È una banalità affermare che il ruolo del sindacalismo è sfidato da una trasformazione radicale che ha rivoluzionato le basi geografiche, economiche, sociali e culturali sulle quali esso si fondava. Non è questo breve scritto la sede per un esame analitico di queste trasformazioni che peraltro sono state negli ultimi decenni argomento di studi diffusi che ne hanno descritto i diversi aspetti, oggettivi e soggettivi. Ma oltre che dagli studi è dall’esperienza, una dura esperienza, che queste radicali novità hanno trovato conferma. 
Il drastico ridimensionamento della rappresentatività, della forza, dell’efficacia e del ruolo politico dell’azione sindacale è un dato di fatto e ne è la prova la difficoltà a rispondere alle nuove sfide e ai nuovi problemi. Se si vuole fermare o addirittura invertire questa tendenza occorre cercare risposte. Risposte nuove a domande nuove e difficili. Risposte difficili, controverse, che bisogna avere il coraggio e la razionalità di cercare anche quando non si prestano a una battuta in un talk show o a un titolo del giornale del giorno dopo.
Il sindacalismo del Novecento ha fatto e dato molto ai lavoratori e alla democrazia: il fatto che il suo ruolo sia sfidato dalla nuova realtà e sembri, in assenza di profonde trasformazioni, condannato all’esaurimento politico e sociale, non significa sottovalutarne l’importanza o addirittura sbeffeggiarlo e sostenerne l’inutilità.
Non guardiamo solo al passato, alle conquiste fatte, al progresso sociale e alla stabilità democratica nelle quali le confederazioni sindacali hanno svolto una parte determinante.
Guardiamo al futuro, ai giovani: come si può pensare che senza il sostegno e l’impegno delle grandi confederazioni, senza la loro esperienza, senza la loro forza organizzativa, senza il ruolo istituzionale che hanno conquistato, sia possibile sostenere con successo per le nuove lavoratrici e per i nuovi lavoratori, la ricerca e la costruzione di una nuova prospettiva, di nuovi contenuti, di nuovi modelli organizzativi, in altre parole di un sindacato nuovo?
Davanti alle grandi confederazioni, formate e consolidate in una fase precedente, stanno due compiti ugualmente importanti e non opposti l’uno all’altro.
Il primo è gestire nel migliore modo possibile, con la contrattazione nazionale e aziendale e attraverso i negoziati coi governi, le relazioni sindacali, i diritti e le retribuzioni della parte del lavoro che -per semplificare- chiamo sindacalizzata. Anche questa parte sindacalizzata è molto cambiata in questi anni, per la situazione oggettiva nella quale lavora e per una diversa soggettività che la caratterizza. Anche in questa parte del mondo del lavoro sono necessarie nuove proposte e nuove risposte. 
Il tema della libertà nei suoi diversi aspetti, dal lavoro e nel lavoro, ritorna come una nuova sfida di fronte alle tecnologie e alle scelte di vita individuali e collettive. Su questo c’è molto da fare per cambiare, arricchire, aprire alla nuova realtà la cultura a la struttura della contrattazione, cercando un nuovo equilibrio tra diritti, doveri, norme collettive e scelte e progetti individuali; e un equilibrio tra condizione e diritti del lavoro e competitività delle imprese e dell’economia.
Contrariamente al passato l’unità del mondo del lavoro non coincide con la sua uniformità. Ma la contrattazione collettiva e i suoi risultati non riguardano solo le persone sindacalizzate: essa segna i limiti, gli standard di riferimento anche per quel vasto mondo del lavoro che sindacalizzato non è, e difficilmente lo potrà diventare in tempo breve, ma che -oltre che in leggi che fissino una barriera protettiva- può trovare nei contratti collettivi un punto di riferimento essenziale per tutelare se stesso e il proprio lavoro.
Ma c’è un altro grande compito, una nuova possibilità. Il sindacalismo non è condannato a rassegnarsi a un drastico declino. Certo questo declino politico e organizzativo può essere moderato e apparentemente percepito come meno drammatico dal consumo, più o meno lento del notevole patrimonio politico e materiale accumulato nel passato dalle generazioni precedenti.
Ma c’è un’altra possibilità: il sindacato può aprire la propria mente e le proprie porte e sorreggere con la propria forza, le proprie esperienze, le proprie risorse la costruzione di quel sindacalismo nuovo, adatto alle nuove lavoratrici e ai nuovi lavoratori e ai nuovi lavori. Questo mondo del lavoro è oggi sostanzialmente privo del diritto ad avere un sindacato e questo, a mio parere, sfiora la violazione costituzionale.
La prima cosa che chiedo e che vorrei verificare attraverso un dialogo aperto è se il disagio così forte che sento nel vedere da tempo scivolare su un piano inclinato il sindacato e il sindacalismo è il frutto della mia storia personale, della nostalgia di un uomo che ha lavorato e vissuto decenni nel sindacato e che lì ha formato buona parte di se stesso; o se invece si tratta di una valutazione ampiamente condivisa, e condivisa da persone, come quelle alle quali sto rivolgendomi, che hanno posizioni politiche molto diverse e che anche sul futuro del sindacato non necessariamente convergono. Insisto su questo punto: si tratta di una questione che riguarda certo il futuro del sindacato, ma anche -almeno allo stesso modo- il futuro della democrazia e il suo incerto destino.
Non dico che il futuro del sindacato sia il primo problema della necessaria messa in sicurezza della democrazia nel nostro paese ma certo è un problema serio, molto serio. È un problema del quale nessuno parla, nessuno discute; è un tema assente dal dibattito pubblico. O meglio compare talvolta nella forma di una polemica politica i cui protagonisti sembrano condannati, come i cani di Pavlov, a un’eterna e ripetitiva coazione a ripetere, a una salivazione al suono del campanello anche in assenza di cibo.
Quando si parla della sindacalizzazione dei nuovi lavori ci si riferisce in primo luogo, giustamente e quasi naturalmente, al lavoro precario, al lavoro povero sia degli italiani che dei migranti. La loro situazione è sotto gli occhi di tutti. O almeno di tutti coloro che non chiudono gli occhi per non vedere.
Ma una nuova sindacalizzazione non riguarda solo il lavoro povero: è una sfida che riguarda il basso e l’alto, sia il lavoro più dequalificato e precario che quello ad alta qualificazione e livelli retributivi rispettabili che possono far valere sul mercato la loro forza. Ascoltare e parlare a entrambi questi mondi, capire da e con loro di che sindacato hanno bisogno e pensano di poter costruire è una condizione essenziale di successo.
Forse sarebbe ora, quasi sessant’anni dopo, di ripensare alle ragioni di Bruno Trentin, quando nella preparazione della piattaforma del contratto dei metalmeccanici del 1969, sostenne, perdendo nella consultazione, gli aumenti in percentuale contro i popolarissimi aumenti uguali per tutti.
Anni dopo, quando lavorai con lui alla Fiom e alla Flm nazionali, quando esaminava con noi le piattaforme rivendicative dei grandi gruppi contrastava con accanimento ogni fuga demagogica: non lo diceva, ma avvertivi che sotto sotto -convinto del ruolo formativo del sindacato- pensava “non è abbastanza impopolare” di molte piattaforme rivendicative.
(Detto tra parentesi, vale la pena di riflettere sul perché, pur avendo Trentin perso quel referendum così importante per il contratto, nessuno si sognò di mettere in discussione né il suo ruolo né la sua indiscussa autorevolezza: ma qui si aprirebbe un altro capitolo).
Oggi ovviamente il problema non è aumenti in percentuale o uguali per tutti. Il punto è che il modello organizzativo e contrattuale sindacale così come è, in tutte le diverse confederazioni, non è più adatto ai nuovi lavoratori, ai loro problemi, alla loro soggettività. Non a caso è inefficace la richiesta di adesione al sindacalismo così com’è, con le sue pur diverse culture, le sue modalità organizzative, i suoi modelli contrattuali. Ripeto e sottolineo è inefficace e improduttiva sia in basso, nel lavoro più povero, sia in alto in quello relativamente più ricco. La condizione per una vera ripresa sindacale è che il nuovo lavoro possa costruire con tutti gli aiuti possibili, ma con le sue mani, il sindacato adatto a sé. Senza questo c’è il rischio concreto -e forse già più del rischio- che sia lo stesso diritto costituzionale ad avere un sindacato a essere vanificato dalla realtà per la maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori, con conseguenze che riguardano al tempo stesso le condizioni del lavoro e la qualità della democrazia. Si sottovaluta a destra e a sinistra, da parte di coloro che credono nella democrazia e sono preoccupati per la sua profonda crisi, che il sindacato, i sindacati, sono uno dei pilastri della nostra democrazia.  Anche per questo il futuro del sindacato e del sindacalismo è una grande questione costituzionale sulla quale partiti e parlamenti dovrebbero agire: solo sprovveduti o in malafede possono sostenere che questo significhi una lesione dell’autonomia sindacale, che è stata e dovrà restare una pietra miliare del sindacato. Non c’è bisogno di insistere a lungo sulle grandi difficoltà, sugli ostacoli che incontra ogni tentativo di costruire un sindacato adeguato al nuovo lavoro. 
Sono tanti i motivi che ostacolano la sindacalizzazione del lavoro più povero: la disoccupazione incombente, l’irregolarità, la mancanza di diritti, i salari da fame. È una condizione che si presenta in forme estreme in gran parte dei migranti. Ma non riguarda solo i migranti: è la condizione nella quale entrano al lavoro la maggior parte dei giovani. E all’altro capo, dove il lavoratori sono più qualificati, con condizioni e retribuzioni migliori, la proposta di un’azione collettiva che non preveda spazi importanti per la libertà individuale non può comunicare con questo mondo. Un mondo che è in gran parte convinto di poter giocare le sue carte individuali e vuole farlo. E finisce per considerare non un aiuto ma un ostacolo chi si frappone a questo e propone soluzioni collettive.
Come fare? Domanda senza risposte, come tutte le domande importanti, in particolare nella situazione attuale nella quale sembrano crollare i pilastri delle nostre identità. Quadrare il cerchio, scriveva quarant’anni fa Ralf Dahrendorf a proposito delle sfide della politica.
È in questo quadro che il problema dell’unità sindacale si presenta con urgenza e drammaticità.
I benemeriti difensori della Costituzione, dei quali cerco di far parte con gli occhi aperti, forse dovrebbero accorgersi e dire qualcosa sul fatto che un diritto costituzionale così importante come quello sindacale rischi di venir meno anche se nessuno ne dichiarerà la fine. 
Non è un aspetto secondario di una democrazia che forse va ricostruita, senza dubbio riparata. E anche i partiti di sinistra, ma non solo quelli, dovrebbero capire che per il futuro della democrazia italiana il diritto del mondo del lavoro ad avere un sindacato non vale meno delle leggi elettorali e della riforma della giustizia. Parliamo del diritto di tutte le lavoratrici e i lavoratori, non solo di una piccola e minoritaria parte. Ho accennato alle grandi difficoltà a superare gli ostacoli che si frappongono all’esercizio di un pieno diritto sindacale nel mondo del lavoro di oggi e di domani. Su queste difficoltà gigantesche, e con un mondo imprenditoriale che in maggioranza tende a ostacolare l’organizzarsi del lavoro in sindacato, una divisione sindacale così grave come quella che vediamo vivere e crescere sotto i nostri occhi rende quasi impossibile affrontare il problema.
Uso il termine sindacato perché nella mia esperienza e nella mia formazione, anche quando ho ricoperto incarichi di rilievo nella Fiom e nella Cgil, ho sempre considerato il sindacato -sulla base dell’insegnamento dei miei maestri, da Foa a Trentin, da Lama a Scheda, da Emilio Pugno a Tino Pace a Sergio Garavini, da Carniti, a Cesare Delpiano, da Gastone Sclavi a Franco Castrezzati, da Benvenuto, da Crea, da Bentivogli, e soprattutto dai tanti lavoratori con i quali ho condiviso gran parte della mia vita- come esperienza unitaria. E anche quando l’unità è diventata difficile e la divisione ha prevalso, l’impegno e la lotta per l’unità, come una vera stella polare, sono stati aspetti essenziali della formazione e della cultura di decine, forse centinaia, di migliaia di quadri. 
Anche quando non riusciva a produrre risultati immediati, l’impegno per l’unità e all’ascolto era un antidoto potente ed efficace contro il settarismo, contro la propria pigrizia, contro la propria stupidità. Ed è in questo clima, fatto non solo di radicalità ma anche di quella moderazione che è il frutto del dialogo, che il sindacalismo italiano è diventato una grande forza e ha anche potuto giocare un ruolo politico autonomo e non subalterno. Di tutto questo sembra, da tempo, si stiano perdendo perfino le tracce: e non è neanche possibile stabilire per responsabilità di chi, vista la strettissima collaborazione che questo lavoro di demolizione culturale accomuna le diverse centrali sindacali. Nessuno, e addirittura neanch’io, come ho cercato di dire per brevi accenni, ignora le grandi trasformazioni che hanno cambiato la società e il lavoro e che sfidano a una revisione e a una ricostruzione dei contenuti e delle forme del sindacalismo.
Così come nessuno può nascondere l’effetto di risucchio che produce sul sindacato un dibattito politico e istituzionale nel quale il populismo sembra avere già vinto, cancellando ogni azione e ogni pensiero che non abbia come orizzonte il sondaggio o il titolo di giornale del giorno dopo. Ma questo non giustifica la pura e semplice rimozione del problema del sindacato dal dibattito sul futuro della democrazia. A mio parere, questo è tanto più necessario e urgente perché stiamo sfiorando la cancellazione di fatto del diritto costituzionale delle donne e degli uomini che lavorano a costruire e scegliere e avere il proprio sindacato. È un punto molto importante che richiede una spiegazione.
Come nasce un sindacato? Qual è l’atto all’origine, l’atto costitutivo della nascita dell’organizzazione sindacale?
La risposta è abbastanza semplice: nel loro luogo di lavoro, materiale o virtuale, sono le donne e gli uomini che lì lavorano che si uniscono per affrontare insieme i loro problemi e ridurre così, in qualche misura, lo squilibrio di forza e di potere rispetto all’impresa e a chi la comanda.
Ripeto: all’origine sono lavoratrici e lavoratori, o una parte di loro, che si uniscono. Se non si uniscono, il sindacato non nasce: si potrebbe dire che l’atto unitario forse non è sufficiente, ma sicuramente è necessario alla fondazione del sindacato e al radicamento del diritto che la Costituzione italiana afferma, protegge e garantisce.
Cosa succede oggi? Facciamo un esempio che in realtà è meno estremo di quanto a prima vista appaia. C’era un grande murale storico a New York, in Lower East Side, che raffigurava gli ebrei in fuga dai progrom che scendevano dalla nave e fondavano il sindacato, il Bund. Di fronte all’arrivo dei barconi carichi di giovani migranti, le nuove operaie e operai di oggi e domani, mi ritorna in mente quell’immagine. E mi chiedo come Cgil, Cisl e Uil chiederanno a quanti scendono oggi dai barconi, non di organizzarsi insieme, unendosi, ma di dividersi scegliendo una o l’altra delle diverse Confederazioni. Come faranno a fare capire le differenze tra di loro? In quale lingua le spiegheranno? In moldavo, in ucraino, in urdu, in wolof o in swahili? O hanno elaborato un nuovo esperanto adatto all’uso? Potranno sostenere che le pratiche per il permesso di soggiorno fatte dalla Cgil sono più di sinistra di quelle fatte da Cisl e Uil o viceversa?
Le schiere di giovani donne e uomini italianissimi che entrano oggi nel mondo del lavoro sono così diverse da quelli che scendono dai barconi? Sanno qualcosa di più di Cgil, Cisl e Uil e delle differenze tra loro e possono compiere una scelta informata e a ragion veduta? O alla fine l’unica cosa che conta è la semplice riproduzione delle strutture e dei loro meccanismi di governo?
Ho fatto per gran parte della mia vita il funzionario sindacale e penso di sapere quanto la difesa e il mantenimento delle strutture e dei quadri sia essenziale per la vita del sindacato. Ma quando questa attività si separa dai contenuti e diventa pura concorrenza senza altra motivazione, come nel caso dei servizi (che rappresentano grande parte dell’attività sindacale) si evidenzia un problema che deve essere affrontato. Quando questa divisione diventa un ostacolo così importante alla possibilità di sindacalizzazione e di esercizio del diritto costituzionale per le nuove lavoratrici e per i nuovi lavoratori ad avere un sindacato, il problema non riguarda solo i sindacalisti, ma la democrazia e il suo futuro.
È quindi un problema che la politica ha il dovere di affrontare anche se può comportare scelte difficili e mettere in discussione riserve di consenso considerate acquisite e protette.
Vedo il pericolo di una deriva: che da pilastro dell’architettura democratica il sindacato diviso diventi un ulteriore soggetto di destabilizzazione della democrazia e di aggravamento della sua crisi.
Anche per questo è necessario riaprire il dibattito politico sul sindacato come aspetto del cambiamento istituzionale necessario e rialzare alta la bandiera dell’unità sindacale che rimane, nonostante tutto, una bandiera molto popolare.
Chi può farlo? Tutti. Io penso, anche se il problema non può essere impostato come problema di parte, visto che seppur tra tanti dubbi aderisco al Pd, che intanto dovrebbe farlo in primo luogo il mio Partito e scrivo queste righe anche per invitare chi ha molta più voce, ascolto e autorevolezza di me a contribuire a riportare questo grande tema nel dibattito pubblico dal quale si è ed è stato estromesso. 
Ma naturalmente la questione non riguarda un partito e neppure uno schieramento o una coalizione.
Bisogna cercare di capire se si vuole farsi capire e per capire bisogna non solo guardare gli altri ma anche se stessi. Questo, almeno per la sinistra, non riguarda solo il problema del sindacato.
Sul merito, sulle vie da scegliere, sulle proposte che questo tema implica, ci saranno ovviamente posizioni diverse: ma non è questa a mio parere l’urgenza dell’oggi.
Oggi è urgente riportare la questione del sindacato, come uno dei pilastri della democrazia, all’onor del mondo e rifarne, investendo le opinioni pubbliche, un punto della elaborazione e del confronto sindacale, politico e istituzionale sul futuro della nostra democrazia.