Chiara Frugoni, medievista e studiosa del francescanesimo, ha pubblicato Chiara e Francesco, Einaudi 2012, il libro di cui si parla in questa intervista. Ricordiamo anche La voce delle immagini. Pillole iconografiche dal Medioevo, Einaudi 2010; Una solitudine abitata. Chiara d’Assisi, Laterza 2006; Francesco e l’invenzione delle stimmate, Einaudi 1994; con Luca Crescenti, Le storie di San Francesco. Guida agli affreschi della Basilica superiore di Assisi, con Dvd, Einaudi 2010.
Nel 2011 Chiara Frugoni ha scoperto che nell’affresco di Giotto, nella Basilica Superiore di Assisi, raffigurante la morte di Francesco, celato nella nuvola che solleva l’anima del santo, è rappresentato il volto di un diavolo (qui a fianco nella foto). In 800 anni nessuno se n’era accorto. Ovviamente la scoperta ha suscitato grande scalpore, non solo nel mondo della storia dell’arte e in quello francescano. Nel prossimo numero della rivista Frate Francesco, in uscita a novembre 2012, uscirà un articolo in cui Chiara Frugoni spiega il significato di questo diavolo con tutte le relative fonti.

Continui a occuparti di Chiara e Francesco. Perché?

Mah, ci sono varie ragioni. La principale è che mi sembra siano state due persone specialissime, dalle idee molto innovative, che attraverso la fede hanno cercato di prendersi cura della società e dei problemi del loro tempo. Nel Medioevo ne ho incontrate poche di persone che si siano fatte carico dei problemi del tempo cercando di avere idee nuove. Per esempio, Chiara, costretta alla clausura, si inventa un modo per evitarla e nella sua regola, scritta alla fine della vita e dove riassume tutta l’esperienza sua e delle compagne, stabilisce che, oltre alle monache che stanno in monastero, ci sono queste "sorores extra monasterium servientes”, sorelle, cioè, che lavorano fuori dal monastero, delle quali lei è molto attenta a non precisare i compiti, e però sono trattate in modo esattamente uguale. Queste sorelle hanno lo stesso abito, però hanno molte concessioni in più: hanno le scarpe, mentre le monache, invece, sono scalze, mangiano molto di più, possono star fuori la notte, possono parlare sempre, mentre invece le monache hanno dei periodi di silenzio. Chiara le esorta a parlare con le persone che incontrano per lodare il creato. Poi, evidentemente vanno a curare le malate, le lebbrose. Quindi c’è una specie di respiro alterno fra le monache che stanno in meditazione in monastero e le monache che escono e si prendono cura delle malate, e nulla impedisce che poi queste funzioni si invertano. Dobbiamo pensare che nel Medioevo non c’è nessuna struttura pubblica che si prenda cura delle persone, che è lasciata, fondamentalmente, alla carità, al buon cuore dei cristiani, e che solo nel 1800 la Chiesa utilizzerà le suore (non si chiamano più monache) per badare ai bambini nelle scuole e ai malati negli ospedali. Quindi Chiara è una precorritrice di secoli nel pensare che, pur avendo un forte impegno religioso, ci si dovesse rendere utili, che amare il prossimo voleva dire anche farsene carico. Questa già mi era sembrata una cosa straordinaria.
Un’altra cosa stupefacente, a mio avviso, è il fatto che lei fa una regola che, tutto sommato, non è una regola, perché dà pochissime prescrizioni e lascia tutto alla coscienza delle monache. Per esempio, se un parente fa un regalo, anche di soldi, a una monaca, la badessa non glieli deve togliere, perché saprà lei che cosa farne: li vuole tenere per sé? Li vuol dare a qualcuno? Li vuol dare ai poveri? Li vuol dare alle consorelle? A me sembra che questa sia una grande novità perché implica una grande fiducia nelle sue consorelle. Invece di una regola fatta tutta di prescrizioni -il lunedì devi digiunare, il mercoledì ti devi frustare, il terzo giorno un’altra cosa, il che, certo, può essere molto consolante e rassicurante ma è anche molto semplificatorio, molto povero- Chiara propone una regola in cui il modo di vivere la fede dipende da come tu la vuoi vivere, e a Dio renderai conto dell’uso che hai fatto della vita, non del numero di digiuni. Ed è bellissimo che questo lei lo proponga a donne solitamente disprezzate dalla Chiesa e di cui lei, invece, si fida, perché pensa che se si mette in atto il Vangelo non c’è bisogno di altro. Donne, quindi, non condannate a una vita di autopunizione in quanto peccatrici, ma invitate a svolgere un ruolo positivo in cui "amare il prossimo tuo come te stesso” vuol dire, appunto, prendersene carico.
...[continua]

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