Enrico Pugliese è professore emerito di Sociologia del lavoro presso la Facoltà di Sociologia della Sapienza-Università di Roma. Dal 2002 al 2008 è stato direttore dell’Istituto di ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Irpps-Cnr). La sua attività di ricerca ha riguardato principalmente l’analisi del funzionamento del mercato del lavoro, con particolare attenzione al lavoro agricolo, alla disoccupazione e ai flussi migratori. Ha pubblicato, tra l’altro, Immigrazione e diritti violati, Ediesse 2013, L’Italia tra migrazioni internazionali e migrazioni interne (Il Mulino, 2006) e L’esperienza migratoria. Immigrati e rifugiati in Italia (con M. Immacolata Maciotti, Laterza, 2010).

Hai studiato per tanti anni l’immigrazione. Possiamo ripercorrere le principali tappe dei flussi migratori in Italia?
Io sono arrivato all’immigrazione dall’agricoltura e dalla emigrazione. Alla fine degli anni Sessanta mi ero trasferito negli Stati Uniti, come ricercatore, e avevo cominciato a studiare i braccianti agricoli in California, dove era in corso un grande sforzo organizzativo; c’era questo personaggio leggendario, Cesar Chavez, che aveva indetto una serie di scioperi importanti: lo sciopero dell’uva, dei pomodori, della lattuga; all’epoca non c’era un sindacato, c’era questo United Farm workers organizing committee, quindi comitato organizzativo dei braccianti agricoli; solo nel 1972 i braccianti sono entrati nel Afl-Cio, prendendo il nome di United Farmers Workers.
Ai braccianti agricoli tra l’altro ero arrivato attraverso lo studio della povertà; era l’epoca della "Great Society” e delle politiche per l’eliminazione della povertà e dell’ingiustizia razziale. Ma poi i braccianti agricoli erano migranti e lavoravano in condizioni che le nostre mondine non hanno conosciuto. Le loro condizioni erano affini a quelle dei nostri braccianti immigrati, cioè violazione dei diritti sociali e non raramente anche dei diritti umani.
Apro una parentesi: conducendo le ricerche per il mio libro sul Mezzogiorno, sulla violazione dei diritti sociali e umani in agricoltura, mi sono fissato sul paradigma dell’agricoltura ricca con la manodopera povera. L’agricoltura è stata studiata e interpretata complessivamente alla luce dello sviluppo capitalistico americano; un celebre articolo degli anni Settanta era intitolato proprio "Cheap Food Cheap Labour”: se vuoi ridurre i costi di produzione della forza lavoro, devi avere cibo economico; per avere cibo economico, devi avere la forza lavoro pagata ancora peggio. Il rapporto tra agricoltura e lavoro precario è un tema di cui mi sono occupato sempre; in Italia lo studiavo in relazione al Mezzogiorno ed era interessante il fatto che, ad esempio, il caporalato ci fosse in California come nel nostro Sud. Anzi, in Italia, a dire il vero, il caporalato stava declinando. Era rimasto per le ragazze, sostanzialmente. Per esempio, il circolo Lenin di Puglia si occupava delle ragazze che partivano dalle colline del brindisino per la piana di Metaponto.
Tra l’altro spesso c’è un caporale etnico, che cioè appartiene allo stesso gruppo etnico-nazionale degli immigrati. E infatti all’inizio c’era un caporale italiano, vale a dire dello stesso gruppo etnico-nazionale delle ragazze che organizzava. Comunque da noi il caporalato era quasi scomparso tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. I maschi, con l’arrivo della meccanizzazione, se la vedevano da soli; era più nel lavoro di raccolta, spesso femminile, che ancora impazzava il caporalato, infatti la Federbraccianti organizzava qualche lotta, qualche manifestazione.
Quindi dagli studi sull’agricoltura e l’emigrazione sei passato all’interesse per l’immigrazione.
In quegli anni un amico e collega, Franco Calvanese, che aveva studiato l’emigrazione, comincia a drizzare le antenne su questo fenomeno nuovo della immigrazione. La prima immigrazione è in parte agricola o prettamente femminile nell’ambito dei lavori domestici (non c’erano ancora le badanti che arrivano nel corso degli anni Novanta). Le lavoratrici domestiche vanno nelle famiglie borghesi o anche piccolo borghesi dove le donne sono occupate; il loro ruolo è per così dire,di "sostituzione”, nel senso che sopperivano alle carenze del welfare, anche se poi c’era pure lo status symbol di avere la cameriera -come si diceva all’epoca- "di colore”.
Emblematicamente se ne trovavano soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia, cioè molto di più a Caserta che a Mantova. A Caserta per motivi di arretratezza socio-culturale, ma pure per carenze di welfare. Questo era un ambito. Poi c’era qualche venditore ambulante, la pesca in Sicilia e ovviamente l’agricoltura che, nel corso degli anni Ottanta, esplode in tutto il Mezzogiorno.
Si può dire che la prima immigrazione agricola è immigrazione nel Mezzogiorno. È anche la prima immigrazione maschile (con l’eccezione del Friuli e gli jugoslavi arrivati per la ricostruzione e della Sicilia per la pesca). Va da sé che parliamo di lavoro nero. Era lavoro nero e lavoro nero è rimasto.
La mia tesi è che dall’agricoltura si va via. Cioè in agricoltura si arriva, perché tu arrivavi in qualche modo e quello trovavi, ma poi si va via.
A pensarci oggi, sembra impossibile che prima del ’90 non ci volesse il visto per entrare in Italia.
La prima legge in materia, la 943 dell’86, che comprende una sanatoria, è una legge molto progressista; la legge Martelli, che verrà dopo, nel 1990, non è così male, però è una legge ingenua e pertanto cattiva. Il principio è sempre: "Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori” e quindi viene istituito il sistema dei visti che, di fatto, determina un’ulteriore spinta alla irregolarità.
Potrei dilungarmi sull’uso del termine regolare, irregolare, clandestino, ma andiamo avanti.
Alla vigilia della legge Martelli, nel 1989, c’è l’episodio di Villa Literno, l’assassinio di Jerry Masslo, un sudafricano impegnato nella raccolta dei pomodori.
Martelli è ministro di giustizia e ha una linea molto avanzata, pur con tutte le ingenuità dell’epoca. Ad esempio si diceva che "gli immigrati prendono i posti che gli italiani lasciano”; una fesseria che non teneva conto della radicale trasformazione dell’economia: gli immigrati prendono i posti che nel superamento del modello produttivo industrial-fordista si determinano con la terziarizzazione ricca e con la terziarizzazione povera. Ecco, per gli immigrati c’è spazio, non tanto nella terziarizzazione ricca, ma tantissimo nella terziarizzazione povera, oltre che nell’agricoltura e nell’edilizia.
Ricompare in quegli anni il mercato delle braccia: venuto meno negli anni Settanta, torna negli anni Ottanta. A Villa Literno c’è appunto il mercato delle braccia.
È in quegli anni che comincio ad approfondire. Ci colleghiamo tra demografi. E poi dopo, all’università, comincio a dare le prime tesine di laurea, sempre a partire innanzitutto dalla mia competenza, che è il mercato del lavoro.
Chi arriva in Italia in quegli anni?
Arrivano i tunisini, che con ventimila lire si comprano un biglietto per un posto in piedi in traghetto, sbarcano a Trapani o a Marsala, e trovano lavoro. Considera che alcuni erano già impiegati nella pesca, dove ci sono ciurme internazionali. Se vuoi, la cosa divertente è che a Mazara del Vallo, città araba, dove la casbah è rimasta sempre identica, dopo mille anni sono tornati gli arabi!
Comunque possiamo dire che prima dell’89, tu arrivi perché arrivi. Se sei polacca, dici che vieni a fare il pellegrinaggio e trovi lavoro come cameriera. Se sei jugoslavo, entri in qualche modo e lavori nella ricostruzione per il terremoto del Friuli. Poi cominciano ad arrivare i primi senegalesi, in genere wolof, quindi con solide tradizioni commerciali e di grande mobilità territoriale. Per la precisione arrivano in Italia perché qui possono entrare -i più sarebbero andati volentieri in Francia; e poi qui fanno il loro mestiere, quello di ambulanti.
La prima immigrazione massiccia è senegalese; è una migrazione gruppocentrica, in cui i primi arrivati divengono poi i principali portavoce. Le comunità più outspoken sono i senegalesi e le filippine. Agli inizi degli anni Novanta, se una signora voleva una cameriera senza troppe pretese, prediligeva una capoverdiana, perché le filippine già cominciavano a mettere dei paletti sui loro diritti, forti del fatto che facevano parte di una comunità organizzata.
L’altra nota curiosa è che in Sicilia, tutti i maghrebini vengono chiamati tunisini; nel continente, tutti i maghrebini vengono chiamati marocchini.
Ci sono anche tanti stereotipi.
Comincia subito la storia della prostituzione, che davvero grida vendetta. All’inizio di un seminario sull’immigrazione interno al corso di Sociologia del lavoro a Napoli, chiedevo sempre: "Quali sono le professioni che fanno gli immigrati? Cominciamo dalle donne”. E la prima risposta qual era? "Prostitute!”. In realtà per ogni prostituta che c’era sulle strade della Campania, c’erano almeno quattro, cinque, dieci cameriere. Le cameriere venivano dal Corno d’Africa, con gli italiani che tornavano dalla Somalia, dall’Eritrea, dall’Etiopia. Poi c’erano le filippine e le capoverdiane indirizzate qui grazie a reti cattolico-ecclesiali.
I marocchini e i tunisini invece sono arrivati perlopiù per fatti loro, imprenditivamente; così i pachistani e i senegalesi che, girando girando, sono arrivati qui e hanno fatto i vu’ cumprà.
Riguardo gli stereotipi, ricordo un film di Michele Placido, un film molto buonista, che per me non è una brutta parola (anche se in questo caso ci voleva un po’ di sale in zucca); comunque questo film, intitolato "Pummarò”, voleva raccontare una storia paradigmatica, edificante. Così abbiamo il bellissimo giovane nero, il caporale cattivo e la camorra. Lui poi si innamora di una fanciulla, nera pure lei, che ovviamente che mestiere fa? La prostituta!
Se vuoi, veniva anche da sorridere, perché queste ragazze ghanesi spesso ricordavano un po’ le ragazze di Harlem come costituzione, basse, tracagnotte, col sedere grosso, con la gonna corta e quindi tutti a pensare che facessero le prostitute. In realtà erano semplicemente ragazze nere che si vestivano procacemente e che di lavoro facevano la serva, oppure erano impegnate in qualche stabilimento o, ancora, facevano le braccianti come il marito e il fratello. I ghanesi erano anche l’unico gruppo misto. Fino all’arrivo degli albanesi. I ghanesi, anglofoni, non erano sotto il controllo della gestione pretesca, perché erano tendenzialmente o protestanti o animisti, quindi di fatto erano un gruppo più laico e, conseguentemente, non erano neanche sotto il controllo islamico. Il controllo dei Murid sui senegalesi comincia più tardi. Quelli che arrivavano all’inizio erano ragazzi scolarizzati; io li ho visti passare da una vita laica a pratiche religiose, ma quindici anni dopo, magari semplicemente per mantenere il potere di leadership; sono miserie che troviamo in tutto il mondo.
In questi anni si iniziano a fare le prime stime del fenomeno, totalmente fantasiose.
Già nel censimento dell’81 si era fatto un tentativo, per quanto folle, perché venivano censite le nazionalità, dimenticando che nel Mezzogiorno c’erano ancora un mucchio di nazionalità straniere legate all’emigrazione. Negli Stati Uniti vige lo ius soli, ma siccome la cittadinanza italiana ti spettava comunque, per ius sanguinis, te la tenevi. Così al censimento dell’81 si trovavano, nel Mezzogiorno, Di Gianna Pasquale, di professione coltivatore diretto, nazionalità Stati Uniti. Erano le famiglie tornate nel ’39, con le ultime navi. In campagna, una nostra vicina, una contadina, si chiamava Fanny... Questo era il Mezzogiorno. Quindi c’era questo equivoco dovuto al fatto che molti erano emigrati o nati fuori.
L’altro dato interessante è che, nelle nuove nazionalità di immigrazione, c’era una perfetta distribuzione per genere: 50% femmine, 50% maschi. Con il piccolo particolare che le femmine erano tutte di certe nazionalità e i maschi tutti di altre! Pure nel rilevare questa sorta di parità emergeva la grande ingenuità.
Ad ogni modo, nell’immaginario, negli anni Ottanta gli immigrati arrivano "alla grande”. In realtà sono poche centinaia di migliaia, ma i dati che vengono comunicati sono spaventosi, si parla di milioni.
Alla conferenza nazionale sull’immigrazione, organizzata da Martelli, si fa una stima alla buona e si parla di 730.000 persone. Un numero difficilmente difendibile dal punto di vista tecnico, ma che dal punto di vista della nasometria, andava benissimo, cioè se tu chiedevi a un prete che ne sapeva e ne capiva o a qualche demografo che studiava la sua regione, quello ti sapeva dire che in Toscana erano 50.000 e allora, se erano 50.000 in Toscana, potevi realisticamente supporre che la cifra reale fosse vicina a quei settecentomila.
Segue una grande ricerca del Cisp (Comitato italiano per lo studio dei problemi della popolazione), diretto da una bravissima demografa, Nora Federici. Intorno a lei si consorziarono credo quattordici o quindici università, tutte impegnate in questa ricerca che dà una prima lettura, soprattutto demografica. Intanto si delineano meglio le aree di impiego: agricoltura ed edilizia, lavoro di commercio ambulante e, per le donne, lavoro servile, come domestiche, con tutte le tragedie... All’epoca c’era un problema grave che ora non c’è più. Il cosiddetto "sexual harassment”, cioè le molestie da parte dei datori di lavoro, che era diffuso. Nei centri di ascolto si parlava molto di queste cose, ora, con la maturazione dell’immigrazione e, soprattutto, con l’arrivo delle donne dall’Est, questo fenomeno è venuto meno.
Nell’89 crolla il Muro.
I processi sociali sono vischiosi, lenti, però gli albanesi sono partiti subito e il loro arrivo ha modificato il quadro, nel senso che gli albanesi entrano in tutti i mestieri e arrivano con le famiglie.
Negli anni Novanta, si cominciano a contare gli immigrati un po’ meno fantasiosamente. La fonte è soprattutto quella della polizia, perché le anagrafi ancora non sono adeguate. Allora, studiando i permessi di soggiorno, anche se erano esclusi i minori, si comincia ad avere un’idea del fenomeno, che però man mano che lo conosci cambia, perché arrivano altre nazionalità. I marocchini, che sono stati la principale comunità fino a metà degli anni Novanta, verso la fine di quegli anni vengono superati dai rumeni. Quella dei rumeni è una sorta di esplosione che era stata preceduta da un’altra, quella appunto degli albanesi.
Quindi l’asse si sposta verso est, anche se continuano a venire un po’ tutti: aumentano i tunisini, aumentano i filippini, si sposta il peso delle varie comunità. Cominciano i primi tentativi di delineare le caratteristiche associate alle varie componenti dell’emigrazione. Per esempio, all’epoca, se tu eri cattolico, automaticamente facevi la cameriera ed eri donna. Se eri islamico, in Campania facevi il venditore ambulante o il lavoratore autonomo. Piano piano, al Nord, gli immigrati cominciano a entrare nei servizi e timidamente in fabbrica, dove diventeranno importantissimi.
Intanto proseguono le sanatorie.
Nel 1997 c’è l’episodio dell’affondamento della Kate i Rades.
Il 1997 è l’anno prima che uscisse la Legge 40 del 6 marzo ’98, nota come Legge Turco-Napolitano. C’era il governo Prodi e già si iniziava a dire: "Non possiamo accoglierli tutti, perché sennò vince la destra”. Quell’anno ci sono due episodi terribili, la nave abbattuta e poi l’immigrato bruciato dal padrone vicino a Varese.
Intanto continuano ad arrivare i barconi. Quelli celebri di Brindisi e poi di Bari erano avvenuti con la Boniver e Scotti, il quale prima aveva garantito che non avrebbe deportato i disperati dello stadio e invece poi li aveva rispediti a casa (anche se molti se l’erano squagliata). Comunque, qualche anno dopo, a un certo punto, parte questa carretta del mare. Napolitano è all’Interno e Livia Turco alla Solidarietà sociale, quindi sembrano esserci le premesse affinché di immigrati ci si potesse occupare e anche bene. E invece un nave militare sperona la carretta albanese provocando la morte di oltre duecento persone, tra cui donne e bambini. Come non bastasse nessuno del Governo va a Brindisi a rendere omaggio alle vittime. L’unico che ci va è Berlusconi.
Livia Turco non c’è andata, io credo, perché già quando si era insediata aveva detto che lei avrebbe coniugato solidarietà al rigore. "Rigore” nei confronti degli immigrati!? Un ministro della solidarietà coniuga la solidarietà con efficacia ed efficienza; il rigore fallo fare al ministro agli interni!
All’epoca era uscita la nuova serie del Manifesto e io scrissi una cosa sull’antipatia storica della sinistra nei confronti degli immigrati. Ci furono grandi discussioni, poi venne pubblicato. Con Luciana Castellina ricordo una litigata a voce alta a casa mia, rispetto alla quale, qualche tempo dopo, Luciana riconobbe: "Avevi ragione”. Il fatto è che sia Lucio Magri che Luciana Castellina avevano un atteggiamento secondo cui gli immigrati dovevano stare a casa loro, perché dovevano liberarsi dell’oppressione lì dov’erano.
Ma torniamo a noi. Dopo la Kate I Rades, c’è quell’episodio orribile del padroncino che brucia con la benzina l’immigrato. Questa volta, al funerale, ci vanno, come rappresentanti del governo, Laura Balbo e Alberto Maritati.
Nel 1998 viene emanata la legge Turco-Napolitano.
È una legge molto avanzata sul piano della teoria, soprattutto riguardo i diritti sociali di welfare. Il problema è che non è mai stata finanziata adeguatamente, dopodiché è caduto il governo e quindi le politiche sociali per gli immigrati non sono mai state fatte. In Italia si sono fatte solo le politiche di respingimento e di frontiera. È il motivo per cui, quando Bossi e Fini hanno presentato quel pacchetto di emendamenti che va sotto il nome appunto di Bossi-Fini, non si sono preoccupati di modificare i titoli relativi alle politiche sociali, perché è bastato non finanziarle.
Comunque, la Turco-Napolitano in effetti era un provvedimento per molti aspetti avanzato: prevedeva l’assistenza sanitaria ai non regolari, l’articolo 18 per la lotta alla tratta, c’erano insomma dei punti molto positivi. Poi però istituiscono anche i Cpt, i Centri di permanenza temporanea. Fin dall’apertura del primo, un immigrato muore bruciato e altri due si ammazzano.
Era anche una legge molto dura: loro fanno la legge e dichiarano: "Basta sanatorie”. Intanto però ci sono circa tre-quattrocentomila irregolari, tanto è vero che quando cade il governo Prodi e, sempre nella stessa legislatura, subentra il governo D’Alema, Rosetta Iervolino, appena divenuta ministro degli interni, da brava democristiana col cuore di mamma, fa la nuova sanatoria, la più grande mai avvenuta fino a quel momento. Poi, la madre di tutte le sanatorie sarà la Bossi-Fini.
La sanatoria è una cosa buona?
È una cosa buonissima! Mentre ero negli Stati Uniti, c’era questo collega, che si chiama Aristide Zolberg, ebreo belga arrivato alla New School; ecco lui, a una conferenza divertentissima disse: "For migration, there is not a final solution”. Usando il termine "soluzione finale” proprio per dire che chi pensa che c’è una soluzione per l’emigrazione, che si può mettere ordine prescindendo dal tumulto che la produce, ha una mentalità nazista.
Per l’emigrazione, bisogna sempre navigare a vista, cioè andare avanti con cautela e con attenzione alla situazione specifica, pronti ad aggiustare sempre la rotta, se necessario, senza perdere di vista l’obiettivo. Invece, la legge Turco Napolitano aveva la pretesa di andare sparata come una motovedetta senza pilota. E quindi la prima cosa che fanno è aprire i Cie (centri di identificazione ed espulsione), che però non sanno gestire, anche perché non c’è una normativa giuridica chiara. Ci si mette poco a capire che si tratta di una detenzione amministrativa dove la tua libertà è più limitata che in un carcere. Quello che non si capisce è il perché. Tra l’altro succedeva che, se non ti riuscivano a cacciare dal paese nei primi trenta giorni, al trentunesimo uscivi. Una follia pura. Dopodiché, come ha risolto la cosa con la Bossi-Fini? Allungando la permanenza a sei mesi.
Ma torniamo alla sanatoria. A noi italiani non piace perché abbiamo la fissazione, tipicamente fascista, che ci sia la soluzione finale. Invece non c’è, quindi la sanatoria prende atto di una situazione localmente insostenibile e ti evita di nasconderti. È un accomodamento a una situazione che tra l’altro abbiamo creato noi. Voglio dire: non si è mai voluto dare il permesso di ingresso per "ricerca di lavoro”. A questo punto, se non fai la sanatoria, come fai con questi che già vivono e lavorano qua?
Come la farsa sulle badanti che dovevano fingere di non essere in Italia.
Guarda, le finte, i trucchetti, gli escamotage, sono quelli che hanno permesso all’Italia di gestire in maniera semi-civile alcuni aspetti della politica migratoria. Siccome l’intero impianto era macchiettistico, per uscirne in maniera umana e socialmente accettabile bisognava trovare degli escamotage. La sanatoria è stato l’escamotage. Tutto qui.
Poi è arrivata la Bossi-Fini.
Lì è stato straordinario. Bossi e Fini sono andati al governo dicendo: "Via i clandestini”, intendendo però via gli immigrati, e appena arrivati hanno fatto la più grande sanatoria mai vista! Ma perché non potevano fare diversamente! Sempre con l’idea chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. Certo, non si aspettavano seicentomila e passa migranti. E io dico sempre che sono state le mamme dei leghisti le artefici di tutto, perché avevano bisogno, anzi avevano già la badante. Solo che il leghista se n’è accorto subito, Livia Turco se n’è accorta molti anni dopo -lo scrive, tra l’altro- quando la mamma la sgrida perché la Turco è contraria alla sanatoria, mentre lei vorrebbe sistemare la signora che l’aiuta, capito?
La sanatoria era originariamente per le badanti. Tra parentesi: il termine "badanti” viene introdotto dalla Lega nel linguaggio politico e poi è passato al linguaggio comune; nel linguaggio giuridico si chiamano assistenti domiciliari. Il discorso della Lega qual è? Già lo stato fa schifo, lo stato italiano fa schifo due volte, perché è fondato su Roma ladrona; nel Sud i ladri di Roma hanno la cameriera perché sono parassiti; al Nord ci sono i lavoratori, che però invecchiano, e siccome dello stato non ci possiamo fidare (cosa peraltro vera perché per i vecchi nulla è previsto), allora l’onesto lavoratore del Nord ha diritto alla badante. Questo era il discorso fatto da Bossi. È un discorso razzista, che però dice anche delle cose vere, perché in effetti se non c’è il welfare, l’onesto lavoratore il servizio se lo deve pagare. Ed è così che escono questi seicentomila lavoratori. Tra l’altro, la legge nasce originariamente solo per le badanti. Il problema è che non c’è solo la mamma di Livia Turco o la zia di Bossi, c’è anche la signora Brambilla che vuole regolarizzare la sua cameriera e quindi si estende la sanatoria anche alle cameriere. Ma non finisce qui, perché a quel punto, il ragionier Fasolin pensa sarebbe meglio regolarizzare anche i sette immigrati irregolari impiegati nell’azienda vicentina di cui tiene la contabilità, quindi pure lui, che vota Lega, vuole la sanatoria.
Arriviamo così al 2000.
Al 2000 si sanno le cose, ci sono i numeri. C’è stato questo momento comunque positivo della Turco-Napolitano; il governo Prodi ha aperto nei confronti dell’immigrazione, anche se poi ha istituito i Cpt, che sono una cosa orribile, ma complessivamente c’è un’apertura; un’apertura frenata dal fatto che la sinistra continua a non capire che l’immigrazione è la civiltà d’oggi e che è fissata con l’ordine: "Basta con tutti questi irregolari”. Beh, fammeli venire regolari!
Segue il governo Berlusconi e non succede molto. C’è la Legge Bossi-Fini, che è brutta perché rende più difficile l’accesso al permesso di soggiorno e allunga il periodo per avere il rinnovo, è un po’ persecutoria nelle norme amministrative nei confronti degli immigrati, inoltre non finanzia le politiche sociali. Le ultime raffiche di Salò del secondo governo Berlusconi sono le impronte ai bambini rom. Ma in realtà è il terzo governo Berlusconi quello terribile. All’inizio Berlusconi non fa nulla di male agli immigrati e nulla di bene. Si susseguono le finte sanatorie che si chiamano decreto flusso, quindi, in pratica, "business as usual” con un po’ di cattiveria in più. Tra l’altro, a un certo punto Fini comincia a dare i numeri promuovendo la cittadinanza agli immigrati. Non è un brutto momento. Il brutto momento è quando la Lega non si caratterizza più in chiave antimeridionale e anti-fiscale (hanno già cominciato gli intrallazzi con le banche), ma comincia a "democristianizzarsi”, quindi clientela, corruzione, imbrogli, ma anche normalizzazione e fine del secessionismo. Il dato negativo è che accanto a tutto questo c’è una crescente paranoia persecutoria anti-immigrati. Che finisce male.
Vi ricordate la storia delle ronde? C’è una legge che le autorizza, ma non le ha fatte nessuno. Perché? Ma perché la ronda è basata sul principio che il monopolio della violenza non è dello stato, ma della società, quindi dell’individuo, dei gruppi, eccetera, per cui questi probi cittadini possono acchiappare il nero e insegnargli la buona educazione, così la smette di pisciarti sotto casa, di spacciare e, soprattutto, di esistere. C’è stato un grande dibattito, è intervenuta anche l’Unione Europea, ma alla fine la legge è stata approvata. Perché non viene applicata?
Perché, contrariamente a quella approvata, la legge originariamente proposta era assolutamente incompatibile con lo stato di diritto, col principio del monopolio della violenza da parte dello stato, non ci si può fare giustizia da sé! E quindi com’è finita? Che se vuoi fare la ronda, la puoi fare: ti porti il fischietto e se vedi che c’è qualcuno che commette atti contrari alla morale, chiami la polizia che interviene. E ti pare che un leghista che crepava dalla voglia di massacrare di botte qualcuno si mette a girare col fischietto!?!
Poi è stata la volta dei cosiddetti "medici spia” che hanno determinato la rivolta dell’intera categoria. Insomma, la legislazione maroniana, che pure è stata annacquata o frenata dall’Unione Europea, dalla Corte Costituzionale o dalla Magistratura, ha però seminato odio, confusione, insicurezza. E comunque, che in Parlamento si sia potuto discutere della negazione dello stato di diritto, per me è una macchia terribile della nostra storia recente.
Dicevi che anche i Cie, i centri di identificazione ed espulsione, tuttora in vigore, sono una brutta pagina.
Allora, arrestare i padri di famiglia per il solo delitto di esistere è dentro la Turco-Napolitano, questo va ricordato. La follia sta nel fatto che la legge istitutiva dei Cpt pensa che la persona che non ha compiuto alcun reato, ma che, lavoratore o meno, si trovi in condizioni di non regolarità, può essere fermato, trasportato in un Cpt, attualmente Cie, inizialmente per trenta giorni e poi per sei mesi, senza altro delitto che quello di esistere.
Non lo si dice mai, ma quella è una legge per i padri di famiglia, per gli onesti lavoratori. Perché i disonesti possono essere arrestati e messi in galera. Che poi delle persone che stavano nelle patrie galere, siano state trasferite nei Cpt per essere espulsi è un abuso e un’incongruenza. I Cie sono centri di "identificazione ed espulsione”, se sei in galera evidentemente sei già stato identificato. Chiarito che ogni presenza di criminali nei Cpt e poi nei Cie è una violazione del principio di base della Turco-Napolitano, resta che il Cie oggi è un posto dove finisce il povero ragazzo, il padre di famiglia, il lavoratore che ha come unica colpa la mancanza di un permesso di soggiorno regolare e per questo è in attesa di espulsione. E questa è una macchia terribile.
Oggi si parla di un "picco” di arrivi. Io non lo vedo. Riguardo chi sta arrivando sulle coste siciliane, sono d’accordo con Alfano: se sei curdo e hai i parenti in Germania e chiedi asilo politico, ma che senso ha che devi chiederlo nel paese dove arrivi? Comunque io non sono preoccupato. Tra l’altro, nessuno dice che invece un po’ di gente se ne sta andando. Gli studi dell’osservatorio veneto del lavoro parlano di un processo di scivolamento in basso della condizione dell’immigrato e non solo dell’immigrato. Già a Rosarno partirono i sospetti che tra i capi della rivolta, oltre ai disperati locali, ci fosse anche qualche compagno un po’ violento che veniva dalle fabbriche del nord. Io nel ghetto di Rignano, in condizioni terribili, ho incontrato ex operai bresciani. In Veneto, per ora s’è stabilito un riequilibrio proprio con lo skidding, lo scivolamento in basso da tempo indeterminato a tempo determinato, dal tempo determinato al nero... Ma questa è un’altra storia...
(a cura di Barbara Bertoncin e Bettina Foa)