Entrare a casa sua, sentirlo raccontare, aveva qualcosa di favoloso, che, però, ti illuminava, ti faceva ragionare.

Di famiglia ebraica Pierre Riches era nato e aveva passato l’infanzia e la giovinezza nella mitica Alessandria d’Egitto, la "unreal city”, governata da un’oligarchia chiusa ma apertissima, oltremodo cosmopolita. Sì, era una vita irreale. C’eravamo noi privilegiatissimi e c’erano poi gli egiziani, gli indigeni, con cui avevamo ottimi rapporti, ma che erano, salvo rare eccezioni, dei servi e basta. Così da giovane ho cominciato a capire che quella vita non poteva essere la norma, che non era normale. Mio padre diceva che per quello, forse, sono diventato prete, perché avevo visto la discrepanza enorme che c’era fra la massa della popolazione e noi privilegiatissimi. Probabilmente è vero…”. Lì ad Alessandria, conobbe Kavafis, che era amico di famiglia, Dulles, E. M. Forster che ritrovò anche a Cambridge, poi Mustaki, uno dei boy friend di Edith Piaf, il cineasta Youssef Chhine, Aznavour, tutti alessandrini.

Fu studente a Cambridge dove visse da play boy e dove strinse amicizie durate una vita, con Olivier Todd, con sua moglie Anne Marie, figlia di Paul Nizan, che accompagnò alla morte prematura, con Iris Murdoch con cui corrispose per tutta la vita. Lì conobbe Bertrand Russel. Frequentò le lezioni di Wittgenstein, l’uomo più intelligente che abbia mai conosciuto, da cui imparò che la ragione non può tutto, la qual cosa gli aprì la strada che lo portò alla conversione al cattolicesimo. Battezzato a ventitré anni, padrino Michele Ranchetti, ordinato sacerdote a trentadue, fece il parroco in una sperduta frazione della campagna romana, Boccea, e contemporaneamente fu teologo del cardinale Tisserand al Concilio; insieme sedevano a pochi banchi di distanza da Ratzinger, teologo a suo volta del cardinale austriaco Frings.

In seguito gli fu offerta una cattedra universitaria negli Stati Uniti. Ne parlai al cardinal Tisserand, che mi disse: "Non le ho mai chiesto un atto di ubbidienza, ma adesso j’exige che lei accetti, perché vous etes gaspillé (sprecato) a Boccea”. Allora io andai in America e così cominciò la mia carriera da accademico. All’epoca facevo uno o due anni di insegnamento in America o altrove, poi tornavo e facevo il parroco. Andai in Uganda per due anni, poi al Seminario Maggiore del Pakistan. Insomma, insegnai in giro per il mondo. Mi sono molto divertito. Ho avuto una grandissima esperienza, sia della Chiesa che del mondo. E poi quando dovevo andare in Pakistan, andai in autobus da Trebisonda, da Ankara praticamente, a Katmandu. Feci in autobus tutto l’Iran, l’Afghanistan. In Afghanistan son stato tre o quattro volte, quando si poteva andare. Ho visto i buddha che hanno distrutto, li ho visti due volte. Ho girato l’India, insomma ho girato moltissimo, ho preso la Transiberiana, ho fatto un sacco di cose così...

Negli Stati Uniti ebbe modo di diventare amico di Hannah Arendt, di tanti artisti della beat generation, di Francesco Clemente, Julian Schnabel, Lou Reed, William Borroughs (nella foto qui a fianco lo si vede con Burroughs che gli ha appena insegnato a sparare regalandogli poi il bersaglio).
Il suo libro più famoso è Note di catechismo per ignoranti colti, dedicato ai fondamenti della fede cattolica, uscito nel 1982, il cui titolo gli fu suggerito dall’amica Elsa Morante e la prefazione è di un altro suo grande amico, Giorgio Manganelli.

La sua idea della fede è molto bella. Amava molto anche il buddismo, che secondo lui, insieme al cristianesimo, era l’altra idea geniale dell’umanità: al grande problema della sofferenza una religione risponde eliminando il desiderio, l’altra esaltandolo. Ecco, Pierre scelse il cristianesimo e con la sua vita ha testimoniato quanto l’amicizia e l’amore possano darle senso.

Riportiamo la conclusione della seconda intervista, del 2009:
La natura non è ingiusta, è come è. Siamo noi che applichiamo dei nostri concetti alla natura ma è sbagliato. Perché presupponiamo che questa vita sia "the be-all and end-all”, che questa vita sia la risposta totale, che tutto "finisce qui”. Allora sì, che tutto diventa terribile. D’altra parte bisogna anche stare molto attenti a non dire che tutto verrà dopo. C’è una bellissima espressione americana, pie in sky, "torta nel cielo”, "la torta verrà nel cielo”. No, perché questa vita ha un senso e uno si salva in questa vita se cerca il bene per se stesso e per gli ...[continua]

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