Tommaso Giartosio, saggista e scrittore, vive a Roma assieme al marito e ai figli Lia e Andrea. È impegnato in Famiglie Arcobaleno, associazione di genitori omosessuali. Un’intervista sulla loro esperienza di genitori è uscita nel n. 191 (febbraio 2012).

Vorremmo parlare con te del dibattito sorto attorno alla gestazione per altri e, per cominciare, dell’esistenza o meno di un "diritto di fare figli”.
Ho l’impressione che il rifiuto di un preteso "diritto al figlio” sia una strategia retorica usata da chi vuole in effetti proibire agli altri cittadini di avere figli e di formare famiglie nel modo che più preferiscono. Non esiste un "diritto al figlio”, naturalmente. Ma esiste, esiste eccome, un diritto all’accesso libero, cioè paritetico, alla procreazione. Non posso decidere che gli abitanti di un  dato gruppo etnico, per esempio, non abbiano accesso alla procreazione assistita. Il tentativo di stabilire quali categorie sociali hanno diritto a riprodursi si chiama eugenetica, e ha portato a scelte tragicamente inique, come la sterilizzazione di massa delle minoranze anche in diversi paesi occidentali. Oggi le nuove tecniche di procreazione assistita rinnovano in noi la tentazione di farci arbitri della vita altrui, decidendo chi può e chi non può. Ma è molto, molto difficile proibire a una qualsiasi categoria di persone di avere figli. Anche come sanzione penale è praticamente inesistente. Certo, in Italia abbiamo una legge (la 40/2004) che permette solo alle coppie eterosessuali di provare ad avere figli con la procreazione assistita, ma è una legge ingiusta, ormai crivellata dalle sentenze dei tribunali, e intanto il resto dell’Occidente va nella direzione opposta. Ognuno può pensarla come vuole, per esempio, sull’opportunità che una donna single oppure una coppia di donne abbiano un bambino; ma la scelta è unicamente loro, per fortuna. Hanno il diritto di scegliere da sole.
Ma laddove, appunto, scienza e tecnologia ci permettono di allargare le nostre possibilità, fin dove possiamo spingerci, dove ci fermiamo? Penso all’ipotesi di poter allora scegliere anche il sesso del nascituro, ad esempio, fino alle possibilità offerte dall’eugenetica. Ecco, dove mettiamo il limite?
La storia delle strutture familiari e delle pratiche riproduttive è costellata di "limiti invalicabili” che in realtà sono tali solamente per la storia del costume. Fino a qualche decennio fa i figli unici, i figli di separati, le donne che si sposavano dopo i trent’anni, e altre categorie ancora, erano vittime da commiserare.
Oggi viviamo in società plurali, policentriche, con percorsi di vita ibridi e imprevedibili. Io penso però che un limite ci sia e debba esserci, anzi due limiti: la tutela della libertà e il rifiuto della reale sofferenza delle persone. Per vietare certe forme di procreazione (e in generale tutte le scelte relative alla sfera più intima, familiare e riproduttiva) occorre dimostrare che porteranno sofferenza. E non è facile riuscirci.
Io, per esempio, non avrei mai scelto il sesso dei miei figli, ma penso che chi sa di essere femmina perché i suoi genitori volevano una femmina non si sentirà necessariamente più a disagio di chi sa di pensare in francese perché i suoi genitori gli hanno fatto studiare il francese da piccolo, o sa di essere biondo perché a sua madre piacevano i biondi. Nel caso della gestazione per altri, sappiamo che i bambini crescono bene, sereni, né più né meno dei loro coetanei; oltre alla mia esperienza (ne ho visti nascere circa centocinquanta) ce lo dicono gli studi di esperti come Susan Golombok.
Forse occorre porre limiti agli aspiranti genitori in età davvero avanzata... Ma mi ha sempre colpito la storia di Michel Petrucciani, il grande pianista jazz, portatore di una malattia ossea ereditaria che l’ha ucciso a 37 anni. Sembra che Petrucciani sapesse che un suo figlio aveva il 50% di possibilità di ereditare il suo male. Ha deciso ugualmente di avere figli, e Alexandre è nato con la patologia del padre. Ma a quanto ho letto, è un giovane uomo intelligente, creativo, equilibrato, e molto felice di essere vivo… In sostanza credo che su queste scelte si debba soprattutto dare libertà e fare cultura. Trasmettere un certo modo di pensare la procreazione, in cui entri, per esempio (per tornare alla scelta del sesso del nascituro), anche quell’amore dell’alea che è una forma di accoglienza del figlio chiunque lui o lei sia. Ma occorre diffondere questa interpretazione dell’atto procreativo attraverso l’esempio e l’elaborazione collettiva, non con l’ascia dei divieti.
Luisa Muraro spiega che la relazione materna è fondante, pertanto si può spezzare solo in caso di necessità.
Nell’intervista che le avete fatto, però, Muraro sembra in difficoltà quando deve indicare precisamente quali pericoli corra il bambino. La madre serve all’"apprendimento della parola”, però i bambini nati da gestazione per altri "non sono muti” (e questo posso confermarlo…). Parla di un "modello che va inteso proprio nel suo valore simbolico e pratico”, ma sul piano pratico non si riscontrano in effetti problematiche: come dicevo, ormai esistono diversi studi, anche longitudinali, cioè fatti seguendo la stessa popolazione per diversi anni, sui bambini nati da gestazione per altri, e non si rilevano differenze. Resta allora solo il livello simbolico: e io ho molte riserve sul dare troppo valore ai simboli, che non sono mai così oggettivi e indiscutibili come pretendono di essere, e tanto più sulle stigmatizzazioni simboliche, che per esempio colpirebbero un nero che lavori in una ditta di proprietà di bianchi.
Cos’è la relazione materna? Le biotecnologie ci hanno costretto a distinguere tra una madre genetica e una madre gestazionale, che prima erano necessariamente la stessa donna. Non solo; hanno anche innescato dei processi per cui abbiamo visto moltiplicarsi in modo molto più visibile di prima le altre forme di maternità: quella sociale (riconosciuta a livello sociale), quella intenzionale (che avvia il processo che la porterà a diventare madre), quella psicologica, quella etica, quella legale... Altrettanto è accaduto per i padri (tranne che per il padre gestazionale, ovviamente!). Tutte queste sono funzioni che possono sovrapporsi o meno. Credo che questa visibilità dei tanti modi diversi in cui si è madri (e padri) abbia reso più evidente qualcosa che in realtà era un sapere antico, cioè che la genitorialità che veramente conta è quella etica, di chi decide di avere un bambino e se ne prende poi cura. Questo è l’elemento fondamentale -che non significa che gli altri non pesino; mi sembra però sia un po’ questo il centro della questione. Genitore è prima di tutto chi si cura del figlio: l’adozione ce lo dimostra bene (quale maestra direbbe a una bambina adottata che la sua "vera madre” non è quella che viene a prenderla a scuola?); e non solo l’adozione in senso stretto, ma anche, per esempio, tutte quelle mille situazioni in cui una figlia o un figlio non trova nei suoi genitori ciò che gli occorre, un’attenzione autentica, e identifica -magari fin dalla più tenera età- un genitore elettivo: la nonna, lo zio, la sorella maggiore, il maestro. Proprio il femminismo italiano, che ha svolto un lavoro prezioso sul concetto di cura, può cogliere, credo, questo dato di fatto.
Parlare invece di una relazione materna in cui si fondono in modo inscindibile le molte facce della maternità, secondo me significa fare un’affermazione a tappeto che può valere per molte donne, ma che altre possono contestare. Infatti, c’è una larga parte del mondo femminista favorevole alla gestazione per altri, purché fatta in modo da salvaguardare tutte le donne coinvolte e la loro libertà di scelta.
Qui pesa anche un altro equivoco, e cioè che la gestante per altri, o "portatrice”, sia solo una sorta di contenitore, un automa: "una cosa che agghiaccia”, dice Muraro. In realtà, sono delle donne -parlo di quelle che conosco- molto coinvolte, molto partecipi. Si rivolgono al bambino che portano dentro, hanno una relazione con lui o lei, solo che non è una relazione materna: è una relazione specialissima, di cura estrema, di responsabilità; un crescerlo, un dirgli che deve prepararsi perché i suoi genitori lo aspettano fuori, ma anche un farsi pienamente carico del proprio compito di accompagnatrice-nutrice-guida, viverlo fino in fondo. Credo che nessuno possa giudicarle senza averle ascoltate. È una relazione che spesso coinvolge anche i genitori, e che si prolunga poi nel corso del tempo.
Per me la gestazione per altri non è stata solo una soluzione "accettabile”, è stata proprio una bellissima esperienza, qualcosa di straordinario. E lo è stata anche per Nancy, per Franco e per tutte le persone coinvolte. Certo non è sempre così. Per me la cosa importante è che tutto avvenga con la massima trasparenza e onestà e che ci si racconti, si favorisca in tutti i modi il diffondersi di un’esperienza della gestazione per altri che sia aperta, solidale, relazionale. E una cosa curiosa è che le coppie gay (una nettissima minoranza di quelle che ricorrono alla gestazione per altri) sono quelle che più si spendono in questo senso, perché loro non possono assolutamente nascondere il fatto che il bambino non è nato da loro, e in più hanno spesso un senso di gratitudine, quasi di miracolo: quindi socializzano, raccontano, mantengono rapporti e così via. La tentazione di far sparire la portatrice è molto più forte nelle coppie eterosessuali.
La donna che dona l’ovulo però rischia veramente di scomparire.
Un tempo sì. Per fortuna non è più così. Quando l’abbiamo fatto noi era difficile incontrare la donatrice, adesso invece è abbastanza comune; conosco molte coppie di papà che hanno rapporti con lei (oltre che con la portatrice). È una persona che incontri, con cui intrattieni rapporti. Ai miei tempi era molto più comune che fosse anonima, anche se ci si poteva mettere d’accordo perché fosse conoscibile giunti alla maggiore età dei figli. A me non dispiacerebbe conoscerla anche prima: dobbiamo tutti dirle un grande grazie.
La mia posizione personale, comunque, è che dovrebbe essere obbligatorio poter conoscere donatori e donatrici. Su questo sono d’accordo con Muraro, credo sia un pezzo della propria storia che ciascuno di noi ha il diritto di acquisire. Tra il diritto alla privacy di chi dona i gameti e il diritto alla conoscenza del figlio o figlia, conta di più il secondo.
Dicevi che voi non avete incontrato la donna che ha donato l’ovulo, com’è avvenuta allora la scelta? C’è una banca dati?
Ci sono tre banche dati, diciamo così, quella delle donatrici, quella delle portatrici, e quella delle coppie -di quest’ultima non si parla mai… C’è sempre uno scegliersi reciproco, e ciascun soggetto può esprimere delle preferenze. Retroterra familiare, culturale, religioso, eccetera… Un’altra delle opzioni è se si vogliono mantenere rapporti anche dopo la nascita, e con quale frequenza. Poi ci sono ovviamente le malattie ereditarie: io ho una storia di cardiopatia in famiglia, pertanto era un fattore da valutare.
Nel nostro caso abbiamo scelto di escludere le donatrici non caucasiche. Ci sembrava che la situazione fosse già abbastanza complessa senza bisogno di aggiungere ulteriori fattori; abbiamo cercato una donna di tipo mediterraneo. Devo dire che in questo campo entra molto in gioco l’immaginario. Per cui alla fine le agenzie finiscono per proporti dei dati che per te hanno scarsa rilevanza. Potendo vedere dei video di queste ragazze, noi abbiamo cercato delle persone che ci stessero simpatiche; ma in realtà, sai benissimo che non è detto affatto che quel modo di fare passi al figlio… Io poi sono convinto che nella genitorialità tutta la sfera del biologico sia secondaria, e che si dia alla genetica molto più spazio di quanto meriti, per un misto di senso comune superficiale (le eterne chiacchiere sulle "somiglianze” e sul sangue che "non è acqua”, che servono a riempire tante pause nella conversazione) e di fissazioni irrazionali (il desiderio di una discendenza biologica che tenga in stallo la paura della morte, o di un’origine biologica con cui legittimare la propria identità).
Uno in realtà è genitore perché sceglie di esserlo, perché lo fa -e lo fa ogni giorno. Certo, la genetica ha un suo peso nell’immaginario di ciascuno di noi, ma occorre trattare il fantasma genetico con leggerezza, affetto, giocosità, rispetto, e soprattutto senza paure, rigidità, barriere.
Da più parti è stato detto che quella della portatrice non è una vera scelta.
Ovviamente non dovrei essere io a parlare, non in prima istanza almeno, bensì le donne nordamericane che con straordinaria generosità compiono la gestazione per altri. Chi vuole può trovare in rete i video in cui queste donne (inclusa Nancy!) si raccontano. Credo anche che siamo tutti d’accordo che una gestazione per altri in cui si approfitta dell’ignoranza o della povertà delle gestanti, tipicamente nei paesi poveri, è del tutto inaccettabile.
Io posso parlare solo di ciò che conosco direttamente e cioè di queste donne del Canada o degli Stati Uniti che non hanno problemi economici (lo si stabilisce attraverso una verifica bancaria), che hanno già avuto figli, e che sono consapevoli, informate e psicologicamente equilibrate. Donne che leggono i contratti e scelgono con attenzione la coppia con cui collaborare (ci sono molte più coppie che gestanti, quindi sono queste ultime a poter scegliere "di più”). So bene che la gestazione per altri pone interrogativi molto seri, però credo che per prima cosa si debba evitare di parlare di "schiavismo” e "mercificazione”; possiamo interrogarci sulla validità della scelta di queste donne, ma non porre in dubbio che si tratti di una libera scelta.
A noi sembra assurdo, impensabile, che una donna faccia una scelta del genere, ma il dibattito italiano è molto falsato anche dal fatto che qui, a causa della legge 40 che vieta la gestazione per altri, non ci sono portatrici. Infatti, se ne parli con qualcuno, pro o contro che sia, per prima cosa ti dice sempre: "Io non lo farei”, oppure: "Io non so se lo farei”. Ecco, credo che questo comprensibile bisogno di immedesimarsi derivi in parte dal fatto che non incontri queste donne nei negozi o in ufficio, non le vedi in tv o nei giornali, con rare eccezioni. Per farti un’opinione devi riempire un vuoto, metterti in gioco in prima persona, per così dire. In Canada o in California, invece, è una cosa molto tranquilla e molto socializzata.
I vostri figli oggi cosa sanno della loro venuta al mondo?
Sanno perfettamente come sono nati: i loro genitori volevano diventare papà, ma non avevano l’ovetto e la pancia, e hanno dovuto chiedere a due persone di aiutarli. Sanno un po’ di cose sulla donatrice e conoscono la portatrice, che per noi è semplicemente "Nancy”. La vedono abbastanza spesso. Siamo stati a trovarla in America quest’estate, skypiamo, forse verrà a trovarci l’anno prossimo... Di recente, nel periodo in cui si era più accanita la discussione sul Ddl Cirinnà, io ho spiegato alla maggiore che a Nancy avevamo anche dato dei soldi, e lei è sembrata molto tranquilla: "Beh, certo, si capisce, una cosa così grossa”. Non volevo che lo sentisse in giro, preferivo arrivare prima io. Su questo siamo molto trasparenti e loro lo capiscono.
La questione economica è quella che suscita più perplessità.
Indubbiamente c’è un corrispettivo che viene dato e la linea che distingue il rimborso spese dal compenso a volte è sottile. Però scusami: non è normale ricevere qualche tipo di compensazione anche per attività che hanno una fortissima dimensione vocazionale? Pensa solo ai sacerdoti. A maggior ragione questo vale nel caso di compiti molto impegnativi, con pericoli per la salute o addirittura per la vita: soldati in missione di pace, personale che lavora con le Ong in zone a rischio. Attività che quasi nessuno sceglierebbe se non ci credesse fortemente, e che pure comportano una retribuzione, di cui nessuno si scandalizza. Il compenso non "sporca” l’integrità della scelta, purché sia una cifra che non ti cambia la vita. Ma qui parliamo appunto di donne (americane o canadesi) che sono economicamente autonome e che non hanno bisogno di quel denaro.
La verità è che non si riesce a credere che la spinta fondamentale per queste donne non sia il denaro, ma la convinzione di fare una cosa bella, piacevole (sono ovviamente donne che amano essere incinte), e soprattutto una cosa che cambierà in modo straordinario la vita di altre persone, le renderà felici. Nessuno vuole crederci, nei commenti in rete c’è una vera e propria gara a chi è più cinico. Eppure è così. Come ha detto Vendola? "Ognun dal proprio cuor l’altrui misura”.
Muraro ha poi parlato di disponibilità e indisponibilità. Io penso che quando parliamo di disponibilità dobbiamo chiederci qual è il nostro punto di vista sull’eutanasia, perché se uno può decidere di distruggere il proprio corpo forse può anche decidere cosa farne più in generale. Ma venendo al punto: quasi tutti concordano sul principio che considera non disponibili le parti del corpo non rinnovabili, come il rene o altri organi. Con le parti rinnovabili la situazione è un po’ più complessa. In fondo anche in Italia se vai a donare il sangue, hai una giornata di lavoro pagato. Il latte è commerciabile un po’ dappertutto (anche là dove non ce n’è bisogno), i capelli pure. Una situazione come quella della gestazione per altri è difficile da riportare alla vendita di parti del corpo non rinnovabili; c’è del materiale biologico che si raccoglie gradualmente attorno a un Dna fino a formare un feto; ma certamente le portatrici non sentono di star perdendo parti del proprio corpo, tantomeno bambini.
Parlare di una compravendita di bambini, che comunque non esisterebbero se non ci fossero stati gli aspiranti genitori a dare inizio all’intero processo, è falsante. Se l’essenza della genitorialità è la cura e la responsabilità, abbiamo due persone che si avviano sulla strada per diventare genitori, trovano qualcuno che le aiuta e si impegnano fin dall’inizio a occuparsi del bambino che ne nascerà. Il bambino in un certo senso c’è già prima, non solo e non tanto nel senso che c’è l’embrione, ma in quanto i due hanno dovuto pensarsi genitori, adottarlo psicologicamente come ogni genitore presto o tardi deve fare. Mi sembra un percorso ben diverso dalla compravendita di un oggetto.
Tra l’altro, in caso di aborto spontaneo la gestante viene compensata esattamente come se la gravidanza fosse andata a buon fine; in quale acquisto vale una norma simile? Ma un caso di questo tipo, fortunatamente molto raro, è soprattutto un colpo durissimo per tutte le persone coinvolte, che si sentono più strette che mai le une alle altre. È il momento in cui ai soldi non si pensa proprio.
Non si rischia una situazione in cui chi ha i mezzi fa le cose nel modo eticamente più corretto, salvaguardando la dignità di tutti i soggetti coinvolti, e gli altri vanno nel Terzo mondo o comunque dove le altre parti sono meno garantite? Si è parlato di un problema anche di classe.
Una premessa: si è diffuso il mito del riccone che va a comprarsi i bambini all’estero. Molte delle persone che conosco in realtà si sono indebitate gravemente, o hanno ipotecato la casa, per fare la gestazione per altri. Teniamo anche presente che i prezzi non sono molto superiori a quelli di certe adozioni internazionali.
Detto questo, il problema che hai posto è più che fondato. E non è una novità. Quando in Italia non c’era il divorzio, chi poteva permettersi l’aereo o il piroscafo andava in Messico, poi faceva delibare la sentenza in Italia. Ovviamente così finivano per divorziare solamente i produttori cinematografici, l’élite. Purtroppo, se il contesto giuridico di un paese è iniquo, quelli che inizialmente si avvalgono di soluzioni alternative (che dovrebbero invece essere a disposizione di tutti) sono i non molti che possono espatriare. Ma in questo modo forse mettono in evidenza il problema, fanno capire (almeno come sintomo sociale) che occorre trovare un’altra soluzione. E soprattutto: questo fenomeno non vale solo per la Gpa. Vale per mille altri ambiti. I prodotti cinesi hanno prezzi concorrenziali anche perché le imprese cinese spesso impongono condizioni di lavoro durissime. La globalizzazione comporta delle sperequazioni terribili, contro cui ci si deve battere; ma il proibizionismo non aiuta, soprattutto se limitato per ragioni moralistiche a un unico settore.
Comunque non c’è dubbio che la gestazione per altri vada regolamentata e, secondo me, sottratta al libero mercato: dovrebbe venire gestita da un’agenzia nazionale o comunque fortemente supervisionata dal settore pubblico.
Ogni tanto emerge un caso di donne sfruttate o coppie truffate che fa notizia soprattutto perché è legato alla sfera sempre un po’ "scandalosa” della procreazione assistita (nella stragrande maggioranza dei casi, in realtà, tutto va per il meglio): di solito si tratta di persone che non hanno preso alcun accordo prima, che non hanno voluto incontrarsi, che non hanno seguito quei protocolli che invece le agenzie impongono.
Voi avevate preso in considerazione anche un’altra opzione, quella di rivolgersi a un’amica. È una strada percorribile?
È un’opzione, certo. Non è una soluzione facile perché intanto devi avere un rapporto straordinario con una persona, poi c’è il fatto che in Italia la donna rimarrebbe comunque la madre legale.
Ovviamente non si potrebbe ricorrere a nessuna donazione d’ovulo, perché la legge 40 non lo permette, quindi la donna sarebbe madre genetica, gestazionale e legale. In sostanza ci si avvicinerebbe alla soluzione della famiglia tri o tetra-parentale. Di fatto, dal punto di vista legale in Italia la cosa non è affatto semplice. Queste famiglie sono sottoposte a tensioni interne violentissime, perché non sono inquadrate giuridicamente.
È più facile se c’è un accordo tra persone che si vogliono bene, si stimano, ma hanno le loro vite ben separate.
Puoi raccontare della figura di Nancy e di come vi siete scelti?
È una persona cui siamo legati in un modo speciale. Non ho neanche un buon vocabolario per descrivere questo legame. Lei è una donna californiana, un’infermiera professionista, quindi con una buona retribuzione. Alta, fisicamente potente. È cresciuta in una cittadina universitaria molto vivace. I suoi amici, le sue amiche sono persone abbastanza fuori dagli schemi. Lei stessa è tutta tatuata! Ha sempre pensato che fosse una cosa bella avere bambini per qualcuno, aiutare qualcuno ad avere figli. È madre di quattro figli e ora anche nonna. Ha un cugino gay; quando gli ha confidato questa sua intenzione, lui le ha suggerito di farlo per una coppia gay.
L’agenzia a un certo punto ci ha fatto sapere che c’era una persona che poteva andare bene per noi, c’è stato lo scambio dei questionari, dopodiché siamo andati a conoscerla. Abbiamo avuto un primo incontro presso la sede dell’agenzia, poi siamo andati a pranzo insieme e ci è subito piaciuta molto. È una persona schietta, calorosa, viva, che fa diecimila cose, va in barca a vela, fa rollerblade, insegna corsi di danza del ventre, è iscritta a quei gruppi che mettono in scena episodi della storia antica… però,  al tempo stesso, è una persona molto affidabile e solida, come si è visto poi nel corso di queste due gravidanze. È un po’ il punto di riferimento della sua famiglia.
È stata la "portatrice” di entrambi i vostri figli.
Sì, nel corso della prima gravidanza siamo stati a trovarla diverse volte. Siamo stati presenti, tra l’altro, all’impianto dell’embrione e al parto. In quelle occasioni eravamo ospiti da lei, siamo andati insieme in ospedale, siamo stati accanto a lei nel momento della nascita, abbiamo preso la bambina, gliela abbiamo fatta abbracciare -ci siamo abbracciati tutti, in realtà.
Poi l’abbiamo lasciata riposare, siamo andati con Lia nella nostra stanza, che era accanto alla sua, e ci siamo occupati della piccola sin dalla prima notte- e da lì in poi senza sosta, perché di babysitter in quegli anni ne abbiamo avute davvero poche. Riguardo all’allattamento al seno, alcune coppie lo fanno; nel nostro caso è stato deciso di comune accordo con Nancy di non farlo per ragioni pratiche (potevamo rimanere da lei solo per pochi giorni). Da buona infermiera, Nancy ci ha rassicurato: il latte della portatrice è certo migliore, ma anche quello artificiale può andare.
Al momento della separazione di solito si fa un regalino alla portatrice, un gioiellino, qualche cosa. Noi le abbiamo regalato un biglietto per Roma. Nancy è stata molto felice, era un segno che confermava la volontà di mantenere i contatti.
Avendo visto che ce la cavavamo benissimo, quando le abbiamo proposto di rifarlo, lei ci ha risposto che ci aveva già pensato e che aveva capito che l’avrebbe rifatto solamente con noi. La seconda volta è stato meno semplice, anche perché c’era Lia che era piccola e poi c’è stata una complicazione, ma per fortuna alla fine è andato tutto bene. Abbiamo continuato a vedere Nancy nel corso degli anni, è venuta a trovarci diverse volte, abbiamo seguito le vicende della sua ramificata famiglia.
È una persona che ha un ruolo particolare nella nostra vita e allo stesso tempo è anche una presenza distante perché comunque la sentiamo un paio di volte all’anno. Lei dice di sentirsi un po’ una nonna o una zia, c’è un senso di una parentela, un legame fisico, ma al tempo stesso non si sente madre. Anche perché è già ampiamente madre dei suoi figli e nipoti, che la tengono molto occupata.
Questa è una cosa che a volte un po’ sfugge: sembra che siano le coppie a imporre questi contratti, ma in realtà le donne portatrici ci tengono molto a che le cose siano chiare perché non vorrebbero ritrovarsi con un bambino che non hanno voluto mettere al mondo!
Nel corso del dibattito da più parti è venuto l’invito a rivedere le norme sulle adozioni.
L’adozione apre un enorme altro capitolo. Se parliamo dell’adozione congiunta, cioè di bambini esterni alla coppia, penso che dovrebbe essere possibile per i single e per le coppie sia etero che gay, come già accade in molti paesi europei.
L’Italia è sempre stata un po’ indietro su questi temi, ma l’adozione da parte dei single, per esempio, in paesi come la Francia e l’Inghilterra c’è addirittura dagli anni Sessanta-Settanta!
Per quanto riguarda l’adozione del figlio del partner (la stepchild adoption), io spero che passi per via di tribunali.
Recentemente ce n’è stata più d’una, altre sono in attesa di sottoporsi ai diversi gradi di giudizio. Anche il famoso articolo 5 del disegno di legge sulle unioni civili, poi cassato, prevedeva che si passasse dai tribunali, quindi potrebbe sembrare che non si sia perso molto; però è chiaro che se la legge avesse previsto esplicitamente questa possibilità, i tribunali si sarebbero sentiti molto sollecitati ad approvare queste adozioni. Quella legge avrebbe dato un crisma tutto diverso. La nostra linea, anche come Famiglie arcobaleno, è che ci vorrebbe per tutte le famiglie (etero e omogenitoriali) semplicemente il riconoscimento alla nascita; questo taglierebbe la testa al toro. In ogni caso per noi la possibilità di adottare è cruciale, perché in sua assenza ciascuno dei nostri figli ha un solo genitore legale, con conseguenze che possono essere anche drammatiche.
In famiglia come avete vissuto il dibattito scatenato attorno al Ddl Cirinnà?
Eravamo molto coinvolti. Articoli, presenze in tv, manifestazioni, interviste. Abbiamo avuto la fortuna che nel momento in cui arrivava la settimana decisiva avevamo prenotato da tempo uno scambio di casa con Parigi, per cui siamo dovuti partire e staccare completamente.
I bambini alla fine l’hanno presa abbastanza bene, sono diventati forse più militanti. Quando c’è stato il Family day per esempio, siamo rimasti tappati in casa tutto il giorno, perché la manifestazione era a pochi isolati da casa nostra. Quando siamo usciti abbiamo incontrato questa folla di manifestanti nella stazione della metro. Nostro figlio è rimasto un po’ impressionato da questa montagna di persone che di fatto non voleva che la nostra famiglia venisse riconosciuta e, una volta tornati a casa, ci ha detto: "Dovete affacciarvi alla finestra e gridare: siamo gay e le nostre famiglie sono belle!”.
(a cura di Barbara Bertoncin)