Lorenzo Guadagnucci, giornalista, tra le vittime dell’assalto alla scuola Diaz, è componente del comitato “Verità e Giustizia per Genova” (www.veritagiustizia.it); Simona Mammano è autrice del libro Assalto alla Diaz, stampa alternativa/nuovi equilibri; Raffaele Barbiero è sindacalista Cisl.

Lo scorso 13 novembre si è concluso l’ultimo dei tre grandi processi di primo grado per gli eventi legati alle proteste contro il G8 del luglio 2001 a Genova. Il processo a 29 funzionari di polizia per l’irruzione alla scuola Diaz che terminò con 93 persone arrestate illegalmente e 61 di queste ferite gravemente si è concluso con sedici assoluzioni e tredici condanne.
Lorenzo Guadagnucci. E’ una sentenza che ha fatto scalpore perché sono stati assolti i vertici, cioè coloro che avevano il grado più alto, quanto meno fra gli imputati. Gli imputati erano accusati di falso, calunnie e di arresto illegale.
Gli assolti eccellenti sono sicuramente Francesco Gratteri, che è il capo dell’Anticrimine, Giovanni Luperi, che oggi è il capo del Servizio Segreto Civile, Gilberto Caldarozzi, direttore del Servizio centrale operativo (Sco), tutti altissimi dirigenti di polizia, tutti assolti. Secondo i pm erano i responsabili della catena di comando. Loro tuttavia hanno sostenuto che non c’era nessuna catena di comando, e comunque sono stati assolti da tutte le accuse, sia dall’accusa di calunnia nei confronti dei 93 che erano dentro la scuola, sia di falso per i verbali, sia di arresto illegale. Sono stati assolti anche i firmatari del verbale d’arresto, che forse è la cosa più sorprendente. Parliamo di Filippo Ferri, Massimiliano Di Bernardini, Fabio Ciccimarra, Nando Dominici, Spartaco Mortola e Carlo Di Sarro, tutti capi Squadra Mobile, vice questori, funzionari…
Alla fine hanno condannato i cosiddetti “Canterini boys”, cioè i dirigenti e i capi squadra del VII Reparto Mobile di Roma, in pratica quelli che sono entrati per primi alla scuola, quindi i capi squadra e dirigenti del gruppo dei picchiatori. Nessuno dei picchiatori era sotto processo perché non erano stati identificati. I loro capi, Canterini e Fournier, sono stati condannati, per falso, calunnia e concorso in lesioni. Canterini ha avuto quattro anni, Fournier due, i capi squadra tre anni. Poi c’è il falso accoltellamento. Secondo la ricostruzione della polizia, uno dei 93 avrebbe accoltellato un agente che si sarebbe salvato grazie al giubbotto anti proiettile. Il pm ha contestato la versione dell’agente, ci sono state anche le perizie dei Ris e varie ritrattazioni, comunque alla fine c’è stata l’assoluzione. Libero Mancuso, attuale assessore comunale a Bologna, che all’epoca però era un magistrato, commentò dicendo che era “il primo caso in cui veniva arrestato il coltello e non l’accoltellatore”. Questo perché il coltello fu sequestrato, ma l’accoltellatore fuggì, non si sa bene come, nella mischia, cosa abbastanza inverosimile.
Un altro aspetto abbastanza sconcertante della sentenza riguarda i due agenti che hanno portato le molotov all’interno della scuola, molotov che sono servite ad arrestare i 93. Hanno dato due anni e sei mesi a Burgio e tre anni a Troiani, per falso, calunnia e trasporto di armi.
In sostanza la ricostruzione più verosimile sarebbe che Burgio e Troiani avrebbero architettato la messinscena delle molotov per fornire a chi aveva compiuto materialmente l’operazione la possibilità di arrestare i 93 o­spiti della scuola. Le due molotov inoltre giustificano la perquisizione, che diventa legittima -senza autorizzazione preventiva del magistrato, com’è stato nel caso della Diaz- quando c’è il fondato sospetto che nel luogo dell’irruzione vi siano armi. Non solo, sempre in base alla loro versione ufficiale, le due molotov erano su un tavolino, all’ingresso della scuola, e quindi così in vista che tutti quelli che entravano erano coscienti di entrare in un posto dove c’erano delle bombe molotov, e quindi erano tutti colpevoli.
Insomma, Burgio e Troiani, di loro iniziativa, senza informare nessuno, avrebbero detto ai loro superiori di aver trovato le molotov dentro la scuola. I loro superiori, ingenuamente, avrebbero presa per buona questa versione, da lì si sarebbe innescato tutto il meccanismo dei falsi, gli arresti… però tutto in buona fede.
E’ una ricostruzione abbastanza curiosa.
Ultimo condannato, a un mese, è Luigi Fazio, per l’irruzione nella scuola di fronte, la scuola Pascoli, anch’essa parte del complesso Diaz. Lì è stata fatta una operazione arbitraria, nel senso che non era prevista una perquisizione in quella che era la sede del centro stampa, del Genoa Social Forum e degli avvocati. Lì sono stati portati via degli hard disk, distrutti dei computer e manganellate alcune persone. Però sembra che il Tribunale abbia ritenuto che non ci fosse nulla di così grave. La polizia ha spiegato di avere eseguito la perquisizione per errore: doveva limitarsi alla Pertini e invece un gruppo di agenti entrò anche alla Pascoli...
Un paragrafo meriterebbero anche i risarcimenti, complessivamente tra i 5000 e i 50.000 euro, che secondo i nostri avvocati sono piuttosto bassi. Il mio avvocato, Alfredo Galasso, che è stato legale di parte civile in molti processi importanti -da Ustica al processo Dalla Chiesa- era indignato per la modesta entità dei risarcimenti, segno a suo avviso della volontà di minimizzare la portata dei fatti e delle violazioni. In effetti la calunnia, che vuol dire essere arrestati senza motivo -e posso assicurare che è una cosa drammatica, anche per le conseguenze di immagine, oltre al fatto che ti possono rovinare la vita- per il tribunale di Genova “vale” 2500 euro. Non so…
Raffaele Barbiero. Vorrei fare un passo indietro e dire qualcosa sul movimento che, a partire da Seattle, ha portato migliaia di persone a impe­gnarsi direttamente per contrastare quel modello di globalizzazione e di mercato di cui proprio in questi mesi stiamo vedendo i limiti.
Ecco, all’interno del movimento due cose se­condo me non sono state giocate in positivo. Parto dunque da noi. La prima è che tutta la discussione che ha preceduto il ragionamento sul G8 a Genova non è stata incentrata su che cosa si doveva cambiare di questa forma di globalizzazione invasiva, di questo mercato lasciato libero da ogni regola, ma si è focalizzata per molti mesi, soprattutto quelli precedenti le tre giornate di luglio del 2001, solo sulle azioni dirette da fare a Genova. Non c’è stata una riflessione, anche culturale, su cosa si doveva cambiare in termini di economia, di governi e di regole. Tutta questa parte del dibattito è stata lasciata ai margini, perché la grande discussione era: superiamo la linea rossa o non la superiamo? Se ci attacca la polizia, noi dobbiamo rispondere, ci difendia­mo, come ci difendiamo?
Questo ragionamento secondo me ha deviato l’obiettivo, il fine di quel movimento. Tutta questa parte di dibattito, molto importante, è stata lasciata da parte facendo diventare una manifestazione di carattere politico e culturale, una questione di ordine pubblico e di tattica pre-militare. Questo è stato, a mio parere, un grande errore.
Il secondo errore è venuto dopo. Tante persone che sono venute a Genova e che erano interessate a questi argomenti, sono state praticamente allontanate da discussioni fiume sui massimi sistemi dell’olimpo umano, senza trovare delle cose concrete da fare. Tant’è vero che molti dei Social Forum nati in quel periodo si sono poi estinti per consunzione. Ecco, questi secondo me sono stati due errori molto gravi. Uno pesantissimo, prima, che purtroppo ha favorito questo clima di repressione; l’altro, meno grave del primo, ma comunque importante perché ha impedito che ci fosse una rielaborazione di quanto avvenuto.
Lorenzo. Sono abbastanza d’accordo sul fallimento della gestione dei Social Forum, praticamente in tutta Italia. E’ stata una gestione spesso molto inconcludente. C’è stato anche chi ha messo le mani su queste realtà, pensando di poterle usare politicamente, di fatto uccidendole. Sul prima invece non sono tanto d’accordo. E’ vero che ci sono stati questi elementi che hanno un po’ distorto la natura della conte­stazione a Genova, però bisogna anche dire che quei movimenti erano in una fase nascente (il primo Forum di Porto Alegre era stato del gennaio precedente) e nel 2001 era stato tutto in positivo: il Forum sociale mondiale non aveva nulla da contestare, puntava a riunire movimenti, gruppi, singoli che venivano da tutto il mondo. Io c’ero e lo ricordo molto bene, c’era un’incredibile quantità di attività, seminari, con un modello che si è poi rivisto anche in Europa, con una fortissima carica propositiva e un’enorme attenzione ai contenuti.
E’ chiaro che a Genova questa competenza, questa capacità di affrontare le grandi que­stioni, anche abbozzando delle proposte (tra l’altro i temi, la finanziarizzazione, l’insostenibilità del modello di sviluppo, che allora erano considerati estremistici, oggi sono patrimonio comune), si andava a combinare con le dinamiche di una manifestazione. Credo che lo spostamento su un binario un po’ diverso, quello dello stare in piazza appunto, fosse ine­vitabile.
Ora, è evidente che in piazza c’era anche una componente che non si riconosceva granché nel discorso fatto a Porto Alegre e aveva proprie elaborazioni, un approccio prettamente antagonista, con proprie modalità di azione; que­sta presenza ha creato disagio, confusione.
Penso però che all’origine della degenerazione del clima di quelle giornate ci sia stata in realtà una dinamica di potere, ovvero un interesse politico molto forte a criminalizzare quei movimenti e, come conseguenza, a criminalizzarne le idee: la loro crescita e diffusione preoccupava i potenti di tutto il mondo. Quindi è vero che c’erano una debolezza e un’ambiguità da parte del movimento, ma comunque sarebbe prevalsa la travolgente esigenza politica di spazzare via tutto attraverso la violenza.
Raffaele. Certo è che, proprio sapendolo, non bisognava dare spazio alle forze che potevano fornire un alibi…
Simona Mammano. Purtroppo lo spazio maggiore invece l’ha avuto Casarini con tutte le sue sceneggiate. Io ho seguito tutte le udienze sulla Diaz, ho visto tutti i filmati, ma già prima avevo seguito il G8 alla televisione e devo dire che per chi, come me, in qualche modo si intende di ordine pubblico, veniva offerta già un’immagine precisa.
Cosa vuoi dire?
Simona. Io l’ordine pubblico l’ho visto diverso dal consueto fin dall’inizio. E’ stato detto da più parti che le divise erano differenti. Ecco, quelle divise erano state studiate come protezione, una protezione molto alta (eppure le forze dell’ordine che vanno allo stadio rischia­no molto di più rispetto a quello che in realtà si rischiava a Genova). Lì le divise sono state percepite anche dagli stessi poliziotti, dalle forze dell’ordine, come qualcosa che era stato strutturato proprio per una grande difesa. E poi tutte le voci che giravano…
Quando io sentivo parlare, ad esempio, già prima del G8, di “sangue infetto” che sarebbe stato lanciato contro le forze dell’ordine, si trattava di una notizia che era trapelata da ambienti che evidentemente avevano un’affidabilità, perché era arrivata veramente ovunque. Quindi pensate a delle forze dell’ordine che si preparano a questo. Un’altra voce che è trapelata riguardava le cosiddette “bare”, i contenitori in plastica, a tenuta stagna, per i cadaveri.
Io non so se sono state realmente acquistate, però pensate alle forze dell’ordine che sono state addestrate con questa prospettiva…
Insomma queste persone sono state preparate in un’atmosfera tale che era inevitabile che arrivassero con una carica adrenalinica spaventosa. Questo per quanto riguarda il “prima”.
Dicevi di aver seguito tutte le udienze. Puoi raccontare?
Simona. Durante il processo la persona che ha parlato più chiaramente è stato un alto funzionario di polizia, il Prefetto Andreassi, l’unico ad aver dato una sua interpretazione delle ragioni per cui è accaduto quello che è accaduto alla Diaz. Sono state dichiarazioni forti. Lui è stato molto moderato, pacato, nel dire queste cose, però ne è uscito un quadro piuttosto pre­oc­­cupante. Andreassi ha parlato di “cambiamento di registro” tra il venerdì 20, giorno dell’uccisione di Carlo Giuliani, e il sabato 21 luglio, giornata del grande corteo e poi della notte della Diaz. Tra l’altro lui si è recato sul posto con la sua carica di prefetto vicario del capo della Polizia, dopodiché è venuto a sapere, il sabato stesso, che non era più lì con quelle funzioni. Insomma, è stato tutto veramente molto ambiguo. Comunque lui si è in qualche maniera fatto da parte.
Lorenzo. Andreassi, il vice capo dalla Polizia, alla riunione preparatoria in cui decisero di fare irruzione alla Diaz, si dichiarò contrario all’irruzione. E quindi è rimasto fuori dalla seconda riunione, quella operativa, tant’è che non era imputato al processo.
Simona. La sua testimonianza è stata il filo conduttore di tutta la requisitoria. I pm avevano scritto una memoria che hanno poi integrato, alla fine di tutte le udienze, anche con le parole di Andreassi. Il lavoro dei due pm è stato immenso, perché si sono trovati davanti a grandissime difficoltà.
Lorenzo. Hanno detto che il processo Diaz somigliava un po’ a quelli per stupro e un po’ a quelli per mafia. A quelli per stupro perché le parti lese -i “no global”, i “contestatori”- vengono colpevolizzate; a quelli per mafia -che è la cosa più grave che hanno detto- per l’omertà della polizia di stato. Hanno equiparato la polizia alle cosche.
Molti sono stati turbati proprio da questo “spirito di corpo”…
Simona. Avrei molti episodi da raccontare, certo è che da quando ho scritto un mio racconto sulla Diaz ci sono persone, ci sono colleghi che non mi rivolgono la parola.
Lorenzo. Il racconto di Simona narra la vicenda di Arnaldo Cestaro, che è diventato un amico. E’ un signore del ’39, è uno dei più anziani fra le vittime della Diaz: subì la frattura di una gamba e di un braccio. Ecco, in una raccolta di racconti per l’anniversario della Costituzione, Simona ha raccontato la storia di Arnaldo.
Simona. E quindi dell’intervento all’interno della Diaz. Sempre però con la forma narrativa del romanzo, per cui la parte sul signor Cestaro è reale mentre il resto è romanzato. Anche se il poliziotto che avevo messo all’interno del racconto era il poliziotto-tipo della Diaz. Cioè non aveva un nome e cognome, era una summa di tutto quello che è venuto fuori dal processo.
Certo, è un atto di accusa da parte mia, questo è chiaro. Perché poi io resto del parere che al di là delle responsabilità penali, c’è sempre una responsabilità morale, e di questo non si può occupare la magistratura.
Lorenzo. E’ questo forse il cuore della vicenda.
Come è stata vissuta la sentenza nella polizia?
Simona. Io non ho avuto maniera di parlare con i miei colleghi; nessuno ha piacere a parlare della Diaz.
Il nodo sta nel fatto che non si è riusciti a capire qual è la catena di comando. C’è una gerarchia all’interno della polizia, che è molto strutturata, per cui arrivare veramente al vertice per i pm è stato difficile, per le ragioni di cui si è detto prima, ovvero per il fatto che non c’è stata una grandissima collaborazione, diciamo così. Per dire, fra i picchiatori visti nel filmato, ce n’era uno coi capelli lunghi, che era ovviamente facilmente individuabile dalle questure a cui è stata mandata la richiesta di identificare le persone presenti, invece non sono neanche riusciti a dire chi erano gli agenti in servizio quella sera.
Lorenzo. In realtà un elenco è stato mandato, ma poi si è visto che era parziale, nel senso che alcuni, pur essendo stati identificati in loco, non erano in elenco.
Raffaele. Simona ha parlato delle divise. Io ricordo, come tutti, l’immagine di quel poliziotto che sembrava Robocop. L’alter ego dei plasticotti che mettevano i disobbedienti. Solo che questo era un alter ego istituzionalizzato.
Comunque quel 21 luglio io ero lì e quando la polizia ha fatto la carica noi siamo scappati. Ci siamo riparati nel cortile di una casa, eravamo un centinaio di persone, l’elicottero è passato due volte, hanno buttato i lacrimogeni, eppure nessuno di noi era vestito di nero. Il giorno prima si era ben evitato di adottare abbigliamenti equivoci, c’era stata anche una grossa riflessione, se andare, non andare, alla fine era prevalso il desiderio di andare.
Non solo, all’inizio della manifestazione, quando ancora i disordini non erano scoppiati, noi avevamo visto un gruppettino di persone vestite di nero, armate di bastoni e spranghe e avevamo chiamato la polizia. Il mio amico, avvocato, si era anche qualificato: “Sono avvocato, mi chiamo così e così, noi stiamo vedendo questo, a cento metri da noi”. Risposta: “Non vi preoccupate, è tutto sotto controllo”. Due ore dopo, eravamo noi a scappare…
Simona. Un’altra cosa che mi ha stupito, durante l’ordine pubblico, oltre alle divise, è stato anche il modo di marciare. Si è sempre caricato camminando normalmente, invece loro marciavano e battevano il ritmo contro gli scudi. Io ero annichilita...
Queste sono cose che vanno provate e riprovate, e poi qualsiasi movimento da parte della truppa deve arrivare dal funzionario responsabile, per quanto riguarda le cariche. Per le cariche, addirittura, il funzionario riceve l’autorizzazione dal dirigente dell’ordine pubblico. Insomma, non si improvvisa niente. Per questa stessa ragione è inverosimile che chi è andato a fare la perquisizione alla Pascoli si sia mosso arbitrariamente! Non esiste! Sarebbe gravissimo, se questo si fosse mosso da solo, senza avere avuto delle indicazioni, sarebbe stato immediatamente rimosso…
Invece, se ho capito bene, sono stati tutti promossi...
Lorenzo. Non tutti, ma i vertici sì. Noi abbiamo parlato del processo, ma in realtà le cose più importanti forse sono quelle che restano fuori dal processo, lo diceva anche Simona. C’è la questione “morale”.
Allora, le cose principali che secondo me non tornano, e che sono terribili per gli effetti che hanno sul rapporto tra i cittadini e il potere, sono innanzitutto il fatto che in questi anni tutte le istituzioni hanno coperto e legittimato quello che è successo alla scuola Diaz. Nessuno ha mai detto: “Queste sono cose scandalose, non dovrebbero succedere, ci vergogniamo di averle fatte e chiediamo scusa. Alle vittime e al Paese”. Questo non l’ha fatto né il capo della polizia, né il ministro dell’Interno, né il Presidente della Repubblica, né il Presidente del Consiglio. Su questo c’è stata una copertura e una legittimazione assolutamente bi-partisan, a tutti i livelli.
Questo è il contesto in cui è arrivata anche la sentenza della magistratura. Cioè lo Stato ha preso posizione nettamente, e lo stesso Parlamento, col rifiuto della commissione d’inchiesta, ha dato un segnale sinistro.
Ecco, come se tutto questo non fosse bastato, sono arrivate anche le promozioni, addirittura col processo in corso, e con fatti non contestati, perché il pestaggio, l’arresto illegale, la calunnia delle molotov non sono stati contestati da nessuno. Per questo dico che qui il piano morale diventa la sostanza, perché ha a che fare con la credibilità del corpo di polizia all’interno di un regime democratico. Voglio dire che ci sono delle cose che non sono compatibili con un regime democratico. Ad esempio non è a mio avviso compatibile con un regime democratico che gli imputati abbiano un comportamento processuale come quello che hanno tenuto. La loro linea di difesa è stata: “Non c’era la catena di comando”. I pm replicano: “No, la catena di comando è data dai rapporti gerarchici che ci sono tra di voi”. Insomma, non è che un funzionario di squadra mobile fa qualcosa di testa sua, mentre nel cortile c’è il capo di tutte le squadre mobili italiane: questo non è credibile sotto nessun profilo, proprio per il senso comune. Però questa è la tesi che è stata sostenuta di fronte alle accuse. Ed è quella che poi ha permesso che i dirigenti venissero assolti.
Allora 27 funzionari su 29 si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, tranne Canterini e Fournier. E questa è una cosa che non va bene per un dirigente. Il capo dell’Anticrimine -per fare un caso- non può non prendersi le sue responsabilità; visto il ruolo che riveste, non può comportarsi come un imputato comune.
Invece è andata così e hanno avuto addirittura delle promozioni. Ma come? Io dico che se fai il dirigente di polizia o ti prendi tutte le tue responsabilità e collabori con la ricerca della giustizia e della verità in un Tribunale, oppure non puoi più fare il dirigente dell’anticrimine. Devi scegliere: se ti vuoi salvare al processo, devi poi fare un passo indietro. Mi sembra veramente il minimo. E invece niente.
Di nuovo, mentre in un paese civile ad alti livelli gerarchici nelle strutture dello Stato corrisponde un maggiore grado di responsabilità, da noi invece quel ruolo viene interpretato come un privilegio, per cui, anche in una situazione estrema come questa, tra l’altro indifendibile, la responsabilità si trasforma in privilegio.
Questa è una cosa che come cittadino mi fa molta rabbia, più delle assoluzioni e dell’esito processuale. A me non scandalizza la sentenza in sé, scandalizza quello che c’è intorno, quello che c’è stato in mezzo, mi scandalizza tantissimo quello che è avvenuto dopo.
Raffaele. Anch’io trovo gravissimo quest’esito. Ma mi preoccupa anche il silenzio di quei corpi intermedi, come il sindacato, il movimento, i partiti, che, non prendendo posizione o comunque minimizzando, hanno indebolito la democrazia. Il trattamento riservato ai vertici è veramente inquietante. Io non parlo di un’azione penale, ma mi sarei aspettato almeno un intervento dello Stato che facesse capire che non ci sono due pesi e due misure.
Ecco, c’è da indignarsi per questo silenzio assordante dello Stato.
Lorenzo. Sono d’accordo con Raffaele, mi sembra inquietante l’assenza di reazione da parte della società, dei sindacati, di fronte a una misura che mette a repentaglio la tutela dei diritti costituzionali, libertà di organizzazione, libertà di manifestazione del pensiero…
Vincenzo Canterini, che è uno veramente indifendibile, adesso è in Romania a coordinare tutte le attività di lotta contro la tratta della prostituzione, nell’Interpol, cioè è il nostro uomo in Europa. Con quale credibilità?
Io ho avuto fin da subito relazioni col sindacato di polizia, perché avevo la curiosità di capire. Nel luglio 2002 ho organizzato a Genova un incontro con alcune vittime della Diaz e alcuni sindacalisti della polizia, in particolare con Rita Parisi, segretaria del Siulp di Bologna, e altri sindacalisti di Genova. Ecco, devo dire che, nonostante la stima per alcune persone, il bilancio che io faccio del sindacato di polizia è negativo. Per questo vorrei chiedere a Simona: che livello di credibilità democratica può avere oggi la polizia italiana?
Simona. Per qualsiasi poliziotto, ma anche per il sindacato di polizia, l’argomento Genova è molto spinoso. Chiunque parli è in un equilibrio talmente instabile, che rischia di cadere, da una parte o dall’altra, ma cade. Il sindacato vive con le tessere degli iscritti quindi è in qualche maniera ricattato.
Lorenzo. Uno si domanda, a questo punto, che cosa resta della riforma di polizia dell’81, perché se la smilitarizzazione, la sindacalizzazione, portano al silenzio e al corporativismo…
Simona. Che cosa può restare? Me lo chiedo anch’io. D’altra parte i poliziotti, o comunque gli appartenenti alle forze dell’ordine che assistono a un esito di questo tipo, a questo atteggiamento da parte dei vertici, che messaggio ricevono?
Raffaele. Che se obbedisci sarai sempre coperto. Questo è triste e tragico, perché nei “paesi civilizzati” il governo della violenza viene sottratto al singolo e delegato precisamente alle forze dell’ordine, che però devono svolgere questo compito nell’ambito dei valori della Costituzione e delle leggi.
A luglio erano state condannate altre 15 persone, fra agenti e personale sanitario, per i fatti di Bolzaneto…
Lorenzo. Quella è stata un’altra pagina nera. Lì sono stati condannati addirittura dei medici, e le motivazioni della sentenza parlano di tortura. Il dato curioso è che formalmente hanno dovuto applicare altre fattispecie, perché in Italia non c’è una legge sulla tortura. Anche qui: siamo l’unico paese “inadempiente” tra i firmatari europei della convenzione contro la tortura dell’88.
Questa è una cosa enorme: abbiamo delle forze di polizia che hanno praticato la tortura contro cittadini del proprio e di altri paesi…
Simona. A Bolzaneto non c’è stato niente di preordinato: si sono trovati in un posto chiuso, dove dall’esterno non si sentiva niente di quello che accadeva all’interno, e lì si sono sfogati. Veramente pazzesco.
Non solo, sono successe delle cose assurde. Io so di un funzionario di polizia, una bravissima persona, che era il responsabile del vettovagliamento e di tutto quello che riguardava l’interno della struttura. Bene, è stato rinviato a giudizio (poi la sua posizione è stata archiviata) perché non c’erano abbastanza sedie perché i fermati potessero esser seduti. Insomma, c’è qualcosa che non funziona. Lui ha detto: “Io manco sapevo che era stata organizzata una prigione…”, perché è una caserma grande.
Davvero, non ci si può credere: rinvii a giudizio una persona perché non ha previsto di farsi mandare abbastanza sedie, e dall’altra parte invece sta succedendo di tutto, da parte di funzionari medici poi! Come fai a non pensare all’Argentina?
Lorenzo. Per me la cosa più incredibile è, di nuovo, la mancata risposta istituzionale e politica. L’episodio è grave, tragico, però una volta identificate le responsabilità, si può rimediare... Invece anche qui tutti sono rimasti al loro posto.
Normalmente in altri paesi, di fronte ad una sentenza di primo grado, i condannati vengono sospesi, o comunque vengono spostati tra le carte, non devono più avere relazioni con i cittadini.
Ecco, prendiamo il dirigente che si è messo a prendere a calci un ragazzino in stato di arresto e per questo è stato condannato; bene, anche lui ha avuto una promozione. Ha avuto due anni per la sentenza su Bolzaneto e continua a lavorare in polizia. Tutto continua come se nulla fosse. Addirittura i medici. Se è grave per un poliziotto incappare in maltrattamenti sui detenuti, per un medico è un’aberrazione.
Eppure anche il dottor Toccafondi continua a lavorare in carcere. Ma come si fa? E poi non c’è stata una rottura di continuità neanche quando è cambiato il governo. La cosa è spaventosa anche per questo. E a me cittadino arriva un messaggio devastante, per cui ti massacrano di botte, ti arrestano, e poi è come se nulla fosse successo, più o meno.
Voi avete anche delle proposte. Potete raccontare?
Raffaele. Quello che a me spaventa è questa idea diffusa per cui si sarebbe trattato di una parentesi ormai chiusa e da dimenticare in fretta.
Allora, per non uscire da qui più depressi di come ci siamo entrati, io propongo delle cose anche operative. Oltre ovviamente a parlarne, affinché non finisca tutto nel dimenticatoio. Ma ci sono anche dei provvedimenti pratici. Uno, la collocazione immediata dei condannati a ruoli che non comportino una relazione diretta con i cittadini.
Due: l’obbligo per gli agenti in servizio di ordine pubblico, di indossare un codice di identificazione: è mai possibile che non siano identificabili? Oggi girano col tesserino anche le commesse, e i poliziotti non devono avere un codice ben identificabile? Che serva anche a tutela loro, non solo a tutela mia, di cittadino.
Terzo: un organismo indipendente (anche se su questo piano gli esempi in Italia non brillano). Introdurrei un’ulteriore proposta. Siccome Manganelli ha istituito una scuola di polizia, cosa utilissima e giusta, dico: bene, allora lì dentro ci mettiamo, fra le cose da imparare, anche la formazione alla nonviolenza, ai metodi nonviolenti per la gestione dei conflitti, e in generale dei rapporti personali e interpersonali. Perché io vorrei guardare al futuro, vorrei guardare alla possibilità che qualcosa del genere non accada mai più, in nessun modo.
Lascerei da parte, invece, commissioni d’inchiesta o altro, perché temo che a questa distanza di tempo finiscano per trasformare una questione che è di tutti, in un luogo di strumentalizzazione politica.
Lorenzo. Anch’io sono d’accordo che ora una commissione d’inchiesta rischierebbe il grottesco. Per un lungo periodo il nostro comitato l’ha sostenuta, abbiamo fatto pure raccolte di firme, perché sembrava utile e importante che si indagasse anche sulle responsabilità politiche; la finalità della Commissione d’inchiesta era proprio quella di ricostruire il contesto e i mandanti politici, diciamo, dell’operazione... Si trattava cioè di capire come ci si era preparati per quel G8, perché si era arrivati a quella situazione, chi aveva deciso di mandare i corpi speciali dei carabinieri e della polizia. Perché è chiaro che, come diceva Simona, l’ordine pubblico lo gestisci anche in funzione di chi mandi in piazza. Se tu mandi il Tuscania, che viene dal Kosovo, dalla Somalia, dall’Iraq, è chiaro che poi in piazza Alimonda qualcuno spara. Oppure, se mandi la squadra speciale di Canterini a fare una perquisizione...
E’ evidente che se ci andasse un reparto normale, probabilmente non si finirebbe con 60 persone all’ospedale. Queste dinamiche hanno a che fare con una regia che non può essere indagata dai magistrati, quindi aveva senso la Commissione parlamentare d’inchiesta. Noi abbiamo smesso di chiederla durante il governo di centrosinistra, quando appunto Prodi decise di nominare il capo della polizia Gianni De Gennaro a capo di gabinetto del Ministero degli Interni.
Io però vorrei anche allargare il ragionamento, nel senso che il 2001 mi sembra resti uno spartiacque nel rapporto tra cittadini e potere, tra libertà d’espressione del dissenso e uso della forza. Mi sembra che di lì in poi ci sia stato un uso sempre più invasivo delle funzioni di polizia e che gli spazi di garanzia e di libertà si siano ristretti, in Italia come altrove.
Lo vediamo anche in queste settimane con il pacchetto sulla sicurezza, con la legislazione sull’immigrazione, che è una legislazione contro i diritti umani, contro i diritti civili, contro il principio di uguaglianza tra le persone.
Ecco, io vedo una forte connessione tra tutte queste dimensioni. Io vedo un’emergenza sul piano della democrazia e dei diritti e mi preoccupa questo silenzio che diceva Raffaele da parte della società civile organizzata, dove ognuno va un po’ per conto suo.
Noi ci siamo occupati più della polizia, di Genova, dei diritti calpestati, altri si occupano più di migranti, altri ancora si preoccupano della costituzione. Ma stentiamo a connettere le nostre azioni. A Genova, quella notte alla Diaz, la costituzione è stata abrogata.
I pm in tribunale hanno detto che lì, altro che Costituzione, è stato abrogato anche il codice penale. Il comportamento tenuto con Mark Covell, pestato brutalmente per strada e lasciato a terra, ha a che fare col codice penale: omissione di soccorso, tentato omicidio; lì non si parla neanche di ordine pubblico…
Purtroppo le idee che ricordava Raffaele, che sono quelle del nostro comitato, non hanno sortito alcun effetto. Non so, mi sembra che il quadro sia sempre più cupo, che si scenda sempre di un gradino.
Simona. Anch’io avrei una proposta, che per me è importante. Mi piacerebbe riuscire a far parlare, a tirare fuori i tanti colleghi -sono sicura che ci sono- che la pensano come me. Non possono non esserci, il fatto è che hanno paura di parlare. E invece sarebbe bello che se ne parlasse, proprio all’interno della polizia. Vorrei che fossimo in tanti a dire: “Non è questa la polizia che vogliamo”.
Purtroppo mi sento continuamente ricordare che il tema di Genova, del G8 è esplosivo. Tuttavia io, lo ripeto, non posso credere che in tutta la polizia italiana siamo solo in tre a pensarla così. Sarei disposta anche a fare delle riunioni carbonare, come si faceva negli anni 70, quando c’erano quei poliziotti che erano disposti ad andare in galera pur di portare avanti l’idea di formare un sindacato di polizia…