Luigi Ferrajoli, professore di Filosofia del diritto presso l’Università di Camerino, è stato tra i fondatori di Magistratura Democratica.

Qual è il suo giudizio sulla sentenza della Cassazione che ha condannato Sofri, Bompressi e Pietrostefani, alla luce delle motivazioni dove si parla di mancato pentimento, di un rimorso che non c’è stato?
E’ una sentenza vergognosa, ma del resto non bisognava aspettarsi niente di diverso. In aggiunta, c’è un elemento di assoluta illogicità che ha spinto qualcuno a parlare di sentenza suicida. E’ incredibile la sottolineatura del mancato pentimento, del mancato rimorso in nome del quale si rifiutano le attenuanti. Anche ammesso che fossero colpevoli, il cosiddetto mancato pentimento non dovrebbe comunque incidere sulla pena, perché il nostro non è un processo inquisitorio, l’imputato ha il diritto di difendersi; ma in questo caso gli imputati si sono sempre protestati innocenti. Insomma, non c’è neanche bisogno di sottolineare il segno di assoluta rozzezza intellettuale e culturale della sentenza della Cassazione.
L’altro elemento abbastanza strano che lascia interdetti è la valutazione della sincerità del pentimento di Marino. Questa è una sentenza di legittimità, e quindi non avrebbe dovuto entrare nel merito della sincerità, o non sincerità, del "pentito". Le sentenze di Cassazione giudicano il diritto, per cui in questo caso avrebbe dovuto soltanto valutare la logicità della motivazione appellata e l’applicazione dei criteri di valutazione della prova previsti dalla legge, fra cui quello previsto dall’articolo 193 del codice di procedura penale che prevede la necessità di riscontri esterni alle dichiarazioni del collaboratore. Viceversa, mi sembra -io non l’ho letta integralmente, ho visto soltanto i passi che sono stati riportati sui giornali- che la sentenza parli della sincerità e della credibilità di Marino, entrando così nel merito, il che mi sembra un elemento improprio, uno sviamento, perché non è competenza della Cassazione esprimere giudizi siffatti. Purtroppo, questa è una sentenza definitiva e il fatto che la motivazione sia così aberrante e sgangherata non cambia le cose, anzi rende ancor più evidente l’ingiustizia che è stata commessa. Una sentenza definitiva non lascia possibilità, salvo la grazia d’ufficio, che pure il nostro codice prevede proprio per situazioni di questo genere, o la revisione del processo nel caso emergano altri elementi di prova che non sono stati valutati, una revisione che comunque esigerebbe tempi molto lunghi. E’ in casi come questo che si mostra la ferocia della giustizia.
Questo processo è sintomatico di una prevenzione verso l’estrema sinistra di allora, di un pregiudizio politico che perdura, ma è anche emblematico, per tanti aspetti, della situazione della giustizia italiana per la quale ormai sembra valere solo la parola di chi è reo confesso di gravi reati…
Questo è certamente un processo contro degli imputati simbolo del ’68 e di Lotta Continua in particolare; ma non è tanto l’aspetto politico che, secondo me, ha giocato, qui; purtroppo ha giocato, e mi pare che lo stesso Sofri ne parli, un partito del pregiudizio, una prevenzione accusatoria che probabilmente si è consolidata nel tempo per la necessità di non ammettere errori e magagne commessi nel corso del processo.
Insomma, se qualcuno cercasse delle ragioni per sostenere la separazione delle carriere fra il giudice e l’accusa, fra il giudicante e il pubblico ministero, il processo Sofri gliene fornirebbe a iosa: qui abbiamo avuto una subalternità dei giudici nei confronti dell’accusa e di una procura che ha sempre impugnato tutto, anche la sentenza suicida.
Teniamo presente che una sentenza suicida è il massimo della scorrettezza deontologica per un magistrato giudicante: un giudice che, in contrasto con la deliberazione, in questo caso assolutoria, del collegio di cui fa parte, facendo leva sulla nuova procedura penale che prevede l’illogicità e quindi la contraddizione fra dispositivo e motivazione come causa di Cassazione, scrive la motivazione praticamente in modo da minare la sentenza emanata e pregiudicare la decisione della Corte di cui fa parte. Ora, non so come sia effettivamente andata: certamente, la procura aveva il diritto-dovere, come dicono, d’impugnare una sentenza assolutoria, fatto sta che la Cassazione è intervenuta proprio perché ha ravvisato questa contraddizione. Così, con un piccolo imbroglio, è stato vanificato in sostanza il giudizio di una Corte di Appello con giudici popolari.
Una sentenza suicida non è da considerare una scorrettezza veniale, io la trovo una cosa molto grave. Certamente, il giudice relatore era convinto della colpevolezza, però la correttezza del processo, essendo la giuria un organo collegiale che delibera a maggioranza, vuole che venga motivata la decisione presa, non l’intenzione di chi è rimasto in minoranza. Questo è stato molto grave.
Anche sulla chiamata in correità sembra che ormai si sia allo sbando: si va in una sezione di Cassazione e si è assolti, si va in un’altra e si è condannati all’ergastolo...
Non c’è dubbio che sarebbe interesse della magistratura prendere le distanze da sentenze simili, perché evidentemente un cittadino si chiede: "Ma davvero vengono utilizzati in questo modo i pentiti? Davvero basta la parola di un pentito, o comunque di un coimputato, non solo priva di riscontri esterni, ma addirittura smentita e contraddetta, per arrivare ad una condanna a 22 anni?". Penso, e spero, che l’utilizzazione dei pentiti in questa maniera non sia generalizzata e che nei processi per mafia i pentiti siano più di uno e ci siano dei riscontri esterni, in modo che sia rispettato quanto l’articolo 193 del codice di procedura penale prevede. In realtà, una sentenza come quella della Cassazione squalifica la professionalità dei magistrati italiani nella valutazione delle prove.
Qui c’è proprio la cultura della prova che vacilla…
La prova non è soltanto una massima di legge, quella secondo cui occorre un riscontro esterno, un elemento esterno in più che confermi la prova acquisita; la prova è una massima generale della logica dell’induzione. Se una tesi è vera, per la logica dell’induzione essa deve avere più di un riscontro. Pensiamo ai libri gialli: a un certo punto si scopre l’assassino e tornano tutti gli elementi, per cui il quadro accusatorio si integra da solo. Un principio fondamentale della logica induttiva è quello per cui, se una tesi scientifica, una tesi storiografica, una tesi sul passato è vera, non ha un unico riscontro che ne confermi l’attendibilità: se è vera, è confermata e suffragata da più riscontri, da più elementi esterni, laddove -e questo è un principio della logica induttiva- basta una smentita, una falsificazione per annullare la veridicità di una tesi. In questo caso, invece, è avvenuto il contrario: si sono trovati solo elementi che hanno falsificato la tesi originaria. Aggiungo che nella motivazione occorrerebbe falsificare e smentire anche le ipotesi alternative del fatto commesso, cioè occorrerebbe dire -in qualche modo convincere, argomentando in maniera persuasiva- che non può essere andata diversamente da come dice l’accusa. In realtà, non c’è niente di tutto questo.
Ora, sul caso Calabresi, che si è aperto a distanza di sedici anni dal fatto, c’era una quantità tale di misteri e di incertezze che i principî elementari di civiltà processuale avrebbero richiesto l’assoluzione, anche nel caso di un semplice dubbio, del "ragionevole dubbio". E invece, addirittura, alla fine di questo processo abbiamo quasi la prova dell’innocenza, perché sia Bompressi che Pietrostefani avevano un semialibi -Bompressi era stato visto a Massa poche ore dopo il delitto e quindi avrebbe dovuto precipitarvisi in maniera assolutamente inverosimile; Pietrostefani, invece, era latitante-; a sua volta per Adriano Sofri le modalità, i tempi e il modo in cui sarebbe stato dato il mandato di uccidere sono risultati completamente inverosimili. Adesso è inutile stare a ripetere cose che sono state scritte tantissime volte, però qui abbiamo quasi una smentita, quasi la prova dell’innocenza perché Marino non è riuscito assolutamente a dare elementi convincenti circa il modo, i tempi, ecc. Altro che ragionevole dubbio!
Da parte degli inquirenti si mostra una voglia, decisamente patologica, che l’imputato confessi; una voglia che si trasforma in astio profondo verso chi non lo fa…
Quello dei giudici è un lavoro pericoloso. Queste cose, purtroppo, ci sono da secoli, i giudici sono sempre stati così. Le garanzie, faticosamente, cercano di limitare questo potere che Montesquieu chiamava "il potere più odioso", un potere che sempre può oscillare dal potere di garanzia dei diritti a quello di sopraffazione. Tutto ciò, spesso, avviene in buona fede, perché l’accanimento di tanti magistrati deriva da una convinzione di colpevolezza profonda.
Il processo contro Sofri, Bompressi e Pietrostefani è tremendo proprio perché rivela l’attualità degli stili inquisitorî, della mentalità colpevolista a priori. Non c’è nulla di nuovo, purtroppo, scopriamo di volta in volta che, nonostante i secoli, nonostante i sistemi di garanzie elaborati, il giudicare espone sempre a queste possibili perversioni. Esigere la confessione, in fondo, fa parte del modulo del teorema, della petizione di principio: dando per scontata la colpevolezza, tutto viene spiegato in chiave di colpevolezza, per cui chi si difenderà sarà semplicemente uno che vuole imbrogliare, che mente, mentre invece tutte le inesattezze sono dovute, come nel caso di Marino, a normale dimenticanza. Questo è uno stile inquisitorio fondato principalmente su una petizione di principio che altro non è se non il rovesciamento della logica induttiva: anziché assumere l’ipotesi da provare come problematica e incerta, come falsa fino a prova contraria, la si assume per vera, la si difende e probabilmente poi, nella durata del processo; soprattutto se questo ha fatto scalpore, cresce la difficoltà a smentirsi, ad ammettere l’errore commesso.
C’è ormai una cultura della prova, e della giurisdizione, molto primitiva, una mentalità fortemente sostanzialistica che non bada ai criteri razionali di valutazione delle prove, i quali non consistono affatto, come spesso si dice, nel puro e semplice libero convincimento. Il libero convincimento dev’essere suffragato dalle prove.
Il problema è che la logica dell’induzione non è altrettanto rigorosa di quella deduttiva, anche se sono stati elaborati dei criteri in proposito. Purtroppo, nella cultura giudiziaria, e anche in quella giuridica, la logica induttiva viene studiata poco. Vi sono studi sulla prova, ma quasi niente sull’epistemologia dell’induzione, per cui l’atteggiamento più irriflesso può essere quello del pregiudizio accusatorio.
Lei pensa che questa sentenza sia solo un caso limite o che, nello stesso tempo, sia un caso del tutto emblematico di come vanno oggi le cose nei tribunali?
Da un lato, voglio sperare che la giustizia italiana non sia questa, che questo non sia un caso di ordinaria ingiustizia e che i processi, in genere, non vengano fatti così. A me è capitato di seguire alcuni processi, a suo tempo quello del "7 aprile", poi questo di Sofri, e in effetti si tratta di casi limite.
Voglio sperare che questa non sia la normalità e, in un certo senso, ne sono sicuro: per quanto si sia spesso registrata la caduta delle garanzie, la maggior parte dei processi di Tangentopoli non solo si è conclusa con una condanna, il che di per sé potrebbe non voler dire niente, ma quasi mai l’imputato si è protestato innocente.
Già i processi di mafia, però, sono processi puramente indiziari; c’è il caso di Mambro e Fioravanti, c’è il caso Contrada, che pure sono casi inquietanti.
Da parte dei giudici si sente dire, ormai come un ritornello, che "non si giudica una sentenza"…
Anche se certamente i giudici esprimono un potere atomizzato, credo si possa parlare di una cultura dei magistrati, quale, per esempio, si esprime nei movimenti associativi, come quello di Magistratura Democratica per esempio. Bene, credo che quella frase sia il segno di una certa ottusità culturale.
I magistrati non si rendono conto che, proprio in una fase in cui la magistratura è al centro del dibattito politico ed è così discussa, anche aggredita a volte, la cosa più miope per i magistrati è non rivendicare, loro per primi, il rispetto delle regole e delle garanzie che sono le uniche fonti di legittimazione forte. Tutte le volte che invece si schierano a difesa, assumendo le critiche come attacchi ingiusti alla magistratura, danno di sé un’immagine corporativa e inquisitoria, che non può che ridurne la credibilità. A me pare che proprio nei magistrati più impegnati, quelli che si esprimono anche pubblicamente e che di solito sono persone in buona fede, ci sia questo riflesso corporativo che li porta a difendere tutto. Sarebbe stato molto sano, di fronte a una sentenza di questo genere, che ci fosse stata qualche critica. Certo, non l’hanno letta, ma la leggano! Questo è un processo che ormai dura da sette anni, quindi non ci voleva niente a leggere, come abbiamo fatto in tanti, la sentenza di primo grado. A me pare che sia un segno negativo, un segno di autolesionismo, questa mancanza di reattività di fronte alla caduta delle garanzie. Ripeto, a mio avviso dovrebbero essere i magistrati i primi a criticare.
Io ricordo che Magistratura Democratica, di cui feci parte al momento della nascita, nacque proprio sulla critica dei provvedimenti, perché pensavamo che questo fosse un fattore di responsabilizzazione, di salute istituzionale, di freno alle ingiustizie. Il battesimo di Magistratura Democratica fu la critica al mandato di cattura contro Tolin e da allora facemmo una rivista Quale Giustizia che pubblicava dossier su casi di ingiustizia. Questo formò quel tanto di cultura democratica che c’era, c’è stato e c’è ancora in magistratura. Adesso, però, ho l’impressione che stiamo andando verso un’involuzione culturale.