David Piccinini è dirigente della protezione civile della Regione Marche.

Hai seguito le operazioni relative al sisma che ha colpito il centro Italia ormai tre anni fa. Puoi raccontare?
Il 24 agosto del 2016 il centro Italia è stato colpito da un primo evento sismico di magnitudo 6.0. Si è trattato dell’inizio di una sequenza sismica che ha raggiunto il suo apice con l’evento del 30 ottobre del 2016, con magnitudo 6.5 e poi con una serie di sequenze verificatesi a inizio 2017 e con un ultimo evento di magnitudo 4.6, il 10 aprile 2018. Le aree colpite sono rappresentate dalla cosiddetta nuvola degli epicentri, che non è altro che la collocazione in superficie dell’ipocentro. L’area in questione è collocata al confine tra Marche, Abruzzo, Lazio e Umbria. All’inizio l’evento si è verificato al confine tra Marche e Lazio, venendo identificato come il terremoto di Amatrice (per l’alto numero di vittime), per poi spostarsi più a nord.
Da un punto di vista geologico, questo evento rappresenta una continuazione della sequenza sismica iniziata nel 1997 e proseguita nel 2009 con il terremoto de L’Aquila.
Questi meccanismi geologici distensivi sono legati al fatto che la nostra penisola sta ruotando, chiudendo il mare Adriatico, provocando quindi una compressione della zolla adriatica verso i Balcani. Nel distendersi, la crosta terrestre tende ad assottigliarsi  e a produrre delle cosiddette faglie dirette.
La sequenza è stata molto intensa: abbiamo avuto una scossa di 6.5 con una ventina di ulteriori venti superiori a 4.5, seguiti complessivamente da altri tredicimila eventi sopra magnitudo 2. Parliamo di una sequenza che sta durando da quasi tre anni. Il mio telefonino, che è tarato su magnitudo 3.0, ogni settimana mi dà delle segnalazioni. Questi eventi hanno avuto conseguenze straordinarie dal punto di vista della idrogeologia. È perfino cambiata la portata di alcune sorgenti. La sorgente Foce di Montemonaco, che sta sul lato orientale dei monti Sibillini, ha subìto un calo enorme. In pratica, il drenaggio delle acque, invece di prendere la direzione nord-est ora va in direzione sud-ovest: uno sconvolgimento che cambia anche le fonti di approvvigionamento strategico della regione.
Sono tutti fenomeni conosciuti ai geologi; sono faglie mappate da tempo e il cui grado di sismicità è noto. La zona interessata è classificata a sismicità uno, che significa che ci si attendono accelerazioni al suolo molto importanti superiori a 0,25 G  (zero venticinque volte la forza di gravità).
Tu hai seguito in particolare la regione Marche: qual è stato l’impatto?
Il terremoto del 24 di agosto aveva colpito ventiquattro comuni della nostra regione, ma dopo l’evento del 30 ottobre i comuni inseriti nel cosiddetto cratere (termine poco corretto da un punto di vista geologico) sono diventati ottantacinque.
Se poi andiamo a vedere i comuni marchigiani che hanno subìto un qualsiasi danneggiamento causa sisma, arriviamo a 163 comuni su 229.
In definitiva, il sisma del centro Italia ha colpito ottantacinque comuni della regione Marche, ventitré dell’Abruzzo, quindici del Lazio e quindici dell’Umbria.
Com’è intervenuto il sistema di protezione civile?
Dopo l’evento del 24 agosto la Presidenza del Consiglio dei ministri ha dichiarato lo stato di emergenza (che peraltro dura tuttora) e sono stati istituiti i primi interventi emergenziali, che prevedono anche una contabilità speciale.
Ci tengo a dire che non c’è un dipendente in più rispetto al precedente piano organico. Quello che noi abbiamo fatto è stato creare un’organizzazione che si basasse il più possibile sulle strutture che in ordinario si occupano di una data materia, a cui ovviamente è stato chiesto un impegno straordinario.
Faccio un esempio. Un’ordinanza di protezione civile ha stabilito il rafforzamento del trasporto pubblico locale in base a un cambio della demografia e della posizione  geografica della popolazione. Ecco, questo tipo di intervento è stato gestito dai colleghi che in ordinario si occupano di questo settore. E così per le altre materie. Questo ha fatto diventare quasi tutti protezione civile.
C’è poi tutta un’altra serie di soggetti che intervengono in emergenza: la prefettura, i vigili del fuoco, i servizi sanitari e poi tutte le associazioni nazionali di pubblica assistenza, le forze dell’ordine locali, l’esercito italiano, che ancora sta dando una grossa mano, il grande mondo del volontariato di protezione civile, e ancora i gestori dei servizi pubblici essenziali, Anas, Enel, ecc., e il Ministero dei beni culturali con il quale collaboriamo costantemente.
Questa è un po’ la risposta dello Stato. Il dipendente pubblico ormai è quasi per definizione un fannullone. Per carità, succede. Qui però abbiamo uno Stato che ha costruito un sistema di reazione a questo tipo di eventi di cui dovremmo essere orgogliosi: un mutuo soccorso che travalica i confini regionali e nazionali e arriva a coinvolgere il meccanismo europeo di protezione civile.
Ci tengo a ricordare che l’Europa a 28, di fronte a una tragedia che ha colpito una delle zone più sperdute del continente, ha messo a disposizione 1,2 milioni di euro a servizio di queste comunità. In un altro continente, qui si sarebbe fatto un cerchio e sarebbe diventata tutta zona rossa, dopodiché ognuno si sarebbe dovuto arrangiare.
Parliamo dei danni.
Allora, a fronte di un danneggiamento così vasto, c’è stata una prima valutazione dei fabbricati danneggiati che ha dato tre esiti: utilizzabili (41.000), non utilizzabili  (47.000) e non utilizzabili per rischio esterno (1500), quindi edifici di per sé agibili ma inibiti all’uso per via di cause esterne.
Abbiamo completato questa operazione a fine dicembre del 2018; è stata una fase complessa perché all’entità del danno è legata l’attribuzione del contributo per la ricostruzione e l’erogazione delle forme assistenziali. Lo Stato ha stabilito che chiunque dimostrava di risiedere in maniera abituale, continuativa all’interno dell’edificio danneggiato dal sisma aveva diritto a una forma assistenziale.
Noi abbiamo prodotto velocemente una scheda semplificata a cui è seguita un’operazione più dettagliata sul grado di inutilizzabilità dell’edificio.
Volendo dare dei numeri, parliamo di  89.913 mila edifici verificati, 48.980 evacuati. Attualmente abbiamo ancora 30.698 persone che stanno fuori di casa.
Per gestire a livello amministrativo e contabile un sistema così complesso abbiamo investito molto sulla realizzazione di una piattaforma informatica “cohesion work PA” (cioè lavoriamo insieme per la pubblica amministrazione), che dà conto giorno per giorno del numero degli assistiti.
È grazie a questo sistema che siamo in grado di monitorare quante persone godono del contributo di autonoma sistemazione; quante sono ospitate in albergo, quante nelle soluzioni abitative di emergenza (Sae) che, brutte e cattive quanto vogliamo, hanno però offerto una casa a oltre quattromila persone.
Se poi rapportiamo la popolazione  attualmente assistita a quella residente prima del sisma, otteniamo dei dati sorprendenti. Il comune di Muccia ha l’85% della popolazione originaria fuori di casa; Arquata del Tronto il 75%, Visso più del 70%...
Questo per dare un’idea anche del grado di dettaglio con il quale quotidianamente queste trentamila persone sono assistite. Dietro c’è tutta una ingegneria amministrativa e informatica.
Se vuoi, una delle sfide della protezione civile è anche quella di combinare una vicinanza, un’empatia con chi ha subìto un dramma così vasto con un aspetto diciamo di tenuta documentale, contabile, di rispetto delle regole, che è tosta.
Dopo l’evento del 24 agosto, gestire la prima emergenza ha significato allestire dei campi-tende. Una soluzione diventata però improponibile all’indomani del 30 ottobre; intanto perché non saremmo stati in grado di costruire dei campi per 35.000 persone e poi perché si avvicinava l’inverno, per cui abbiamo prima di tutto opzionato trecento alberghi. Qualcuno ha parlato di “deportazione”: di fatto abbiamo preso le persone dalla montagna e le abbiamo portate al mare. Una volta che abbiamo assicurato una prima sistemazione, con il contributo autonomo, in albergo, nei container, nei palazzetti dello sport, abbiamo iniziato a rimuovere le macerie...
Parliamo delle macerie. Qui avete messo in campo azioni straordinarie.
Ovviamente anche qui non sono mancati i problemi, però ci terrei a raccontare quello che di positivo è stato fatto. Teniamo presente che le cosiddette macerie sono un indistinto di materiale edile, mattoni, cemento armato, pietra, laterizio, con tutto quello che c’è dentro una casa, il mobilio, le fotografie, i libri, i vestiti...
A questo “rifiuto” è stato assegnato un codice identificativo fittizio, il 200399. Dopodiché si trattava di prendere questa maceria, selezionarla e dividerla nelle varie frazioni. Abbiamo deciso di concentrare l’azione su tre siti: Arquata del Tronto, area di grandi danneggiamenti; Monteprandone, dove abbiamo sequestrato un capannone industriale inutilizzato; e Tolentino, un sito dove già opera un consorzio che si occupa di smaltimento rifiuti.
Qui la prima operazione è stata togliere il materiale pericoloso, per esempio l’amianto, che va isolato e trattato a parte. È un materiale facile da individuare, in genere si tratta di canne fumarie, coperture, serbatoi. Poi va individuata la maceria di tipo A, vale a dire  di interesse architettonico; il tipo B ha ugualmente un interesse architettonico, ma può essere portata al sito di deposito temporaneo e stoccata. La maceria di tipo C, infine, può essere lavorata in maniera libera e addirittura recuperata ai fini delle ricostruzioni.
La rimozione delle macerie è un problema enorme. Si fa presto a dire: prendete una cava e riempitela… Qui parliamo di un milione di tonnellate di macerie. Ad oggi, due terzi sono state trattate, mentre un terzo è rimasto nelle zone dove si prevede di non ricostruire. Per dire, a Pescara del Tronto, ci dispiace moltissimo di non averle ancora portate via, ma probabilmente è l’ultimo posto dove si interverrà perché Pescara del Tronto non verrà ricostruita.
La nostra prima priorità era liberare le strade in base al loro grado di importanza (fino ad arrivare ai sentieri di montagna). Poi si dovevano rendere accessibili le zone rosse, così da consentire le operazioni di puntellamento. Contemporaneamente andavano tolte le macerie dalle aree dove dovevamo realizzare le soluzioni abitative d’emergenza, i container dove mettere la scuola, l’edificio comunale, la chiesa...
Nella rimozione di quel milione di tonnellate di macerie avete cercato di rispettare anche i criteri di tutela ambientale?
Allora, una volta isolato il materiale pericoloso, il bene culturale, ecc., quell’indistinto Cer 200399 va ulteriormente suddiviso: il legno va da una parte, la gomma da un’altra, ecc. Ancora in questa fase, se ritroviamo qualche oggetto personale diciamo di valore, redigiamo un verbale che poi consegniamo al sindaco affinché quel bene venga restituito al suo proprietario; parliamo di gioielli, album di fotografie, cose così. Per me sono anche queste le cose che danno senso a quello che stiamo facendo.
A Visso ora stanno ricostruendo un arco storico che non era originariamente in quella posizione; ecco, si è deciso di spostare questa “maceria” speciale vicino alla zona delle aree Sae, per restituire un luogo simbolo, un luogo di identità per quella comunità. Intendiamoci, siamo lontanissimi dalla perfezione, però cerchiamo di fare il possibile. Considera che sono passate sulle nostre pese 643.264 tonnellate di macerie.
Sapete quante ne abbiamo portate in discarica come indifferenziato? 866 tonnellate; solo lo 0,13% è andato a finire in discarica.
Come dicevo, dopo una prima cernita, il materiale dei siti di deposito temporaneo viene selezionato e affidato alle varie ditte che lo rilavorano, tanto che praticamente questo materiale riassume i connotati di materia prima secondaria, cioè può essere riutilizzato. L’abbiamo infatti usato anche per le azioni emergenziali; per esempio per fare i sottofondi delle aree delle Sae.
Qual è la logica che ha portato alla creazione delle aree Sae?
La logica è che chi ha subìto un danno importante alla propria abitazione ha tempi di rientro di anni, in qualche caso probabilmente di decenni. Bene, in questi dieci anni dove li facciamo risiedere? Questa comunque non è una scelta della protezione civile, bensì della politica che poi indirizza i nostri interventi. Ovviamente alla base c’è l’auspicio che questi luoghi non si spopolino.
Si tratta di declinare concretamente il concetto di resilienza, un’operazione tutt’altro che banale. Per dire, l’area Sae di Borgo di Arquata dista due chilometri dal paesino originario. Già qui emergono delle questioni: è giusto mettere le persone vicino alle proprie macerie?
In questo caso poi l’area sta sotto il versante del Vettore, per cui abbiamo dovuto realizzare delle opere di urbanizzazione monumentali, con doppiatura di pali intirantati per cercare di contenere i versanti e per realizzare le piazzole dove sistemare le casette.
Non so se questa fosse la migliore delle soluzioni possibili, comunque, a distanza di tre anni, ci sono 1.932 case pronte e altre dieci in via di costruzione per complessivamente quattromila persone.
Come e chi decide le soluzioni da adottare?
Il modello organizzativo statuale di regioni e comuni viene riprodotto anche per gli interventi. Quindi il sindaco è la massima autorità di protezione civile, il quale però ovviamente opera sulla base di criteri condivisi: in primis quello della privata e pubblica incolumità, il nesso di causalità sisma, la tutela dei beni culturali, ecc.
Nella gestione dell’assistenza, i sindaci, individuati i casi, hanno chiesto: cara famiglia come volete reagire a questa cosa? Vi organizzate per conto vostro con un contributo? Volete una Sae? Volete intanto andare in albergo per un po’? I sindaci  hanno avuto questo ruolo fondamentale di prossimità e di collegamento. Io credo che questa strutturazione ad albero sia stata la chiave di efficacia degli interventi che, non dimentichiamolo, sono stati tutti fatti in emergenza.
Dicevi che è stato fondamentale poter disporre di una piattaforma informativa costantemente aggiornata.
È così. Tutti devono dare conto del loro operato all’interno della piattaforma. Questo è fondamentale perché a livello centrale ci consente di vedere, comune per comune, come vengono spesi i soldi, fornendo anche un indicatore di spesa media per abitante.
Senza questo, davvero non ne saremo usciti fuori. La piattaforma tra l’altro è stata resa accessibile anche alle forze di polizia perché ci controllassero.
Teniamo presente che le settantacinque aree Sae sono tutti comuni di montagna; grazie alla piattaforma informativa si può andare a vedere quant’è costata la singola area, quale variante si è dovuta adottare. Perché ovviamente i problemi, gli errori, non sono mancati. In pochi giorni si sono dovuti redigere progetti esecutivi che magari valevano qualche milione di euro.
Si sarebbe potuto fare diversamente?
No. Quello che avremmo potuto fare è pianificare in tempo di pace le aree dove mettere queste Sae. Facendo un debriefing di quello che è successo, è emerso come uno dei difetti, diciamo, del sistema è che le aree Sae non sono di derivazione del piano regolatore.
Qui invece parliamo di un’urbanizzazione vera e propria; noi in quel ristretto lasso di tempo abbiamo fatto gli urbanisti, per di più in zone complicatissime, e spesso derogando a dei vincoli, cosa che dispiace sempre, perché il vincolo è pensato a tutela del bene pubblico. Il fatto è che in quei giorni ci siamo trovati davanti a scelte molto difficili, dovendo combinare la necessità di dare una casa alle persone colpite dal sisma, con l’orografia, l’idrogeologia, la tutela ambientale...
I tecnici sono stati straordinari, perché individuare delle aree in cui edificare nelle zone di cui stiamo parlando, con tutte le problematiche geologiche del caso, beh, vi invito a farci una passeggiata. Tanto più che si è trattato di decidere la notte per il giorno dopo, con le pistole puntate perché da tutte le parti arrivavano pressioni: “Bisogna fare presto!”. Ecco, queste sono operazioni che si potrebbero e dovrebbero fare prima.
Quali varianti sono state necessarie? Quali problemi sono emersi rispetto al piano iniziale?
Il primo problema è la topografia; qui ci si è trovati a progettare con dei rilievi topografici e non di dettaglio; e poi, se vuoi, la cultura un po’ padana, emiliana che sottostà all’operazione. Le Sae sono frutto del terremoto dell’Emilia dove praticamente basta una platea di cemento e ce le metti sopra. Noi abbiamo anche provato a dirlo, che qui era diverso, però… In Pianura padana bastava un primo scotico di trenta centimetri, si buttava dello stabilizzato, del materiale inerte, si faceva la platea e si tirava su la casa. Qui prima di tirare su la platea bisognava sistemare i monti!
Quindi intanto la topografia. Poi l’idrogeologia: parliamo di zone difficilissime.
Racconto sempre questo episodio: nel comune di Castelsantangelo sul Nera, a Vallinfante, guardando il piano regolatore avevamo individuato un’area perfetta, non lottizzata. Abbiamo detto: “La prendiamo noi per mettere le abitazioni di emergenza”. Ebbene, uno dei nostri centri di competenza, da ulteriori verifiche, ha scoperto che quell’area era un ultimo lembo di un conoide di valanga. Sono seguiti approfondimenti delle analisi con foto aeree e alla fine abbiamo dovuto rinunciare a un’area che addirittura il piano regolatore aveva lottizzato come buona.
Abbiamo compiuto anche l’operazione inversa: a Bolognola dovevamo decidere se mandare via tutte le persone oppure prenderci dei rischi. Ci siamo presi dei rischi: abbiamo messo delle Sae dove negli anni Venti era venuta giù una valanga. Questo perché successivamente erano stati costruiti dei paravalanghe, che hanno sempre funzionato. Abbiamo aggiunto dei sensori che ci comunicano l’altezza della neve; se supera quella del paravalanghe dobbiamo evacuare.
Questo per dire che per concretizzare il concetto di resilienza, la struttura si è presa dei rischi imponenti. Il fatto è che, più di una volta, ci siamo trovati di fronte al dilemma se dormire la notte tranquilli dopo aver depauperato un paese oppure...  Tra l’altro sono tutte scelte che poi devi fare in fretta, non è che hai molto tempo per pensarci.
Le Sae alla fine hanno avuto qualche problema, ma è comunque un modo di vivere dignitoso. A Camerino abbiamo dovuto costruire una Camerino due.
Per mantenere la più grande “industria” della regione Marche, che è l’Università di Camerino, è stato concesso di fare strutture temporanee che non fossero container, ma qualcosa di più strutturato, per la continuità didattica e per ospitare gli studenti che non potevano più affittare le case del centro.
Uno studentato è stato donato dalla Provincia di Trento e Bolzano; con il comune abbiamo realizzato un campo container per duecentocinquanta posti letto che consentissero agli studenti di continuare a studiare. Pensa che Camerino dopo il terremoto ha incrementato il numero degli studenti!
Ma gli interventi non si fermano qui perché se hai la Sae ma non hai un negozio di alimentari vicino a casa, come fai? Quindi si sono aperti dei piccoli centri commerciali, che sono anche carucci; complessivamente abbiamo delocalizzato 267 attività produttive e commerciali. Abbiamo allestito anche delle stalle temporanee, complessivamente 300 stalle a tunnel e 196 fienili; lassù infatti è molto sviluppata l’attività agricola e zootecnica. Senza contare il fatto che abbiamo costruito sedi di municipi provvisori, farmacie provvisorie, chiese provvisorie, un po’ tutto quello che serviva per dare continuità alla vita di una comunità
Hai citato Trento e Bolzano. C’è stata solidarietà dal resto d’Italia?
Potentissima! La quota regionale degli sms si aggira intorno ai diciassette milioni di euro. Per non parlare dello sforzo di volontariato e protezione civile. Qui sono arrivate le colonne mobili da tutta Italia.
La prima fase per assurdo è la più facile perché c’è l’adrenalina, tutto è consentito, la mobilitazione è straordinaria. Passata questa fase siamo soli e ce la dobbiamo giocare in casa. Qui è la tenuta che fa la differenza, la lucidità. Forse l’azione della protezione civile è stata portata anche un po’ oltre rispetto ai suoi compiti normali.
Dicevi che il paese di Pescara del Tronto non verrà ricostruito.
Che queste aree siano sismiche ormai lo sappiamo. Sappiamo il dove e sappiamo il come. Quello che non sappiamo è il quando. Sappiamo anche qual è l’energia di base, la quale tuttavia in determinate situazioni si amplifica, per esempio in zone di saturazione d’acqua. Pescara del Tronto sta su di un versante costituito da un materiale calcareo sciolto in saturazione d’acqua. Significa che non è roccia, bensì una sorta di sabbia calcarea completamente imbibita di acqua. Quando l’impulso sismico arriva su questo tipo di materiale, l’acqua non è comprimibile, quindi si comporta come un solido, cioè lo stress sismico dato all’acqua presente all’interno dell’interstizio fa scoppiare i granuli che sono intorno. Questo per dire che parliamo di un versante dove hai la falda affiorante, una topografia difficilissima, fenomeni di liquefazione, fenomeni di amplificazione sismica...
Dopo l’evento sono stati avviati studi di microzonazione sismica molto dettagliati. Questo è un dato di progetto molto importante per la pianificazione e per la progettazione.
Ma per chi vive nelle “casette” l’orizzonte temporale del rientro qual è?
Per i centri urbani più colpiti, Castelsantangelo sul Nera, Arquata, Visso, Pieve Torina, ecc., parliamo di decenni.
Decenni?
Sì, perché sono interventi difficilissimi. Se entri dentro Camerino, non c’è un’abitazione che non abbia subìto un danneggiamento. Non solo, per accedere agli edifici serve un piano di intervento, bisogna dire entro da un punto ed esco da un altro; devo poi decidere come farlo. Siamo di fronte a problematiche enormi. Si sente sempre dire che la ricostruzione non parte. Il fatto è che qui il lavoro da fare è davvero mastodontico. Già il solo montare i cantieri è un’impresa! E comunque dovrebbe essere il pubblico a intervenire; non puoi affidare la sistemazione di un centro storico alla libera iniziativa. Qui sono statalista: la libera iniziativa va bene, ma deve essere governata. Molti comuni hanno eliminato le cosiddette perimetrazioni, che erano una sorta di piano di urbanizzazione e hanno affidato tutto a edilizia diretta, quindi il privato può presentare il progetto, ma se poi non riesce fisicamente ad arrivarci? È impensabile che la protezione civile ti faccia il puntellamento per arrivare alla tua abitazione, perché per liberare una via daremmo fastidio ad altri dieci proprietari che magari ci maledicono, anzi ci denunciano.
Alla fine, ciò che ha funzionato è stato un buon sistema di relazioni collaborative.
Io quel 24 agosto ero in montagna ad arrampicare sulle Dolomiti; a settembre mi è stato affidato il sito di deposito temporaneo ad Arquata. In seguito il presidente della regione mi ha proposto la nomina a dirigente della protezione civile. Forse sono stato un incosciente ad accettare. D’altra parte non ci si sente mai pronti a fare i passi importanti. La sfida, fin dall’inizio, è stata quella di tenere assieme, con quella che io ho chiamato una “empatia lucida”, le esigenze del territorio e delle comunità con l’apparato normativo, che comunque è imponente. Applicare le deroghe comporta infatti saperne di più, non di meno, rispetto alle regole!
Una delle prime cose che ho fatto al mio arrivo è stato predisporre un tabellone gigantesco all’interno del quale ciascuno avesse chiari il suo compito e le sue responsabilità. Poi è arrivato il supporto informatico, la famosa cohesion work PA, che è il cuore di tutto. Tra l’altro, l’abbiamo realizzato a livello regionale, in house, insomma è una cosa pubblica! Una scelta che si è rivelata strategica perché il sistema si è dovuto via via adattare all’evoluzione delle ordinanze. Se lo avessimo dato fuori sarebbe stato più complicato.
Ora, possiamo dire che è andato tutto bene? No, purtroppo no, qualche volta abbiamo litigato, qualche volta qualcuno ha utilizzato male il potere, qualcun altro ha sbagliato… E tuttavia, nonostante che di motivi per scaricarsi addosso le responsabilità ce ne siano stati tanti, sia durante l’emergenza che dopo questo non è accaduto. Alla fine questo sistema informativo e operativo che abbiamo messo in campo è stato fondamentale, anche perché, accanto alle relazioni amministrative, ha promosso una forte e reciproca collaborazione.
Questa forse è stata la buona pratica più incisiva. In una situazione di quel genere non c’erano salvatori della patria da invocare, serviva invece un processo decisionale calmo e un’organizzazione trasparente, che garantissero le condizioni affinché ognuno facesse la sua parte.
(a cura di Barbara Bertoncin)