William Raffaeli è direttore dell’Unità operativa di Terapie antalgica e cure palliative dell’Ausl di Rimini.

Noi ci eravamo visti circa sei-sette anni fa per un’intervista e vedendo il nuovissimo reparto in cui siete ora, viene da pensare che le cure palliative ne hanno fatto di passi avanti in questi anni, almeno a Rimini. Cos’è successo?
Diciamo che le cose hanno preso un indirizzo fortunato. Abbiamo trovato un ascolto che a quel tempo sembrava non esserci. Questo per due motivi: il fatto che a livello ministeriale sia capitato Veronesi che, provenendo dal gruppo milanese del professor Vittorio Ventafridda, uno dei vecchi padri delle cure palliative, era sensibile al problema. E questo mi rafforza nella convinzione che il diritto passa sempre attraverso la conoscenza. Quindi il ministro era convinto della necessità di una legge sulle cure palliative. D’altra parte non potevamo rimanere ancora gli ultimi della classe: fino all’anno scorso nel consumo di morfina eravamo ancora assestati attorno al centesimo posto, dopo l’Albania e prima della Romania. C’era un problema ormai evidente legato a una legge inadeguata, che obbligava ancora alla prescrizione valida solamente otto giorni. Ad esempio in Spagna hanno già constatato che con prescrizioni che conservano la validità per trenta giorni, il consumo aumenta. Perché la burocrazia incide anche sui comportamenti. Molti medici, vuoi per indolenza, vuoi per difficoltà a tenere certi registri, erano recalcitranti. Quindi il ministro ha cambiato la legislazione in materia di narcotici. Non solo ma, cosa ancora più importante, ha costituito i centri di terapia palliativa e, quindi, i cosiddetti hospice, demandandone alle Regioni lo sviluppo e l’attuazione.
L’Emilia Romagna cosa ha fatto?
La nostra Regione, l’anno scorso, ha promulgato la legge e a Rimini, nel 2001, è stato organizzato il primo hospice ospedaliero. Nella nostra regione ci sono due tipi di reparti, uno ospedaliero e uno prettamente territoriale, che servono per la cura dei pazienti in una fase di terminalità. La loro caratteristica principale è l’attenzione a non esagerare con la cura: un paziente in fase di terminalità non deve subire un accanimento di terapia, ha bisogno di molte cure per la sofferenza, ma non di terapie e di indagini di chissà quale natura, che non cambiano il destino della sua vita. Insieme a questo abbiamo cercato di migliorare, con tecnologie moderne, l’assistenza domiciliare. Molti pazienti fanno fatica a rimanere in domiciliare perché si sentono un po’ abbandonati. Nello stesso tempo molte famiglie hanno paura a tenere a casa il paziente critico, che può morire da un momento all’altro, un giorno ha un problema, il giorno seguente un altro, a volte respira male, a volte ha un dolore, non è mai stabile ed è fuori dal controllo e dal contatto con lo staff medico-infermieristico. Allora abbiamo organizzato una centrale operativa dove lavora personale non sanitario -uno psicologo e un bioingegnere- attorniato dagli infermieri, che intervistano quotidianamente il paziente attraverso sistemi telematici. I pazienti hanno un ritorno molto soddisfacente perché riescono a superare quelle piccole crisi senza essere ricoverati, oppure possono essere assistiti tempestivamente con cure a domicilio, ma solo in situazioni di estrema necessità. Questo è molto utile per le zone marginali rispetto ai capoluoghi di provincia, le fasce montane, dove comunque il contatto diretto è sempre difficile, perché il medico di medicina generale, trovandosi da solo, fa comunque fatica ad affrontare certe situazioni. Questo è un modo che noi vorremmo incrementare, per ridurre proprio il consumo di benzina. Stiamo cercando di capire se, in effetti, sia possibile servire un certo numero di pazienti attraverso questi nuovi modelli di controllo, riducendo così le visite infermieristiche.
Poi la grande novità è che siamo riusciti a convincere la Regione Emilia-Romagna -ma per adesso solo questa- dell’importanza e necessità della cura del dolore. E’ stato promosso un gruppo di studio e nel piano regionale triennale, ‘99-2001, è stato inserito l’obbligo di costituire i centri di terapia del dolore: bastano quattro, cinque, sei centri nella regione, in modo che ci sia un centro di riferimento e negli altri ospedali ci siano dei sanitari dedicati che, a seconda della complessità, per il ricovero afferiscono presso uno dei centri. Si dovrà sviluppare bene la rete, però questo è l’andamento e gi ...[continua]

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