Il nostro Paese si addentra in una fase storica di cambiamenti negli equilibri internazionali. È tenuto ad affrontarla dopo che in otto decenni le conflittualità interne, anche aspre, sono rimaste contenute in una banda circoscritta di oscillazioni. Nell’epoca della contrapposizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica, per la maggior parte dei comunisti in Italia la rivoluzione non è mai stata davvero all’ordine del giorno. I tentativi di colpo di Stato autoritario, o forse è meglio dire i desideri di golpe, non hanno mai oltrepassato un livello di preparazione delle manovre offensive che li rendesse realizzabili. I terrorismi di destra e sinistra, spargendo sangue con efferatezza, hanno eliminato numerosi innocenti senza arrivare ad annientare la nostra democrazia. Imperfetta, comunque pur sempre democrazia.
Occorre ragionare con mente libera su che cosa ci aspetta in un mondo più inquieto rispetto a quello di venti o trenta
anni fa. Per risparmiarsi rotte fallaci, indispensabile è anche sapere da dove veniamo. Questo agile libro sul passato si
deve a un autore il cui sguardo non è rivolto all’indietro. È il risultato di una sorta di sua vocazione laica: cercare di capire la realtà, nelle pieghe non a tutti evidenti, per ricavarne suggerimenti che possano essere utili alla comunità alla quale tutti noi apparteniamo. Nello scrivere le sue riflessioni su un periodo storico concluso, Adolfo Battaglia si è occupato di avvenire. Perché ai lettori segnala errori che l’Italia non dovrebbe ripetere e limiti datati da superare. A sterili nostalgie non riserva alcuna concessione. Con linearità estranea a ogni impulsività retorica, l’autore di Come cadesti o quando? smonta luoghi comuni. Innanzitutto, fa presente quanto i partiti politici messi alla gogna nella stagione di “Mani pulite” fossero profondamente italiani e inseriti in una illegalità estesa, radicata nella società e in tante imprese. Battaglia non giustifica i reati commessi.
Né mostra indulgenza verso arricchimenti personali. Si attiene a una constatazione oggettiva: non separa le tangenti su affari pubblici da un habitat che aveva (e ha) per suoi elementi costituitivi una vasta evasione fiscale, una quantità sterminata di abusi edilizi sanati da condoni, un accumulo imponente di contravvenzioni non pagate dai cittadini in teoria obbligati a saldarle.
Questa premessa ha valore per dare risposte a una domanda tuttora attuale: che cosa determinò la caduta della cosiddetta “Prima Repubblica”? In altre parole, quali cause ebbe il crollo dell’assetto politico-istituzionale durato nel nostro Paese dalla fine della monarchia alla prima metà degli anni Novanta? Secondo Battaglia, in sostanza, il peso di tre giganteschi massi.
Il primo è consistito nell’azione di una magistratura dai trascorsi assai meno ribelli verso il potere dei partiti di quanto spesso le viene attribuito.
Il secondo macigno stava e resta nella pressoché infinita serie di illegittimità, illegalità, irregolarità abituali per una parte cospicua della società italiana (fenomeno verso il quale la giustizia si è dimostrata nel complesso piuttosto “passiva”).
Il terzo masso, a giudizio dell’autore del libro, è stata l’insufficienza politica, ossia la mancanza di strategie adeguate alle necessità, delle due grandi formazioni in grado di incidere di più sul cammino della società: la Democrazia cristiana e il Partito comunista.
La Prima Repubblica, in un certo senso, si è suicidata. Questa la tesi ricavabile dall’analisi. Con le forze e le culture che aveva a disposizione, l’Italia non è stata in grado di delimitare o di inserire in un circolo più virtuoso l’insieme variegato degli istinti, delle aspettative più o meno fondate, delle legittime ambizioni, degli obiettivi di una società democratica.
Socialisti, azionisti e futuri artefici del Partito repubblicano, alla fine del 1944, avevano rinunciato ad appoggiare il secondo governo di Ivanoe Bonomi, in precedenza proposto con successo per sostituire il maresciallo Pietro Badoglio.
Temettero che la sua opera rappresentasse, come effettivamente fu, l’inizio di una involuzione. In un circostanziato articolo di Giancarlo Tartaglia, ampiamente citato nel libro, traspare l’idea che a perseverare in errori e rigidità del genere fu per lo più il socialista Pietro Nenni, tutto sommato più rigido, fino a rasentare la sprovvedutezza, rispetto a un avveduto Ugo La Malfa. Il caso rievocato evidenziò le difficoltà di formare a sinistra un rilevante polo né democristiano né comunista, mai superate del tutto.
Con un metodo analitico affine a quello di uno storico e la competenza acquisita nella propria esperienza di dirigente politico e uomo di governo, Battaglia offre sulla caduta della Prima Repubblica una chiave interpretativa originale. Colloca il suo crollo nella fase terminale di una patologia che le era connaturata dalla nascita: il sistema dei poteri italiani successivo alla dittatura fascista, benché di certo migliore del precedente, sarebbe stato costruito in modo da umiliare energie e premiare rendite di posizione conservatrici, parassitismi sia agiati sia popolari. All’origine del vizio Battaglia indica la convergenza tra il britannico Winston Churchill e il sovietico Stalin, due personalità opposte interessate entrambe ad anteporre le “ambizioni strategiche dei loro Paesi nel Mediterraneo” alla costruzione di una “democrazia
europea” in Italia. Dal campo delle ipotesi valide sull’estinzione della Prima Repubblica il libro esclude di fatto due fuorvianti cliché: il collasso di un sistema corrotto provocato da una riscossa della morale e una congiura ordita dall’intera magistratura. Furono il premier di Londra e il dittatore di Mosca, secondo Battaglia, a determinare un sostanziale bipolarismo tra Dc e Pci. Ma nelle pagine del libro si intravede che nel nostro Paese il bipolarismo effettivo, non riconosciuto come tale, sarebbe stato tra un blocco conservatore e sostenitori di riforme. Conservatori: la destra democristiana e quella di derivazione fascista, componenti di rilievo del Vaticano, parte dell’informazione. Riformisti: i laici, alcuni livelli elitari di forze progressiste della Dc, settori dei socialisti e il filone realista di un Pci nel complesso frenato da ritardi ideologici. Tra i laici, in particolare il filone dei repubblicani di La Malfa.
Un pregio e allo stesso tempo una seria pecca della Prima Repubblica sono racchiusi in una contraddizione. Dc e Pci, alla prova dei fatti, riuscirono a far crescere senza deragliare dai binari della libertà una nazione piena di squilibri sociali e devastata dalla Seconda Guerra mondiale. Laici e progressisti illuminati offrirono al Paese segmenti brillanti di linee politiche nei campi economico e internazionale. Mai, però, furono in grado di crescere oltre le dimensioni di formazioni piccole o di correnti minori. Mancarono la fortuna, la pazienza e l’inclinazione adeguate a competere con le reti dei partiti di massa, originate dal ramificato mondo cattolico e dal proposito comunista di dotare il Pci di una sezione per ogni campanile.
Un manifesto del riformismo, secondo Battaglia, sarebbe stato nel 1962 la “Nota aggiuntiva” del ministro del Bilancio La Malfa, citata in tanti saggi. Di quel programma allegato alla “Relazione generale sulla situazione economica del Paese” il titolo non è mai stato avvincente. Il senso sì: correggere rigidità strutturali dell’economia italiana per renderla sempre più adatta al nuovo contesto europeo. Che quell’ambizione fosse innovativa, perfino coraggiosamente ardita, Battaglia lo sottolinea ricordando che La Malfa, dopo la pubblicazione della “Nota aggiuntiva”, fu contattato dal democristiano Paolo Emilio Taviani che gli confidò motivi di preoccupazione per le possibili reazioni. Taviani fu illustre ministro dell’Interno. Dunque di polizia, non di Finanze o Tesoro. E si riferiva a reazioni di personaggi della Dc nonché della “Francia gollista”.
Ignoranza o ingenuità contraddistinguono quanti, nella fase attuale, guardano alle vicende politiche italiane come a una questione esclusivamente locale, al riparo da ogni interferenza estera. Merito di questo saggio snello è il suo essere schietto e fattuale. Disincaglia da stereotipi consolidati le riflessioni da compiere. Si risparmia sia riverenze sia i toni preferiti da chi polemizza per farsi notare. È con argomentazioni circostanziate che Battaglia liquida le versioni di coloro che presentano Palmiro Togliatti, e non Stalin, come l’ideatore della “svolta di Salerno” eseguita nel 1944 dal segretario comunista italiano alleandosi temporaneamente con la monarchia. E Battaglia scuce di dosso alla magistratura italiana l’immagine indocile nei confronti della politica dipinta da molti. Rammenta per esempio che nella Corte di Cassazione, a Costituzione varata, fu alta la ritrosia verso i doveri di disapplicare norme del regime fascista di fatto annullate.
Se l’Italia di oggi trovasse il modo di ragionare su tutto questo preferendo attenersi ai dati di fatto e non a semplificazioni omissive, potrebbe disporre di un navigatore migliore. Più conforme a nuovi itinerari da tracciare, senza dimenticare la storia, mettendone a frutto insegnamenti da individuare nelle sue pieghe.