Giorgio Bono è direttore generale della Società Canavesana Servizi spa, di cui fanno parte 57 Comuni soci, che si occupa di raccolta e smaltimento dei rifiuti e di igiene urbana.

Puoi spiegarci come funziona il mondo della raccolta differenziata?
Il mondo dei rifiuti si divide in tre grandi categorie: la raccolta, l’impiantistica e l’aspetto amministrativo-gestionale. 
La raccolta è il primo anello della catena, però è un anello strettamente legato e dipendente dal secondo anello che è l’impiantistica. Nei nostri comuni raccogliamo la plastica insieme alle lattine. Perché? Perché c’è un impianto che gestisce gli imballaggi in plastica insieme agli imballaggi in alluminio, in banda stagnata e in ferro. A Torino gli imballaggi in plastica vengono conferiti da soli; vetro e lattine invece vanno assieme. Di nuovo, dipende dall’impianto che c’è. Quindi l’impiantistica determina sempre le modalità di raccolta. Questa è una regola fondamentale. Infatti la politica e le istituzioni sono chiamate a fare una programmazione intelligente rispetto agli investimenti in impiantistica, perché questa poi determina i meccanismi della raccolta.
Un buon gestore deve poi applicare una modalità che punta alla massima raccolta della differenziata. Come rendere automatica, familiare la raccolta differenziata al cittadino? Da una parte devi investire nella comunicazione, è fondamentale. Dall’altra, però, devi far sì che la tua modalità di raccolta sia facile e semplice per l’utente. Perché se gli complichi troppo la vita, il cittadino non ci sta. Faccio un esempio. A Torino, in una zona di grandi condomini, l’Amiat a un certo punto ha collocato 40-50 bidoni da 240 litri. Dopodiché è stato spiegato che questi bidoni andavano esposti perché gli operatori non sarebbero entrati nei cortili interni. E chi avrebbe dovuto esporli? La gente si è rifiutata e così alla fine hanno dovuto incaricare delle cooperative per portarli fuori e poi riportarli dentro. Ecco, non bisogna complicare la vita alla gente, sennò non funziona.
In conclusione, il gestore deve partire dall’impiantistica, puntando a fare la massima raccolta differenziata, nel modo meno impattante per chi poi deve consegnare il rifiuto, cioè la gente.
Qui non c’è una regola. Bisogna studiare i posti e capire come fare.
Dicevi che la qualità del materiale raccolto è molto importante perché il ciclo sia sostenibile anche sul piano economico.
Parliamo di soldi. Abbiamo appena chiuso il bilancio del 2016. Dalla vendita della raccolta differenziata abbiamo incassato un milione e 800 mila euro, su 16 milioni di fatturato. Non è tanto, ma neanche poco. Come funziona? In Italia esiste il Conai, che gestisce tutte le filiere del recupero del materiale. Non tutti i materiali però hanno dei mercati. L’organico, ad esempio, non ce l’ha, quindi paghi tu. Questo va chiarito subito: la raccolta differenziata costa.
Io ho fatto una gara europea e l’organico raccolto porta a porta ora viene portato a un impianto di compostaggio di Santià, vicino a Biella, dove lo paghiamo 82 euro a tonnellata. Ma con una clausola, che dice che l’impurità non deve superare il 5%, altrimenti ogni punto percentuale vale 150 euro a tonnellata. Quindi, la qualità della raccolta differenziata è fondamentale nel ciclo economico.
Sai qual è l’errore più tipico, difficile da far capire alla gente? La sabbietta dei gatti.
Noi raccogliamo circa 8.000 tonnellate all’anno e ogni due mesi facciamo l’analisi merceologica del rifiuto. Il mese scorso abbiamo fatto due analisi e la prima volta siamo andati al 6% di impurità, la seconda al 13%. Allora ho chiesto di fare un’analisi supplementare: senza sabbietta eravamo al 4%. Noi mediamente siamo sul 7%. Dicevo prima che un buon gestore deve conoscere bene il suo territorio. Per noi la fonte migliore di organico è la mensa dell’ospedale di Ivrea. Lì non sbagli: è puro organico. Come per esempio sono puro organico tutti i ristoranti, i fiorai, i frutta e verdura. Chi ti incasina sono le famiglie.
Come funziona la raccolta della plastica?
Lì il meccanismo è più complesso. I produttori e utilizzatori di imballaggi in plastica pagano una tassa. L’insieme di queste tasse è gestito dal consorzio Corepla, il quale ne destina la maggior parte ai gestori che fanno la raccolta. Ma anche qui ci sono delle regole: se superi il 22% di impurità non prendi niente. Noi non abbiamo mai perso un contributo. L’anno scorso dalla plastica abbiamo ricavato 950.000 euro.
C’è poi la carta, che è un mercato molto difficile. C’è un consorzio, Comieco, che gestisce fondamentalmente gli imballaggi, il cartone; per la carta, la cartaccia, i gestori fanno delle aste, delle gare. Noi ad esempio lo diamo a un gruppo, Bsb, che a sua volta lo vende alle cartiere.
La carta ha un mercato molto ballerino perché dipende dal mercato internazionale.
Sai chi fa il mercato? La Cina! La Cina è la più grande importatrice di carta da macero.
Se loro tirano, il mercato tira, se non tirano, il mercato cala.
Ci sono poi dei materiali per i quali non dai e non prendi soldi. Il classico esempio sono gli olii vegetali: te li vengono a ritirare e fai una patta; fai una patta anche sulle pile, sulle batterie, sui medicinali scaduti. A proposito, sai qual è il destino principale degli olii minerali esausti, vegetali? La cosmesi: ci fanno le creme, oppure la conceria.
Il vetro?
Il vetro ce lo pagano pochissimo, però ce lo pagano. In questo momento ci danno 32 euro a tonnellata. Per la plastica ci danno 298 euro a tonnellata. Per il cartone 90 euro a tonnellata. Il legno lo paghiamo. C’è un consorzio, che però non funziona. Il legno in Italia ha quattro recuperatori nazionali, che fanno il mercato; quando sono pieni non ritirano più. A quel punto il prezzo cresce. A gennaio di quest’anno ho fatto una gara per il legno, offrendo 42 euro a tonnellata; è andata deserta: per quei soldi non è venuto nessuno. Poi il mercato si è sbloccato e la settimana scorsa l’ho assegnato a 38 euro a tonnellata. Il mercato sta scendendo. Ci sono materiali molto stabili, altri che oscillano. Legno, cartone e carta sono i materiali che oscillano di più. Mentre l’organico lo pagherai sempre, per il vetro ti daranno sempre qualcosina.
L’indifferenziato lo pagate voi.
A seconda delle regioni ci sono meccanismi regolatori. L’inceneritore qui inizialmente era un impianto pubblico. Adesso non lo è più, perché è stato venduto a Iren, una struttura privata. Il Comune ha venduto tutto per incassare. Per tenere sotto controllo questo meccanismo, in Piemonte c’è un’istituzione che determina i flussi dell’indifferenziato tra tutti i gestori e l’impiantistica.
La tariffa massima di conferimento non può superare la tariffa massima alle discariche, cioè 113 euro per tonnellata. Noi paghiamo il massimo, ovviamente. In un anno paghiamo qualcosa come due milioni di euro di smaltimento dell’indifferenziato. Questo è quello che costa. Perché la nostra produzione è di circa 17.000 tonnellate. Se i nostri cittadini producessero di meno costerebbe di meno.
Quanto materiale riciclabile c’è nell’indifferenziata?
Noi continuiamo a fare l’analisi merceologica. Mediamente c’è il 40% che puoi recuperare e che invece viene bruciato. Se tu hai sistemi della raccolta dell’organico, in realtà non trovi molta parte umida, ma c’è molta parte secca, perlopiù imballaggi in plastica, cartone o carta.
Un materiale che viene sempre gestito bene è il vetro, perché è un materiale antico; il vetro difficilmente viene buttato nell’indifferenziata.
La differenziazione a valle è una strada percorribile?
È l’impiantistica, di nuovo. Sono in atto degli esperimenti mondiali importanti. Per esempio gli israeliani propongono un sistema dove tu prendi tutto insieme e lo metti all’interno di un impianto che gira su un ciclo dell’acqua, e alla fine ottieni cose separate. Non c’è nessuna applicazione in Europa a quanto ne so io.
In questo momento in Italia c’è un’impiantistica molto settorializzata. Io ho visto un impianto a Treviso, pagato dalla Comunità europea, che recupera tutti i pannolini, quelli dei bambini, quelli sanitari e quelli degli anziani. È un impianto complesso, funziona, però costa cinque milioni di euro. Il problema sono gli investimenti, come sempre.
Noi abbiamo un sistema di raccolta personalizzato per pannolini e pannoloni: chiunque abbia o un bambino o un anziano lo dice al suo Comune, il quale ci avvisa e noi gli portiamo un cassonetto specifico. È un modo per andare incontro ai cittadini ed è un servizio apprezzato. Ma quella roba lì poi va nell’indifferenziato, perché qui non c’è l’impianto.
Qual è il rapporto tra le regioni. Possono "scambiarsi” spazzatura?
No. La legge dice che le regioni devono essere autosufficienti dal punto di vista dei flussi e della gestione dell’impiantistica. Poi però ci sono le crisi. Se tu non ce la fai perché l’impianto è saltato, è chiaro che devi correre ai ripari, e quindi si fanno delle deroghe. Ovviamente per prima cosa si guardano le regioni limitrofe. Dopodiché ci sono sempre due livelli, uno di mercato e uno di opportunità. In Nord Europa e Germania hanno fame di rifiuti quindi i loro costi sono competitivi. I costi hanno due componenti, il trasporto e il conferimento. Se abbassi molto il conferimento abbatti il trasporto.
Il governo Renzi ha approvato un piano per costruire otto nuovi impianti in Italia. Anche in Piemonte si è discusso se fare il secondo inceneritore. La questione è: ma questi impianti avranno poi sufficiente materiale per alimentarsi? Anche perché il sud Italia sta partendo sulla differenziata.
Quello che a mio avviso manca nel nostro paese è un’agenzia nazionale del rifiuto. Oggi è tutto regionale. Ma questo non ha alcun senso. Servirebbe una tariffa nazionale dei rifiuti e poi una politica. Noi oggi, come gestori, non abbiamo un interlocutore. A chi mi rivolgo? Con chi parlo? Boh! Manca un’agenzia nazionale, un’Authority sui rifiuti.
Detto questo, una delle cose che non sopporto nel mondo dei rifiuti è l’integralismo. Io non sono contro l’inceneritore. L’ho sempre considerato come un pezzo del sistema. Io ho fatto due visite guidate all’inceneritore di Torino. Secondo me sono impianti fatti bene. Se la temperatura è alta il problema della diossina non c’è.
C’è uno slogan molto popolare che dice: rifiuti zero. Va bene come ideale, però per ora è inapplicabile. Allora quella quota tu la devi gestire. Quindi, è meglio un inceneritore che una discarica.
Noi abbiamo tre discariche chiuse però la legge italiana -giustamente- dice che per trent’anni anni le devi mantenere, ne sei responsabile penalmente. Io sono penalmente responsabile di tre discariche vicine a Ivrea. Conosco quindi perfettamente la pericolosità delle discariche chiuse, che sono molto peggio dell’inceneritore. Una discarica dove hanno scaricato di tutto, dove non c’era la raccolta differenziata, va gestita attentamente, monitorando le acque di falda, il biogas di superficie, il percolato, perché è una bomba!
Qual è il destino di una discarica? Che evoluzione ha?
Niente. Rimane lì. Il governo tra l’altro ha giustamente valutato che trent’anni non sono più sufficienti. Si passa a cinquant’anni di responsabilità. Perché fin quando non sei certo che la carica interna di fermentazione, di biossidazione, di tutti i processi biochimici sia terminata, quella roba lì è un corpo vivo.
Racconto un aneddoto. A un certo punto, in una delle tre discariche, nei pozzi dove ci sono delle sonde, è stato registrato un incremento di azoto ammoniacale, che è un classico elemento chimico che c’è quando c’è molta frammentazione. I pozzi sono fuori dalla discarica: ci sono due anelli di pozzi, uno più vicino, l’altro più largo. A quel punto ci siamo precipitati a capire cosa stesse succedendo. È una cosa seria. Ci siamo fatti tutte le nostre elucubrazioni, e abbiamo messo nel conto le varie possibilità. La più grave era che si fossero lacerati i teli sotto la discarica.
Se la discarica è fatta bene, c’è uno strato di un metro e mezzo di argilla. Poi sopra l’argilla ci sono dei teli di materiale particolare, e poi sopra i teli c’è altra argilla, infine ci vanno i rifiuti. Nel tempo magari c’era qualcosa che aveva rotto i teli. Era l’ipotesi più tremenda. Oppure poteva esserci un problema alle tubature che portano alla vasca del percolato, perché la discarica produce percolato. Tra parentesi, il percolato lo paghi! Smaltire il percolato a noi costa 18 euro per tonnellata. E va tolto ogni giorno. Manutenere una discarica è una cosa bestiale, la gente non lo sa. Se la fai bene, la discarica è una cosa che costa molto. Insomma, abbiamo interrotto i flussi, svuotato le vasche e le tubature, e abbiamo fatto una videoispezione con un robot per capire se ci fossero fessurazioni. Invece era tutto integro. Non sapevamo più cosa fare. Nel frattempo l’indice era sceso.
In realtà era successa una cosa molto semplice. Quello è un ambiente rurale e i contadini ci avevano portato le vacche a fare la cacca! Non essendo lì, nessuno lo sapeva. Le discariche son sempre in posti isolati. Quella roba lì penetra, scende giù e poi risale su, sotto forma di azoto ammoniacale.
Quest’anno abbiamo chiuso il bilancio con 750.000 euro di utile, che però non diamo ai soci ma lo teniamo in società. Ecco, noi abbiamo proposto di mettere quei soldi nel fondo accantonamento delle discariche. Perché lì non sappiamo come va a finire.
È in corso una discussione per arrivare a una tariffazione più equa. Puoi raccontare?
Proprio oggi sono andato a Milano all’assemblea annuale di un’associazione che si chiama Payt Italia, che associa società che fanno raccolta dei rifiuti, software house che elaborano sistemi per tariffazioni di rifiuti e soci istituzionali.
Il simbolo di Payt è un calibro che stringe un sacchetto di rifiuti. Il tema è come commisurare il costo del servizio alla quantità di rifiuti prodotta. A livello governativo c’è già una bozza al Ministero dell’ambiente, che vorrebbe superare il decreto 1998, che in questo momento regola il meccanismo per il pagamento della tassa/tariffa dei rifiuti.
Attualmente nel nostro paese è in vigore un meccanismo misto. Le cosiddette utenze domestiche, cioè le famiglie, se non c’è la tariffa puntuale (a Torino non c’è) pagano in base a un calcolo che considera i componenti del nucleo familiare e la superficie dell’unità immobiliare. Il decreto lascia libertà di applicazione rispetto al far pesare di più l’un fattore o l’altro. È una scelta politica. 
I 57 comuni della provincia di Torino che fanno parte della nostra società non applicano la tariffa puntuale, siamo ancora al vecchio sistema.
Per tariffa puntuale cosa si intende?
La tariffa puntuale viene proposta con uno slogan che però è fuorviante. Lo slogan dice: chi più inquina più paga, e quindi pago di più se conferisco più rifiuti. O meglio se conferisco più rifiuti che non sono destinati al riuso e al riciclo. Il cosiddetto rifiuto residuo, che appunto non è oggetto di recupero o di riciclo, è sempre stata la parte più negativa del ciclo per due motivi, primo perché costa smaltirlo, secondo perché veniva smaltito in un modo molto pericoloso, nelle discariche.
Allora la tariffa puntuale è un tentativo di trovare un meccanismo di misurazione dove si paga in base a quello che si conferisce. Ci sono stati tanti tentativi in Italia per tentare di arrivare a un meccanismo sostenibile, anche rispetto ai contenziosi. Perché la tolleranza della precisione della misurazione è molto difficile da trovare in un sistema di questa natura. Per esempio, come fai a pesare il sacchetto di una famiglia se lo mette dentro il bidone condominiale? Ci sono dei problemi. Di norma si considera per la tariffazione solo il volume del rifiuto residuo non riciclabile, e su questo vengono scaricati tutti i costi. Questo sicuramente è un sistema più equo rispetto all’altro. Però c’è il problema dell’applicabilità nelle città grosse.
C’è un tavolo di lavoro anche all’interno di un’altra federazione di gestori della raccolta rifiuti, che fa capo a Utilitalia, un’agenzia nazionale che raggruppa rifiuti, energia, gas e acqua. Anche lì ci si sta interrogando su come usciamo dal vecchio sistema e ne adottiamo uno nuovo.
Secondo me al più tardi entro il 2018, verrà introdotto un meccanismo più equo rispetto a oggi.
Attenzione: non è detto che costi di meno, perché l’altro slogan sbagliato è che fare raccolta differenziata e fare la tariffa puntuale costi di meno. Non è vero! Intanto perché ci lavorano molte più persone, ma poi è un meccanismo molto più articolato e parcellizzato; servono più competenze, più professionalità.
La convenienza è ambientale e di sostenibilità ed è questa la cosa importante.
I Cinquestelle su questo spingono molto, ma anche il Pd è attento. In realtà Pd e Cinquestelle su questa questione non dicono cose diverse; i sindaci sono tutti favorevoli a trovare un sistema più equo.
Il problema sono le grandi città. Misurare il volume della singola famiglia all’interno di un condominio è difficile. Allora devi usare il concetto dell’aggregato delle utenze. Per farlo ci sono due modi: o individui il numero civico come unità di riferimento per cui il condominio pagherà quel volume esposto e poi vi sarà una ripartizione. Io però sono favorevole a un sistema secondo me più semplice, che è quello di andare a ragionare in termini di blocchi. Cioè vai a suddividere la città per blocchi e ogni blocco ha il suo costo. In questo modo tu puoi offrire servizi differenziati. Perché magari il blocco della collina di Torino ha bisogno di avere un servizio per la raccolta dello sfalcio d’erbe, mentre in città non ce n’è bisogno. In questo modo puoi personalizzare i servizi, offrendo un servizio di qualità superiore.
Poi c’è tutto il discorso delle premialità, che diventa molto importante quando cambi il sistema di raccolta. L’esempio più interessante oggi in Italia è Pizzarotti a Parma, perché Parma è la città con il maggior numero di abitanti, 200.000 e rotti, che sta applicando la tariffa puntuale, legata al numero di vuotamenti annuali del bidone o del sacco per l’indifferenziato.
Noi ad esempio premiamo chi va nei centri di raccolta. Gli aspetti premianti vanno bene, devono essere fatti con un po’ di testa però sono giusti.
Voi nei 57 comuni che seguite non avete adottato la tariffa puntuale. Perché?
Perché noi abbiamo un buon livello della differenziata, siamo sul 63%, e costiamo molto poco. Il costo procapite medio di tutti i comuni da noi serviti è di 105 euro per abitante tutto incluso. Date queste condizioni -una buona raccolta differenziata e un costo basso- i sindaci ti dicono: perché devo cambiare? Adottare la tariffa puntuale comporta dei costi, non solo perché ti devi organizzare e attrezzare, comprare i camion, i chip, i sistemi informatici, ma poi devi fare un bel lavoro di backoffice per gestire i dati.
C’è poi un’altra questione. Qualcuno sta pensando di scaricare l’intero ciclo sui gestori, dicendo: "Fate tutto voi: raccogliete, bollettate e incassate”.
Qual è il problema? Che sono usciti in questi giorni qui in Piemonte alcuni dati da cui risulta che ci sono comuni con il 30% di inevaso, cioè di non pagato.
Adesso il meccanismo è abbastanza solido.
Il servizio costa tot per abitante, dopodiché noi fatturiamo ai comuni, i quali ci pagano regolarmente… Con il 30% di non riscosso, i nostri bilanci salterebbero.
In questi anni è aumentata la sensibilità dei cittadini verso la raccolta differenziata?
Faccio un passo indietro. Nel nostro territorio, 110.000 persone, 57 comuni, nel 2004 era terminata la terza discarica, una delle tre che stiamo gestendo. Nessun comune aveva dato la disponibilità per fare una nuova discarica nel suo territorio e quindi è scattata una crisi di sistema. Che fare? Non rimaneva che ridurre l’indifferenziato. Se infatti la discarica è a casa tua, i costi sono molto bassi, ma se devi portar fuori l’indifferenziato i costi lievitano. Di qui la necessità di cambiare il sistema, abbandonando la raccolta stradale e puntando sul porta a porta. Nel 2004 è quindi partita la rivoluzione. Nel 2007, a rivoluzione finita, eravamo a una percentuale di differenziata del 68%, oggi siamo al 63%.
Quindi la differenziata sta calando...
Questo è il punto. Perché se non la stimoli continuamente, la gente si rilassa. Allora, tu devi costantemente trovare meccanismi che tengono vivo il tema. Sicuramente la tariffa puntuale può essere un incentivo, perché premia i più virtuosi. Dopodiché uno si inventa di tutto. Noi abbiamo fatto anche delle cose divertenti. Un mio carissimo collega e amico, Ferdinando Giuliano detto Nando, lavora molto con i più piccoli. Ad esempio porta le classi di una scuola in piazza, dopodiché arriva un nostro mezzo, prende la campana della plastica e ne svuota il contenuto per terra. A quel punto Nando con un microfono fa l’analisi di tutto quello che c’è assieme ai bambini: "Questo è un imballaggio in plastica”, "Questo non va bene”. Alla fine viene pesato tutto e si vede se i cittadini hanno lavorato bene o male. Queste iniziative danno buoni risultati, almeno per un po’, perché i bambini minacciano i genitori, ma poi la gente si dimentica...
(a cura di Barbara Bertoncin)