Marina Valcarenghi, psicoterapeuta e psicoanalista, è docente di Psicologia clinica e di Psicologia degli aggregati sociali e presidente della scuola di specialità in Psicoterapia Li.s.t.a. di Milano e dell’associazione Viola per lo studio e la psicoterapia della violenza. Tra le sue pubblicazioni: L’amore difficile. Relazioni al tempo dell’insicurezza, Bruno Mondadori, 2009, e Mamma non farmi male. Ombre della maternità, Bruno Mondadori, 2011.

Vorremmo parlare delle madri. Negli ultimi anni a livello editoriale, accademico, popolare, di intrattenimento, eccetera, si parla molto della figura del padre: il padre eclissato, sparito, evaporato… insomma, quale sarebbe il nuovo ruolo del padre, se ne ha ancora uno. Mentre stranamente, a livello del pubblico discorso, la figura della madre rimane indiscussa, come se il suo fosse un ruolo dato, naturale. Siccome probabilmente non è così, la domanda che ci ha mosso è stata: e la madre? Che fine hanno fatto le madri?
Sono sempre lì. Soprattutto nei paesi latini la madre è la figura dominante, quasi intoccabile: c’è una specie di tabù sulla maternità, che però è solo formale perché in realtà della donna madre non importa niente a nessuno, fin dalla gravidanza: ci si occupa del feto, della sua salute, ma della salute fisica e psichica della madre assai meno, se non in funzione del figlio che deve nascere. Perché appunto lo si considera un ruolo naturale. In realtà quello materno non è solo un ruolo naturale, è anche un ruolo culturale. Certamente vi è un dato biologico: la maternità è un istinto, ma solo come riproduzione, non come accudimento, educazione, eccetera; tant’è vero che queste pratiche si esplicano in modi estremamente diversi a seconda delle culture e delle epoche.
Questo ruolo culturale in realtà è cambiato ma non ha ancora trovato un equilibrio nella società in cui viviamo. Fino a cinquant’anni fa, in una cultura ancora prevalentemente contadina, il ruolo della madre stava all’interno di un mondo femminile solidale, che spesso era la famiglia, la tribù. Nel giro di tre generazioni si è polverizzato tutto.
Storicamente non vi è mai stata una condizione di così completa e totale solitudine come quella della donna madre con il suo bambino, mentre esce dall’ospedale da sola. Sì, ci sarà un uomo accanto a lei (che farà la sua parte, se la fa), ma non è affatto la stessa cosa.
"Che fine hanno fatto le madri?”, mi chiedi. Sono lì. Le donne continuano a riprodursi, però il ruolo materno è profondamente in crisi.
Anni fa, sono stata invitata a un convegno di pediatri di base -ero l’unica strizzacervelli- che non riuscivano a spiegarsi come mai le mamme fossero diventate così ansiose; avevano notato una mutazione della madre del neonato e volevano capire cosa stesse succedendo. Succedeva questo: la madre del neonato è sola e ha paura, perché non si fida più del suo istinto, e intorno a lei è scomparso quel mondo di donne più grandi che sapevano come contenere queste paure. Non esiste più niente di tutto questo: la madre è sola e piena di paure e allora si rivolge all’esperto.
Quei pediatri raccontavano di manager affermate, professioniste, insegnanti, donne che sanno muoversi nel mondo, ma che di fronte al bambino erano totalmente disarmate, per cui telefonavano al pediatra di notte: "Il bambino non ha mangiato”, oppure: "Continua a piangere”: quando tutti sappiamo che i bambini piccoli hanno le coliche e quindi piangono. Era la manifestazione di questa enorme insicurezza alimentata da una società che in effetti non protegge le madri, né durante la gravidanza né dopo.
Dicevi che questo ruolo in crisi è anche molto pericoloso.
Tutta una serie di situazioni una volta venivano contenute all’interno del gruppo familiare, adesso non più. La psicosi puerperale, per cui le donne ammazzano i loro bambini (e qualche volta anche se stesse) è una conseguenza di una depressione post partum trascurata; depressione che a sua volta è conseguenza del cosiddetto baby blue, che è invece una condizione assolutamente normale di tutte le donne che hanno un bambino. Il baby blue è il lutto della separazione: si vive l’immensa, inesprimibile gioia di tenere la propria creatura tra le braccia, sapendo allo stesso tempo che va via per sempre, che non sarà mai più con noi così com’è stata fino a quel momento... Le donne non vedono l’ora di partorire, però in quel momento misurano anche il potere doloroso dell’abbandono; piangono e sono felici contemporaneamente; è uno stato di malinconia che come tale andrebbe rispettato, mentre la prima cosa che ti dicono in ospedale è: "Su, su! Dai, siamo nati tutti così!”, oppure: "Ma dov’è il problema? Cosa c’è che non va?”, come se la psiche non esistesse.
Allora che succede? Che nei casi normali questo stato passa da solo. Se invece c’è una situazione patologica in famiglia, se il soggetto è già fragile dal punto di vista psichico, se le cose insomma si incatenano male, il baby blue non va più via e diventa depressione, e se la depressione non viene curata...
In carcere, a Padova, ho seguito un medico molto conosciuto che aveva ucciso sua moglie; pur essendo medico non si era reso conto della depressione post-partum di lei dopo che aveva avuto il primo figlio; anzi si era convinto che, se ne avessero fatto subito un altro, passava tutto! Al contrario, la donna ha iniziato a soffrire di una depressione quasi catatonica, ai limiti della psicosi, e lui a un certo punto non ce l’ha fatta più: ogni sera tornava a casa e la trovava sdraiata, con i bambini abbandonati a se stessi... fino a che una notte l’ha fatta fuori. È un esempio di cosa può succedere; bastava mandarla in analisi, bastava prima di tutto osservare come lei non stesse uscendo dal baby blue in modo naturale…
Ci sono tanti casi simili. È una situazione triste. Eppure basterebbe una psicologa formata per fare l’anamnesi di una paziente quando è gravida.
Alle donne in gravidanza fanno l’ecografia, tutti gli esami del sangue, l’amniocentesi, eccetera, e nessuno fa un colloquio per sapere se la madre è depressa o se è un caso a rischio.
Molte madri non vogliono incarnare il vecchio modello, ma non ne conoscono di nuovi. Anche questa libertà può provocare malessere…
In effetti le mamme oggi non vogliono replicare il modello della donna che viveva in funzione della famiglia anche quando lavorava; non a caso si parlava di "lavori da donna” come quello nella scuola: insegni, così hai tempo per la famiglia.
Adesso le donne studiano, vincono i concorsi; come tutti i gruppi sociali emarginati hanno una carica energetica fortissima perché devono "arrivare”, pertanto studiano come delle pazze e a quel punto non fanno più dei lavoretti. Il problema è che entrano in un mondo del lavoro costruito a misura di uomo. Ci vorrà molto tempo, ancora due o tre generazioni, perché tutto questo cambi. Il nostro modo di pensare, di sentire, di percepire la realtà funziona in modo differente tra uomo e donna, siamo diversi.
Faccio un esempio concreto: la struttura gerarchica che domina nella cultura patriarcale è assolutamente incompatibile con la psiche femminile: la psiche femminile è disordinata, tendenzialmente caotica come difetto, ma molto più libera, pertanto inserire una donna in un sistema gerarchico è forzare un po’ la sua natura psichica; lo si fa e però non è il mondo che avrebbero costruito le donne; così è come giocare sempre fuori casa: siamo sempre in trasferta e va bene, si può fare, però si fa doppia fatica; e comunque il ruolo materno non vi è previsto.
L’occasione in cui mi sono sentita trattata peggio in tutta la mia vita è stata a un convegno di donne dirigenti della Confindustria, dove avevano invitato una storica, un’economista e la sottoscritta. Sarà stato una decina di anni fa. Io ho fatto questo stesso discorso… e quasi mi lapidavano! Quelle donne erano talmente compenetrate nel loro ruolo che mi sono sentita dire: "Ma cosa sono tutte queste palle? Io ho avuto due figli e nessuno se n’è accorto! Non ho mancato nemmeno a una riunione”. Cosa potevo ribattere io?
È tutto sfasato, e non dipende solo da una differenza tra la donna di cinquant’anni fa e la donna d’oggi, ma proprio dall’incapacità di questo modello, di questa struttura sociale di adeguarsi alle donne.
Non è nemmeno il problema della doppia presenza; noi possiamo essere doppiamente presenti, però bisogna prevedere una diversa organizzazione del lavoro, degli orari.
Io dico: se si vuole che le donne studino, lavorino, allora organizzatevi, perché altrimenti non facciamo più figli, oppure li facciamo e diventiamo delle virago pericolosissime, oppure abbiamo delle donne schizzate che lavorano e corrono tutto il giorno, arrivando a sera stravolte!
Ieri qui nel mio studio c’era una donna che piangeva: "Ho due bambini piccoli e lavoro... non ce la faccio più, la mia vita è fatta tutta di incombenze e quando ho finito le incombenze, svengo sul letto!”.
È così, oppure si sceglie di trascurare i figli, e qui non parliamo di criteri educativi: sono davvero pochissime le famiglie in cui una madre si preoccupa dell’educazione, della costruzione di un codice morale, cos’è giusto o sbagliato, delle regole, cosa si può fare e cosa no: le regole si possono trasgredire? Sì, in base ai tuoi valori, però poi dopo devi essere disposto a pagare il prezzo; tutte cose elementari, ma non ci si arriva, non si fa più.
Proprio rispetto all’educazione, alle regole: come si gioca questo ruolo tra il padre e la madre? Tradizionalmente era il padre a rappresentare l’autorità…
I ruoli sono saltati, così si diceva un po’ di tempo fa: quindi ci si mette d’accordo e le regole si trasmettono insieme, non c’è il padre normativo e la madre accogliente (la madre sempre un grande utero e il padre sempre un grande fallo), non è così che va; ci si distribuisce i compiti, si fa insieme...
La maternità è sempre stata intesa come qualcosa di proprio dell’essere femminile, la sua essenza, o come un suo sviluppo necessario o eventuale; si potrebbe pensare che diventare madre sia invece proprio un’altra cosa rispetto all’essere donna, una trasformazione anche violenta…
La maternità è un istinto. Ora, tutti gli istinti sono universali, ma non tutti sono cogenti: tu non puoi smettere di sbattere le ciglia, di respirare o di alternare il sonno alla veglia perché sennò muori; invece puoi benissimo vivere casto e puoi benissimo non avere figli, se sei una donna. Così come puoi essere violento -l’istinto violento esiste- oppure puoi controllare questi impulsi. Insomma, ci sono degli istinti universali ma non cogenti, non obbligatori: la maternità è uno di questi istinti, come la sessualità o l’aggressività; cioè si possono esprimere o non esprimere, e prendere forme diverse a seconda delle culture; sono istinti fortemente influenzati dal contesto socio-culturale in cui si vive.
Nello schema occidentale la maternità è stata considerata per millenni come l’unica funzione riconosciuta a una donna. È sempre stato così, ma questa era una presa di posizione culturale, non un istinto cogente, neanche ai vecchi tempi. Adesso, per motivi soprattutto economici credo, tutto questo è saltato: le donne hanno smesso di fare tanti figli e hanno cominciato a lavorare e poi ci sono state due guerre mondiali che hanno portato le donne in massa nel mondo del lavoro. Pian piano si è riscoperto che la maternità è un istinto, ma variabile: si può decidere di non avere figli, di averli a una certa età, di programmarli... La maternità è diventata opzionale: una donna non è la maternità, una donna è totalmente e compiutamente donna sia che abbia figli sia che non ne abbia.
Ma smettendo di essere un tratto essenziale, istituzionale, la maternità non sta rischiando di diventare quasi nemica, avversaria della femminilità? Viene da chiedersi, per esempio, se una delle ragioni del fatto che si facciano meno figli e sempre più tardi vada imputata a una sostanziale paura della maternità da parte delle donne.
Siccome la maternità non è più obbligatoria, allora si cominciano a vagliare i pro e i contro, si comincia a rimandare: "Voglio vivere così ancora per un po’; voglio fare quel viaggio, voglio avere altri fidanzati...”, fino a che, a un certo punto, queste stesse donne cominciano a dire: "Se non lo faccio adesso, non lo faccio più, non c’è più tempo, scado”; si parla allora di "orologio biologico”... La verità è che ci sono delle donne che non dovrebbero diventare madri, altre che possono esserlo o non esserlo, altre che sarebbe molto triste se non potessero esserlo.
Non siamo tutte uguali. L’importante è che sia davvero una scelta! Una volta, quando ero piccola io, alle bambine veniva detto: "Quando avrai la tua famiglia, quando avrai la tua casa, quando avrai i tuoi bambini…”. Era previsto che ci si sposasse, che si avessero dei bambini, la casa, e si cresceva così; i libri di scuola parlavano dell’eroismo delle mamme, del coraggio delle mamme, non dell’eroismo di una donna, del coraggio di una donna. Un’intera letteratura di abnegazione delle madri veniva consegnata alle bambine e il mondo apparteneva ai maschi. Adesso non è più così: si può scegliere di non avere figli e questa non è una menomazione né una disgrazia.
Proprio perché la maternità è diventata una scelta, e quindi sta a te decidere, è diventata una decisione drammatica. Infatti il numero di figli cala, ma l’investimento su di loro aumenta morbosamente. È impressionante la dipendenza dei genitori di oggi dai propri figli.
Infatti bisogna distinguere l’ansia da una dipendenza di tipo patologico: tatuarsi i nomi dei figli, le medagliette... Il fatto è che è cresciuto tutto un mercato su questo: ci sono interi reparti che inducono a consumare articoli assurdi; ti vendono come necessarie un sacco di cose che servono solo a colmare la tua ansia di sicurezza: il tappeto antiscivolo, il ciuccio antisinghiozzo, il biberon anti-quello, la cintura anti-quell’altro. È tutto un cercare di rassicurare questa nuova maternità che non si fida più del fatto che nella maggioranza dei casi i figli stanno bene e crescono per conto loro.
Ora, un conto è essere dipendenti emotivamente e sentire la responsabilità di un figlio, un altro è quello di costruire un sistema di ansia e quindi di continua autorassicurazione intorno al figlio: bisogna fare questo, bisogna fare quello, telefonargli ogni mezz’ora, restare svegli finché non torna a casa; queste sono forme patologiche! È una degenerazione.
Molti genitori sembrano vivere esclusivamente per questi figli con la effe maiuscola. Forse il padre ancora più della madre, perché ha lo zelo del neofita.
Ci sono delle famiglie dove i genitori si chiamano tra di loro "mami” e "papi”! È vero, esiste questo fenomeno, però secondo me rientriamo nel quadro di una degenerazione. Sapere che per tutta la vita un figlio è la persona più importante, perché ne hai portato la responsabilità, perché lo conosci come non lo conosce nessun altro, è del tutto normale; ma i figli non se ne devono accorgere. Tu devi sapere che ti devi separare, che devi lasciarli vivere. Quello è il vero amore per il figlio -e non il controllarlo, il non mollarlo mai, il farne una specie di dio: che non è più amore materno, bensì una malattia, una malattia sociale, che produce il ciuccio antisinghiozzo, ma anche il viaggio obbligatorio in Inghilterra, o l’Erasmus... Esistono ormai dei must sociali che diventano angosciosi, anziché essere fonte di piacere, gioia, curiosità. Questi genitori "si occupano” moltissimo dei figli. La maternità e la paternità in questo senso sono diventati dei mestieri. E però, al contempo, questi genitori non educano i figli nel senso che non trasmettono valori o regole, non costruiscono un codice morale e infatti lo vediamo: questi bambini diventano dei selvaggi; gli stessi ragazzini buoni sono, in realtà, dei selvaggi buoni. Insomma, i genitori se ne occupano moltissimo, ma non li educano affatto.
Tu lavori molto sui sogni. Se è vero che i sogni sono storici, nel senso che variano a seconda delle epoche, ecco, nella tua esperienza degli ultimi tempi hai visto qualche novità nel mondo dei sogni che ti raccontano le madri?
Nei sogni emerge la resistenza alla maternità legata alla paura di perdere quella libertà che poi non ci sarà più, di abdicare al "tutto possibile”. Questa dicotomia adesso è molto più forte: mentre una volta la strada era segnata, oggi, almeno idealmente, se non hai un figlio puoi fare quello che vuoi della tua vita.
Ormai faccio questo lavoro da 36 anni e devo dire che la differenza è soprattutto qui: trent’anni anni fa questi sogni erano molto più rari. Prendiamo il sogno di una donna che va con la sua classe (è un’insegnante) a Barcellona e si comporta come una ragazzina tra le ragazzine: entrano nei negozi, comprano chincaglierie, fanno stravaganze; ci sono anche dei rapporti omosessuali con le alunne-compagne, fino a che di colpo lei si ricorda di essere incinta e pensa: "Sarò sicuramente condannata e andrò in prigione!”.
Cosa voleva dirle questo sogno? Attraverso immagini forti di piacere, la trasferiva nell’età dell’adolescenza, l’età delle sue allieve, l’età della spensieratezza. Quella giovane donna si stava rendendo conto che, con la gravidanza, quel tempo per lei si era definitivamente concluso.
L’altro tema ricorrente è la difficoltà di tenere assieme una doppia vita, che non è solo la doppia presenza, è anche una doppia assenza e una doppia personalità, se vogliamo, dato che nel lavoro non sei certo come sei con i tuoi figli. Ne parlavo una volta con un’amica; le chiedevo: "Ma tu come fai quando esci dallo studio e arrivi a casa, sali sull’ascensore e sai che dietro la porta ci sono loro che ti aspettano: mamma! mamma! mamma!”. Mi ha risposto: "È semplicissimo: tiro fuori dalla borsa un po’ di scatolette”. Un po’ stupita le chiedo: "Ma ti fai di psicofarmaci?”, "A gogò!”. Un’esagerazione, una battuta, ma dava l’idea della schizofrenia, insomma, che questo passaggio tra ruoli non viene naturale. I sogni parlano del disagio di questa ambivalenza difficile.
Un altro sogno: una donna che svolge un lavoro importante telefona a casa dall’estero e non le risponde nessuno, allora telefona in ufficio dal marito, ma neanche lui risponde, prova sui cellulari, niente, non risponde mai nessuno! Poi cambia scena: lei si trova in una specie di fossato ai margini di una strada e non riesce a venirne fuori. È buio, è notte, è sola... a un certo punto una persona le porge una mano, lei la afferra e si tira fuori dal fosso. Capiremo dopo che quella è la mano di suo marito. Abbiamo cominciato a parlarne: "Come mai non riesce a entrare in comunicazione né con i suoi figli né con suo marito?”. E poi le ho chiesto: "Ma lei cosa sa davvero dei suoi figli?”, che erano già grandi, adolescenti.
Mi ha risposto: "Sono bravi ragazzi, sono cresciuti proprio bene: non si drogano, non fanno troppo tardi la sera, studiano…”. "Sì, ma quali sono le loro passioni? Cosa pensano della loro vita?”. Lei mi ha guardato sorpresa: non ne sapeva niente, li conosceva poco, aveva dei suoi figli un’idea stereotipata, bastava che "funzionassero”.
Nel suo caso l’ansia si placava così: dovevano essere lavati, puliti, fare sport. Era convinta di essere una madre impeccabile perché nel suo tempo libero era dedita all’organizzazione della vita dei figli.
Ecco, questo scollamento, queste difficoltà di vivere almeno due dimensioni così diverse, provoca una sofferenza che viene fuori dall’inconscio. Il motivo per cui era venuta in analisi, tra l’altro, non erano i figli, bensì la vita sessuale infelice con suo marito, perché anche lui, in fondo, era un estraneo. Ecco due aspetti che vedo nella maternità sognata.
Nella storia dei matrimoni, delle relazioni uomo-donna, sembra che la maternità metta a repentaglio la dimensione erotica della coppia. Oggi come viene vissuta questa sorta di alternativa tra il figlio e lo sposo?
Sappiamo che c’è un periodo in cui il disinteresse sessuale di una donna non solo verso il marito, ma verso chiunque, è fisiologico e necessario, tant’è che gli stessi ginecologi consigliano di non avere rapporti sessuali. Poi c’è il periodo dell’allattamento che è sfibrante, indebolisce moltissimo: in quei primi mesi si regredisce a una situazione un po’ animalesca: mangiare, dormire, allattare e lavorare il meno possibile. Nel primo periodo è normale che sia così. Dopo no, però. Un tempo andava così perché ogni volta che andavi a letto con tuo marito restavi incinta, per cui le donne lo vivevano come un incubo. Oggi se non si vogliono altri figli, ci sono mille modi per evitarlo, quindi non può più essere quello il deterrente. Se la situazione non si sblocca, va esaminata.
L’attaccamento patologico verso i figli può spiegare la poca attenzione per il partner?
Ma viene prima l’uovo o la gallina? Viene prima l’attaccamento patologico ai figli o il disinteresse per il partner? A volte, poi, la madre smette di interessarsi a entrambi. Ho in mente una madre che diceva di non poterne più della famiglia, del marito, non aveva più desiderio sessuale, ma non voleva nemmeno occuparsi dei figli. Non era una depressione post-partum, forse non voleva proprio avere dei figli, forse non voleva avere una famiglia, forse era stata condizionata da un modello sociale. Piangeva sempre. A un certo punto le ho detto che o cambiava vita o avrebbe pianto per sempre. Non sono situazioni semplici.
Abbiamo parlato prevalentemente degli aspetti negativi. Gli aspetti positivi dell’essere madre oggi?
Il fatto molto positivo è che la maternità possa essere una scelta e non un destino. E poi ci sono dei frutti sani del movimento del ’68: il rapporto tra madri e figlie, ma anche tra padri e figli, è diverso da quello che avevamo noi, è più libero, più sincero; o per lo meno può esserlo. Il che non significa che i padri e i figli siano amiconi, ma semplicemente che non c’è più quella soggezione che avevamo noi dei nostri genitori, per cui dovevamo stare molto attenti a cosa dicevamo. Sicuramente ci sentivamo più soli in famiglia. Fuori no, ma in famiglia sì.
I ragazzini e i genitori di oggi vivono questa possibilità di essere più aperti, più sinceri, più semplici, più diretti nei rapporti tra di loro e questo li rende più felici. I rapporti che i miei nipotini hanno con mio figlio non assomigliano minimamente a quelli che io avevo con mio padre; io adoravo mio padre ma ne avevo soggezione.
All’origine di tutto, secondo te, resta il rapporto tra uomo e donna.
Alla fine è lì che si lavora, anche quando ci sono dei disagi della maternità. Non sto parlando della relazione con il proprio compagno, sto parlando proprio del rapporto della donna con gli uomini: le donne non sono ancora libere, diversamente da quello che speravamo noi quarant’anni fa. C’è stata una regressione da questo punto di vista. Non c’entra con quello di cui ho parlato prima, infatti esitavo a parlarne, ma è collegato: se una donna non vive bene la propria sessualità, se non si sente libera, se si crede inferiore, se ha paura di rimanere senza un uomo, se non è capace di stare sola, se è dipendente, se ha paura di uscire dal ruolo tradizionale, ritorna indietro. In fondo il ruolo tradizionale lo conosciamo, ci possiamo stare dentro comodamente… Anche nella relazione con gli uomini -non sto parlando del padre, ma di una relazione qualunque- ho notato questa tentazione di tornare indietro: "Ma cosa avete combinato? Ora è peggio di prima!”.
In un’epoca di transizione si deve attraversare il guado e arrivare di là: se torni indietro, diventi matta perché non potrai mai più accettare la condizione precedente. Queste generazioni di passaggio vivono un forte disagio, anche perché molti uomini te lo chiedono di tornare indietro. L’anno scorso ero a Martina Franca, dove mi avevano invitato a parlare.
L’uomo che mi ha portato all’aeroporto di Brindisi era un esempio di macho alfa brindisino, una delizia! C’erano delle prostitute lungo la strada e mi ha detto: "Pensi che a Monaco di Baviera lei le può scegliere sul catalogo!”. Lui parlava, parlava e io ascoltavo, ascoltavo, mi sembrava un fenomeno antropologico, fino a che ha concluso: "Eh sì, perché signora, alla fine il guaio è che una volta le donne vivevano per noi e adesso invece…”, e ha fatto un gesto disperato!
Ci sono ancora uomini che vorrebbero una compagna che somigli più alla mamma o alla nonna che non a queste pazze che trovi in giro. Lo si può capire. È un disagio che riguarda tutti, ragazzi e ragazze: le ragazze hanno paura di non essere scelte se sono troppo libere (e non mi sto riferendo ai costumi sessuali, intendo libere nella testa); i maschi da un lato sono molto attratti da ragazze con cui possono parlare, che sentono uguali, alla pari con loro, dall’altra ne hanno paura. Tutto questo poi incide sulla maternità. La maternità, in effetti, rischia di rappresentare la pietra tombale sulla femminilità erotica, passionale, e le donne lo sanno, lo sentono, lo temono: non voglio diventare "la mamma dei miei bambini” per il loro compagno, che a quel punto casomai cercherebbe altro. Lì si gioca tutto.
Per concludere: quale patologia assoceresti all’essere madre oggi? È l’ansia, dunque, la cifra più tipica?
Come manifestazione sintomatica sicuramente l’ansia. L’ansia è il sintomo più evidente, anche perché è il più nuovo. La madre negativa, la madre isterica, la madre depressa, esistono ancora, ma prima erano più diffuse.
Come disagio inedito, tipico di quest’epoca, vedo proprio la situazione di abbandono e di solitudine nella maternità. È impressionante la quantità di forum che si sono creati in rete, dove vengono poste le questioni più disparate: "Qualcuna di voi sa cosa vuol dire se viene un foruncolo? Come si fa a capire se è rosolia?”. Il problema è che queste iniziative rischiano di diventare dei moltiplicatori dell’ansia: l’ansia dell’una ricade su tutte le altre,  che la amplificano fino a raggiungere livelli mostruosi. Scrivendo l’ultimo libro, sono andata spesso a consultare questi siti e a un certo punto devo dire che stavo entrando in ansia anch’io. Avrei voluto intervenire: "No, ragazze, state tranquille!”. Ma mi sono trattenuta.
(a cura di Edoardo Albinati e Joan Haim)