Nel 1970 la popolazione della Giamaica era di poco più di 1.700.000 unità, insomma come quella di una grande città. Ebbene questa ristretta cerchia di umanità è stata capace di produrre una quantità incredibile di musicisti, cantanti, autori, strumentisti, tale da invadere in modo massiccio in primis l’Inghilterra, e questo può non stupire visto che si tratta di una ex colonia e che moltissimi giovani giamaicani vivevano a Londra, ma, sorprendentemente, anche il mondo intero. Il reggae è infatti oggi uno standard che viene identificato in Mongolia come in Paraguay. Insomma si può con tranquillità sostenere che la Giamaica detiene la percentuale musicale pro capite più alta del mondo. 
In tutto questo è stata certo un elemento notevole la figura di Bob Marley ma lo schiacciamento che la sua immagine ha determinato è del tutto fuorviante perché, senza voler negare il valore di musicista e di autore di Robert Nesta Marley, è giusto far notare che il suo ruolo di star mondiale ha in parte alterato la natura stessa del reggae ma soprattutto, involontariamente, offuscato altre figure, in primis gli altri membri degli Wailers, Peter Tosh e Bunny Wailer, che ai più risultano quasi sconosciuti. 
Ma tornando alla vivace scena musicale di Kingston, non si tratta solo di quantità perché in quei numeri si manifesta anche la grande creatività dei neri giamaicani, riconoscibile nella varietà, nella sperimentazione, nell’innovazione e nella conseguente influenza sensibile sugli sviluppi della musica popolare del XX secolo.
Partendo dal folklorico Mento, una versione del calypso emersa nelle campagne giamaicane negli anni venti, ma ovviamente frutto di una elaborazione di molto precedente, si passò allo ska, musica festaiola, ma pur sempre imparentata col R&B ed affine a certo jazz, per arrivare al reggae, passando attraverso lo stadio intermedio del rock steady leggermente più veloce. In queste metamorfosi durate circa vent’anni le strutture produttive, partite da basi assai rudimentali, si sono anch’esse sviluppate ed evolute sempre però in modi artigianali e nonostante ciò incredibilmente efficaci, ed in questo senso il rapporto tra sperimentazione tecnica, cioè gli studi, l’utilizzo pratico, cioè le serate danzanti, la qualità compositiva, gli autori e gli interpreti, e l’innovazione è stato fortissimo. Questa interazione permise ai musicisti degli studi di Kingston di introdurre tre elementi che diverranno ingredienti stabili nella produzione musicale successiva, il toasting, cioè il parlato ritmato sulla musica, anticipo del rap, il dub, cioè l’eco rallentato al fine di espandere in modo ipnotico il brano, ed infine la “version”, cioè una facciata B non cantata su cui i dj potevano elaborare le loro creative presentazioni. Questi elementi sviluppatisi tra la fine degli anni Sessanta ed i primi anni Settanta, resero Kingston il centro sperimentale della musica popolare mondiale.
Nell’immagine pubblica generale però questo non emerge e ai suoi occhi la musica giamaicana oscilla tra lo standard caraibico, cioè gioiosità disimpegnata e danzereccia, ed una immagine più mistica e “stoned” legata alla nota passione isolana per la ganja, cioè la Marijuana, al rastafarianesimo ed a tutta l’iconografia correlata. Senza dubbio non è una visione errata ma ovviamente limitata. Un dato che è poco noto è che proprio negli anni della grande ondata musicale, un contesto storico particolare, piegò l’attenzione di molti musicisti portando la politica tra i solchi dei 45 giri di Kingston.
Nel 1971, quasi dieci anni dopo l’indipendenza della Giamaica, un carismatico leader socialista Michael Manley si candidò alle elezioni alla guida del People’s National Party (Pnp). La gente comune lo chiamava “Joshua” una sorta di nuovo Mosè destinato a condurli alla Terra Promessa. Il suo avversario, Hugh Shearer, veniva identificato come il malvagio “Faraone”, difensore dell’ingiusto sistema coloniale. Michael Manley capendo il grande ruolo della musica nella vita dei giamaicani, adottò i musicisti rasta e reggae. La verga che impugnava durante i suoi comizi “The rod of Correction” che diceva aver ricevuto da Hailé Selassié, l’imperatore d’Etiopia, era lo strumento di correzione attraverso cui avrebbe riportato la giustizia in Giamaica. 
Parlando ai “sufferers” (i poveri tra i poveri) convinse la maggioranza dei giamaicani e venne eletto e poi rieletto rimanendo al governo fino al 1980. Il contributo dei musicisti giamaicani al succes ...[continua]

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