 giugno. Poi, dopo che l’esercito intervenne con la forza sulle proteste studentesche nel giugno 1989 nel centro di Pechino, le divise verdi vennero bruciate nelle strade, in alte pire rabbiose. Emanavano una sottile colonna di fumo che si vedeva anche da lontano, e che molti osservavano in silenzio, magari indicandoselo a vicenda, e annuendo soltanto.
Dopo l’intervento dell’esercito contro gli studenti, la gente si metteva in fila nelle larghe strade per gettare nelle pire a cielo aperto tutto ciò che apparteneva ai soldati, e che era stato fino ad allora tenuto di conto, per la sua utilità e perché in molti sembravano attaccati all’idea che l’esercito fosse, come dice il suo nome per intero, "l’Esercito di Liberazione del Popolo”. Le giacche e i pantaloni, le scarpe e i berretti, persino i pesanti giacconi invernali e i cappelli imbottiti con pelliccia sintetica, pratici nei pesanti inverni pechinesi; alcuni gettavano nel fuoco persino le coperte, gli asciugamani e le brocche smaltate.
Quel gesto, quel gettare nel fuoco. Così carico di dolore. Di sfiducia e rabbia.
Anche gli shifu della mia università avevano optato per le divise blu, dopo il 4 giugno, dato che la Marina militare non si era macchiata di nulla, e non aveva preso parte al massacro dei figli. Visto che tanti non avevano poi granché altro da mettersi, scambiarono le uniformi verdi con quelle blu.
Ma sto correndo troppo in fretta inseguendo i miei ricordi.
Era la sera del 16 aprile. Me ne stavo seduta nella mia stanza, nel dormitorio silenzioso, intenta a memorizzare la mia quota giornaliera di caratteri cinesi prima di andarmene a dormire. D’improvviso, nell’aria cominciarono a filtrare suoni insoliti, e così mi affacciai al balcone che dava su via Xin Jie Kou, la grande strada che va da nord a sud, e che all’epoca era adornata da pioppi. Oggi i pioppi sono stati tagliati, e anche la via ciclabile che ci passava in mezzo è stata ristretta: Xin Jie Kou è diventata una strada a sei corsie, sempre intasata dalle auto.
Nel chiarore ...[continua]

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