Dall’inizio del Novecento fino alla sua conclusione, la critica sociale e la critica della cultura si sono sviluppate brillantemente attraverso una serie di autori assai varia per ispirazione e metodi. Tra loro ci sono stati anche scrittori e poeti come Karl Kraus, Antonio Machado, Aldous Huxley e Orwell, Roland Barthes, Montale e Pasolini... Ma non potevano mancare anche filosofi morali e sociali come José Ortega y Gasset, Simone Weil, Hannah Arendt e Theodor Adorno, nonché sociologi di professione come Charles Wright Mills (1916-1962). Quest’ultimo, tra gli anni cinquanta e l’inizio degli anni sessanta, è stato un autorevole punto di riferimento per la nuova sinistra sia americana che europea, con ricerche famose come Colletti bianchi. La classe media americana (1951), L’élite del potere (1956), L’immaginazione sociologica (1959) e l’antologia Immagini dell’uomo. La tradizione classica in sociologia (1963). La sociologia come scienza si era accademizzata sempre di più, concentrando la sua attenzione su problemi di metodologia della ricerca che tendevano a sminuire le sue potenzialità critiche e il suo orientamento politico. Il ritorno ai grandi classici che Wright Mills promosse collocava di nuovo in primo piano i fondatori della scienza sociale, con la loro capacità di visione generale. Antologizzando testi di Marx e Engels, di Spencer, Durkheim, Weber e Veblen, Pareto e Mosca, Simmel, Mannheim, Michels e Schumpeter, si allargavano gli orizzonti della ricerca e della critica, con una accresciuta attenzione alla coscienza di classe e alla consapevolezza politica. Teorizzando infine a proposito e a favore di una “immaginazione sociologica” e della sua necessità sia per gli intellettuali che per i cittadini comuni, Wright Mills metteva sotto accusa la ristrettezza di visione dei sociologi di professione:

L’uomo del nostro tempo ha spesso la sensazione che la sua vita privata sia tutta una serie di trabocchetti e che i suoi problemi, le sue difficoltà, trascendano la ristretta cerchia in cui vive. Sensazione il più delle volte esatta: l’esperienza e l’azione dell’uomo ordinario sono circoscritte alla sua orbita personale; la sua visuale e i suoi poteri non oltrepassano i limiti dell’impiego, della famiglia, del vicinato; in ambienti diversi dal proprio si muove male, rimane spettatore. E quanto più si fa strada in lui la coscienza, ancorché vaga, di ambizioni e di minacce che trascendono il suo mondo d’ogni giorno, tanto più gli pare di essere in trappola.
Alla base di questa sensazione ci sono i mutamenti di struttura delle grandi società, in cui i singoli individui sono immersi (...) Non si può comprendere la vita dei singoli se non si comprende quella della società e viceversa. Ma di solito l’individuo non vede i suoi problemi in termini di mutamenti storici o di conflitti istituzionali (...) L’immaginazione sociologica permette a chi la possiede di vedere e valutare il grande contesto dei fatti storici nei suoi riflessi sulla vita interiore e sul comportamento esteriore di tutta una serie di categorie umane. Gli permette di capire perché, nel caos dell’esperienza quotidiana, gli individui si formino un’idea falsa della loro posizione sociale (...) Riconduce così il disagio personale dei singoli a turbamenti oggettivi della società, e trasforma la pubblica indifferenza in interesse per i problemi politici.
(L’immaginazione sociologica, Il Saggiatore 1962, pp. 113-115)

L’invito di Wright Mills allo sviluppo di una facoltà come l’immaginazione sociologica indica che la coscienza sociale, politica e storica, la percezione di sé nella vita quotidiana si realizzano solo se si riesce a connettere le “difficoltà personali d’ambiente” ai “problemi pubblici di struttura sociale”. La proposta di Wright Mills nasce anche da una polemica contro “l’ethos burocratico” negli studiosi di scienze sociali. Si tratta, metodologicamente, di un “empirismo astratto” che caratterizza “la razionalizzazione e la standardizzazione delle varie fasi della ricerca sociale”: “Come avviene negli affari (specie nel settore pubblicitario, nelle forze armate e anche nell’Università) la nuova scienza sociale finisce per mettersi al servizio di qualsiasi scopo si proponga di raggiungere la sua clientela burocratica. E si tratta, più in generale, del diffondersi dello spirito burocratico in varie sfere della vita culturale, morale e intellettuale” (ibidem, p. 112).
Il sociologo non si rivolge più al pubblico in generale ma a una clientela specifica, che ha interessi e problemi particolari da risolvere: “il passaggio da un pubblico a una clientela particolare svuota l’idea dell’oggettività intesa come distacco (...) All’Università come circolo aristocratico di professionisti, tende a sostituirsi quella dell’Università intesa come complesso di burocrazie di ricerca”. Questo ha fatto sparire nei più giovani sociologi presi nel meccanismo l’esistenza di una vera problematica intellettuale indipendente. Questo significa che la scienza sociale, se non è autonoma, non può essere un’impresa pubblicamente responsabile. Dato che il singolo scienziato sociale dipende nel suo lavoro dalle burocrazie, non può che perdere la sua autonomia individuale, sociale e politica. E questo ha portato un grande numero di scuole di scienza sociale all’uso di slogan come questo: “lo scopo delle scienze sociali è prevedere e controllare il comportamento umano”. Un tale scientismo pratico ha portato all’human engineering, controllo della natura e controllo della società: “Per molti degli scientisti”, dice Wright Mills, “queste formule tecnocratiche sono il surrogato di una filosofia politica”.
Negli ultimi capitoli dell’Immaginazione sociologica si arriva così alle conclusioni, alle previsioni per il futuro e a quell’“arte intellettuale” necessaria a difendere “ragione e libertà” in una società che sia o voglia essere democratica.
Ecco alcune delle sue conclusioni: 

In tutto il mondo oggi gli esseri umani cercano di sapere dove sono, dove stanno andando, se possono fare qualcosa e che cosa circa il presente come storia e il futuro come responsabilità (...) Siamo alla fine di quella che si è chiamata l’Età Moderna. Non voglio dire soltanto che sentiamo di essere in una transizione di epoche e che lottiamo per afferrare le caratteristiche dell’epoca nuova nella quale riteniamo di star entrando. (...) Voglio dire che anche i nostri orientamenti principali -liberalismo e socialismo- sono virtualmente crollati come spiegazioni sufficienti del mondo e di noi stessi. Queste due ideologie sono uscite dall’Illuminismo e hanno in comune molti presupposti e valori. In ambedue si considera l’aumento di razionalità come la condizione prima dell’aumento di libertà. Ma siamo arrivati a una razionalità senza ragione. Una razionalità che non accresce, accrescendosi, la libertà, ma la distrugge (...) Nessuna meraviglia che l’ideale individualistico sia messo in dubbio: oggi è in gioco la natura stessa dell’essere umano, l’immagine che abbiamo dei suoi limiti e delle sue possibilità. La storia non ha ancora concluso la sua esplorazione dei limiti e dei significati della “natura umana” (...) Ma la domanda va ormai posta in forma definitiva: prevarrà fra gli uomini contemporanei quello che potremo chiamare “Il Docile Robot”? Si sa che l’uomo può essere trasformato in un robot con mezzi chimici o psichici, mediante una pressione continua o un ambiente controllato, e anche con pressioni saltuarie. Oggi dobbiamo chiederci qual è, nella natura umana, nella condizione umana, in ogni varietà di struttura sociale, il fattore che lavora per il trionfo del Docile Robot, e che cosa gli si oppone (...) La varietà nella quale fiorisce il Docile Robot è l’antitesi della società libera o, nel significato letterale e più semplice della parola, della società democratica. Nella biografia dell’individuo, nella storia di una società, il compito sociale della ragione è di formulare le scelte, di allargare gli scopi delle decisioni umane nella costruzione della storia.
(Ibidem, pp. 176-83 passim)

A questo punto come dimenticare che la premessa morale e intellettuale delle scienze sociali è che libertà e ragione continueranno a essere valori prediletti? Si tratta cioè della scienza sociale come un’arte intellettuale che nasce da una consapevolezza politica o che la produce. La sua etica è che il lavoro non sia disgiunto dalla condotta di vita, perché “dedicarsi a uno studio significa scegliere un modo di vita e scegliere una carriera”:

Il ruolo della ragione negli affari umani e l’idea del libero individuo come depositario della ragione sono i concetti più importanti che gli studiosi di scienza sociale del Ventesimo secolo abbiano ereditato dai filosofi dell’Illuminismo.
Se devono rimanere i valori chiave, allora dobbiamo riformulare come problemi gli ideali di ragione e di libertà in modi più precisi e validi. Ai giorni nostri, infatti, questi due valori, ragione e libertà, sono in pericolo tanto evidente quanto inafferrabile (...) c’è sempre più ragione di sospettare che anche coloro che stanno più in alto, come i generali descritti da Tolstoj in Guerra e pace, si diano semplicemente l’aria di sapere, senza sapere davvero.
Anche uomini di altissima intelligenza tecnica possono trovarsi a compiere con la massima efficienza il loro lavoro, senza sapere che questo lavoro si tradurrà nella prossima bomba atomica. Perciò la scienza non è un Secondo Avvento Tecnologico! L’istruzione universale può portare all’imbecillità tecnologica e al provincialismo nazionalistico anziché all’intelligenza informata e indipendente. Un alto livello di razionalità burocratica e di tecnologia non significa un alto livello di intelligenza individuale o sociale.
(Ibidem, pp. 178-179)