Pierre Hassner, tra i massimi studiosi di relazioni internazionali, allievo di Raymond Aron, è nato in Romania nel 1933 e si è rifugiato in Francia nel 1948. Ricercatore al Ceri (Centre d’Etudes et de Recherches Internationales) dal 1959, ha insegnato Relazioni Internazionali a Sciences Po e all’Università Johns Hopkins a Bologna; ha inoltre tenuto corsi all’Università di Chicago e ad Harvard. Negli anni Novanta è stato membro del Comitato Vukovar-Sarajevo; oggi fa parte del comitato editoriale di "Survival” ed è membro dell’Accademia Americana delle Arti e delle Scienze. Vive a Parigi.

Lei ha dedicato gran parte della sua vita allo studio delle relazioni internazionali. Come vede oggi la situazione tra la Siria, la Libia, l’Ucraina?
Recentemente mi hanno intervistato ponendomi la questione: chi governa il mondo? Ho risposto: nessuno. Non c’è più una vera governance mondiale. Non esiste una comunità internazionale. C’è una società internazionale, nel senso che ci sono delle regole per il commercio, i trasporti, ecc., dopodiché ci sono delle comunità nazionali (ma anche subnazionali e transnazionali), religiose, fanatiche, ideologiche, ecc.
Chi è la comunità internazionale? L’Onu è un mélange instabile fin dalla sua origine, è composto di Stati, ci sono certo delle agenzie specializzate che fanno delle cose, ma non è un’istituzione democratica, inoltre da tempo si dice che bisognerebbe istituire una camera per rappresentare la società civile. Oggi il Consiglio di sicurezza è completamente paralizzato a causa del potere di veto dei membri permanenti: gli Stati Uniti mettono il veto a proposito di tutte le questioni che riguardano Israele, così la Cina e la Russia per le loro aree d’interesse. I francesi hanno lanciato l’iniziativa che i membri permanenti rinuncino al diritto di veto in caso di massacri di massa, ma non se n’è fatto niente e non credo che passerà.
Il mio maestro, Raymond Aron, distingueva tra sistemi eterogenei e omogenei. Sono omogenei quando gli stati riconoscono reciprocamente la loro legittimità, ed eterogenei quando ci sono dei contesti rivoluzionari per cui gli stati vengono organizzati secondo concezioni diverse, come è accaduto dopo la rivoluzione francese, sovietica, eccetera. Adesso il sistema è eterogeneo in senso ancora più generale, perché sono entrati in scena anche tutti questi attori non statuali: non solo Daesh, ma anche soggetti dell’ambiente finanziario. Ci sono sempre stati dei finanzieri, perfino dei pirati, ma adesso c’è la convergenza fra due fenomeni: la rivoluzione materiale, tecnica, a livello della comunicazione, la globalizzazione che ci avvicina tutti e una dinamica di contagio tra i vari conflitti, che pure sono frammentati. Ci sono queste forze in campo, economiche, ideologiche, eccetera, e c’è internet, la guerra cibernetica; insomma, il sistema è completamente eterogeneo e molto complicato.
Quando ero studente c’era un autore americano nato in Germania, Arnold Wolfers, che in Discord and Collaboration diceva che bisogna guardare alla "relationship of major tension”. Ebbene, qual è oggi la relazione di maggior tensione? Quella fra gli Stati Uniti e la Cina, tra l’Europa e la Russia, tra i sunniti e gli sciiti, fra i poveri e i ricchi?
Devo dire che io sono l’uomo più disordinato del mondo e quindi mi sento a mio agio in questa specie di disordine che corrisponde al mio modo di pensare. D’altra parte ora siamo tutti in questa situazione. Prendiamo la guerra in Siria, io non saprei che cosa dire: bisogna combattere contro l’Isis e però non si può negoziare con Assad... Mi hanno raccontato che Franz Josef Strauss, politico tedesco, una volta aveva convocato i suoi esperti per dirimere una questione spinosa e alla fine commentò: "I’m still perplexed but at a much higher level”.
Non sono mai stato capace di scrivere libri o articoli, però c’è stato un periodo negli anni Novanta in cui sono stato molto impegnato a favore dell’intervento in Yugoslavia e contro la guerra in Iraq, ma all’epoca sapevo più o meno da che parte stare. Oggi è molto più difficile.
Alla fine, come mi accusano i miei studenti, quello che faccio è alzare il livello di perplessità!
Lei ha studiato a lungo i tanti dilemmi dell’intervento, non solo se intervenire o meno, ma anche il tipo di intervento, il rapporto tra l’umanitario, il politico e il militare, tra il breve e il lungo termine...
Vincent Desportes, generale francese, già direttore della Scuola di Guerra, ha scritto un libro, La guerre probable, in cui sostiene che la guerra probabile oggi non è la guerra atomica, ma è la guerra in seno alle popolazioni.
Ai tempi della Jugoslavia io ero favorevole all’intervento e credo che malgrado tutto sia riuscito: la Bosnia va male, il Kosovo anche, ma non abbiamo più genocidi. Ero anche contro la guerra in Iraq, mentre adesso, a proposito della Libia, ho molti dubbi. Può essere che si possa fare qualcosa di puntuale; tutti ricordiamo quando Gheddafi disse che non avrebbe avuto pietà per Bengasi; all’epoca si doveva fare qualcosa, solo che non si può intervenire e poi andarsene, senza assumersi il mandato, la responsabilità di proteggere la popolazione, dicendo che Gheddafi se ne deve andare e che però l’operazione non è finalizzata a questo. Nei fatti abbiamo rovesciato Gheddafi e ce ne siamo andati. Questo ha compromesso tutta la discussione sulla responsabilità di proteggere le popolazioni.
Il fatto è che noi interveniamo sempre o troppo presto o troppo tardi. C’è anche da dire che gli stati che hanno un’opinione pubblica critica non possono permettersi di fare quello che ha fatto la Russia in Cecenia: distruggere il paese, ricostruirlo e poi mettervi a capo un fantoccio che ribadisce ogni giorno la sua fedeltà a Putin. Kissinger, per esempio, per uscire dignitosamente dal Vietnam, aveva puntato a un "decent interval” fra la partenza degli americani e l’arrivo dei nordvietnamiti. Poi in realtà quell’intervallo non c’è stato e gli americani se ne sono andati nel disordine.
Bush, da parte sua, è stato di un’ingenuità straordinaria in Iraq. A un certo punto il Capo di Stato maggiore dell’esercito americano spiegò a Paul Wolfowitz che se si vinceva occorrevano duecentomila uomini; lo stesso Chirac aveva detto a Bush: "Vincerete facilmente, ma dopo si tratta di tenere il paese”. Wolfowitz non gli credette: "Non posso credere che ci vogliano più soldati dopo la vittoria che prima”. Non aveva capito niente. Io una volta l’ho incontrato, perché lo conoscevo dall’epoca universitaria, e gli ho chiesto com’avesse potuto pensarla così: "Non potevo prevedere che ci sarebbe stata un’insurrezione”, ha risposto. Come non bastasse, i suoi uomini hanno sciolto l’esercito iracheno. Un errore catastrofico.
Lo stesso Obama non aveva alcuna idea. Uno degli slogan della sua campagna era di far uscire l’America dalle guerre. Bisognava andarsene anche dall’Afghanistan seppur senza aver risolto nulla. Poi, ripeto, c’è la Libia: all’epoca, Bernard Henri-Levy si vantava di essere stato lui a convincere Sarkozy che bisognava fare la guerra in Libia. Garantiva che la Libia sarebbe diventato un paese islamico moderato e invece oggi abbiamo una situazione spaventosa: c’è una guerra civile, ci sono le tribù, c’è lo Stato islamico e ci sono le armi che vanno in Mali e altrove.
Questo per dire che oggi forse sono più contrario che a favore degli interventi. La Jugoslavia era un caso particolare: era in Europa ed era il primo conflitto dopo la Guerra fredda. Io credo che gli americani abbiano avuto ragione ad armare i bosniaci e i croati altrimenti la guerra non sarebbe mai finita. È stato stabilito un equilibrio che non è perfetto ma allo stesso tempo non c’è più la guerra, non ci sono più genocidi. Io all’epoca ero militante, avevo scritto più di un articolo a sostegno di un intervento anche se "imperfetto”, perché non si poteva accettare un’altra Srebrenica. Non si poteva tollerare di dover rivedere i campi, le torture. Nel caso del Rwanda è stato spaventoso assistere al ritiro delle truppe del generale Dallaire che ha così lasciato il campo libero ai genocidari.
Oggi però devo riconoscere che il rischio del fallimento è diventato più grande di quello di successo. Dunque la conclusione è che si tratta di una questione che va valutata caso per caso. Non siamo più ai tempi del diciannovesimo secolo e degli interventi umanitari a favore dei cristiani d’Oriente sotto l’impero ottomano. Il rapporto di forze non è più lo stesso, i colonizzatori avevano una superiorità tecnica enorme e si permettevano anche di adottare metodi barbari. Oggi, come dicevo, un paese più o meno democratico non può permettersi di fare questo. In più c’è questa complicazione per cui l’opinione pubblica si stanca. All’inizio negli Stati Uniti tutti (a parte gli studenti e pochi altri) approvavano la guerra in Vietnam o in Iraq. Alla fine non la voleva più nessuno! Dunque l’opinione pubblica si stanca. In più è diventato molto difficile vincere, così come andarsene. Obama aveva annunciato il suo proposito di andarsene dal Medio Oriente, perché voleva dare la priorità all’Asia, ora è costretto a impegnarsi perché gli americani hanno visto i loro connazionali sgozzati e questo li ha colpiti molto più di ciò che accade in Ucraina.
Oggi le cose sono diventate più complicate: l’intervento diretto è molto difficile e pericoloso. Attenzione, questo non vuol dire che bisogna disinteressarsi, bensì che bisogna agire in modo più articolato, diplomatico, eventualmente armando gli attori locali.
Lei è polemico con il ricorso alle armi "non letali” quando si interviene. Può spiegare?
Questa storia delle armi non letali mi esaspera. È come durante la guerra di Spagna: Germania e Italia armavano i fascisti di Franco, i russi armavano i comunisti e invece le Brigate internazionali non le armava nessuno perché gli occidentali liberali appoggiavano la politica del non intervento.
Mi sembra stia accadendo la stessa cosa in Siria: gli americani aiutano un po’ la resistenza democratica, ma con armi non letali! Cioè, contro gli attacchi aerei e contro i carri mandano giubbetti antiproiettile. Stessa cosa con gli ucraini! In più gli americani passano per la mediazione dei turchi e del Qatar, che stanno armando gli islamisti. E comunque in Siria è troppo tardi. Adesso infatti si dice che non si può evitare di negoziare con Assad anche se ha la responsabilità di duecentomila morti, quattro milioni di rifugiati e il Libano e la Giordania sono stati destabilizzati. Io inizialmente avevo dei dubbi sull’intervento, pensavo che si andasse verso un altro Iraq. Quando Obama però ha detto che era stata superata la linea rossa, mi aspettavo dei bombardamenti sulle postazioni militari, ma non ­l’hanno fatto e questo, in qualche modo, è servito a Putin. Io avevo seguito le vicende di quel paese e non avevo dubbi che si dovesse sostenere l’opposizione democratica che nella prima fase era pacifica e domandava solo delle riforme. Il fatto è che Obama è un uomo di buona volontà, ma esita, cerca il compromesso e soprattutto teme di continuare la politica di Bush. Stephen Sestanovich, accademico americano, che è stato anche diplomatico, in un libro intitolato Maximalist sostiene che ciascun presidente americano cerca di fare il contrario del precedente. Sul "New Yorker”, definiscono Obama il "presidente professore”, perché, al contrario del decisionista Bush, cavilla su tutto e così non decide mai. Bisogna talvolta fare dei compromessi con la realpolitik: è stato necessario allearsi con Stalin contro Hitler -ma non per questo bisogna dire che è una democrazia ciò che non lo è. Insomma, è complicato.
Churchill diceva che se Hitler avesse invaso l’inferno, avrebbe fatto un’interrogazione esprimendo solidarietà al diavolo! Ci sono dei dilemmi di questo tipo.
Alcuni oggi sulla Siria sostengono che l’alternativa è fra Assad e l’Isis.
Assad è stato molto abile, ha aperto la frontiera e ha svuotato le carceri dagli islamisti radicali… Tutto per poter dire: "Vedete, voi dicevate che era un popolo civile che si ribellava, invece sono degli islamisti barbari”. La situazione purtroppo è molto complicata perché la barriera contro l’Isis sono l’Iran e gli sciiti in Iraq, cioè gli stessi che sostengono Assad. Si dice che l’opposizione democratica è debole. È vero. Ha meno soldi dell’Isis, che ha il petrolio. D’altra parte, anche Assad è indebolito, ma in Siria ci sono gli Hezbollah e i guardiani della rivoluzione che si battono per lui. E comunque come si può trattare legittimamente con uno che ha fatto duecentomila morti e quattro milioni di rifugiati? Non si può pensare di negoziare direttamente con lui, ma con qualcuno dei suoi sostenitori forse sì. Può essere che Obama stia negoziando con gli iraniani uno scambio: il nucleare in cambio dell’abbandono di Assad. Purtroppo su questo sono pessimista. Non resta che armare assai più seriamente la resistenza siriana. Anche i russi hanno un ruolo importante in Siria, cosa che potrebbe condurci a un compromesso: l’abbandono di Assad in cambio della garanzia che l’Ucraina non sarà mai nella Nato. Ogni opzione è piena di rischi. D’altra parte, come possiamo abbandonare delle persone che hanno rischiato la loro vita e perso tutto per colpa di Assad e metterci a negoziare con lui?
E l’Ucraina?
Io leggo tutti i giorni "Le Monde”, il "New York Times” e altri giornali e solo su "Le Monde” ho letto dell’anniversario della conquista della Crimea organizzato da Putin. In quell’occasione ha detto di essere pronto a usare le armi nucleari. C’è da preoccuparsi. Oggi la propaganda è straordinaria in Russia: tutto il giorno non si fa che ripetere che l’Occidente sta accerchiando la Russia, animato da una volontà di contenimento che risalirebbe al diciottesimo secolo.
C’è un libro su Putin che vi raccomando, Dans la tête de Poutine, scritto da Michel Eltchaninoff, un russo emigrato, direttore della rivista "Philosophie Magazine”. Il libro analizza i suoi autori di riferimento: filosofi slavofili o euroasiatici, imperialisti russi, controrivoluzionari, le cui teorie ruotano attorno all’idea che l’Europa è decadente, gli americani ci hanno accerchiato ma noi, la Russia, rimaniamo i più forti, il vero impero. Credo sia stato Uvarov, ministro di Nicola I, a formulare la nota triade "ortodossia, autocrazia e narodnost”, che si può tradurre con sentimento o identità nazionale. È questo il programma di Putin oggi. Io faccio sempre questo esempio: la parola gelsomino è vietata nell’internet cinese (che è più controllato dell’internet russo) perché all’altro capo del mondo la Tunisia ha chiamato la sua rivoluzione "la rivoluzione dei gelsomini”. Allo stesso modo, quando in Ucraina c’è stata la rivoluzione del Maidan, per Putin dietro c’erano gli americani, e i fascisti. Ci sono effettivamente dei gruppi fascisti in Ucraina, ma hanno avuto l’1% alle elezioni.
Sergei Karaganov, politologo, qualche anno fa ha scritto un articolo in cui diceva: non vogliamo essere sotto l’egemonia cinese o americana, noi siamo il "secondo” Occidente, ma bisogna che ci lascino governare la nostra sfera come vogliamo. Accadono delle cose a dir poco incredibili. Putin ha aperto degli uffici per la tutela dei diritti umani a Parigi e negli Stati Uniti (non ricordo se a New York o Washington) per sorvegliare il rispetto dei diritti dell’uomo in Occidente! E poi c’è la questione di una Russia marginalizzata: il fatto di essere diventati un paese come gli altri per loro è intollerabile. Io dico: succede anche nelle migliori famiglie! Inglesi, francesi, turchi, tutti hanno avuto un impero e lo hanno perso.
Nel 2007 ho scritto un articolo -era il periodo della moda della transitologia, per cui tutti i paesi sviluppano la democrazia- intitolato la "transizione della Russia verso l’autocrazia”, in cui dicevo che questo affare del nazionalismo sarebbe finito in una sorta di fascismo. Mi sembra sia quello che sta accadendo oggi. Solo per spiegare i livelli di propaganda. Qualche tempo fa Andrei Zubov, noto storico russo, aveva assimilato l’accorpamento della Crimea da parte di Putin all’Anschluss, cioè all’annessione dell’Austria da parte di Hitler (affermazione che peraltro gli ha fatto perdere il posto). Bene, qualche mese fa, Andranik Migranyan, russo armeno, ha scritto un articolo, uscito su "Izvestia” (che è considerato un giornale filo governativo), in cui non sconfessa affatto il paragone tra Putin a Hitler, semplicemente specifica che fino al 1939 "Hitler era buono”: era un uomo di stato che voleva unire tutti i tedeschi e ritrovare il ruolo della Germania. Sì, dopo ha fatto delle stupidaggini, soprattutto attaccando l’Unione sovietica, ma fino al 1939 andava bene. Potete immaginare?!
Io credo che qualcuno abbia trovato una buona formula per Putin dicendo che non è comunista e nemmeno si deve credere alla sua conversione religiosa; Putin è un "sovietico” ed è per il potere della Russia e per l’uso della forza. È curioso come in Europa, almeno in Francia, la destra sia putiniana. Marine Le Pen e i giornali reazionari sono tutti per Putin e la sua autorità, contro la decadenza dell’Occidente.
Io sono di origine rumena e ciò ha determinato anche i miei interessi: la guerra e la pace, il totalitarismo e la libertà. Quello che oggi mi sorprende di più è la presa della propaganda sull’opinione pubblica russa. Conosco un diplomatico francese, ambasciatore in Ucraina, che mi dice che sotto il comunismo non c’è mai stata una propaganda di una intensità pari a quella attuale in cui si sostiene che gli ucraini sono soltanto i mercenari della Nato. Quando sono stato in Russia nell’epoca di Gorbaciov al contrario si apprezzavano i valori occidentali. In un sondaggio condotto prima della Crimea, alla domanda: "Chi è il personaggio russo del XX secolo che ammirate di più?”, la maggior parte della popolazione ha risposto: "Stalin”; "Quello che disprezzate di più?” "Gorbaciov”. Nonostante tanti russi abbiano nella loro famiglia o tra i conoscenti persone che sono state nei Gulag e che ricordano il terrore staliniano, sono con Putin perché lui è grande, lui viene rispettato.
C’è anche un’altra versione. Secondo alcuni analisti la Russia voleva essere vicino all’Occidente, ma è stata delusa e ha preso quest’altra strada. Ci possono essere degli elementi di verità. Il ministro degli affari esteri di Eltsin, Kozyrev, che pure era filo-occidentale, in una riunione della Commissione trilaterale, aveva fatto un discorso molto duro dicendo che si rischiava un conflitto se l’Occidente era troppo intransigente con la Russia. Questo sentimento è molto diffuso. Lo stesso Gorbaciov, che voleva sinceramente la pace e una democratizzazione del sistema, voleva mantenere per la Russia una dimensione di grande potenza. La Russia è entrata nel Wto, ma non fa ancora parte della famiglia occidentale. Anche i liberali russi sono rimasti delusi. Io penso che questa corrente esista.
Può essere che Putin sia un commediante, che bluffi, ma se mi fosse chiesto cosa fare, anche se esito, direi che bisogna armare gli ucraini. Certo, ci sarebbe un grosso rischio d’escalation, ma qual è l’alternativa? Fare Minsk 1, Minsk 2 e così via, senza arrivare a nulla, come in Siria? Bisognerebbe invece che Putin avesse l’impressione che non può controllare tutto, che qualcosa di imprevedibile può succedere e che c’è un costo per quello che fa. In un libro antologico sul dibattito americano, ho riflettuto sull’Ucraina e sull’accusa che i russi rivolgono all’Occidente di volerla far entrare nella Nato. Bush aveva intenzione di allargare la Nato a Ucraina e Georgia. Io pure ero per l’allargamento della Nato, perché senza di esso oggi Polonia e Paesi baltici sarebbero nella stessa situazione dell’Ucraina.
Bisognerebbe allora mettere Putin alle strette dicendogli: se l’unica realtà che rispettate è la Nato, sarete voi che ci forzerete ad avviare dei negoziati per l’ingresso dell’Ucraina. Altrimenti bisogna che acconsentano a una "finlandizzazione” dell’Ucraina per cui è un paese libero ma non può far parte di nessuna alleanza militare, né all’Est né all’Ovest. È una delle rare volte che mi sono permesso di formulare un consiglio.
Lei ha scritto che dopo il Vietnam c’è stato un aspro dibattito tra due strategie: "search and destroy” da una parte e "winning hearts and minds” dall’altra. Alla seconda, quella di convincere della bontà dei nostri valori, abbiamo rinunciato?
Certo che no, ma nei fatti un po’ sì, perché per convincere la gente bisogna stare dalla loro parte. Prendete l’Egitto: all’inizio Obama non ha fatto nulla, si è adeguato a Morsi, ai Fratelli Mussulmani. Dopo, vista l’importanza dell’Egitto, Kerry, che parla sempre troppo, ha detto che il generale Al Sisi sta riportando la democrazia in Egitto. Ma in fatto di democrazia Al Sisi è peggio di Moubarak! Ha condannato a morte 183 persone, ha decapitato la leadership dei Fratelli Musulmani, non in senso politico, ma fisicamente! Tutti però oggi lo trattano con riguardo. Anche in questo caso ero pessimista. Mi chiedevo: che ne sarà di questi giovani di Piazza Tahir che vogliono somigliare ai nostri? Io li ammiravo, pensavo si dovesse aiutarli, e al contempo temevo fossero destinati a essere divorati in salsa islamica o in salsa militare, per così dire. Come è successivamente accaduto.
Qui si pone il problema tra la realpolitik e la difesa dei principi, ed è un vero dilemma. Comunque, i paesi occidentali dovrebbero protestare per quello che sta succedendo.
Raymond Aron nelle sue memorie cita una sua bellissima esposizione su Tucidide quando era un suo studente. Tucidide è rimasto un punto di riferimento importante nelle sue riflessioni.
Tucidide è importante per la descrizione della guerra civile e anche per la descrizione della peste, da cui Camus ha tratto ispirazione per il suo romanzo; lui spiega bene come si rompe l’ordine, come i rapporti sociali possano essere sconquassati. E poi c’è il famoso dialogo fra gli ateniesi e gli abitanti dell’isola di Melo, dove gli ateniesi sostengono che i potenti fanno quello che possono e ai deboli tocca dichiararsi d’accordo. In effetti ci sono delle formule molto forti nei suoi testi. Le guerre hanno sempre a che fare con la paura, con gli interessi e infine con l’onore, o al contrario con l’umiliazione subita. Per dire, oggi si può combattere con i droni. Si parla della dialettica tra "il borghese e il barbaro”, tra la cultura di chi vuole la guerra senza morti e quella fondata sull’onore, il sacrificio, la vendetta. Le due innovazioni del nostro tempo sono la bomba umana, cioè l’attentato suicida, e il drone, guidato da una persona che ha fatto colazione tranquillamente a casa sua e poi va in ufficio, trasmette l’ordine e torna a casa. La tecnologia contro il suicidio. Il fondamento stesso della dissuasione dalla guerra è che non bisogna farla perché è un mutuo suicidio. Ma cosa succede se gli uni il suicidio lo cercano e gli altri fanno una guerra a distanza, senza guerrieri?
Ecco, ogni volta che c’è una guerra civile io penso a Tucidide. Ma sinceramente non ricordo cosa dissi in quell’occasione. Io poi non ero veramente allievo di Aron. Sono arrivato in Francia a 15 anni, in fuga dal regime comunista. Ho vissuto sotto due dittature. In Romania prima c’era il regime reazionario di Antonescu, che in qualche modo è stato la fortuna della mia vita perché come ebreo non potevo andare al liceo romeno e allora ho fatto privatamente la scuola francese. Poi Antonescu, quando i tedeschi hanno deportato gli ebrei, ha contrattato la salvezza di quelli romeni, ma è stato feroce nelle zone occupate dall’esercito romeno.
Una storia molto bizzarra. Comunque, quando sono arrivato in Francia, tutto il mondo era di sinistra, però erano sulla linea di Sartre-Merleau Ponty, ecc., per cui se vi era un futuro era attraverso la Russia, altrimenti la storia non aveva senso. Io per caso mi sono imbattuto in un libro di Aron, "Il grande scisma”, e laddove parlava dell’Europa dell’Est ho trovato la descrizione di una realtà che avevo conosciuto. Sono quindi andato a una sua conferenza e poi leggevo i suoi articoli su "Le Figaro”... Dovrei raccontarvi un aneddoto su come ci siamo conosciuti. Ero studente all’École normale supérieure. La tradizione vuole che gli studenti del primo anno distribuiscano gli inviti agli ex allievi per il tradizionale ballo annuale.
Io ne ho approfittato e, per conoscerlo, sono andato a invitare lui. Bene, suono alla sua porta, ma mi apre la moglie che naturalmente mi mette subito alla porta. Per fortuna si è sporto anche lui, mi ha fatto entrare e abbiamo avuto una conversazione di un’ora. Era il 1953. Era morto Stalin e parlammo dell’avvenire della Russia. All’epoca non era ancora alla Sorbona, è poi venuto a farci delle conferenze. Io ero sempre presente. Poi sua figlia, che era divenuta un’amica, mi ha invitato a parlargli. Quando sono andato mi ha riconosciuto, mi ha invitato a casa sua e da quel momento sono andato ai suoi corsi, ai suoi seminari, ma non ho mai fatto degli studi approfonditi con lui. Il mio corso era filosofia, lui era a sociologia. È poi venuto a fare un corso a Sciences Po, e sono stato il suo assistente per tre anni. In seguito c’è stato un raffreddamento perché lui, che era molto favorevole alla riforma dell’università, e ne parlava ai seminari, quando è arrivato il ’68 ha difeso il sistema. Io vedevo che c’erano delle cose deliranti nel movimento, ma non approvavo questa sua sua posizione. Aron comunque era un uomo libero; per dire, scriveva su "Le Figaro”, ma era stato tra i primi a prendere posizione per l’indipendenza dell’Algeria, andando più in là di molti intellettuali di sinistra.
Nel frattempo io avevo scoperto "Esprit” ed ero entrato in contatto con Castoriadis e Lefort, del gruppo Socialisme ou barbarie, molto antisovietici, ma di sinistra. Lefort era un giovane ma aveva avuto una polemica con Sartre sulla Russia. Già prima negli anni Cinquanta all’École normale l’ambiente era marxisteggiante. Erano anni di transizione. A sinistra c’era il mito del sacrificio dell’Unione Sovietica per la sconfitta tedesca, il partito comunista francese si presentava come il partito dei 62.000 fucilati dai tedeschi. Fra i miei professori c’era Althusser; lui era comunista, io ero un rifugiato, ma ci intendevamo bene. Le cose sono iniziate a cambiare dopo il 1956 e la rivoluzione ungherese. Ma questa è un’altra storia...
(a cura di Bettina Foa e Barbara Bertoncin.
Traduzione di Cesare Panizza)