Alle due di notte ci hanno svegliato i colpi della contraerea. Non sono nuovo a quegli istanti di esitazione che separano la percezione del botto dalla risposta: ogni volta c’è un momento di attesa, quel “ma davvero?” che vuole credere alla tranquillità contro ogni evidenza. Ma poi qualcosa si smuove, sempre: questa volta è stata un’esplosione ancora più forte, forse più vicina. Ci siamo vestiti approssimativamente e siamo scappati fuori, attraverso la strada, e poi giù nella cripta della cattedrale, dimenticando di portarci almeno un po’ d’acqua. Vedere pochi ucraini nel rifugio è stato il nostro conforto: chi è costantemente esposto calibra meglio il rischio reale e le contromisure necessarie. “I frati scendono solo se tremano i muri”, ha detto qualcuno. In verità, i muri tremavano. Ho sentito esplodere autobombe a Nairobi, a Gaziantep e a Erbil, spari a Pemba, bombardamenti dell’aviazione turca su Derek, ma non ho mai vissuto un attacco così prolungato. A un certo punto, verso le cinque, c’è stata una pausa, e ci siamo convinti che si potesse tornare a letto. Quando gli attacchi sono ripresi, mezz’ora dopo, eravamo già un po’ più ucraini: ci sembrava che i muri dopotutto non tremassero, anche se i ronzii dei droni e la risposta della contraerea erano gli stessi. Le esplosioni sono continuate fino oltre le otto del mattino: sono stati abbattuti 258 droni e non ho capito quanti missili; i danni, grazie all’efficienza della contraerea, sono stati limitati.
A metà mattina siamo tornati a perfezionare una rete antidrone iniziata il giorno precedente, monitorati da una signora della parrocchia, un dispositivo minimo che, insiste un pensiero nella testa assonnata, non fa certo la differenza nel grande schema dell’invasione. Eppure la difesa è fatta di cura, piccoli gesti esatti; a ogni minima imprecisione nella tessitura tornavo indietro e correggevo, per paura che proprio quella svista fosse fatale. Pensavo alle quattro buche già scavate a destra del tumulo più recente, nel cimitero immenso visitato subito dopo la frontiera; magari questa rete, se fatta senza errori, ritarderà il momento in cui la prossima fossa si renderà necessaria.
Mia moglie e io siamo a Odessa con il Movimento Europeo di Azione Nonviolenta, quasi 140 attivisti da tutta Italia, inclusi alcuni ucraini; gli spostamenti e i dettagli delle nostre attività, per questioni di sicurezza, sono comunicati con pochissimo preavviso. Nelle attese, e in una sessione dedicata, riflettiamo sul secondo obbiettivo più ambizioso (il primo, ovviamente, è una pace giusta): la costituzione dei Corpi Civili di Pace. Si vorrebbe un riconoscimento di volontari della società civile nella prevenzione, gestione e riparazione dei conflitti, affinché questi non siano esclusiva della politica e dell’azione militare. La prima proposta in questo senso la fece Alex Langer nel 1995, pochi mesi prima di suicidarsi, e nell’ultima serata di questa missione italiani e ucraini lavoreranno a una dichiarazione da presentare al Parlamento Europeo. L’arco dei trent’anni passati testimonia sia le criticità che l’ambizione della proposta. 
Ma essere qui è anche, nell’immediato, risposta di solidarietà alla confusione pilotata, al cinismo, a quella deprimente convergenza di ingenui, antimperialisti strabici (cos’è mai la Georgia, cos’è stata la Siria, che sarà in fin dei conti l’intero Sahel?) e collaborazionisti  che insiste a raccontarsi e a raccontare l’invasore costantemente disposto al dialogo e gli aggrediti, invece, guerrafondai a tutti i costi.
Mentre una ragazzina ci racconta della sua fuga da un paesino del Luhansk, la mattinata degli altri attivisti trascorre in luoghi diversi e altrettante attività: preparare un pranzo per i vigili del fuoco (un modello per i Corpi Civili di pace), giochi coi bambini (così scopriamo l’aumento dei casi di diabete mellito, causati dallo stress della vita assediata), distribuire dei pasti ai senzatetto (dall’attacco ce ne sono molti di più), tamponare i danni causati da un drone su una scuola materna. Dopo pranzo ci raduniamo tutti davanti al teatro dell’opera; abbiamo strappato un mezzo permesso (più un silenzio assenso) alle autorità locali, preoccupate per la nostra incolumità in un’area che è stata bersaglio degli attacchi sventati poche ore prima. Gli ucraini sparsi nel parco attorno a noi fanno domande, sorridono increduli, si uniscono al centinaio di italiani e ad altri ucraini già presenti. Intoniamo il canto simbolo dell ...[continua]

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