Aicha El Hajjami, studiosa dell’Islam, nota per aver tenuto una lezione al re del Marocco Mohamed VI e alla sua corte nel corso del Ramadan del 2004, è docente alla Facoltà di legge dell’Università Qadi Ayyad. Vive a Marrakech.

Lei si occupa della condizione della donna nell’Islam, anche proprio sul piano teologico. Può raccontare?
Da sempre sono appassionata della cosiddetta “questione femminile”, anche a livello sociale e politico. Per quanto riguarda l’ambito religioso, studio e mi interesso in particolare del posto della donna nei testi “sacri” dell’Islam, ovvero il Corano e la Sunna. Come sapete, la Sunna raccoglie le parole e le prescrizioni del Profeta, anche le sue azioni, è quella che chiamiamo la “tradizione” profetica.
Ora, qualsiasi indagine di questo tipo deve partire certamente dal testo, tenendo però conto anche del contesto, che è l’epoca della Rivelazione. La questione del contesto storico, dell’epoca, è fondamentale. C’è infatti una tendenza ad attribuire all’Islam la situazione precaria e talvolta degradata delle donne nelle nostre società: tutte le volte che si vuole legittimare un’ingiustizia fatta subire alla donna o un’offesa alla sua dignità, alla sua umanità, ci si rifà al Corano, o agli Hadith (i detti del Profeta).
In realtà non è l’Islam il responsabile della situazione della donna nelle nostre società arabe e musulmane, quanto piuttosto le tradizioni, le consuetudini, perlopiù di natura patriarcale, se non addirittura tribali, che si sono consolidate nel tempo creando questa sorta di “sovrastruttura” sugli insegnamenti dell’Islam. Dopo la morte del Profeta c’è stato infatti un ritorno alle tradizioni e alle pratiche ancestrali e questo ha avuto delle ripercussioni su tutta la successiva produzione giuridica e normativa.
Lei non si stanca di ribadire che il Corano non è un codice di legge…
Esattamente. Questa è la prima precisazione da fare. Il Corano non è un testo di legge. E’ un testo di fede che in quanto tale chiama in causa tutti i fedeli, senza distinzione tra uomini e donne. Purtroppo si è voluto trasformarlo in testo di legge, arricchendolo di un gran numero di regole che sono semplicemente il prodotto umano degli Ulema, i dotti dell’Islam (perlopiù uomini, tra l’altro) che hanno proiettato le loro idee sul testo, in conformità con la cultura dominante del loro tempo.
Questo è un concetto fondamentale: in origine queste regole giuridiche erano appunto conformi, coerenti alla realtà sociale e alle tradizioni coeve. Infatti non suscitavano alcun tipo di reazioni, erano anzi universalmente accettate. Oggi invece, l’evoluzione della società, l’attenzione per i diritti umani, ecc. ci mettono in difficoltà costringendoci a rileggere quegli stessi testi in una nuova prospettiva. Si tratta innanzitutto di contestualizzare la Rivelazione riadattandola alla nuova realtà, alle nuove esigenze, in primis le nuove aspirazioni delle donne. E’ questo prevalentemente il lavoro che porto avanti.
Ci può spiegare che cos’è la sharia?
Premetto che è un concetto che non è chiaro nemmeno per la maggioranza dei marocchini. Spesso si usano termini in modo impreciso. C’è infatti una tendenza a confondere la sharia con il fiq ovvero i testi giuridici che traggono ispirazione dal Corano e dagli Hadith.
Etimologicamente la parola sharia significa la “via”, la direzione. Il Corano è composto infatti dal testo stesso, cioè dal suo senso letterale, ma anche dalla “via” che indica; ci sono poi i maqasid che sono gli obiettivi, le finalità, i principi verso cui si orienta il testo. Mi spiego: qualsiasi versetto coranico fa sempre riferimento a una data situazione, nel senso che offre una soluzione a uno specifico problema che si è posto all’epoca della Rivelazione, ma contemporaneamente contiene l’indicazione della direzione in cui andare. Questo, ancora una volta, dimostra come la soluzione proposta sia sempre provvisoria, legata a un preciso periodo storico.
Del resto esiste anche una regola giuridica che dice che le regole cambiano in relazione ai tempi e ai luoghi. Certo ci sono dei principi categorici, che non sono soggetti al cambiamento, ma nel Corano c’è un invito permanente a lavorare, ad approfondire, a meditare per avvicinarsi alla verità. C’è un concetto di progressione che è presente in tutti i testi.
Prendiamo la poligamia. Si è sempre detto che è stato l’Islam ad instaurare la poligamia (persino nell’inconscio dei musulmani resta una prescrizione religiosa). Tr ...[continua]

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