Gregorio Monasta, fiorentino, fisico, studioso di meccanica delle particelle e docente di Meccanica razionale all’Università di Firenze, ha precocemente lasciato ricerca e carriera per studiare medicina con l’intenzione di lavorare nei Paesi in via di sviluppo. Medico specialista in Pneumologia, Cardiologia, Anestesiologia e Rianimazione, ha lavorato molti anni in Africa (Kenya, Tanzania, Mozambico, Somalia ed Etiopia), poi in Guatemala, Perù, Salvador, Bolivia, Ecuador, Haiti e ancora Guinea Bissau, Tibet, Zimbabwe e di nuovo, recentemente, Mozambico. In alcuni di questi paesi è stato rappresentante dell’Unicef.

Hai trascorso quasi quarant’anni in Africa, Asia e America latina come medico. Puoi raccontare?
Siamo partiti nel ’68 con mia moglie, biologa. Io ero un giovane medico, ma avevo già la specialità in malattie polmonari. La prima esperienza è stata in Kenya, dove abbiamo lavorato in un ospedale missionario sull’altopiano sotto il ghiacciaio del monte Kenya, un posto bellissimo ma estremamente povero. L’ospedale era di proprietà del vescovo. Ricordo che alle dieci di sera facevo un ultimo giro per vedere i malati più gravi; ebbene, quando uscivo, il guardiano notturno spegneva il generatore di corrente che alimentava l’ospedale; dopodiché si rimaneva tutti al buio, anche noi. Di notte veniva riacceso solo se c’era un’emergenza chirurgica.
C’era anche una scuola per infermiere professionali, forse la migliore del Kenya, in cui insegnavamo anche noi. Quando sono arrivato, c’era un medico molto esperto che mi ha insegnato moltissime cose, soprattutto la chirurgia e la ginecologia. Abbiamo poi aperto una scuola per ostetriche professionali (agli esami di stato a Nairobi le "nostre” risultavano le più preparate). Nei vari reparti a comandare erano delle suore della Consolata, di una dedizione assoluta, ma di una rigidità...
C’era in particolare un problema. Nonostante la situazione di miseria, l’amministrazione dell’ospedale voleva essere in attivo. All’inizio non ci eravamo resi conto, non conoscevamo la lingua locale; avevamo studiato un po’ di kiswahili, ma non bastava.
A un certo punto abbiamo capito che loro volevano far pagare la gente per forza. Rifiutavano perfino bambini molto gravi. Dopo due anni, al ritorno in Italia abbiamo raccolto soldi e una tale quantità di attrezzature che, per risparmiare, siamo tornati in Africa in nave. Tra l’altro, a quel tempo era chiusa Suez, quindi abbiamo vissuto l’avventura di fare tutto il giro dell’Africa con nostra figlia Anna che aveva due anni; giù ci era nato un altro bambino, Lorenzo, che ha imparato a camminare sulla nave.
Il viaggio è durato più di un mese. Avevamo anche ottenuto una sovvenzione per la gestione di una pediatria gratuita. Ebbene, noi siamo arrivati con tutti questi doni, tra virgolette, per l’ospedale, per sentirci rispondere che "ai negri non si deve dare nulla gratis, se no si abituano male”. I soldi ottenuti dall’Europa compensavano adeguatamente gli introiti della pediatria a pagamento. Insomma, era proprio una questione ideologica. Comunque abbiamo continuato a lavorare anche nel secondo mandato.
Finché non sono successe alcune cose. Io la mattina facevo ambulatorio. Avevamo fatto un patto per cui i gravi e gli urgenti dovevano essere ammessi anche senza pagare, avrebbero pagato dopo. Un bambino con la leucemia o la broncopolmonite è grave. Un bambino che sta benissimo e però ha un taglio a un’arteria che schizza sangue è urgente. Questi dovevano entrare, punto. L’episodio culmine, dopo il quale siamo andati via sbattendo la porta, riguardava un bambino molto grave che avevo visto dando indicazione per "ammissione urgente”. Dopo il giro dei reparti e ambulatorio, ogni giorno tornavo a vedere quelli che avevo ammesso. Ebbene, non l’ho trovato. "L’abbiamo mandato via perché non pagavano, l’abbiamo indirizzato a un ospedale statale”. L’ospedale di Embu era a 20 miglia di distanza, pioveva. Mi sono infuriato, ho chiamato la caposala e le ho ordinato di prendere la Land Rover con la lettiga e di andare a recuperare madre e figlio. Hanno trovato la mamma, ma quando è arrivata in ospedale, il bambino che aveva sulle spalle era morto.
Qual era la situazione del Kenya dal punto di vista epidemiologico?
C’erano tutte le malattie che abbiamo noi, e in più le malattie tropicali. Le malattie tropicali erano un po’ particolari perché noi stavamo a 1.500 metri e faceva freddo. Dopo una decina d’anni, noi nel frattempo eravamo andati in Tanzania e poi in Mozambico, abbiamo saputo che era arrivata anche la malaria. Mentre c’eravamo noi, la gente che aveva la malaria veniva da posti diversi. C’erano una decina di ambulatori in giro. Una volta la settimana io lasciavo l’ospedale e andavo in questi piccoli centri per fare medicina preventiva poi mi riportavo indietro col Land Rover i pazienti più gravi.
C’era soprattutto una grande fame e quindi, una grande malnutrizione, specialmente nei bambini. La malattia che più colpiva in quel momento era il morbillo. Tra i bambini ammessi in ospedale avevamo una mortalità del 40%, una cosa spaventosa. Durante questa epidemia una famiglia perse quattro bambini. Ricordo questi genitori che sbattevano la testa nel muro. A quel tempo non solo non c’erano i vaccini ma non sapevamo quale fosse la causa di morte, che si è scoperta molto dopo. Il morbillo è una malattia che colpisce l’epitelio. I puntini rossi possono essere i sintomi anche di altre malattie, per esempio un eritema, però quando fai aprire la bocca e vedi delle placchette, le cosiddette macchie di Koplik, nelle guance, all’interno, nella mucosa, quelle sono tipiche del morbillo. Il tessuto epiteliale copre tutto il tubo digerente, dalla gola fino all’intestino, e tutto l’albero bronchiale. I bambini morivano di insufficienza respiratoria. Si è poi scoperto che la mancanza di vitamina A faceva in maniera che non si ricostruissero gli epiteli che venivano colpiti. Noi poi non avevamo i moderni sistemi di ventilazione. C’era la sala operatoria, che era attrezzata molto bene, facevamo anestesia generale con intubazione, ma si doveva pompare a mano. L’unica volta in cui abbiamo usato questo apparecchio fuori della sala operatoria è stata per salvare il figlio di un poliziotto la cui moglie aveva avuto gravi problemi di sterilità. Il medico che c’era prima di me, bravissimo, aveva fatto un impianto di tuba, ecc., e lei finalmente era rimasta incinta, solo che abitando lontano non aveva fatto in tempo a venire in ospedale e aveva partorito in casa. Il taglio del cordone ombelicale era stato fatto con un coltello sporco e il bambino aveva preso il tetano. Arrivato in ospedale sembrava un bacchettino; di tetano si muore quasi sempre. L’abbiamo intubato e ventilato per quattro-cinque giorni facendo i turni, tutti a pompare, tutte le infermerie, e si è salvato.
L’arrivo dei vaccini è stato decisivo.
Il primo vaccino del morbillo, che però era pericoloso perché vivo, poco attenuato, era stato scoperto nel ’62-’63. Alla fine del ’69, inizio del ’70, avevamo saputo che negli Stati Uniti era disponibile una forma attenuata. Lo produceva la Merck Sharp & Dohme, una multinazionale del big pharma; l’abbiamo prenotato, e siamo andati a Nairobi a prenderlo. Nell’Est Africa, cioè Kenya, Uganda e Tanzania, il nostro ospedale è stato il primo a fare il vaccino del morbillo nel ’70-’71.
Il vaccino contro il morbillo è entrato nel protocollo dei governi quando noi eravamo in Mozambico, nel ’77. In Tanzania, abbiamo usato il Sabin contro la polio. In dieci anni, alle vaccinazioni contro tetano, difterite e pertosse, abbiamo aggiunto due armi eccezionali perché i bambini paralitici da polio e i bambini morti per morbillo erano una piaga tremenda. Nel ’68, quando siamo arrivati in Africa per la prima volta, morivano di morbillo più di due milioni e mezzo di bambini. Oggi ne muoiono duecentoquarantamila. Il morbillo sarà la seconda delle malattie che spariranno. Dopo il vaiolo. Siamo a un passo. Per questo è così importante lottare contro tutte queste fantasticherie sui vaccini, la new age, il super-bio, il naturalismo, per cui tutto quello che è naturale fa bene... anche i morsi del serpente! Oppure l’odio per la chimica. Purtroppo stiamo assistendo a un calo, ma questa è una battaglia che non possiamo perdere. È anche una questione economica, perché quando arrivi all’eradicazione planetaria di una malattia, puoi smettere di vaccinare.
In questo momento, in tutto l’emisfero americano dall’Alaska alla Terra del fuoco con tutte le isole, sono più di dieci anni che non si registra un caso di polio eppure devono continuare a vaccinare perché può arrivare da fuori. Ecco, eradicazione vuol dire levarlo dal mondo, tu risparmi milioni e milioni, capito?
Dopo il Kenya siete andati in Tanzania.
Eravamo in un ospedale disperso, in montagna, a quasi duemila metri, nell’estremo sud-occidentale della Tanzania, quasi al confine col Mozambico. Facendo una passeggiata dall’ospedale di Ikonda, arrivavamo a vedere il lago Malawi, che gli inglesi chiamavano Niassa. Anche lì lavoravamo in un ospedale missionario; socialmente il governo della Tanzania era infinitamente più avanzato del Kenya, quindi dava delle sovvenzioni e in cambio pretendeva dei servizi. C’era stato un intervallo di due anni tra Kenya e Tanzania perché io mi ero ammalato di tiroide, però appena ci siamo sentiti abbastanza sicuri siamo ripartiti tutti quanti.
Tutta la famiglia?
Sì, sempre! In Tanzania abbiamo incontrato i mozambicani che scappavano dalla guerra. Ho potuto così vedere da vicino una patologia di guerra, non tanto i feriti, quanto chi portava i segni dei defolianti. In Africa quando un paziente ti dice che non ci vede bene la notte, pensi subito a una carenza di vitamina A; è la nictalopia tipica appunto di una mancanza vitaminica. Invece, può essere colpa dei defolianti che hanno degli esteri fosforici che obbligano la pupilla a rimanere piccola. Sappiamo che la sera le pupille si dilatano; ebbene, queste persone si presentavano dicendo: "La notte sono cieco”. Pensavamo di trattare anche questi pazienti con la vitamina A, poi per fortuna abbiamo scoperto altri segni, una grande lacrimazione, molta saliva, c’era un’intossicazione.
Poi c’è stato un incontro quasi casuale. Mio fratello aveva tradotto "Pedagogia degli oppressi” di Feire. A un certo punto mi mandò un messaggio: "Guarda che fra qualche mese Paolo Freire viene in Tanzania per incontrarsi con i mozambicani”. I campi erano vicini al nostro ospedale. Sono quindi andato a Dar es Salaam, all’hotel dell’Agip, e ho ascoltato Freire parlare dell’educazione, assieme ai fratelli Simbine. Loro erano molto impegnati sul versante dell’educazione: quando il Mozambico è diventato indipendente lui è stato nominato direttore generale dell’educazione degli adulti. Ho incontrato anche Marcelino Dos Santos. E così è cominciato un certo legame. Quando abbiamo finito il nostro lavoro in Tanzania siamo tornati in Italia. E poi abbiamo lavorato cinque anni nel Mozambico indipendente. Per la prima volta lavoravamo in una città, quindi avevano un po’ più vantaggi, i nostri figli intanto erano cresciuti.
Puoi spiegare il concetto di primary health care e perché è così importante?
Devo dire che il lavoro in Kenya e Tanzania ci aveva fatto capire, molto prima dell’incontro con i medici mozambicani, la potenzialità della primary health care e cioè delle cure sanitarie primarie.
Nel 1978, ad Alma Ata, nella parte asiatica di quella che era l’Unione sovietica, ci fu una riunione di tutti gli scienziati del mondo, sotto l’egida dell’Oms, con l’obiettivo di offrire la sanità a tutti. Il concetto di primary health care emerse in quell’occasione e faceva riferimento a un’assistenza sanitaria "essenziale” basata su metodi e tecnologie pratici, scientifici e socialmente accettabili.
In sostanza si trattava di capire come tradurre le scoperte scientifiche, anche sofisticate, in azioni di basso costo e di alta efficienza, per coprire la maggior quantità possibile di persone. Quello che col tempo è diventato più chiaro è che la necessità di sanità è inversamente proporzionale all’offerta di tecnologia avanzata e di conoscenza. Detto in estrema sintesi significa che più sai e meno costa la sanità. È un concetto rivoluzionario, se volete. Nel concreto si trattava di far proprie le scoperte scientifiche fatte dai paesi ricchi e applicarle; di sfruttare scoperte anche costose, per fare azioni che costano poco.
Puoi raccontare della scoperta sulla circonferenza del braccio di un bambino?
Misurando il braccino di circa cinque milioni di bambini nel mondo, uno studio enorme e costosissimo, si è scoperto che la circonferenza dell’omero di un bambino da uno a cinque anni resta costante: s’allunga, ma non cresce. Stabilito questo, ne consegue che la circonferenza dipende solo dalla stato nutrizionale. Non importa nemmeno sapere l’età precisa (cosa non sempre facile da conoscere). A quel punto tu avvolgi una fascetta attorno al braccio del bambino (addirittura adesso ci sono dei bracciali con una striscetta nelle varie posizioni: rossa, gialla e verde) e se la circonferenza è sotto i 12-13 cm il bambino è malnutrito... anche un analfabeta può fare questa cosa.
Questa è una delle scoperte alla base del primary health care.
Adesso si sa anche, per esempio, che i maschi sono da considerare sovrappeso se la circonferenza all’altezza dell’ombelico è più di un metro. Tutti, alti, bassi... Si sa inoltre che un bambino, alla nascita, deve pesare da 2,9 a 3,5 chili. Di più e di meno non va tanto bene.
Noi siamo stati in Tibet. I medici inglesi, presenti fin dall’invasione dell’India, avevano detto: beh, a quest’altitudine, con lo scarso ossigeno, va bene se nascono di 2,5 chili. Ecco, quello è razzismo e basta! Non a caso i figli dei tibetani che stavano negli uffici o che avevano quattro yak invece che una pecora, nascevano di 3,5 chili. Insomma, è una questione di povertà. "Le donne tibetane fanno i bambini piccoli”. Ma chi l’ha detto?! Le donne tibetane che hanno mangiato, che sono state a casa durante l’ultima parte della gravidanza fanno un bambino di 3,5 chili come le altre. A volte semplicemente le donne partoriscono quindici giorni prima, perché continuano a muoversi, lavorano… Ecco, quegli ultimi quindici giorni corrispondono al mezzo chilo che manca.
Dopo il Mozambico siete andati in Somalia.
Ci siamo stati quattro anni. Anche lì, soprattutto al nord, c’era proprio un disprezzo per la donna che ingrassava: la donna doveva essere magrissima col pancione grande! Quindi nascevano bambini sottopeso. Gli americani di UsAid avevano fatto grandi campagne per farle mangiare di più. Lì il problema veniva da un’usanza maschilista. Le bambine somale, specialmente fuori dalle città, venivano sposate a sei-sette anni, anche se la convivenza iniziava dopo le prime mestruazioni (sempre troppo presto). Ebbene, il valore della bambina in Somalia era legato ovviamente alla verginità, ma anche alla pelle più chiara. Per avere la pelle più chiara le bambine erano costrette a stare chiuse nella capanna e così soffrivano di rachitismo. Quando visiti uno di questi bambini, riconosci subito il rachitismo perché ha i cosiddetti rickets, dei bernoccolini; se poi tocchi le costole, c’è la cosiddetta corona del rosario; è un’alterazione del gioco del calcio con la vitamina A. Quello che non si sapeva è che questi bernoccolini non nascono solo nelle costole ma dappertutto, anche all’interno del passaggio pube ischio sacro, dove passa il bambino. Se ci sono dei bernoccolini, il canale del parto diventa molto più ristretto. Se la mamma ha mangiato regolarmente e partorisce un bambino di 3,5 chili, muore lei e muore il bambino. Ecco perché dovevano fare i bambini piccoli. Capito il baco nel sistema? Era inutile dire loro di mangiare per fargli fare dei bambini di 3,5 chili, che poi dovevi fare il cesareo. Lì il messaggio da far passare era che "nero è bello” e che le bambine più nere valgono più cammelli!
È un po’ il gioco che abbiamo fatto in Etiopia. Lì entravi in una scuola elementare ed erano quasi tutti maschi, pochissime le femmine. Ci eravamo fatti l’idea che per i contadini dell’Etiopia le bambine fossero più sceme e quindi non valesse la pena mandarle a scuole. Invece loro consideravano le bambine più intelligenti e affidabili dei maschi e quindi le utilizzavano come pastorelle. Perché i maschi si distraggono, perdono le pecore, invece una bambina di sei-sette anni teneva tranquillamente dieci pecore. Allora come fai a mandare la bambina a scuola? Abbiamo introdotto dei cani da pastore. Un cane da pastore tiene trecento pecore e manda trenta bambine a scuola.
Però le pecore dell’altipiano erano tenute come status symbol dalle famiglie; se le mangiavano, e la lana era cattiva. Abbiamo introdotto le merinos, ma a duemila metri morivano. Allora abbiamo chiesto alla Fao di fare un incrocio e finalmente facevano la lana buona. Prima vendevano la lana grezza; l’anno dopo avevano già capito che la lana lavata valeva il doppio. Dopo quattro anni, vendevano tappeti!
Tutto questo fa parte dello sviluppo. Ormai comunque è noto che la donna che è stata a scuola almeno otto anni ha una mortalità sia materna che infantile molto più bassa e quindi quando tu crei delle scuole per le ragazze diminuisci la mortalità infantile. Anche questa è primary health care.
L’iniziativa Bamako per provare a rendere sostenibile la produzione e distribuzione dei farmaci nel terzo mondo non ha avuto gli effetti sperati.
L’iniziativa di Bamako era un’idea bellissima ma non ha funzionato, perché ha fomentato una grandissima corruzione. Inoltre gli aiuti dei paesi europei hanno distorto l’intera dinamica. Il Mozambico e lo Sri Lanka avevano fatto un prontuario di farmaci prima della Bamako, eliminando tutti i nomi commerciali, mettendo nomi generici, e facendo aste internazionali per abbassare i prezzi con grandissimo successo.
Alla fine la Bamako è stata distrutta dalla corruzione e dall’arrivo dei farmaci impacchettati meglio: i blister, per esempio. In certi casi costa di più il blister della medicina che c’è dentro, per l’aspirina è così, per il paracetamolo anche. Non so se avete mai visto quei documentari sulle fabbriche che fanno la sintesi dell’aspirina o del paracetamolo, le pasticche escono come un fiume. Quindi il costo è irrisorio, se però li impacchetti a uno a uno... Invece nel concetto della primary health care, che poi era passato alla Bamako, c’erano boccioni da mille pastiglie e bustine piccoline: quando arrivava il malato gliene davi tre o cinque, quelle che gli servivano. Pensa a come siamo messi in Italia, allo spreco: abbiamo una farmacia in ogni casa!
Ma qual era il problema? Che l’aspirina impacchettata arrivata dall’Europa veniva considerata migliore di quella (identica!) che ti dava il medico d’ambulatorio tanzano, specialista, bravissimo.
Insomma, loro alla fine preferiscono il "valium” al diazepam generico, e così via e questo ha distorto tutto.
Oggi ci sono dei paesi che non rispettano le patenti dei farmaci, in cambio del fatto che se scoprono qualcosa loro possono essere copiati. Ovviamente se a fare questo discorso è la Repubblica centroafricana ridono tutti perché non sono in grado neanche di inscatolare un farmaco, non hanno la tecnologia, però ci sono dei paesi, soprattutto India e Brasile, che invece sono in grado di sintetizzare dei farmaci. Attualmente la cura completa per guarire dall’epatite C costa circa ottantamila euro. Bene, l’India ha una cura che costa mille euro. Però ha paura ad esportarla perché teme ritorsioni. E così ci sono degli italiani, ma anche dei ricchi africani, che vanno in India a curarsi.
Comunque, passati i 25 anni non c’è più la protezione del Wto. La penicillina, l’aspirina, la tetraciclina, le potresti copiare, ma se non hai la tecnologia, devi rivolgerti a un paese che lo fa per te, per esempio il Brasile. I ricchi ce la fanno sempre a reperire quella piccola quantità che serve a loro, però se pensiamo al Sudafrica dove ci sono circa sei milioni di Hiv positivi, beh, lì è un problema.
Anche in Africa sono arrivate le malattie moderne.
In Africa un tempo non trovavi un diabetico, adesso ci sono i grandi diabetici, ci sono l’ipertensione, le cardiopatie, anche perché la gente comincia a vivere un po’ di più. Quando la speranza di vita era di 35 anni il cardiopatico non c’era. Nel libro degli elettrocardiogrammi che facevo a Kieni, in Kenya, gli unici che risultavano patologici erano i vecchi missionari! Adesso invece ne trovi moltissimi.
In India c’è una quantità di diabetici incredibili, anche fra quelli che mangiano pochissimo. Si è scoperto che c’è un legame tra la carenza della vitamina B12 nella mamma gravida e l’insulina. Insomma, è un diabete che nasce da carenze alimentari. Una pastiglina di vitamina B12 costa meno di un centesimo. Lo studio che ha portato a questi risultati è costato un milione di dollari, e tu ora con pochi centesimi puoi risolvere il problema. Beh, visto che loro sfruttano il Terzo mondo almeno tu sfrutti i loro studi!
Ai tempi del Mozambico, avevo avuto lunghe discussioni con Ivo Garrido, all’epoca mio allievo e poi diventato ministro. Avevo stilato una lista di cento azioni da fare per migliorare la sanità a costo quasi zero.
Ti faccio un esempio: nei piccoli ospedali periferici del Mozambico c’era una dotazione di lastre di radiografia stabilite. Di solito alla fine di febbraio queste lastre finivano, quindi da marzo a dicembre non potevi fare neanche una radiografia. Allora abbiamo stabilito che un medico, per chiedere la radiografia, doveva fare un disegnino coi polmoni, il cuore, specificando quello che aveva sentito con le orecchie ed elaborando una domanda precisa: è una broncopolmonite o una pleurite? Insomma, prima si doveva fare una diagnosi con l’auscultazione, con la palpazione, con la percussione… A quel punto le lastre duravano fino alla fine dell’anno.
Nella medicina la semiotica, il saper leggere i segni, resta fondamentale.
Quando ero in Zimbabwe avevo usato una massima dell’oracolo di Delo: Apollo, il dio della medicina, non dice niente e non nasconde niente, ma i segni li mostra. Il semeion. Il bambino che ancora non parla, non ti dice cos’ha, ma ci sono i segni. E andare a vedere il segno costa molto meno di una lastra, poi gli tocchi la pancina… è importante anche imparare tutti i segni neurologici, sono una dozzina, non è difficile.
Per esempio, sapete cos’è il Babinski? Si tratta di un segno inventato da questo medico Babinski, per cui se gratti sotto la palma del piede, l’alluce deve venire in avanti. Se invece va indietro, vuol dire che hai avuto una lesione midollare, o una lesione cerebrale che ti ha portato a paralisi, anche se la paralisi non si vede. Però nel bambino funziona alla rovescia. Siccome non è ben mielinizzato se fai la stessa mossa il bambino normale mette il ditino indietro.
Nei libri di medicina, per ogni malattia, ci sono la descrizione, i sintomi, e poi c’è un capitolo che si chiama eziologia, lo studio delle cause. Allora c’è scritto che il morbillo è causato dal virus tal dei tali, tutte le caratteristiche del morbillo, punto e basta. Questo è insopportabile perché l’effetto che questo virus ha sul bambino malnutrito o su un bambino occidentale è estremamente diverso. Morbillo vuol dire morbulus, piccolo morbo, invece in Asia e Africa di morbillo si muore come le mosche.
Quindi il vaccino è fondamentale, ma oggi sappiamo che tra le cause di aggravamento c’è la mancanza di vitamina A. Carenza di vitamina A vuol dire povertà, vuol dire che si mangia male. Ecco, è questo che deve entrare nella testa di operatori sanitari, medici, paramedici. Perché allora a poco a poco l’amore che moltissimi colleghi hanno per curare il bambino malato, per curare i malati, diventa un’azione non solo scientifica ma politica, perché tu hai visto che insieme al virus c’era l’ingiustizia. Durante la guerra, nell’Appennino, c’erano medici che nella ricetta scrivevano: "bistecca”.
Come vedi oggi la situazione dal punto di vista della sanità globale?
Abbiamo vinto migliaia di battaglie. Stiamo vincendo la battaglia delle poliomeliti, forse c’è ancora qualche bambino che ha preso la poliomelite quest’anno in Afghanistan, in Pakistan, però l’India è free. "Polio free” vuol dire dieci anni che non c’è un caso. L’Africa, eccetto la Nigeria, è polio free. Come l’America. Ormai ci saranno cinquanta casi all’anno di polio.
E però quei cinquanta casi di polio all’anno costringono tutto il mondo a vaccinarsi…
Sì, perché se una persona malata prende l’aereo e va a Cuba dove è vent’anni che non hanno un caso…
Se riusciamo a eliminare il morbillo probabilmente andremo vicini anche all’eliminazione della rosolia; l’Oms ha chiesto di farli insieme, ma c’è un problema di soldi.
Quanto alla paralisi da poliomielite, il virus della polio è estremamente infettivo, colpisce quasi tutta la popolazione ma dà paralisi solo nel 0,2% dei casi (che possono essere migliaia) mentre tutti gli altri contagiati restano immunizzati fin da bambini: per questo gli adulti non se ne ammalavano. Solo in Svezia, che era il paese più pulito del mondo alla fine della guerra, si ammalavano anche gli adulti perché moltissimi bambini, in ambiente molto pulito, non erano entrati in contatto col virus della polio. È allora che la Svezia ha inventato il polmone d’acciaio e quei respiratori che oggi sono nelle sale operatorie e nelle rianimazioni di tutto il mondo. I primi respiratori artificiali vennero esportati a Los Angeles negli anni Cinquanta, quando ci fu un’epidemia tremenda. Ho la foto di una sala di Los Angeles di quegli anni dove ci sono i primi polmoni d’acciaio, con tutti questi bambini…
Io farei un monumento a Sabin per il suo vaccino che è un vaccino per via orale che contiene virus vivi che danno immunità ma che restano estremamente "infettivi”, nel senso che se un bambino viene vaccinato, quelli che entrano in contatto con lui possono molto probabilmente restare immunizzati anche se non sono vaccinati.
Adesso si cerca di unire il vaccino contro la polio Salk, iniettabile, con i vaccini per tetano, difterite e pertosse per ridurre i costi e aumentare la copertura.
E con la malaria a che punto siamo?
Ci sono malattie che non sono eradicabili. Le malattie eradicabili sono solo quelle che passano da essere umano a essere umano e non hanno vettori intermedi. La malaria potrebbe essere eliminata se tu eliminassi anche il plasmodio. Oppure se tu potessi avere un momento in cui tutti gli esseri umani sono liberi e tutte le zanzare non sono malate, per cui quando pungono l’essere umano non si infettano e non reinfettano, combinazione estremamente difficile. Si possono fare delle "guerre biologiche”. Per esempio, gli italiani in Somalia, durante le colonie, avevano introdotto una zanzarina che era competitiva con l’anofele, per cui a Mogadiscio e dintorni aveva vinto quest’ultima e la malaria era sparita. Solo che in seguito si è scoperto che questa zanzarina, Aedes Aegypti, è portatrice della febbre di dengue...
Le zanzariere hanno fatto tantissimo.
Lì c’è stata proprio un’epopea. Perché comunque attraverso la zanzariera ti potevi pungere. Allora assieme alle zanzariere distribuivano un sacchetto di piretro solubile, per cui ogni mese o due si metteva un cucchiaio di questa polvere in un catino d’acqua, si inzuppava la zanzariera e la si metteva a stendere. Adesso sono impregnate fin dalla fabbrica, per cui ora soltanto un buco può fregarti. Le zanzariere sono state distribuite a milioni e milioni. Tra l’altro calando i malati, calano anche le zanzare, c’è un effetto moltiplicatore. Però la malaria, specialmente nei bambini, ha ancora una mortalità altissima.
Lì il vaccino è difficilissimo perché non è un virus o battere, ma è, in confronto a virus e batteri, un’affarone, cioè se questa è la grandezza di un battere, il virus è un pochino di polvere qua sopra, e il coso della malaria è come questa stanza. Le proporzioni sono queste.
Un’altra sfida importante sarebbe il vaccino dell’Aids. Probabilmente l’avrebbero fatto se restava un’epidemia grave come all’inizio, che quando uno si infettava, nel giro di poco si ammalava e moriva. Ecco, con una mortalità così grande che poteva colpire tanti, non c’era possibilità per l’industria farmaceutica di guadagnare tanti soldi con una cura lunga, quindi il vaccino risultava conveniente. C’è anche da dire che se fosse rimasto così "cattivo” l’Hiv sarebbe sparito. Perché se muori presto, infetti poco.
Invece c’è stata una filtrazione darwiniana: tra milioni e milioni di virus che ti facevano morire presto, ce n’erano alcuni che allungavano il tempo di latenza, in cui tu eri infettivo ma non te ne accorgevi e questi virus sono prevalsi. La sopravvivenza molto lunga ha permesso alle case farmaceutiche di fare miliardi con le terapie. A quel punto perché investire in un vaccino che gli rovinerebbe il business?
Detto questo, dobbiamo anche riconoscere il giusto, se no siamo dei fanatici. Uno dei problemi è che il virus dell’Hiv è molto mutabile, infatti è mutato da quelli che uccidono subito a quelli che uccidono lentamente. E quando un virus ha delle mutazioni molto rapide è difficile trovare quella cosa che non muta su cui costruire un vaccino.
Per concludere, dicevi che la sola igiene conta moltissimo.
Forse il corso più bello che ho fatto è stato per formare delle ostetriche in Tibet.
La mortalità materna è dovuta a circa cento fattori diversi, però oltre il 99% dei casi è costituito da emorragia, eclampsia (una tossicità che porta a pressione alta) e infezioni puerperali. Bene, le emorragie quand’è che capitano? Quando il parto è prolungato e il bambino non passa. E quand’è che il bambino non passa? Quando il canale è piccolo, cioè, al 90%, quando la donna è troppo bassa.
Poi ci sono le infezioni che perlopiù accadono quando visiti la donna con le mani sporche. Allora, alle mie lezioni, quando entravo in aula, per prima cosa tutte le ostetriche, una dozzina, si mettevano in fila e facevano vedere le unghie cortissime e senza bordini neri. Poi alla fine del corso regalavi le spazzoline e il sapone. Dopodiché spiegavi loro che il cordone ombelicale deve essere tagliato con attrezzi sterili. E come si sterilizza in una capanna? Accendi una candela e passi un coltello, anche sporco, sulla punta della fiamma che è a duemila gradi. A quel punto è sterile. Per il problema del canale piccolo davamo un bastone di legno alto un metro e dieci. Tutte le donne più basse dovevano essere mandate in ospedale. Tutto qui: sapone, una candela e un pezzo di legno.
(a cura di Barbara Bertoncin e Bettina Foa)