Bruna Peyrot è saggista, pubblicista e giornalista free lance. Conduce da anni ricerche sulle identità, le memorie culturali e i percorsi di costruzione democratica dei singoli e dei gruppi sociali, con particolare attenzione al rapporto tra Europa e America Latina. Vive nelle valli Valdesi. Sulla storia valdese ha scritto, tra l’altro, Prigioniere della Torre. Dall’assolutismo alla tolleranza nel settecento francese, Giunti 1997; Dalla Scrittura alle scritture, Rosenberg & Sellier 1998; Giosuè Gianavello, Claudiana 2001; La cittadinanza interiore, Città Aperta Edizione 2006.

Tu sostieni che le Valli valdesi sono state e restano una metafora, nel senso che rimandano a qualcos’altro oltre a quello che sono geograficamente. Puoi raccontare?
Sono definite "Valli valdesi” le valli Chisone, Pellice e Germanasca che si trovano a cinquanta chilometri da Torino, e che prendono il nome dai rispettivi torrenti. Dal punto di vista economico sono simili ad altre vallate alpine. Nel mondo protestante, soprattutto italiano, sono comunemente dette "le Valli”. C’è chi lo dice con affetto, chi con nostalgia, chi con serietà, chi con indifferenza. A dire il vero, tutti questi sentimenti possono anche coesistere in una stessa persona nel corso della vita. Quello che io sostengo è che dalle "Valli” non si può prescindere, perché non sono solo un territorio geografico, sono appunto una metafora che richiama un’identità.
Ovviamente nel corso del tempo la percezione delle valli valdesi è cambiata, specie a partire dagli anni Sessanta del Novecento, quando lo spopolamento alpino, il boom economico e la secolarizzazione hanno annebbiato la vista sulle identità locali, oggi tanto celebrate, ma poco approfondite.
Mi piace ricordare che i valdesi, al rientro dall’esilio svizzero (1690) piantarono il castagno, detto anche "l’albero del pane”. In qualche modo si trattava di una sorta di dono per i figli, perché il castagno è un albero che produce sempre per la generazione successiva a quella che ha piantato la radice. Si tratta, dunque, di un simbolo della fiducia nel futuro di una comunità riunita, e del segno di una precisa strategia di ricostruzione ambientale.
Le Valli divennero così la terra elettiva di una piccola società agricola che si identificò con la chiesa di Calvino. Possiamo, dunque, comprendere la potenza simbolica di un ritorno alla terra elaborato contemporaneamente sul piano teologico e sul piano materiale. Questo processo di attrazione verso la terra fu poi rafforzato dalla politica sabauda che fino al 1848 impedì ai valdesi l’uscita dal fondovalle.
Le Valli, dunque, furono "costruite” da tre elementi: l’appartenenza religiosa, la discriminazione politica e la stanzialità su un’area geografica.
Dopo il 1848, anno dell’emancipazione valdese, le Valli diventarono anche un progetto consapevole di conservazione dell’identità.
La classe dirigente valdese iniziò ciò che si osserva presso molti popoli o gruppi compatti: "l’istituzionalizzazione della memoria”, con opere di divulgazione storica e luoghi di rievocazione, sia nel paesaggio che nei musei. In questo senso si può dire che "la storia scrisse la geografia”: nomi di eventi, battaglie, e fatti emblematici arricchirono la toponomastica delle Valli, senza bisogno di grandiosi monumenti. Così  le Valli divennero un libro di storia aperto. Questo piccolo mondo divenne un centro di gravità narrativa che lasciava trasparire un diario genealogico pesante, dal modo di fare al modo di pensare.
Ovviamente questa non è l’unica traccia identitaria. Voglio dire che la secolarizzazione è passata anche dalle Valli: esistono altri circuiti culturali importanti che le definiscono (ambientalisti, sportivi o linguisti) e che ne mettono in luce altre specificità.
Ciononostante io credo che le Valli continuino a rappresentare uno spazio visibile del protestantesimo italiano e che, come tale, vadano valorizzate, nella consapevolezza che una terra, nell’immaginario sociale, conta di più di un ordine del giorno o di un progetto diaconale. Una terra fotografa ciò che Roland Barthes definisce il punctum, quel qualcosa che punge, che solletica, che attrae o repelle, soprattutto che costringe a farci domande, anche quelle che non desideriamo e ci irritano.
Gli abitanti come sentono questa identità?
Gli abitanti sono valdesi e cattolici. Sarebbe interessante confrontare le loro reciproche visioni oggi. L’identità in fondo non è qualcosa di immobile: i suoi confini sono sempre in mutamento e in movimento, una sorta di contrattazione permanente fra il "noi” e "loro”, "l’io” e "gli altri”. Sarebbe quindi interessante fare una ricerca oggi.
Io ne ho fatta una nel 1988, prima della celebrazione del terzo centenario del Glorioso Rimpatrio, che è avvenuto nel 1689 (parlo del rientro dei valdesi dall’esilio svizzero dopo l’espulsione seguita alla revoca dell’Editto di Nantes). Durante lo studio, mi ero resa conto di come l’identità valdese fosse qualcosa di trasversale, alle Valli ma non solo, e che arrivava a toccare anche altre presenze valdesi italiane, dal nord al sud, fino in Sicilia. Per esempio, in quel momento, il legame con la storia era ancora nettamente percepibile. Voglio dire che le persone magari non sapevano le date esatte degli avvenimenti della storia valdese, però identificavano il Seicento come il "secolo delle persecuzioni”. C’era, cioè, una temporalità chiusa dentro un tempo di sofferenza, come quello delle persecuzioni. Un po’ come la Shoah è diventata tratto fondativo dell’identità per gli ebrei.  Altro "gancio” storico importante era stato il ricordo del "17 febbraio”, data che riassume l’avvenuta emancipazione del 1848.
Studiando gli effetti della stratificazione culturale nella trasmissione fra generazioni, mi piacerebbe anche capire come i valori della storia valdese abbiano influenzato le scelte di Resistenza al nazifascismo e come sia passato questo spirito di "resistenza generale”. Io sono figlia di un capo partigiano; quasi tutta la mia generazione nelle Valli valdesi ha dei padri che hanno fatto la Resistenza. Inoltre, sempre  la mia generazione, almeno in parte, è quella che ha fatto il 68, che ha respirato quell’aria di contestazione, e ha una storia di impegno sociale, civile e anche politico. Ecco, come si colloca questa stratificazione culturale nella trasmissione? Come diceva Sergio Luzzato: "Nessuna generazione può prescindere l’una dall’altra, sia nella visione degli antenati, sia nella visione prospettica, appunto, del futuro”.
Ciò che oggi mi sembra emergere, e che veniva fuori anche nel 1988, è che la memoria valdese collocava in uno stesso topos, per esempio la "grotta”, lo spazio dove ricordare sia le persecuzioni dei valdesi, sia la resistenza al nazifascismo: i partigiani si nascondevano in quelle stesse grotte, e la grotta era anche la casa delle fate. C’era una sovrapposizione tra storia e leggenda, con archetipi di grande forza che hanno fondato la storia delle Valli e che ha avuto un riverbero in tutta Italia. Oltre alla grotta che "contiene” fate, resistenti contro il nazifascismo e valdesi che si sono opposti alle persecuzioni (non dimentichiamo che i valdesi hanno infatti preso le armi a difesa dei perseguitati), anche sulla "terra” come archetipo si potrebbe dire molto. "Terra” intesa come spazio della propria vocazione di credente, ispirata alla biblica Terra Promessa; "terra” identificata con le montagne che in grande parte della letteratura valdese divulgativa simbolizzano la purezza, che, a sua volta, è incarnata dalla femminilità.
Un altro esempio ancora: i valdesi di Sicilia, fino agli anni Settanta, quando festeggiavano il "17 febbraio”, lo facevano con filodrammatiche tipiche delle zone, ma che recitavano testi ambientati nelle Valli valdesi. Spesso poi, venivano in visita alle Valli per ripercorrerne i luoghi storici: a Chanforan, dove si è firmata l’adesione alla Riforma; a Sibaud, dove avvenne il giuramento tra soldati e ufficiali dopo il Glorioso Rimpatrio.
Tutto questo patrimonio -è un appunto che faccio anche a me stessa- non è stato trasformato e restituito, dalla classe dirigente valdese, alla sua base, al suo corpo. Coloro che erano in grado di fare un’elaborazione più approfondita -soprattutto pastori e professori, ma non solo- sostenuta da un’analisi teologica, magari inconsapevolmente, hanno separato la storia dall’identità che aveva prodotto e produceva.
Per cui, a partire dagli anni della Resistenza, si sono creati come due filoni separati: da un lato la storia e dall’altro la teologia. Quindi c’è il Museo valdese di Torre Pellice che parla di storia, ma senza un’idea forte che la unifichi alla teologia. Si è separato ciò che era unito. Si potrebbe dire che è lo spirito dei tempi che separa sempre ciò che prima era unito. L’avanzare delle civiltà specializza, di solito non armonizza. Ma questo è un altro problema.
Hai citato il 17 febbraio...
Il 17 febbraio 1848 i valdesi -insieme agli ebrei- ottengono le libertà civili. Se fino a quel momento erano considerati cittadini di serie B, dal 17 febbraio vengono emancipati: possono firmare contratti, acquistare campi, andare negli ospedali, frequentare le scuole e avere dei titoli di studio riconosciuti. Fino al 1848 intere generazioni si qualificavano all’estero: studiavano in Francia, Germania e Svizzera, soprattutto a Ginevra, dove si formava la classe dirigente valdese.
Dal 1848, e ancor di più con l’Unità, i valdesi si dedicarono alla conquista evangelica e culturale dell’Italia. Per assolvere meglio questo compito fu creato il Comitato di Evangelizzazione, che operò dal 1860 al 1915. Più che di fare proseliti, l’idea era di testimoniare la propria fede e la propria storia.
Per questo, là dove sorgeva un piccolo nucleo di evangelici, subito si creava una scuola: oltre a scrivere e far di conto, il fatto di saper leggere rendeva autonoma anche la lettura della Bibbia.
Già dal 1826 erano state previste scuole nel territorio valdese, fra le altre il Collegio sullo stile inglese e il Pensionato, una scuola superiore femminile che ebbe fino a una cinquantina di allieve negli anni Novanta dell’Ottocento. Le donne che la frequentavano avevano la possibilità di diventare dama di compagnia, istitutrice privata o maestra alle scuole comunali. L’idea era di offrire anche alle ragazze un’opportunità di formazione superiore affinché, disciplinate all’ordine, alla pulizia e a gestire l’economia domestica, potessero essere valide mogli, specie per pastori e  professionisti che costituivano, anche nelle Valli valdesi, una piccola società borghese.
Le maestre furono una figura importante del mondo valdese e protestante post-unitario perché furono inviate in tutta Italia, laddove c’era una comunità evangelica: Lucca, Livorno, Pisa, Genova, Trieste, Elba, Napoli... fino alla Sicilia, a Riesi e Vittoria. Il 17 febbraio in ogni caso non fu un’emancipazione religiosa: questo è avvenuto solo nel 1974 con l’intesa firmata con Bettino Craxi.
Il sentimento religioso è ancora forte e presente nelle Valli?
Certamente, se si fa un paragone rispetto al passato, la secolarizzazione è aumentata. Però il sentimento religioso resta forte. Forse qui bisognerebbe distinguere tra chi frequenta la chiesa e le sue istituzioni  e chi, pur riconoscendosi valdese, non lo fa. Nelle Valli, essendo il contesto ancora valdese, se ne respira l’aria, ci si può identificare o meno, ma non se ne può prescindere. Per esempio: il Cai (Club alpino italiano), la Croce Rossa, ecc. sono istituzioni che molti valdesi frequentano e, nello stesso tempo, queste stesse persone non vanno, magari, al tempio, però il loro impegno sociale ha un’impronta valdese.
Quali sono le caratteristiche di questa "impronta” valdese?
Secondo me, essenzialmente la laicità, l’autonomia, il pensare con la propria testa, il non essere succubi di fazioni, l’avere uno spirito libero nella gestione delle cose. Poi è difficile distinguere, perché se chiedi alle persone: "Perché fai questa cosa?”, difficilmente ti rispondono: "Perché sono valdese”, anche perché è una cosa che non si afferma più in maniera plateale e tuttavia è qualcosa di presente, seppur inconsciamente, nel Dna culturale.
Poi grande importanza è data al servizio, al rispetto e a tanti altri valori trasmessi dalla formazione valdese, nelle sue varie forme di associazionismo (le "Unioni”). Sono tutte cose non direttamente documentabili, frutto più di un’intuizione che di una ricerca. In altre zone lo stesso atto potrebbe essere attribuito a un’altra tradizione, non qui.
Un’altra caratteristica del nostro modo di essere che, credo, sottoscriverebbero tutti i valdesi è che per noi è indifferente parlare con una regina o con uno stradino.
Non è un atteggiamento che si proclama per vezzo, ma qualcosa che questa cultura ha fatto passare nel corso della sua lunga storia: le delegazioni valdesi che andavano a parlamentare con il potere, nel XVIII e XIX secolo, erano composte da contadini, mercanti, commercianti e qualche dirigente ecclesiastico. Erano cioè fatte di persone "comuni”. Il dialogo per noi è paritario, non c’è il concetto dell’altro come "superiore” o "inferiore”, non c’è gerarchia secolare, come non esiste gerarchia ecclesiastica. Nel rapporto con Dio non c’è mediazione. Questo modo di fare e di essere fonda le soggettività. È qualcosa che culturalmente non si può disapprendere.
Questo si riflette anche nell’organizzazione della Chiesa...
Sì, la gestione della Chiesa valdese passa attraverso una serie di assemblee, fino ad arrivare al Sinodo, che rappresenta le chiese italiane, e che è formato in parti uguali da pastori e laici. Ogni consiglio deve rendere conto a chi lo ha eletto: è come se il governo dovesse sempre rendere conto al parlamento, non c’è "decreto legge” nel valdismo. Alle volte questa trafila può pesare, ma è comunque più sana delle decisioni prese nelle ville del potere!
Va poi detto che il concetto di "essere religiosi” non esiste per noi valdesi. La religione non esiste come realtà separata dalla vita quotidiana: non ci sono riti attraverso i quali dimostrare qualcosa. La teologia protestante esige, semmai, che si dimostri la coerenza con quello che diciamo rispetto a noi stessi e a Dio. Nessun valdese direbbe: "Sono religioso” perché è un’espressione che rimanda al rito, a qualcosa di esterno: i termini che si usano sono piuttosto fede, chiesa, coerenza, coscienza... Nella Chiesa valdese non esiste, ad esempio, la scomunica, un qualcosa che marca un "dentro” e un "fuori” in maniera netta.
La Chiesa valdese è molto aperta su temi come l’omosessualità, il fine vita ecc.
Qualsiasi scelta riguarda l’individuo. Per questo il Sinodo valdese, piuttosto che "decidere” qualcosa su temi delicati come questi apre delle mozioni che riassumono e accompagnano percorsi, spesso individuandone la complessità. Non si semplifica mai, infatti, con un sì o con un no, ma si cerca il dialogo. Sono le traduzioni giornalistiche dei dibattiti sinodali a semplificarli, a volte a svilirli. Non si dice mai "no” a una persona, perché il metro della sua decisione è lui stesso di fronte a Dio. Poi è possibile che la comunità, i fratelli e le sorelle, ti possano interrogare sulle tue decisioni. Ma non ci sono rigidità o regole che, se non rispettate, portano all’esclusione. Nella tradizione protestante, che ricomprende quella valdese, al centro c’è la ricerca della propria vocazione, di persona e di credente, nel proprio presente e nel proprio contesto. C’è un rapporto molto stretto tra la quotidianità e lo svolgere un’attività ispirata dalla riflessione biblica, dal guardarsi dentro e dal rapporto con Dio.
Negli ultimi dieci anni c’è stato un aumento delle persone che studiano la Bibbia: singoli, gruppi, corsi a distanza della Laurea in Scienze Bibliche e Teologiche organizzata della Facoltà valdese di Teologia di Roma. Questo è un fenomeno molto interessante che andrebbe approfondito per ciò che sta seminando: una diffusa conoscenza biblica da parte di laici di ogni tradizione religiosa.
Un tempo in queste Valli si parlava anche la lingua d’oc. Della cultura occitana cosa resta?
Fino agli anni Ottanta, in queste Valli agivano quattro lingue: l’italiano, il francese, la langue d’oc e il piemontese. L’italiano si parlava nelle scuole e a livello più ufficiale, oppure i genitori lo usavano con i figli per emanciparli, in quanto rappresentava il futuro nazionale; il piemontese era l’identità regionale, era diventata la lingua della fabbrica, legata al mondo operaio; l’occitano era la lingua del mondo agricolo, mentre il francese era la lingua della Chiesa valdese.
Fino al 1938, infatti, quando il regime fascista vietò l’uso di lingue differenti dall’italiano, il culto e le riunioni delle varie associazioni valdesi si tenevano in francese.
Per esempio, nei verbali delle Unioni Giovanili si vede chiaramente questo passaggio: "Per espressa legge dello Stato d’ora in poi dobbiamo scrivere in italiano”. Ora del francese resta la tradizione, per cui ogni tanto si celebra ancora il culto in francese, anche se esistono molti progetti di rivitalizzazione in merito, nelle scuole e nelle comunità.
Per quanto riguarda la cultura occitana, direi che è rimasta presente nelle Valli, attraverso il lavoro contadino, il pensiero della natura, il radicamento nella montagna. La cultura occitana, comunque, è qualcosa che va al di là dei confini: la montagna è fatta di "creste” che si valicano... La montagna, tuttavia, si sta impoverendo: è uno spazio che è stato deprivato, sia socialmente che economicamente.
Dopo l’unità d’Italia, dicevi che tra i valdesi è sorta una discussione sul "cosa festeggiare”. Puoi spiegare?
Dopo l’Unità d’Italia si erano manifestate due posizioni: c’erano coloro che ritenevano che si dovesse essere prima italiani e poi valdesi, e altri che consideravano prioritario coltivare e mantenere innanzitutto l’identità valdese. Il simbolo di questa disputa passò appunto attraverso il dibattito sul "cosa festeggiare”. Chi voleva mantenere l’identità valdese puntava, ovviamente, sul 17 febbraio; gli altri invece volevano celebrare la festa dello Statuto Albertino, che ricorreva la prima domenica di giugno. Il Sinodo valdese decise infine che si doveva festeggiare lo Statuto con gli altri italiani. Questo ordine del giorno non è mai stato revocato, nei fatti. Per tanto tempo il 17 febbraio è stato celebrato come una festa più popolare e meno istituzionale, mentre ora è tornato in auge.  Secondo me, la festa del 17 febbraio, anzi il "17 febbraio” è diventato un archetipo che riassume lo spirito di libertà delle epoche storiche che ne sono seguite. Non è a caso che si dice "17 febbraio”, senza aggiungere l’anno di riferimento, il 1848. Proprio perché è diventata un’espressione quasi mitica, che può essere riempita con ciò che al momento esprime meglio la libertà che ne è l’essenza. Così nel 1968, per esempio, il mito del 17 febbraio era unito alla battaglia anti-autoritaria dei giovani. Ugualmente i valdesi mandati a combattere in Grecia e Albania dal regime fascista (diventati poi partigiani e resistenti) in quella data scrivevano ai loro cari dicendo di pensarli in quella fatidica giornata di libertà. Oggi il 17 febbraio si è trasformato in una "settimana per la libertà” in cui si ricordano altri popoli senza libertà.
I valdesi accettano, ormai da diversi decenni, il fatto che le donne siano ordinate pastore. Nelle Valli, alle ultime elezioni amministrative, su nove sindaci eletti, quattro erano donne...
È una questione complicata, che necessita di un’interpretazione articolata. Non possiamo nasconderci che oggi essere amministratore pubblico non è più un ruolo socialmente apprezzabile. E, come sempre succede nella storia, quando un ruolo viene "deprezzato”, viene occupato dalle donne. Nei nostri paesini succede che un po’ gli uomini fanno altre cose, un po’ i giovani se ne vanno, e allora restano le donne a farsi carico della cosa pubblica. Detto questo, è anche vero che il loro emergere assume rilievo comunitario, perché di solito sono molto apprezzate.
Ma tu chiedevi il rapporto tra questo e la tradizione valdese. Ovviamente non è che i valdesi non avessero pregiudizi sulle donne. Anche nel mondo valdese è avvenuta una separazione di ruoli, di spazi, di compiti assegnati… Nella società valdese la donna però aveva anche un ruolo riconosciuto. La moglie del pastore, per esempio, rivestiva un ruolo sociale: presiedeva le riunioni femminili, si occupava di cucito, di beneficenza, del salotto dei benefattori, suonava l’organo in chiesa, curava le riviste... Era un vero e proprio mestiere. Oggi c’è un recupero del valore di questo ruolo nella tradizione.
La prima donna pastore è stata ordinata nel 1962, dopo un lungo percorso storico in cui periodicamente si aprivano dibattiti in merito. Le discussioni non vertevano sull’interrogativo se la donna fosse inferiore -questo non faceva parte della tradizione protestante- si parlava, piuttosto, di compiti e nature diversi. Il dibattito sulle donne pastore è stato, comunque, un dibattito "tranquillo”. In fondo, negli anni Cinquanta e Sessanta non c’era ancora il femminismo.
Potremmo dire, usando un ossimoro, che il loro ingresso nei ruoli pastorali è avvenuto in modo "forzatamente naturale”: a un certo punto alcune donne si sono iscritte alla Facoltà di Teologia e, quando l’hanno terminata, hanno automaticamente posto il problema dell’essere consacrate o meno. Sono state coraggiose pioniere. Oggi il Moderatore, anzi la "Moderatora” della Tavola Valdese è una donna eccezionale, Maria Bonafede.
Questa almeno è la mia lettura, fatta con il senno di poi. Se si potessero interrogare le protagoniste, probabilmente uscirebbero altre dimensioni, altre gioie e, magari, qualche discriminazione.
(a cura di Francesca Barca e Guia Biscàro)