Gabriele del Grande è il creatore del blog fortresseurope.blogspot.com che da anni tiene memoria delle vittime del Mediterraneo ed è ormai un punto di riferimento per chi si occupa di migrazioni. Ha pubblicato tra gli altri Mamadou va a morire e il Mare di Mezzo (Infinito Edizioni).

Com’è nato il blog Fortress Europe?
Ero a Roma, dove facevo un corso di giornalismo, e nella fase iniziale di precariato totale in cui bussi a tutte le porte, ho scritto un pezzo sui naufragi nel canale di Sicilia, senza grandi aspettative, semplicemente per vendere una notizia. Mi resi conto che non c’erano statistiche, non c’erano dati generali, così mi misi a cercare e mi accorsi che le notizie documentate dei naufragi erano veramente tante. Ho passato all’inizio settimane e settimane a fare noiosissime ricerche anno per anno, sito per sito nei vari archivi dei giornali, delle riviste, tentando di raccogliere questi dati e compilando questa tabellina in word che non finiva più... Così tutto è nato dalla necessità di uno spazio dove condividere queste informazioni. La frustrazione di pubblicare un articolo su un’agenzia stampa è che dopo dodici ore è come se non l’avessi mai fatto, non rimane niente, scompare dalla rete. Così decisi di creare un blog, il modo più veloce, più facile ed economico per condividere queste informazioni online. Era il gennaio 2006. All’inizio si trattava di un sito essenzialmente invisibile, nel senso che nessuno lo vedeva oltre a me. Poi a poco a poco il sito venne notato, perché era l’unico che cercava di raccogliere tutti i dati sui naufragi e le morti nel Mediterraneo. Cominciai a fare delle collaborazioni, un programma svizzero in particolare si incuriosì, mi chiamò, chiedendomi se conoscevo delle storie di qualcuno dei superstiti di questi naufragi, per raccontare dalla voce dei protagonisti cosa succedeva in quel mare, quelle traversate. Io non ne conoscevo nessuna, perché non avevo mai messo la testa fuori dal computer. Ma dissi di sì lo stesso e mi misi a cercare. Così, cercando queste persone, mi resi conto che non avevo nessuna idea fino a quel momento di quello che succedeva in mare, nel deserto, nelle carceri libiche.
Fino a quel momento per me c’erano solo i numeri. Nell’agosto del 2006, mi scrisse una email il direttore di una piccola casa editrice di Roma, l’Infinito Edizioni, che aveva visto il sito, che ormai era diventato un piccolo punto di riferimento per gli addetti ai lavori e mi chiedeva di fare un libretto con una raccolta dei dati e un paio di storie. Una cosa piccola e tascabile da distribuire. Allora io rilanciai e dissi che forse sarebbe stato meglio fare qualcosa di più, perché fino a quel momento in pochi erano andati a vedere quel che succedeva giù. E a mio rischio e pericolo, decisi di partire nell’ottobre del 2006. Avevo in tasca un numero di telefono del Marocco di un’ associazione dei familiari delle vittime del Mediterraneo che avevo trovato su Internet. E andai senza mai essere stato prima a Casablanca, senza sapere dove sarei arrivato. Attraversai il Marocco, la Mauritania, il Mali, l’Algeria, poi tornai giù in Senegal, in Marocco di nuovo, Ceuta e Melilla.
Finii i soldi, e ricordo che mandai una mail di soccorso agli amici chiedendo di darmi una mano. Per fortuna gli amici risposero, altrimenti sarebbe finito tutto lì. E con i soldi che mi mandarono continuai il viaggio in Tunisia, in Grecia e in Turchia e tornai in Italia con gli ultimi 5 euro. Ricominciai a fare il cameriere e nel frattempo scrissi il mio primo libro "Mamadou va a morire”. Intanto il sito cresceva, mese per mese, continuavo a fare viaggi, inchieste, reportage, imparando il mestiere sul campo. Si è trattato di un lungo percorso politico e personale di comprensione delle cose, una continua ricerca nella lettura delle categorie e anche una ricerca del linguaggio, dell’approccio con cui raccontare le cose.
Quindi il blog da osservatorio delle vittime del Mediterraneo è diventato una sorta di archivio di storie dei migranti...
In effetti, all’inizio il sottotitolo del blog era Osservatorio sulle vittime della migrazione clandestina. Se guardi oggi, è tutta un’altra cosa.
Ad esempio, sono scomparse una serie di parole come "clandestino”, "immigrato”, "rifugiato”, "profugo”. La ragione è semplice, credo che si tratti di categorie abusate, che vanno superate. Quando in Italia dici clandestino, rifugiato, parli di categorie che prescindono dalla storia di quei singoli individui, di grandi calderoni che disumanizzano.
In un paese come il nostro, che ragiona di questa gente sempre come oggetto di un discorso, mai come soggetto che ha una sua complessità e anche le sue contraddizioni penso che sia importante recuperare il valore delle storie. Penso che avremmo bisogno di una terapia "riumanizzante” e che la cosa farebbe bene non solo al giornalismo, ma anche all’Italia. Credo che sia fondamentale riallacciare i legami, ridare i nomi alla gente. All’interno di una città, di un quartiere, di una strada, di un palazzo, perché la società è cambiata tantissimo e non abbiamo più rapporti, relazioni, e non conosciamo i nomi di questa gente. Se prendono gli immigrati e li portano in un centro di espulsione non ce ne frega niente, perché sono degli immigrati, dei clandestini, etc. Se invece in un centro portano Fouhad, Sami, Mahmoud, c’è una relazione con quella persona e la situazione cambia completamente e capisci la violenza di quel meccanismo istituzionale, di quella legge che pretende di controllare la vita degli altri, il loro movimento. Non è più una questione astratta, politica, non devi fare un corso di formazione per capire se i Cie (Centri di identificazione ed espulsione) vanno bene o vanno male. Nei Cie c’è finito il tuo vicino di casa che è una brava persona e di cui conosci i figli e lo stanno mandando via dal tuo paese.
Quindi, se l’approccio iniziale era un approccio di denuncia, che secondo me schiacciava troppo sul vittimismo, oggi c’è una ricerca delle storie per poi, attraverso le storie, cercare di raccontare una pagina di Storia con la "S” maiu­scola. Quello che succede in questi anni, raccontato attraverso la pelle e la vita di chi incontri su questa frontiera, le prospettive, il disagio esistenziale di questi giovani che partono alla ricerca di una vita diversa altrove.
Tramite questo approccio ti sei reso sempre più conto di come il fattore della gioventù giochi un ruolo essenziale in quello che succede nel Mediterraneo.
Viaggiando tra questi paesi, osservando questi fenomeni, le ultime insurrezioni, ti rendi conto che la migrazione fa parte di un discorso più generale, soprattutto nell’area mediterranea, che è il tema della gioventù, il tema della mobilità come elemento della modernità. Stanno cambiando i paradigmi sotto i nostri occhi. Per esempio, mentre i padri emigravano per sacrificio, forse per mettere i soldi da parte, i giovanissimi che partono oggi lo fanno per motivi spesso completamente diversi. Io direi che partono per definire se stessi, per cercare se stessi, proprio come partono spesso i ragazzi dall’Europa. Un tunisino che viene da noi somiglia sempre di più a un italiano che decide di viaggiare nel mondo. Tramite i racconti della migrazione, ti rendi conto che le loro storie somigliano sempre di più alle storie dei giovani della nostra generazione. Siamo figli dello stesso tempo, abbiamo moltissimi elementi in comune, siamo sempre più simili da una parte all’altra del Mediterraneo.
Non intendo sottovalutare il fattore povertà, che comunque continua a giocare. Ma l’aspetto nuovo che ci destabilizza è che oggi viviamo in un mondo piccolo, globalizzato, dove la gente viaggia, dove ci sono famiglie divise tra Sudafrica, Canada, Turchia, un mondo che si sposta e che si sposterà sempre di più. E mi piace che questo venga fuori, anche per scardinare le idee fatte e preconcette, che appartengono anche a coloro che militano da anni in questi ambienti con le stesse identiche categorie. Categorie che non funzionano più.
Dici che in particolare bisogna superare un certo paternalismo. Puoi spiegare?
Oggi in Italia c’è tanto, troppo paternalismo, soprattutto negli ambienti sensibili alla questione della migrazione e che si vorrebbero più vicini ai migranti. Spesso l’approccio è puramente assistenzialista e alla fine l’assistenzialismo finisce per produrre dei brutti risultati che sono gli assistiti. I primi tunisini che arrivavano, ad esempio, si facevano spedire i soldi dalla Francia e andavano a farsi il biglietto in stazione per la Francia. Era questo che volevano. Un altro aspetto che andrebbe superato è l’istituzionalismo: ci sono pacchetti preconfezionati che non si cuciono sulle esperienze, sulle esigenze reali delle persone. La realtà spesso supera gli schemi con i quali cerchiamo di costringere queste storie. Ti faccio un altro esempio: molti di quelli che sono arrivati adesso dalla Tunisia, tra quei 25mila, erano minorenni e non hanno dichiarato la loro età. Ne ho incontrati alcuni a Bari o a Ventimiglia.
Non si sono dichiarati perché non volevano essere chiusi in un centro di accoglienza per minori. Potresti pensare, ma come? Almeno avrebbero un posto dove stare! Ma loro non volevano un posto dove stare, volevano essere liberi di fare il loro viaggio, la loro avventura e andare dallo zio in Francia; era quello il punto da cui partire con un nuovo progetto. Paradossalmente, vorremmo proteggere quei ragazzi ma facciamo l’esatto contrario. Quello che è successo in Tunisia è emblematico, ha la capacità di smontare tutti i pregiudizi e le leggende che ci siamo fatti sulla migrazione e sul Sud del Mediterraneo. La stampa nazionale, che ha sempre bisogno di cercare la notizia, ha preso un grosso buco. Inizialmente parlava di questi 25.000 come se fossero dei profughi in fuga dalle rivolte, gente che scappava dal nuovo regime. Non era questo, la gente partiva per i motivi più futili.
Tu sei stato in Tunisia prima e dopo la rivoluzione. Puoi raccontare?
In Tunisia c’è stata una vera e propria rivoluzione, una rivoluzione soprattutto nella mente delle persone. Fino a qualche tempo fa non si poteva parlare di politica: entravi in un bar, pronunciavi il nome del presidente e si zittivano tutti. Le prime interviste che facevamo sull’immigrazione le facevamo in macchina, caricavamo la gente in macchina e facevamo le autostrade avanti e indietro. Perché il bar non era sicuro, c’era sempre qualcuno nei tavoli vicini e non sapevi mai se era una casualità o se era qualcuno della polizia segreta, c’era questo clima di continuo sospetto di tutti verso tutti, c’erano tante persone scomparse, arrestate, tanti attivisti che scappavano per motivi politici e sindacali. Oggi tutto questo è sparito, in Tunisia c’è libertà di informazione, di manifestazione, tanto che fanno una manifestazione al giorno. Ci sono scosse di assestamento, ci sono tempi molto lunghi, ma la cosa che trovo irreversibile è questa liberazione delle menti, la gente ha ritrovato la propria dignità, ha alzato la testa e non la riabbassa.
È un popolo che ha ritrovato un orgoglio e una fierezza che gli mancava, non c’era mai stato un fenomeno simile al risorgimento in Tunisia. Tutto questo dramma ha dato una forte identità al popolo.
Alcuni, però,­­­ pensano ci sia una contraddizione tra questa nuova libertà e il fatto che questi giovani decidano di partire...
Sinceramente non vedo contraddizioni. Si tratta di persone che hanno sempre avuto voglia di viaggiare, che hanno parenti in Europa, che si sono fatti prendere dall’euforia. Partivano con una dinamica collettiva, dalle stesse strade, gli stessi quartieri, si organizzavano da soli, trovavano una barca, un pescatore, i giubbotti di salvataggio, il Gps e partivano...
Ricordo che nelle prime manifestazioni di piazza a cui ho assistito a Tunisi c’era un cartello scritto in italiano che mi aveva colpito. C’erano centinaia di scritte in quei giorni, quasi una metafora delle esplosioni di voci che sono state liberate in Tunisia. Si andava da "grazie Facebook”, ad "Allah Akbar”, fino a "Get up Stand Up”, per farti capire la varietà di sistemi culturali che giocavano in questa ribellione. Bè, ce n’era uno che diceva in un italiano sgrammaticato "No voi andare a Italia”. Io l’ho trovato uno slogan molto ambiguo.
Spesso infatti si parla del diritto a non migrare. È qualcosa di vero, nel senso che nessuno dovrebbe essere costretto a migrare. Allo stesso tempo è uno slogan che non si adatta con i tempi di oggi. Il mondo di oggi è un mondo globale, un mondo dove Nizar, un ragazzo di 24 anni di Zazir, è cresciuto senza il padre, perché il padre viveva in Francia. E lui non è mai potuto andare a trovarlo. Non gliene importa niente della rivoluzione, vuole raggiungere suo padre. È un posto in cui Ahmed, a 17 anni, ha un’amica su Facebook a Parigi, e vuole andare a conoscerla, perché si vuole divertire, vuole farsi un’avventura. E vuole farsela al punto che un giorno, durante la lezione di fisica, alla quarta ora, ha detto al professore che andava in bagno e invece ha raggiunto gli amici che stavano partendo dalla spiaggia per l’Italia. Questo è il mondo di oggi, questa è la Tunisia di oggi.
In Tunisia è successo che dopo la rivoluzione tutto era possibile. I giovani si dicevano "Abbiamo fatto cadere una dittatura, figurati se non riusciamo ad attraversare il Mediterraneo”. C’è una poesia che ho sentito anche al Cairo e a Tunisi, che dice: "Quando il popolo sceglierà la vita, il destino si piegherà alla sua volontà”. Quel popolo ha fatto cadere una dittatura, ha capito che tutto era possibile, che se le cose non te le danno, te le devi prendere.
Poi c’è un dibattito anche interno, ovviamente. Molti dicono che quelli che partono sono dei traditori. In realtà, io penso che ci sia la stessa aspirazione sotto, l’aspirazione al riscatto, tanto più che è una generazione cresciuta con il mito dell’altrove, l’aspirazione a quello che c’è al di là del mare. Se andate in Algeria, in Marocco, in Tunisia e ascoltate i pezzi di musica nelle hit parade sono pezzi rap che parlano di bruciare la frontiera. Dicono proprio così "bruciare la frontiera” come si brucia un semaforo. È talmente forte quel desiderio che sono partiti tutti insieme, quei 25.000 sono arrivati da poche città, da Zarat, da Zarzis, sono tutti ragazzi ventenni maschi. Alcuni si sono persino pentiti di essere partiti, perché sono stati chiusi in alcuni centri e non potevano più tornare a casa. C’è di tutto, ci sono anche persone che sono state in Italia e che sono stati espulse e allora ritornano, ma il 70 per cento di quelli con cui ho parlato io e che sono qua hanno partecipato alle rivoluzioni. Non sono i traditori.
Il dato importante da capire è che oggi, nel 2011, viaggiare, spostarsi fa parte dei diritti fondamentali di una persona, fa parte della normalità della vita della nostra generazione.
Una generazione che è cresciuta con gli occhi sul mondo, con Internet, con Skype, con Facebook. Con la differenza che noi in Europa investiamo sulla mobilità, con programmi come l’Erasmus, e vogliamo che i nostri giovani vadano in giro per il mondo, mentre vorremmo che i giovani che stanno dall’altra parte stessero fermi lì.
Che ruolo ha giocato la tecnologia?
La tecnologia è stato ovviamente uno strumento fondamentale, ma non è stata la causa. Le cause erano ovviamente altre. Basta guardare la Libia, dove da tre mesi continuano la rivolta, anche se Gheddafi ha tagliato la linea. In un paese dove c’è censura e dove non c’è libertà di associazione, Facebook diventa l’alternativa. Ti puoi associare su Fb iscrivendoti con un nome falso, partecipando ai dibattiti, dove si parla di tutto anche dei tabù. In più diventa uno strumento di informazione, dove quello che i giornali non dicono lo dici tu, con il tuo video, il tuo scritto che condivi con i tuoi amici e in poco tempo tutta la Tunisia lo ha visto.
Anche in Egitto e in Libia i ragazzi sanno usare questi strumenti e sono diffusi in maniera capillare. In Egitto, uno dei principali gruppi in cui giravano le informazioni di piazza Tahir conta 600.000 iscritti, sono delle pagine cliccatissime. È chiaro che se viene spento il segnale, non viene usato quello strumento e ci si organizza diversamente. In Libia ora non c’è Internet, anche se in alcune città si stanno organizzando con il satellite, spendendo cifre assurde, ma tentando di aggiornare su quello che succede.
E quali sono le cause principali che hanno permesso il successo di queste rivoluzioni?
Come dicevo, il fattore gioventù ha giocato un ruolo fondamentale. Pensiamo solo all’aspetto dell’istruzione, soprattutto in Egitto e in Tunisia, che ha formato una generazione che, a differenza dei padri, non è disposta ad abbassare la testa. Tra i padri c’era la mentalità fatalista, un po’ influenzata dall’ignoranza, dallo spirito del sacrificio e dell’accettazione per la quale tu non hai diritti e devi stare zitto, perché tanto niente cambia. Tra i giovani la cultura è diversa, c’è una consapevolezza della propria dignità.
Poi, ovviamente, bisogna considerare la conflittualità di portata storica con i dittatori di questi paesi. Questi ragazzi non erano più disposti ad accettare, a reggere il gioco, a vivere in un paese dove il popolo è concepito come la proprietà privata del tiranno di turno, che decide che il paese è suo, che gli appartiene, dove chi si azzarda a dire una parola muore, dove tutte le proprietà finiscono nelle tasche della famiglia di quel tiranno, soprattutto in un periodo di vacche magre. Se tutti mangiano, alla fine la conflittualità la metti da parte.
Se è un periodo di vacche magre e chi ti sta accanto mangia anche quello che ti spetta, arriva un momento in cui non sei più disposto ad accettarlo. Paradossalmente era una rivoluzione borghese fatta da poveri. Al Cairo e a Tunisi, la maggior parte di chi stava in piazza era composta da gente povera, lavoratori alla giornata, gente senza prospettiva stabile. Quei poveri andavano in piazza a chiedere libertà d’espressione, libertà di voto, la fine della corruzione, la certezza del diritto, la certezza dei processi, l’istruzione per tutti. Queste erano le richieste della piazza.
Quindi, in conclusione, gli ingredienti sono tanti, ma ritengo che il fattore predominante sia stata la superiorità di questi giovani. Li hanno letteralmente fregati, con Internet, i telefonini, Facebook, hanno superato tutti gli schemi di repressione dei regimi, tutti i sovrani hanno fatto gli stessi errori, non riuscivano a stargli dietro, non riuscivano più a prevederli. In Yemen, in Siria hanno messo in campo una violenza inflessibile, senza cedere di un millimetro alle esigenze legittime del popolo, sparando alla gente per strada, pure ai funerali, mandando i carri armati contro i manifestanti. Terrorismo contro la propria gente. E perché? Perché il popolo è tuo, ti appartiene, e questo non va messo in discussione. Una concezione medievale del potere.
È per quello che è una rivoluzione, non è una manifestazione, ma un rivoltarsi contro le istituzioni dello stato, voler rifare tutto da capo. L’istituzione lì è la dittatura, è come se qualcuno qui volesse portare avanti una rivoluzione anarchica, qualcuno che vuole smontare il fondamento dello Stato. In Libia, ad esempio, hanno cacciato tutti, a tutti i livelli.
In Libia però l’esito è stato diverso...
In realtà, la risposta di Gheddafi è stata la stessa. Anche Ben Ali all’inizio ha mandato i cecchini, ha liberato le carceri, ha pagato banditi per seminare il terrore, finché a un certo punto l’esercito si è messo in mezzo.
Penso che la vera differenza sia stata nel ruolo dell’esercito. In Tunisia e in Egitto c’era un esercito forte che ha preso delle decisioni, magari corteggiato dalle potenze occidentali, ma questo fa parte della politica, si sceglie da che parte stare. E l’esercito ha fatto pressioni sia in Tunisia sia in Egitto perché i presidenti se ne andassero, come unica soluzione per riportare la pace sociale. In Libia l’esercito non conta niente. È successo anche in Libia che l’esercito si sia ribellato, che si sia rifiutato di sparare sulla propria gente, ma la polizia e le milizie erano piu numerose e militarmente piu forti. Per cui, a un certo punto a Bengazi la battaglia era fra le milizie e la gente. L’esercito ha aperto i propri depositi di armi ai ragazzi che sono andati nelle caserme e hanno preso questi vecchi kalashnikov, le uniche armi che c’erano, e con questi sono andati ad assalire questa grande caserma da cui le milizie facevano il massacro, sparando sulla folla che in preda al delirio collettivo ripetutamente attaccava la Kativa (caserma). Andavano, sparavano addosso, portavano via i morti, poi ritornavano, risparavano, e così per tre giorni. Pietre contro fucili. Finché con queste armi c’è stata la battaglia finale, questo ultimo bagno di sangue vinta dai ragazzi. I miliziani si sono ritirati e dentro la caserma indovina cos’hanno trovato? C’erano dei soldati dell’esercito ammanettati, i soldati che si erano rifiutati di sparare sui ragazzi, di partecipare al massacro. È un dato interessante.
Anche in Libia l’esercito sarebbe con il popolo, il lavoro sporco è sempre stato fatto dalla polizia e dalle milizie segrete. E oggi sono quelle milizie che seminano il panico.
Pensi che ci sarebbero state altre soluzioni oltre quella militare?
Guarda, c’è stata una risposta armata talmente violenta che a questa gente non è rimasto altro che rispondere con la violenza. A fare bei discorsi sono tutti bravi, ma quando ti esplodono in aria 50 persone perché sparano le bombe sulle manifestazioni, non hai molte scelte. Io non credo alla teoria del complotto internazionale, la politica è arrivata dopo. Penso che se si fosse intervenuto prima si sarebbe potuto fare altro, ma molto prima e molto forte. Certo, si potevano seguire vie pacifiche, ma sono anche pericolose: se dall’inizio degli scontri avessero mandato osservatori internazionali a Misurata, forse Gheddafi ci avrebbe pensato due volte, ma non è detto. Essendo quello il contesto e la situazione, credo non ci fossero margini per una soluzione diversa. Ovviamente la Nato va lì per i suoi interessi, ma questo fa parte del gioco della politica. Il problema è che hai un esercito contro una popolazione, cosa fai? Li lasci da soli? La cosa che mi preoccupa è che se la guerra dura troppo tempo, si dimenticheranno per quali ragioni l’hanno iniziata. Perché la guerra crea dei circoli di potere autonomi, delle logiche proprie che spesso tradiscono le motivazioni di partenza.
Oggi è chiaro che è una guerra di liberazione, sia che siano infermieri, sia che siano giovani, c’è una solidarietà fra la gente che mi ha profondamente colpito nelle tre settimane che ho passato con loro.
Chi sono i ragazzi che hanno preso le armi?
Sono ragazzi di tutte le estrazioni sociali, ingegneri che lavoravano nel petrolio per 5mila dollari al mese, ragazzi disoccupati, padri di famiglia, tanti studenti universitari. Fondamentalmente ragazzi tra i 17 e i 25 anni che partono e vanno con l’idea di liberare il paese. È chiaro che è una guerra di liberazione. Poi entrano in gioco delle motivazioni che non sono neanche più politiche. Quando iniziano a ucciderti parenti, amici, figli, sono ingiustizie che pretendono vendetta. Non puoi tornare a casa come niente fosse, sono cose irreversibili. Buona parte dei volontari che va al fronte è gente a cui hanno ammazzato un fratello per strada, o a cui hanno ammazzato parenti nel passato. La strage del ‘96, ad esempio, in cui uccisero 1200 detenuti politici quasi tutti di Bengazi.
A Bengazi quasi tutti hanno un parente che è stato ucciso in quel massacro. Quindi, oltre al discorso politico, c’è un discorso personale, quasi tutti hanno un conto personale con il regime. Poi dicono non si sa cosa verrà dopo. È molto più facile distruggere che costruire... tutto vero. Ma sono cose che si vedranno dopo, speriamo presto. La cosa importante penso sia quella di dare loro la possibilità di scegliere autonomamente il proprio futuro.
Alcuni temono il ruolo che potrà assumere l’Islam nel futuro di questi paesi...
Io penso che l’Islam non abbia il ruolo politico che si pensa o che si teme. C’è stata e c’è ancora un’opposizione organizzata in partiti islamici, come i Fratelli Musulmani in Egitto. Ma queste strutture non sono le forze propulsive di quello che è successo. Quando parli con la gente in piazza, tu trovi un linguaggio comune, anche quelli che stanno con il picchetto dei Fratelli Musulmani a Il Cairo, o i barbuti a Tunisi. In quelle piazze tutti insieme, dalla sinistra ai liberali, agli islamici, a quelli senza ideologia (che sono la maggior parte), tutti chiedevano libertà e la possibilità di scegliere il proprio futuro e di sceglierlo fino in fondo. Io credo che la cosa importante sarà permettere a questi paesi di sviluppare il proprio percorso democratico, e che se anche dovessero vincere partiti islamici allora che governino i partiti islamici. La Turchia dovrebbe essere un esempio, i partiti islamici sono una sfumatura di un gioco istituzionale più complesso. L’importante è fissare le regole del gioco, ma per la gioventù che ho conosciuto io sono rivoluzioni progressiste che non permetterebbero altre forme di oppressione. Tanto più in Egitto o in Tunisia, dove ci sono sindacati, università, molti intellettuali. Non sono società oscurantiste. Noi abbiamo questa grande paura.
Anche in Marocco c’è un partito islamico molto forte, ma sta alle regole del gioco e ha un segretario donna. Come una società a religione cristiana produce un partito che si ispira al sapere religioso, così avverrà in questi paesi. Quello che è sicuro è che non torneranno indietro. La cosa importante è il principio di autodeterminazione. È stata una rivoluzione talmente forte che a nessuno passa per la testa di cambiare tutto per non cambiare niente. L’idea dell’alternanza, delle limitazioni del potere, è insita nelle rivendicazioni di chi è sceso in piazza. Poi, ovviamente, la sfera di cristallo non ce l’ha nessuno.
(a cura di Alessandro Siclari)