Krzysztof Czyzewski, è presidente della Fondazione “Borderland” (Pogranicze) e direttore del Centro “Borderland of Arts, Cultures and Nations”, con sede a Sejny, in Polonia, che in questi anni ha dato vita a un centro di documentazione, un teatro, una banda Klezmer e una casa editrice. Nel 2004 la Fondazione ha ricevuto il premio Alexander Langer. Nel 2011 Krzysztof Czyzewski ha promosso la nascita del Centro internazionale per il dialogo a Krasnogruda, nella casa di famiglia di Czeslaw Milosz.

Tutto è cominciato dopo la caduta del Muro, negli anni Novanta...
Nel 1990, assieme ad altri compagni di viaggio, abbiamo istituito la fondazione “Borderland”, una delle prime fondazioni culturali della nuova Polonia. Solo in un secondo momento abbiamo preso la decisione di spostarci dalle città in cui vivevamo in un paesino sul confine con la Lituania, Sejny, dove nel 1991 abbiamo istituito il centro “Borderland of Arts, Cultures and Nations”. Fino ad allora eravamo un gruppo di artisti e pedagoghi, una specie di ong indipendente, nel senso che ci finanziavamo attraverso aiuti esterni. La decisione di vivere e lavorare nella comunità di Sejny ha rappresentato una sorta di svolta. Dopo anni di lotta per la libertà dal regime, i nostri sforzi si sono concentrati sulla ricostruzione di una comunità, quindi sull’interdipendenza.
Quindi siete passati dalla lotta per l’indipendenza alla scelta della dipendenza?
Può suonare curioso, ma è proprio così. Fino al 1989 tutte le nostre forze erano concentrate nella lotta per l’indipendenza. In quegli anni avevamo creato le nostre “isole” di cultura alternativa, underground… per perseguire le nostre utopie, i nostri sogni, bisognava fuggire, uscire dalla comunità, allontanarsene.
Ecco, dopo l’89, invece cos’è successo?
Che è diventato rivoluzionario non scappare. La vera sfida era quella di tornare dalle persone, dal popolo, se vogliamo usare questo termine. Oggi noi, come istituzione, siamo totalmente interdipendenti, che vuol dire che c’è un dialogo aperto con le istituzioni locali e nazionali, che dobbiamo negoziare il nostro budget, ecc., proprio perché tutte le nostre attività sono concentrate in questo paesino di seimila abitanti. Abbiamo costruito qui il nostro piccolo centro del mondo, assieme alle altre persone, attraverso la partecipazione, l’impegno, e così via.
Il termine “comunità” resta controverso...
Certamente è così. Abbiamo molti amici che ci ripetono che è meglio il termine “cittadinanza”. A loro non piace proprio la parola comunità, perché può essere sinonimo di chiusura, egoismo, ecc. Naturalmente anche noi diamo valore alla cittadinanza. Però abbiamo deciso di dedicare il nostro lavoro alla ricostruzione del tessuto che tiene assieme le persone. Non solo: abbiamo scelto di lavorare con comunità di confine. Dopo la Shoah, dopo la caduta del regime comunista qui non c’era più una comunità. Tutto era finito in frantumi: ogni nazionalità, ogni minoranza si era rinchiusa nella propria fortezza. C’era una specie di arcipelago fatto di isole scollegate, segnate da pregiudizi, conflitti, memorie traumatiche, senza alcun dialogo, alcuno spazio comune, alcuna storia comune.
Cosa significa pogranicze, borderland?
La parola pogranicze nella cultura polacca, non si riferisce tanto e solo al confine in sé, al vivere sul confine tra stati nazionali, ma anche ai confini interni alle comunità, dove convivono popolazioni, lingue, religioni e culture diverse… Lavorare sui confini all’interno della comunità significa costruire ponti, attraversarli, navigare tra le isole. La storia di questo territorio è pesante: la comunità ebraica è stata sterminata durante l’Olocausto. Quando siamo arrivati, il quartiere ebraico era un deserto nel bel mezzo del villaggio. Di qui la scelta di sfidare i pregiudizi e andare a insediarci proprio lì e di far rivivere -noi non ebrei- la vecchia sinagoga bianca, ma anche la yeshiva, la scuola ebraica e altri spazi. Oggi il nostro centro culturale ha sede nella sinagoga bianca, tra la casa della cultura polacca e quella lituana. Quello spazio vuoto, disabitato, ma pieno di memorie ci sembrava perfetto per creare un luogo in cui la gente potesse tornare a incontrarsi, uscire dalle proprie isole... In questi anni sono sorte esperienze analoghe in Lituania, Ucraina, Romania, ex-Jugoslavia. I centri di dialogo multiculturale spesso nascono proprio in ex sinagoghe. Perché tutti gli altri posti sono occupati dai gruppi etnici che ancora ci abitano, mentre gli ebrei non ci sono più. Per cui all’improvviso ti trovi questi spazi vuoti. A volte si decide di destinarli a un museo sul passato ebraico. Noi però non volevamo un museo. Anche a Krasnogruda, un villaggio non lontano, proprio sul confine con la Lituania, dove la famiglia di Czeslaw Milosz aveva delle proprietà, si era presentata la stessa situazione. Inizialmente c’era l’idea di fare un museo ebraico, che poteva rappresentare un’attrazione più interessante anche da un punto di vista del turismo. Noi però, in entrambi i casi, ci siamo battuti per un’altra idea: un centro culturale vivo, vitale, dove lavorare su qualcosa di autentico, spontaneo, che guardi al futuro, che dia la libertà di fare cose nuove, diverse. Ma allo stesso tempo, con un legame con il passato, che però non si esaurisca nelle commemorazioni, nella celebrazione della memoria. Oggi nel quartiere ebraico di Sejny abbiamo ricreato una “piccola agorà”, cioè uno spazio in cui poter dialogare, ma anche lavorare insieme.
Come siete stati accolti dalla popolazione al vostro arrivo a Sejny?
Siamo arrivati come un gruppo teatrale d’avanguardia, sai, la nostra era una specie di carovana, con i cavalli, la macchina della scenografia, i nostri figli, i figli dei nostri amici… sembravamo degli zingari. La prima reazione è stata: “Sono arrivati gli zingari, è arrivato il circo”. Poi, quando abbiamo deciso di insediare il nostro centro nell’ex quartiere ebraico, qualcuno ha iniziato a pensare: “Ecco, gli ebrei sono tornati...”. Il timore era che venissero rivendicate le vecchie proprietà, proprio come nel film ungherese 1945. In realtà non ci sono ebrei tra di noi. O meglio, nessuno lo sa e in fondo non è così importante; l’ebreo alla fine è l’altro per antonomasia. Comunque all’inizio non abbiamo trovato atteggiamenti aggressivi o negativi. Ricordo una delle prime sere al ristorante. La cameriera, dopo aver ascoltato le nostre ordinazioni, ha detto: “Ma guardate che è maiale!”, e noi: “Non c’è problema…”, al che lei è rimasta un po’ interdetta, quasi delusa. Ma era stato comunque un segno di attenzione, di gentilezza se vuoi. Ovviamente non mancava una certa diffidenza, forse addirittura paura, attorno a noi. In fondo questa nostra idea del borderlander, dell’attraversare i confini, non li convinceva troppo: se sei polacco, hai la casa della cultura polacca, se sei lituano, quella lituana… non erano previste altre opzioni, non c’era il “misto”, che invece nei fatti è proprio la realtà del territorio. In queste terre, già a partire dal diciannovesimo e ventesimo secolo, si è dovuto scegliere un’identità nazionale. Un processo anche traumatico perché le linee che hanno tracciato i confini tra Polonia, Lituania, Bielorussia e Unione Sovietica, hanno diviso comunità, perfino famiglie. E poi sono arrivate nuove divisioni, nuovi confini, nuove identità, separate, senza dialogo, senza condivisioni della memoria. All’epoca del regime comunista infatti tutte le tensioni, ma anche le memorie, erano state rinchiuse in una specie di frigorifero: non se ne poteva più parlare nello spazio pubblico. Il silenzio era diventato anche un modo per difendere i figli e i nipoti: non dire loro nulla del passato li preservava da possibili rischi. Così sono cresciute generazioni che non sapevano nemmeno di avere uno zio lituano o un nonno ebreo.

L'orchestra di Borderland

Nel corso delle nostre prime attività le persone più giovani all’improvviso hanno scoperto molte cose che non sapevano delle loro famiglie: finalmente si poteva far spazio a un racconto che prescindeva dai confini, dalle identità etniche. Ovviamente tutto questo è accaduto molto lentamente. C’è voluto del tempo. Quando gli artisti arrivano in città è sempre una festa, quasi una vacanza, ma si sa che poi se ne andranno, scompariranno. Era questo che si aspettavano gli abitanti di Sejny; i più nazionalisti, a cui non sono mai piaciute le nostre idee, in realtà lo speravano. Per questo fermarci, restare a Sejny, è stata una cosa rivoluzionaria! Rivoluzionaria, ma lenta, perché è stato il risultato di un lavorio quotidiano, fatto di tempi lunghi, in cui però piano piano è avvenuto un processo di apertura reciproca. Molto è cambiato quando abbiamo iniziato a coinvolgere le persone in modo attivo. Sai, i teatranti sono abituati a muoversi su un palcoscenico, in cui tu parli e gli altri assistono. All’inizio, abbiamo fatto alcune performance nella sinagoga, ma poi abbiamo capito che quella era una situazione “scomoda” per noi. In fondo noi non sapevamo niente, o molto poco, di questa terra di confine. Le vere competenze risiedevano dall’altra parte, nel pubblico. Il nostro ruolo era quello di trovare un modo per dar loro voce. Insomma, la palla doveva passare ai membri della comunità.
Racconta dei primi incontri che avete organizzato...
Condividere storie, esperienze, ricordi, non è facile. Tanto più se tentano di farti stare zitto: “Ah, non parlare di questo”. C’è stato un primo incontro molto intenso. Abbiamo invitato persone di tutte le nazionalità e religioni della regione. C’erano polacchi, ucraini, bielorussi, lituani, rom e poi cattolici, protestanti, ortodossi… L’idea era di condividere canzoni, ma anche storie, ricordi. Era un modalità che avevamo già sperimentato nella nostra pratica teatrale alternativa. Facevamo queste spedizioni nei villaggi per incontrare i vecchi, riscoprire le vecchie canzoni, le tradizioni e così via. Per cui sapevamo come farlo. Ma improvvisamente sono successe due cose. Una è stata la reazione emotiva delle persone attorno al cerchio: alcune hanno cominciato a piangere. Per la prima volta dopo tanto, tanto tempo, erano tutti insieme, di nuovo, e potevano raccontare ed essere ascoltati. Poi è accaduta un’altra cosa. È stata un’intuizione... serviva della luce e allora abbiamo chiesto a dei giovani di tenere delle candele sollevate all’interno del cerchio per illuminare chi parlava. Ecco, improvvisamente ci siamo resi conto che era la prima volta che i giovani stavano ascoltando i loro genitori, i loro nonni. È stata una cosa potente e abbiamo capito che bisognava procedere lungo questa strada: organizzare iniziative in cui i giovani potessero parlare con i nonni, ma anche con i vicini… Periodicamente organizziamo una sorta di  “dialogo di tolleranza”, sempre nella sinagoga, invitando degli intellettuali. Di nuovo l’intuito ci ha suggerito di provare a coinvolgere dei giovani. Abbiamo indetto un concorso nelle scuole locali sul tema della cooperazione lungo i confini e i vincitori sono stati invitati a partecipare. Il primo giorno sono stati zitti, hanno ascoltato, ma il secondo giorno un giovanotto si è alzato e ha detto più o meno: “Ho fatto questo lavoro perché speravo di vincere un premio, ma -ha aggiunto- io odio i lituani! Hanno ucciso mio nonno, sono nazionalisti…”. A quel punto i lituani presenti se ne volevano andare. Li abbiamo convinti a restare, a non lasciare questo ragazzo da solo. Perché, nonostante l’aggressività, era la prima volta che veniva data voce a queste tensioni. Quell’episodio ha dato il la alla discussione e dopo due ore era nata un’amicizia tra questo ragazzo e alcuni lituani. Così, lezione dopo lezione, abbiamo capito come impostare i nostri programmi, come reinventarci, come decostruire questo palcoscenico. Ora abbiamo il teatro, ma le storie e gli attori vengono tutti dalle comunità locali. È il nostro modo di costruire un racconto comune di questa terra di confine, attraverso il dialogo tra generazioni e tra gruppi di differenti nazionalità.
Cosa sono le “Sejny chronicles”?
Le “Cronache di Sejny” sono un’iniziativa nata vent’anni fa che ha coinvolto ormai cinque generazioni; celebriamo la storia della città attraverso le storie orali tramandate dagli abitanti di Sejny. Gli attori sono in gran parte adolescenti che parlano e cantano in polacco, lituano, yiddish e russo. Il tutto avviene attorno a un modellino di argilla della città. Ad ogni passaggio, la vecchia generazione presenta la nuova, in qualche modo le fa da tutore, la inizia alle storie, alle leggende e agli aneddoti su Sejny. Ogni nuova performance è più lunga della precedente. È come un piccola epica di comunità, che nel tempo si arricchisce, abbracciando sempre più storie, più persone, più ricordi, più canzoni. Anche se gli ebrei non ci sono più, pure la loro voce è rappresentata nella performance.
C’è ancora antisemitismo?
Non credo di poter rispondere di no. Sono fenomeni che è difficile considerare risolti per sempre. È un po’ come con i pregiudizi, a seconda dei periodi possono essere più forti o più deboli. Purtroppo, credo che l’antisemitismo stia crescendo di nuovo, per le paure innescate dalla globalizzazione, ma anche dal processo di integrazione europea; i nazionalismi, i sovranismi crescono e si alimentano anche di capri espiatori... A Sejny abbiamo fondato pure un’orchestra klezmer: come nei chronicles, le generazioni si avvicendano, entrano continuamente nuovi membri. È un’orchestra locale, fatta di giovani. Quando suonano nella sala della sinagoga a volte non si trova posto a sedere. L’orchestra ormai è conosciuta e apprezzata e viene invitata a suonare a matrimoni, anniversari, feste; l’anno scorso hanno realizzato un cd; importanti musicisti vengono a Sejny proprio per suonare con loro. Mandare i figli all’orchestra klezmer, anziché al coro della chiesa, resta una scelta coraggiosa, anche se le cose stanno cambiando. Tra le persone sta maturando la consapevolezza che anche quella musica in qualche modo ci appartiene e ne siamo orgogliosi.
Come avete conquistato la fiducia degli abitanti di Sejny?
Alla fine penso che, al di là delle nostre idee, la fiducia sia nata a partire dal riconoscimento di un saper fare. Hanno iniziato a seguirci quando hanno visto che sapevamo fare delle cose, che abbiamo delle competenze e che in ogni cosa che facciamo puntiamo al massimo livello artistico possibile. È la fiducia nell’artigiano. In fondo noi possiamo essere in disaccordo su tante cose, ma siamo costretti a riconoscere se questo tavolo l’ha fatto un bravo carpentiere o no. Se non avessimo dimostrato di saper fare il nostro mestiere, nonostante le migliori idee, non avremmo avuto successo. Per loro era importante sapere che affidavano i figli nelle mani di buoni artigiani, che chiedono molto proprio perché prendono il loro lavoro seriamente.



È un po’ come nella costruzione di un ponte, non puoi prenderla alla leggera, le chiacchiere contano poco, un ponte è un ponte, deve stare su. La fiducia poi ha bisogno di tempo e condivisione e quindi è contato anche il fatto che noi appunto decidessimo di fermarci, di vivere qui, di mandare i nostri figli nelle scuole del villaggio che, insomma, entrassimo a far parte della comunità.
In tutti questi anni vi siete trovati a relazionarvi con amministrazioni locali di diverso orientamento. Avete avuto problemi?
È una domanda interessante. Diversi amici, quando hanno saputo che saremmo diventati un centro riconosciuto dalla Regione, si sono preoccupati: “Ma così perdete l’identità, l’autonomia”. Oppure: “Vi diranno cosa dovete fare, influenzeranno i vostri programmi, vi censureranno”. In trent’anni non è mai accaduto nulla di tutto questo. Nessuno ci ha mai detto: “Noi vi diamo i soldi, per cui dovete fare questo e non quest’altro”. E non siamo mica un partner facile! Abbiamo pubblicato anche libri molto scomodi sulle responsabilità della Polonia nello sterminio degli ebrei. Alla fine l’unico vero esame da superare è quello della nostra comunità.
Avete pubblicato anche la prima edizione del libro di Jan T. Gross, Vicini, sul pogrom del villaggio ebraico di Jedwabne, avvenuto per mano polacca.
Sì, all’epoca ricevemmo molte pressioni da parte dei partiti di destra che volevano farci chiudere. Tra l’altro facevano parte della coalizione di governo regionale. Ricordo che ricevevo telefonate preoccupate da giornalisti del “New York Times”, della “Frankfurter Zeitung”, ma anche dall’Italia... Noi però non abbiamo voluto sollecitare pressioni esterne. Volevamo che la cosa trovasse una soluzione a livello del governo regionale e così è successo: è stato in quella sede che siamo stati difesi e che la nostra posizione è prevalsa. Solo dopo anni abbiamo saputo che uno dei dirigenti regionali, un conservatore, ci aveva sempre difeso, dicendo: “Sì, possiamo essere in disaccordo, ma hanno il diritto di pubblicare e di tenere aperta la sede”. Forse, se fossimo stati degli outsider, una ong straniera, o l’editore di un paese vicino sarebbe stato diverso. Paradossalmente la nostra forza viene proprio dal fare le cose qui, nel nostro centro. Ovviamente ci sono voluti anni di presenza, lavoro e impegno per arrivare a questi risultati. Alla fine quello che conta è la fiducia che si viene a creare, il nostro impegno costante, anche il fatto che non abbiamo mai lasciato nessuno da solo. Il mondo liberal tende a giudicare, a stigmatizzare, a lanciare facili accuse di razzismo. Noi non usiamo mai questo linguaggio. Non abbiamo mai preteso di stare al di sopra delle persone. In fondo nessuno di noi può sapere come ci comporteremmo nelle stesse circostanze. Il nostro impegno è volto a comprendere l’altro, a dare spazio alle memorie dell’altro, alle sue sofferenze; attenzione: anche alle sue colpe. Perfino nelle situazioni più terribili, la ex Yugoslavia, il Caucaso, ecc., dove i conflitti hanno visto le popolazioni dividersi e combattersi, resta sempre qualcosa, un filo che tiene unite le persone, un ricordo positivo, un segnale di buona volontà, un gesto… Purtroppo manca la cultura per recuperare e valorizzare tutto questo. Abbiamo imparato a isolare e stigmatizzare il diverso. Non siamo ancora capaci di fare l’operazione inversa. Manca un linguaggio, uno spazio, dei rituali. Il nostro lavoro è volto anche ad aprire alla possibilità di essere differenti, di liberarsi dai pregiudizi, dai sensi di colpa... Questo concetto del “piccolo centro del mondo” significa non fuggire da te stesso, dal posto in cui vivi, assumertene la responsabilità, offrire nuove possibilità, dare tempo, investire nelle piccole cose, nei piccoli passi e nel lungo periodo. Tutti temi che forse la sinistra ha trascurato.
Come costruire una comunità che sia però aperta, tollerante, democratica?
Negli anni Ottanta c’era questo slogan: non c’è libertà senza solidarietà. Credo sia una delle più importanti lezioni che la nostra storia ci ha consegnato. Per decenni in Polonia e in generale nell’Europa centro-orientale le persone hanno costruito legami di solidarietà per ottenere la libertà. Il problema è che quando abbiamo ottenuto la libertà abbiamo perso la solidarietà. Oggi sappiamo che essere liberi ed essere solidali sono due cose diverse. Però la sfida è questa. Oggi il rischio è quello di chiudersi, di pensare solo ai “nostri”. Ma le fortezze sono destinate a crollare. Ho lavorato a lungo in Kosovo e ricordo bene la resistenza a qualsiasi idea di tornare a vivere assieme. A volte le persone vanno aiutate a separarsi, però la prospettiva deve rimanere quella di costruire una società futura più aperta. Può succedere che per ricostruire i legami si debba prima separarsi. Nella ex Yugoslavia hanno distrutto i ponti. Il ponte è sempre un simbolo potente e ambivalente, perché anche i tuoi nemici lo possono attraversare. La ricostruzione è una fase critica. Lavorando in questi territori mi sono talvolta venuti dei dubbi: non sarà che stiamo imponendo questa nostra idea del “borderland”, di un vivere insieme autentico? Non sarà che stiamo forzando? A Mostar, dopo che è stato distrutto il ponte (tra l’altro nella loro lingua dicono “ucciso”, quasi il ponte fosse un essere vivente), si è iniziato immediatamente a pensare alla ricostruzione. Perché la vita della città ne aveva bisogno. Ovviamente non basta. I nostri amici di Mostar ci hanno spiegato: “Grazie alla comunità internazionale, all’Unesco, ecc., il vecchio ponte è stato ricostruito. Esiste però un altro ponte, invisibile ma altrettanto reale, che ancora non è stato ricostruito, e per quello ci vorrà molto più tempo”. Spesso mi sento dire: “Sei così idealista, è un’utopia, stai con i piedi per terra!”. Ma siamo sicuri che i nazionalisti, i sovranisti siano più realisti di noi? In realtà i nostri progetti, le nostre aspirazioni riguardano cose molto pragmatiche. Il nazionalismo, anche se si presenta come visione realista, è un’ideologia artificiale, imposta dall’alto; non c’è niente di autentico. La cosa più naturale è che le persone attraversino i fiumi e costruiscano ponti. Non esiste città che si sia sviluppata su un’unica sponda. Noi passiamo dall’altra parte. C’è qualcosa dentro noi che ci fa attraversare il fiume, il ponte e questo qualcosa non si può fermare.
In Europa i fenomeni migratori hanno innescato reazioni xenofobe, con conseguenti chiusure comunitarie...
A Seynj non abbiamo vissuto questa esperienza. Prima che il nostro governo rifiutasse tutte le richieste di accogliere i migranti, alcuni giornalisti, considerando la presenza nell’area di alcuni gruppi di minoranze, hanno pensato che probabilmente qui la popolazione sarebbe stata a favore degli immigrati, per cui hanno interpellato il capo della piccola comunità lituana. A quel punto lui si è rivolto alla sua gente chiedendo: “Cosa ne pensate? Accettereste di accogliere degli immigrati?”. Quasi il 90% si è detto contrario. In quei mesi abbiamo invitato Jaroslaw Mikolajewski, che ha scritto un bellissimo libro su come gli italiani del Sud hanno accolto gli immigrati. Il libro ci aveva colpito, non tanto perché parlava di immigrati, ma perché parlava della reazione di un’intera comunità: un dottore, un insegnante, un sindaco, improvvisamente facevano vedere che c’era un altro modo, più umano, solidale, di reagire. Il fatto è che, quando qualcuno ti chiede cosa pensi di una cosa, a freddo, puoi anche dire che sei contrario, ma quando qualcuno bussa alla tua porta, proprio alla tua, beh, è tutta un’altra cosa. Va anche detto che la nostra gente in Polonia non ha esperienza dell’altro. È una società molto omogenea, per cui non è facile da un giorno all’altro diventare aperti, accoglienti. Nella crisi politica che abbiamo attraversato purtroppo l’immigrazione è diventata benzina per i populisti. Si torna sempre alla questione della comunità, della fiducia. È anche un problema europeo. La nostra Unione è di tipo economico-politico, la cultura resta nelle mani dei singoli stati e anche quando parliamo di dialogo interculturale pensiamo sempre alla cultura come a un’entità chiusa che dovrebbe dialogare con altre entità altrettanto statiche. Nella filosofia di Borderland invece la cultura è qualcosa di aperto, verso l’interno e verso l’esterno. Si tratta di allargarne il perimetro, di ampliare il significato di ciò che è “nostro”. Credo che questa sia una sfida cruciale per l’Europa.
Dicevi che ci sono voluti anni, ma oggi gli abitanti di Sejny dicono: la “nostra” sinagoga…
Ricordo ancora un viaggio a Cernivci, l’ex capoluogo della regione di Bucovina, ora in Ucraina, al confine con la Romania. Erano i primi anni Novanta e avevo questa guida, un abitante del luogo, che nell’illustrarmi i luoghi, anteponeva sempre il pronome “nostro”: “Questa è la nostra sinagoga, questa è la nostra chiesa cattolica, la nostra chiesa ortodossa, il nostro centro culturale polacco, la nostra casa della cultura romena…”. Era tutto “nostro”. Mi aveva molto colpito. Era il ritratto di un borderlander, una persona che conosceva le lingue, le culture, che sapeva comunicare. Non so se avete visto il film di Pawel Pawlikowski's Cold War. È ambientato nel contesto post-bellico polacco. Un pianista, etnomusicologo vuole costituire un ensamble folk nella Polonia comunista e per farlo organizza spedizioni nei villaggi per arricchire il repertorio. A un certo punto vanno nel villaggio dei lemchi, una minoranza etnica duramente perseguitata dal comunismo in quanto ucraini. Loro hanno questo canto polifonico, bellissimo, al contrario dal canto polacco, che è monotono. Quindi vanno e li registrano. Al rientro, mentre stanno ascoltando la registrazione all’interno della jeep, l’autista si gira verso di loro e commenta: “Bellissimo, ma non è nostro”. Una battuta piena di significato. Penso spesso a questa espressione: “È bello, ma non è nostro”. Come possiamo arrivare a dire “nostro”, di ciò che ancora non ci appartiene, e a dirlo in maniera sincera? Ecco, io credo che fino a che non impareremo a parlare questo linguaggio, a dire che anche questo è “nostro”, davvero “nostro”, non esisterà un vero “noi”, non costruiremo mai l’Europa. Qui c’è un grande lavoro da fare per tutti noi.
(a cura di Barbara Bertoncin)