Il testo che segue, di Joanna Szczesna, che ringraziamo, è stato originariamente pubblicato sul quotidiano polacco “Gazeta Wyborcza”.
 
“Quando finì la guerra nella quale morirono quaranta milioni di persone, tra cui sei milioni di ebrei, io speravo che l’Europa si fosse talmente disonorata che una cosa del genere non sarebbe mai più potuta accadere”, ripeteva Marek Edelman nelle nostre conversazioni, in occasione degli anniversari dell’insurrezione del ghetto di Varsavia. “E qui, guarda, sono passati cinquant’anni e la storia si ripete. Del resto durante questo periodo che ci separa dalla guerra, più o meno vicino a noi sono accaduti crimini simili a quelli di cui sono stato allora testimone: in Biafra, Burundi, Cambogia, Rwanda e alla fine in Jugoslavia. Il massacro di Vukovar, l’omicidio dei bosniaci musulmani di Srebrenica, l’assassinio degli albanesi in Kosovo, sono crimini identici, si differenziano forse per dettagli tecnici. Ma al di là di questo è la stessa ideologia, la stessa mancanza di vergogna di chi sostiene o giustifica lo sterminio delle minoranze, delle tribù, delle nazioni”.
E aggiungeva con amarezza: “Se oggi in un paese europeo si uccidono persone per motivi etnici o religiosi, se li si rinchiude nei campi, si violentano le donne, si bombardano le loro case, significa che la nostra insurrezione, il ghetto e tutta la follia della seconda guerra mondiale non hanno insegnato niente a nessuno”.
Il conflitto nei Balcani, innescato dalla disgregazione della Jugoslavia e dalla proclamazione dei nuovi stati, era qualcosa che Marek Edelman aveva seguito molto da vicino fin dall'inizio.
Non lo interessavano le distinzioni lessicali, non si chiedeva se quello che stava succedendo fosse una sanguinosa guerra civile, un crimine di guerra o se si trattasse di crimini contro l’umanità. Riguardo allo stupro e all’assassinio di civili, ai bombardamenti su obiettivi civili, ai campi di detenzione e al reinsediamento delle popolazioni non esitava a usare una parola forte: genocidio. E anche Olocausto (“questa parola non è riservata esclusivamente allo sterminio degli ebrei” mi disse).

I dattiloscritti non bruciano
Quando il governo polacco e quello israeliano organizzarono una cerimonia comune, peraltro con un grande sforzo, per l’anniversario dei cinquant’anni dell’insurrezione del ghetto di Varsavia, io mi occupavo di progettare “Magazyn”, un inserto colorato al giornale “Gazeta Wyborcza”, che doveva uscire come settimanale. Ero il caporedattore. E credevo che uno dei numeri di aprile dovesse essere dedicato a Marek Edelman, l’ultimo sopravvissuto degli insorti del ghetto.
Era lui che nella primavera del 1943 sul terreno della fabbrica di spazzole che si trovava tra la Bonifraterska, la Franciszkanska, la Swietojerska e la Wakowa guidò per conto dell’Organizzazione Ebraica Combattente i reparti dei combattenti del Bund. Volevo che la sua intervista fosse la cover story del numero.
Marek rispose alla mia idea senza entusiasmo: “A chi interessano oggi particolari di fatti accaduti anni fa? Ti devo raccontare che di giorno ci inseguivamo sui tetti e che di notte ci nascondevamo nelle cantine, che non avevamo da mangiare e che avevamo armi e munizioni da far piangere i gatti? Tutti chiedono la stessa cosa, vorrebbero gli stessi aneddoti di guerra eroico-patetici, ma quello che davvero conta è cosa l’umanità ha imparato dall’Olocausto. Fai un numero sulla Jugoslavia. Quello adesso è importante”.
Ma io volevo parlare di quella insurrezione perché -insistetti- “i particolari sono importanti e sono loro a fare la storia”. Questo testo, pubblicato il 16 aprile 1993, ha un titolo amaro: “Nessuno vuole sapere” e finisce con le parole: “Io ti racconto tutto questo soltanto per parlare di Jugoslavia. Non possiamo tacere e far finta che non ci riguardi”.
Oggi non ricordo più come mai poi non feci il numero sulla Jugoslavia e come mai il riferimento alla Jugoslavia scomparve dall’articolo su Marek che uscì su “Magazyn”.
Considero un piccolo miracolo aver recuperato per caso in un cassetto la sbobinatura di quella conversazione, dalla quale ho tratto il riferimento all’insurrezione del ghetto per la rivista: Marek torna continuamente alla guerra in Bosnia Erzegovina e io continuamente lo riporto a raccontare del ghetto.
Ho letto la versione integrale di quella conversazione, proprio all’inizio dell’invasione russa in Ucraina, quando l’esercito dell’aggressore tentava di isolare la capitale ucraina dal resto del paese e le parole di Marek Edelman suonavano forti e, purtroppo, attuali, proprio come allora, quando il mondo per quasi quattro anni osservò inerme l’assedio della capitale della Bosnia Erzegovina, Sarajevo, da parte dell’esercito serbo.

La coscienza sepolta dell’Europa
Nello stesso periodo in cui parlò con me, ossia nella primavera del 1993, Marek parlò anche con Wlodek Goldkorn, un giornalista italiano, emigrato dalla Polonia nel marzo ’68. Gli disse: “Quello che succede nella ex Jugoslavia è paragonabile ai fatti del ghetto di Varsavia. Ancora di più, il comportamento dei governi nei confronti della popolazione civile nei Balcani ricorda l’azione dei tedeschi nei confronti degli ebrei. […] Lo stupro a comando non è una scoperta Jugoslava. Gli stupri pianificati in massa sono una scoperta dei regimi totalitari”.
Non so chi scelse il titolo di quell’intervista “Da Auschwitz a Sarajevo, ossia sulla malvagità dell’Occidente”, ma sento in queste parole le emozioni di Marek. Non girava mai intorno alle cose, non le mandava a dire e poteva essere molto schietto.
Nell’autunno 1993, durante una manifestazione di solidarietà verso le vittime della guerra in Jugoslavia che si teneva davanti alla porta del campo di concentramento di Buchenwald, disse: “Su questa terra si trovano le ceneri di migliaia di persone. Ma non ci sono soltanto le ceneri delle persone. Qui c’è seppellita anche la coscienza di un’Europa che tace, che tace ancora oggi, quando in Bosnia Erzegovina continua l’Olocausto sotto il nome di pulizia etnica”. Ripeteva come un mantra: “So di cosa parlo perché sono stato testimone del genocidio e ne sono quasi rimasto vittima”.
Ancora prima che la persecuzione e i crimini individuali che potevano essere attribuiti al caos causato dalla disintegrazione dello Stato, si trasformassero in crimini di massa commessi sistematicamente, Edelman aveva messo in guardia sulla direzione di quel conflitto. Tanto che veniva da chiedergli come facesse a sapere che proprio quella fosse la direzione. Evidentemente aveva il dono, la sensibilità, di comprendere se l’umanità si stesse avvicinando allo stesso confine che ai suoi occhi aveva superato cinquant’anni prima.
Questa era diventata la sua idea fissa: se da qualche parte muoiono delle persone non si può volgere lo sguardo altrove, non si può tacere di fronte alla barbarie e non si possono trovare giustificazioni politiche al peccato dell’omissione.
Tutti dovrebbero intervenire, l’opinione pubblica internazionale, le organizzazioni sociali, i governi, l’Onu e finalmente la Nato. Lui stesso ha ricordato questo obbligo a chi di dovere, ha bussato a ogni possibile porta, è intervenuto nelle discussioni, ha firmato petizioni, inviato lettere ad autorità e politici, ha fatto appello alle coscienze, ha rilasciato interviste, ha cercato di convincere e ha protestato.

“Nei campi della ex Jugoslavia muoiono migliaia di persone per le torture, per la fame e per il freddo. Meno parole, più azioni”, gridò nel gennaio 1993 a Bernard Kouchner, ministro della sanità nel governo socialista francese. “Gli europei e le organizzazioni internazionali da loro fondate si comportano come quelli che un tempo si divertivano con noncuranza sulla giostra che stava sotto le mura del ghetto in fiamme. La politica di premiare l’aggressore è omicida”.

Esigeva che l’Onu organizzasse corridoi umanitari, zone di sicurezza per i rifugiati e il blocco delle frontiere, per impedire il rifornimento di armi ai reparti paramilitari. Ai governi dei paesi europei chiedeva che non risparmiassero forze e denaro per far finire la guerra e arrivare alla pace.
Si aspettava che l’opinione pubblica premesse sui governi affinché facessero rispettare i diritti umani nelle zone dilaniate dalla guerra.
Quando in un’occasione chiesi a Edelman se secondo lui Israele era nato dai sensi di colpa del mondo per aver taciuto durante l’Olocausto, mi rispose:
“I poteri non hanno coscienza. A loro serviva una portaerei nel vicino Oriente. Ma noi, cittadini, dobbiamo comportarci come se i governi del mondo avessero una coscienza. E dobbiamo farli vergognare, sconfessare le loro bugie e le loro evasioni e votare persino con i piedi per coloro che sono almeno vicini a qualche idea, a qualche valore”.

Morire per Danzica, morire per Kiev
Qualche mese dopo l’assedio di Sarajevo, siamo nel luglio 1993, Edelman va a Roma e prende parte a una discussione televisiva sul tema della guerra nei Balcani. Un militare di professione al grado di generale prova a raffreddare le aspettative a suo avviso non realistiche del partecipante della rivolta del ghetto di Varsavia e membro dell’Organizzazone Ebraica dei Combattenti nei confronti della Nato. Ma Edelman non si lascia smuovere e contrattacca senza alcun cedimento (una trascrizione di questa scaramuccia è presente nel libro “Marek Edelman - Si parla chiaro quando si sanno le cose” di Sawicka Paula).
Edelman: “Nel 1939 il mondo concordava di non voler morire per Danzica. E cosa successe? Che si è dovuto morire per Parigi, Budapest, Praga… Tutto è cominciato quando si è permesso ai tedeschi di prendere la Renania senza intervenire (marzo 1936). La stessa identica ideologia lega ciò che accade in Bosnia con quello che è successo nella Seconda guerra. In Europa, e soprattutto a est, ci sono molti conflitti nazionali. Se anche qui il vincitore riceverà un premio, tutti questi conflitti si risveglieranno. Peraltro già una delle guerre europee è nata nei Balcani.
Generale: “Il dottor Edelman propone una soluzione militare, ma qui bisogna tenere conto delle strutture internazionali. È vero che durante la seconda guerra il problema del nazismo è stato risolto militarmente, ma a costo di enormi perdite.
Edelman: “Signor Generale, lei è un militare ed esprime qui un pensiero politico. L’essenza della questione è la domanda se un intervento militare qui sia possibile. Sì, la sconfitta di Hitler è costata molto sangue e lei sa perché? Perché si è intervenuti in ritardo, quando lui si era già difeso. Chiedo una volta ancora: un intervento militare è tecnicamente possibile?”
Generale: “Tecnicamente tutto è possibile. Bisogna controllare se politicamente è possibile”.
Edelman: “I movimenti pacifisti sono molto belli, ma meno efficaci della forza militare. C’è stata una guerra in Vietnam che si è conclusa per la pressione degli studenti e della generazione dei giovani americani. Se la società civile in Europa e in America non si organizza in maniera simile e non costringe i governi a far finire la guerra nella ex Jugoslavia nessuno se ne prenderà la responsabilità. La via di uscita da questa situazione è dunque un grande movimento contro la guerra, il che non significa però che deve essere esclusivamente pacifico”.
Generale: “La priorità dovrebbe essere di contenere il conflitto”.
Edelman: “Conosco questo punto di vista dalla seconda guerra. Un intervento militare non deve causare molte vittime, perché se oggi si può colpire un vetro nella sede dell’intelligence in Iraq si può anche colpire un carrarmato che spara a Sarajevo. Naturalmente è una decisione politica”.
E alla fine colpisce il generale di rovescio.
Edelman: “Naturalmente lei era entusiasta di quando avevamo una Polonia comunista. C’era la pace, c’era il muro di Berlino. Si sostituivano continuamente le armi con altre più nuove e si eliminavano le vecchie, tutto il sistema industriale lavorava a questo, i militari imparavano… Ma io oggi sono a questo riguardo impotente così come lo ero cinquant’ anni fa”.
Suona familiare? Basta soltanto sostituire i nomi: al posto di Danzica mettere Kiev, al posto della Renania il Donbass, al posto dei Sudeti la Crimea ed ecco che abbiamo la primavera 2022 e siamo nell’Ucraina che sanguina agli occhi del mondo, mentre il mondo, capace di poco altro, le batte le mani.

Purché casa mia rimanga in pace
La carta su cui ho trascritto la mia conversazione con Marek quasi trent’anni fa è ingiallita, ma le sue parole non hanno perso colore:
-Lo ripeto a tutti, e soprattutto all’Occidente che tacque allora, quando morivano gli ebrei, e tace oggi. Si dice che Hitler non si poteva fermare. Io non ci credo. Si poteva. Bisognava bombardare le linee ferroviarie e le camere a gas e non spiegare più tardi che non si potevano prendere provvedimenti che avrebbero danneggiato la popolazione civile. È stato fantastico che la popolazione civile non abbia subìto i raid degli alleati, ma sia potuta andare in treno a Auschwitz, direttamente nelle camere a gas. Gli alleati nemmeno minacciarono Hitler di internare i tedeschi che abitavano nei loro paesi. Perché così era loro più comodo”.
-Oggi è la stessa cosa, soltanto che i mezzi di comunicazione ci mostrano costantemente che cosa succede. Eppure vedi come guardano a questo i governi. Che cosa significa in pratica il diritto internazionale? Che non si può intervenire in un paese e fermare un genocidio? Era così anche allora: non si possono aggredire gli assassini, bisogna negoziare con loro. E allora si negozia e migliaia di persone muoiono. Le decisioni appartengono ai politici. E le società non vedono nulla e non vogliono vedere. Se ci fosse un movimento di massa contro quello che succede, allora i governi, pur di rimanere al potere, pur di vincere le elezioni, farebbero qualcosa.
Ma non c’è un movimento sociale che costringe a questo. Si leggono i giornali, si fa colazione, si beve il caffè e poi si ripone il giornale. Perché non ci riguarda… la Jugoslavia è più lontana dalla Polonia del ghetto di Varsavia e noi qui adesso viviamo tranquilli e tutto il mondo vive tranquillo.
-Come in Wyspianski -dico, e cito un brano di Wesele-: che il mondo si dia pure alla guerra, purché la campagna polacca sia quieta, purché la campagna polacca sia in pace.
-Ecco, appunto.
-Va bene -insisto- ma che cosa dobbiamo fare noi cittadini?
-Come cosa? Perché la Polonia, così duramente colpita dalla storia, parla con tale cautela? Non si rende conto che lei stessa si può trovare in una situazione simile e che nessuno la aiuterà? Non possiamo tacere. È una vergogna.
-Marek, là c’è una guerra civile. A che titolo abbiamo il diritto di intervenire?
-Ma cosa dici!? (Marek comincia a gridare, scrivo nei miei appunti) Cosa vuol dire guerra civile? Se migliaia di persone si ammazzano perché credono in un’altra religione o perché hanno una diversa origine, quella non è una guerra civile, ma soltanto ideologica, è la stessa cosa dell’hitlerismo. Penso che a un certo punto si comincerà a parlare di “Milosevicismo” oppure di “serbismo”. E così come si accusano i governi dell’occidente di Yalta, così si accuseranno Mitterand, Major, Clinton per l’indifferenza di oggi. Gli aiuti alimentari non sono un vero aiuto. All’Occidente interessa soltanto mantenere una parvenza di umanità agli occhi dei media.
-Credi che l’Occidente faccia solo finta di aiutare, ma che in realtà si tratti di una messa in scena? Perché le persone non muoiano di fame, almeno non davanti alle telecamere? È così? Vorrei essere sicura di capire bene.
-Esatto. E perché Tadeusz Mazowiecki, che la Commissione dei Diritti dell’Uomo dell’Onu ha inviato in Bosnia Erzegovina come commissario speciale, è così poco amato? Io c’ero e ho sentito cosa si dice di lui in quegli ambienti. Perché sbatte la verità in faccia all’occidente: che la guerra in Jugoslavia non finirà senza l’uso della forza e servirà una forza militare. Io stesso ho parlato di questo in vari contesti, più volte. Ma io non sono un politico, sono un uomo polacco qualsiasi e non ho alcun potere.

Qualche mese dopo la nostra conversazione Marek Edelman si recò a Sarajevo insieme a un gruppo di attivisti, politici, giornalisti, in tutto duecento persone, con un convoglio umanitario, per prendere parte a un “incontro pacifico tra persone di buona volontà” che venivano da tutta Europa. Aveva 74 anni ed era un medico ancora attivo. “Una folla di volontari di diverse età, una lunga strada, luoghi pericolosi. Un medico può essere utile”, disse. Eppure li fecero arrivare solo fino a Spalato, poi li mandarono via. Permisero soltanto ai camion con i beni alimentari e con le medicine di proseguire, spiegando la decisione con questioni di sicurezza (le strade distrutte, le minacce e i ricatti dei serbi). Però sei mesi dopo Edelman riuscì e raggiungere Sarajevo per un incontro di solidarietà tra i sindaci delle città di tutta Europa. Disse più o meno le stesse cose di sempre:
-La copertura del diritto internazionale è immorale.
-Con i dittatori e con i tiranni non si negozia, perché loro comprendono soltanto la forza, quindi bisogna sconfiggerli con la forza.
-Per i criminali di guerra non c’è pietà, bisogna metterli di fronte al tribunale dell’Aja.
Ci sarebbero comunque voluti altri sei mesi perché la Nato “muovesse il culo” (sono parole di Edelman, non mie, io non mi esprimo così, almeno non sulla carta), nell’agosto 1995, quando cominciarono le incursioni contro le posizioni serbe intorno a Sarajevo, cosa che portò alla fine dell’assedio.

Il segnalatore e Cassandra
Questo tema della ripetizione della storia era sempre presente nelle mie conversazioni con Marek, il quale, come un testardo segnalatore ricordava e ammoniva che il genocidio può ripetersi in ogni minuto. Si può dire che sia stato una specie di Cassandra, anche se non ha mai accettato che il mondo non lo ascoltasse.
“Il mondo non mi ascolta? E allora ci provo ancora una volta, e alzo la voce”, questa era la sua tattica, per non dire la sua strategia.
In occasione del Cinquantacinquesimo anniversario dell’insurrezione mi disse:
-Per me queste cerimonie hanno soltanto il senso di ricordare al mondo che il genocidio è un crimine contro la stessa esistenza umana e che non si può essere un testimone indifferente, perché se ne esce mutilati. Per questo, proprio per il nostro bene, non dovremmo guardare ai crimini odierni in silenzio, così come anni fa si è guardato all’Olocausto. Deve nascere un movimento capace di costringere i governi dell’Europa democratica e sazia a opporsi al genocidio e ad aiutare le vittime, e non solo a parole.
E ancora: “Che cosa sta succedendo? Usciamo dal Ventesimo secolo e il genocidio per motivi ideologici e razziali ancora non scompare. Cambiano soltanto le decorazioni. Oggi in Kosovo, nel cuore dell’Europa, di quella stessa Europa che assisteva allo sterminio degli ebrei, di nuovo si uccidono le persone. Per questo ho fatto appello ai capi dei governi che fanno parte della Nato per l’invio di un esercito di terra in Kosovo per fermare il genocidio degli albanesi”.
Ricordo bene che il caso di quell’appello di Marek mi scavò a lungo un buco nello stomaco, e lui era uno specialista di buchi nello stomaco, non meno che di cuori malati. Lanciò un pensiero generale, sottolineò le condizioni e ordinò di scrivere, di correggere e di redigere fino allo sfinimento. E quanto si lamentava di dovermi spiegare tutto più volte, mentre invece Witek Woroszylski, che da anni gli scriveva ogni sorta di discorsi e lettere, afferrava ogni suo pensiero al volo... No, non ci rimasi male, perché non avevo l’ambizione di competere con il ruolo di ghostwriter di Edelman che aveva Witek.
All’inizio Marek mi disse di fare i complimenti ai paesi della Nato per il fatto che avevano, in generale, deciso di intervenire in Kosovo.
-Quindi scrivi che è stata una decisione cruciale, che ha cambiato le sorti del mondo e queste cose qui. E poi che nessuno aveva mai dichiarato una guerra in difesa dei diritti umani prima di loro, perché finora le persone avevano combattuto per territori, terre, risorse e influenze. E poi hai capito: l’indifferenza del mondo, la procrastinazione politica, un altro genocidio...
Scrissi dunque questo:
“I leader del mondo libero, il presidente Roosevelt e il premier Churchill non riuscirono a evitare il genocidio. Dissero però che quando la guerra sarebbe finita e avrebbe vinto la democrazia, tutti, indipendentemente da nazionalità, razza e religione, avrebbero di nuovo potuto sentirsi umani. Soltanto che quando la guerra finì e vinse la democrazia, quei milioni di persone per le quali si era combattuta la guerra non c’erano più e non poterono rallegrarsi dei frutti della pace. Il mondo unito di sicuro vincerà la guerra combattuta in difesa dei diritti degli albanesi in Kosovo. Ma ci saranno ancora albanesi? […] Perché non si ripeta quello di cui sono stato testimone nel ghetto di Varsavia, faccio appello a voi, leader del mondo libero, perché non terminiate gli interventi aerei e perché portiate in Kosovo i soldati. Soltanto la presenza di un esercito della Nato può difendere gli albanesi dal genocidio. So quanto sia doloroso per chi manda i soldati in guerra sapere che potranno morire. Ma so anche, come tutti quelli della mia generazione, che la libertà ha e deve avere il suo prezzo”.
Dopo aver accettato il mio testo, Marek mi chiese di trovare i cognomi e i numeri di fax dei capi della Nato e di qualcuno al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, e forse anche dell’Agenzia Nazionale di Sicurezza, che secondo lui doveva essere una personalità importante e il cui cognome, se non ricordo male, cominciava per “B”.
Sicuramente oggi, al tempo di internet, avrei trovato facilmente qualsiasi cognome, con qualsiasi iniziale e di qualsiasi dipartimento del governo americano, ma allora mi sentii come se qualcuno mi avesse fatto cadere nel racconto Il cognome cavallino di Cechov, peraltro uno dei miei preferiti. Anche lì si trattava di ritrovare un cognome dimenticato, solo che doveva essere un fabbro, capace di togliere i denti senza dolore. E per quanto all’interno dell’inesistente esercito di Edelman io avessi una carica molto bassa, decisi comunque di ribellarmi:
-Ma chi è questo con la B!? E a che ti serve il suo cognome?
-Devi mandare a lui la mia lettera per Clinton. È uno con cui Clinton ha a che fare.
-E come lo sai? Come fai a sapere che lui farà avere la tua lettera al presidente?
-Perché lo so!
-Marek, conosci quest’uomo, vero? È un cognome ebraico?
-E questo che c’entra? Marek alzò la voce.
-C’entra: vuoi che io cerchi un ebreo il cui nome comincia per B. Come te lo immagini? Da dove lo tiro fuori il suo cognome? Come lo cerco? A chi devo chiedere? Forse sopravvaluti le mie capacità.
-Telefona a Geremek.
-Telefoni tu al professor Geremek. Tu puoi chiamare chiunque e chiedere qualsiasi cosa. Io non posso rompere le scatole al ministro degli esteri in carica per il nome di un ebreo che comincia con una lettera di cui, per quanto ne so, non sei nemmeno sicuro e quindi può essere un’altra qualsiasi lettera. Non ha senso.
A quel punto Marek cominciò a urlare che in Kosovo assassinavano le persone e io mi comportavo come quelli che assistevano indifferenti alla rivolta del ghetto.
-Va bene, aggiunsi in tono conciliatorio. Provo a far uscire la tua lettera sulla “Gazeta Wyborcza”.
-No, si offese. Deve essere il “New York Times”.
A questo eravamo arrivati. Telefonai a New York a Irena Grudzinska-Gross, le mandai per fax la traduzione della lettera che avevamo fatto nel frattempo, lei fece un paio di correzioni e riuscì a farlo pubblicare sulle pagine del “Nyt”.
Qualche giorno più tardi guardo le notizie in televisione e vedo Clinton che si rivolge a Edelman e usa le sue parole sul “prezzo che bisogna pagare per la libertà”. Chiamo mio figlio e tutta emozionata esclamo: “Il presidente Clinton mi cita”. E lui, come nulla fosse chiede: “Per cognome?” (devo aggiungere che il mio cognome non è facile da pronunciare in inglese e che quando ero negli Stati Uniti e facevo lo spelling: Es-Zed-Si-Zed-I-Es-En-Ei, spesso mi chiedevano “Ma è sicura?”). “Ma no, dico, è la lettera di Edelman a Clinton, solo che l’ho scritta io”. Al che mio figlio sbuffò.
Dato che la Nato non si risolse nell’immediato a un invio dell’esercito in Kosovo, Edelman tirò fuori la sua ben nota “infantile impazienza”. Solo pochi giorni dopo la prima lettera ecco che si rivolgeva di nuovo ai leader internazionali. In una seconda lettera pose l’accento in un altro modo. “Lo sfollamento è morte”, dichiarò “in nome dei tre milioni di sfollati ebrei polacchi, di cui la metà è morta di inedia, di fame e di malattie e l’altra metà nelle camere a gas”. Più avanti affermava che il criminale Milosevic non si sarebbe consegnato da solo: “Quelli come lui comprendono soltanto la forza e per loro la vita umana non conta nulla”.
“Non bisogna avere paura”, rincuorò poi il presidente Clinton. “Ci vuole più coscienza e più coraggio”:

La seconda generazione in campo
Il terzo giorno dell’aggressione russa in Ucraina, mentre come sempre prima di addormentarmi controllavo che cosa succedeva a Kiev, ho trovato una mail del figlio di Marek, Aleksander (Olek), che era emigrato nel marzo 1968 e oggi è un biofisico francese in pensione:
“Ti scrivo perché ho paura per gli ucraini che domani devono incontrare Putin. Henryk Erlich e Wiktor Alter, i comandanti del Bund, durante la guerra andarono a un incontro con Stalin e avevano la garanzia della sicurezza. Non sono mai tornati. Di sicuro gli ucraini che vanno all’incontro non sono stupidi, ma non conoscono quella storia. Forse bisogna ricordarla loro sulla Gazeta Wyborcza?”.
Risposi che anche io ero preoccupata, ma che loro di sicuro non nutrivano alcuna fiducia in Putin e sapevano invece che cosa aspettarsi da lui, e che lo sapevano quanto e forse meglio di noi. Del resto non avrei fatto in tempo a scrivere nulla prima che loro andassero a questa “conversazione di pace”. Da quel momento ci siamo scambiati con Olek un centinaio di mail, tutte nello stesso stile breve, come dispacci dal fronte. Nelle sue lettere ho trovato la stessa insofferenza di Marek, quando soltanto annusava i sintomi di una catastrofe imminente, nella quale sarebbero morti civili innocenti.
Già il primo di marzo Olek scrisse una lettera aperta a Putin che finiva con “Mentre scrivo queste parole esiste il rischio di un conflitto nucleare. Vladimir Vladimirovic Putin, si ricordi la lezione della storia, i tiranni finiscono tragicamente. Se lo ricordi”. Qualche giorno più tardi mi inviò la bozza di una lettera “al presidente Biden e ai leader del mondo libero” con un appello di sostegno, implicitamente militare, all’Ucraina. Per mail gli chiesi se doveva essere una sua lettera personale o piuttosto una lettera degli eredi viventi dell’Organizzazione Ebraica Combattente. Rispose che era una lettera sua, perché per trovare altri firmatari ci sarebbe voluto troppo tempo e qui si trattava di pubblicare un appello nel giorno in cui Biden atterrava in Polonia. La lettera uscì sulla Gazeta (questa volta sul “Nyt” non siamo riusciti); si può leggere il testo integrale sul sito wyborcza.pl. Riporto qui soltanto una, necessaria, citazione: “Sono sicuro -scrive Olek- che se mio padre fosse in vita avrebbe alzato la voce per intervenire a ogni costo in favore dell’Ucraina, che paga oggi con il sangue la difesa dei valori di libertà del mondo democratico”.
Dire che la lettera di Olek a Biden mi ha dato la sensazione di un déja-vu è poco. Mi sono sentita come un criceto infilato dentro una ruota. È passato quasi un quarto di secolo e io sono ancora qui, come allora, a redigere una lettera per i potenti del mondo, perché impediscano un genocidio.

A un certo punto della nostra corrispondenza Olek mi ha inviato il link del documentario “Sterminio” che ha girato nel 2019 insieme a Anna Agranat. Lo stimolo per girare il film era stato da un lato il silenzio che c’era in casa di Olek sul tema dell’Olocausto (con i bambini non se ne parlava) dall’altro l’incontro con Dariusz Stepinski, testimone del genocidio dei Tutsi, che aveva lasciato la Chiesa e il Rwanda. In Rwanda era tornato soltanto con Olek, 25 anni dopo il massacro, per prendere parte al suo film. Olek è non soltanto il co-regista, ma anche la voce narrante e l’intervistatore dei protagonisti del film. La sua narrazione è pulita, guida le conversazioni in maniera molto lineare e delicata.
-Io non parlo con i bianchi, dice uno dei Tutsi sopravvissuti. Parlo con lei, perché lei è ebreo.
Dei Tutsi si dice che sono gli ebrei d’Africa.
Nel film vengono usate registrazioni di archivio di Marek, che racconta dello sterminio degli ebrei polacchi. L'accostamento del suo racconto con le storie dei testimoni di un altro sterminio, avvenuto in un altro momento e in un altro continente, ci costringe a riflettere seriamente sulla natura dell'umanità. Soprattutto alla luce di quanto sta accadendo oggi in Ucraina.

Bisogna gridare
“Marek -dico un giorno a Edelman- hai grosse aspettative sulle persone… io stessa a volte mi sento sopraffatta e impotente”. E lui allora: “Ti senti impotente? Non sai cosa fare? Urla…”.
All’epoca pensai che fosse uno scherzo, o una metafora. Ma oggi penso che lo dicesse seriamente. E del resto lui stesso gridò per tutto il tempo del conflitto nei Balcani, vero che lo fece in senso metaforico (“Mi convince il grido disperato di Edelman che supera i confini della difesa della pace”, commentò un poeta e giornalista italiano), ma era capace di gridare non soltanto metaforicamente.
Olek Edelman mi ha ricordato il racconto di quando suo padre fu liberato da un campo di internamento (grazie a un intervento internazionale, nel gennaio 1981) e lui, durante il coprifuoco, camminando per via Piotrkowska, gridava: “Mi hanno liberato, sono libero” e poi: “Gente, svegliatevi!”. E le persone si affacciavano alla finestra e lo salutavano, perché lo riconoscevano. Per un quarto di secolo aveva lavorato a Lodz come medico ed era un delegato di Solidarnosc.
Del resto la madre di Olek, Alina Margolis-Edelman raccontava che sua madre, dopo essere uscita dal ghetto e aver raggiunto la parte ariana poco prima della rivolta, aveva trovato rifugio nell’appartamento di una anziana malata costretta a letto, Stefania Sempotowska, una giornalista, un’insegnante, un’educatrice e un’attivista in difesa dei diritti umani. Una certa notte, mentre da sopra il ghetto si levava un bagliore di sangue, nell’appartamento dei vicini c’era una festa allegra e rumorosa. Allora la signora Stefania si alzò dal letto, si affacciò alla finestra e cominciò a gridare: “Smettete di divertirvi. stanno bruciando le persone!”. La musica tacque e nel palazzo cadde un silenzio sordo, per non dire mortale.
Forse allora dovremmo riunirci davanti all’ambasciata russa e urlare il nostro dolore? La rabbia mi suggerisce un semplice slogan: “Putin, vaffanculo!”. La mia parte sentimentale-romantica invece mi impone di andare sotto l’ambasciata ucraina e gridare “Slava Ukraini” e sventolare la bandiera ucraina.
Ma ho anche una buone dose pratica per cui mi chiedo se non sarebbe sensato riunire un folto gruppo di persone sotto una sede della Nato in Polonia (c’è forse un luogo simile a Varsavia?) e scandire: “Chiudete il cielo sopra l’Ucraina, chiudete il cielo sopra l’Ucraina”.
Che cosa mi consigli, Marek?
(traduzione di Irene Salvatori. Il testo fa parte del volume in via di pubblicazione Il dottor Edelman, gli ebrei e i gentili, di Joanna Szczesna)