Specializzata in formazione degli adulti, Paola Stradi ha lavorato sui temi del mercato del lavoro e dell’istruzione presso diversi istituti di ricerca del Veneto. Attualmente si occupa di orientamento presso l’Esu-Ardsu di Padova (Azienda Regionale Diritto allo Studio Universitario).

La parola “orientamento” può richiamare alla mente l’idea di uno sportello a cui rivolgersi per ottenere informazioni pratiche, qualcosa di magari necessario ma un po’ scontato, forse polveroso, dove passare rapidamente per raccogliere moduli, fascicoli illustrativi, dépliant… Da quello che ho intuito è invece ben altro. Perché ha a che fare con uno snodo importante nella vita delle persone, interviene in un momento di scelta, di dubbi, di incertezza. Perché è un luogo in cui si incontrano, o forse scontrano, le attese degli studenti e quelle delle loro famiglie, le prospettive del mercato del lavoro e i desideri di realizzazione dei ragazzi. In una società frammentata, complessa, con spinte contraddittorie, dove spesso le persone sono sole davanti alle alternative, la domanda di orientamento racconta probabilmente molto di quello che ci sta accadendo. Da questo punto di vista, ti senti in un osservatorio privilegiato?
In parte direi di sì. Il mio osservatorio è decisamente particolare, godo di una visione grandangolare, per utilizzare un termine fotografico, e la realtà sociale mi si presenta davanti con tutti i soggetti che ne fanno parte, in modo diretto -attraverso gli studenti e i post studenti- ma anche indiretto, avendo sullo sfondo le famiglie, la scuola, l’università. E ancora gli enti locali, la Regione, il mercato del lavoro, le associazioni di categoria, il sindacato, il mondo della cooperazione e del terzo settore, la formazione professionale a vario titolo. Lo studente che arriva, fondamentalmente, fa una domanda molto esplicita: “Cosa devo fare?”. Dietro questo interrogativo emergono bisogni impliciti che si dipanano a ventaglio sul vissuto interno, sulle aspettative, sulla conoscenza del mondo esterno, sul futuro…
Le criticità sono chiare: visto che i ragazzi non imparano a scegliere durante il loro percorso scolastico, la prima cosa che fanno quando arrivano al momento in cui bisogna farlo è delegare “in toto”. Il consulente diventa “colui/colei che risolve” le questioni varie, che si sviluppano come una cartella decompressa i cui file in sequenza possiamo dire che abbracciano il mondo. Gli orientatori hanno poi il compito (doveroso) di affiancare le fatiche delle famiglie che si trovano senza riferimenti sicuri davanti a un mondo tanto diverso dal proprio. Diverso perché gli adolescenti non sono quelli di solo vent’anni fa; perché i lavori non sono più gli stessi o perché anche quelli tradizionali che ancora esistono si svolgono in modo diverso. C’è poi una paura generalizzata del presente ancor prima che del futuro.
Come sei arrivata a occuparti di orientamento?
Direi che mi ha condotto il lavoro “sociale”, quello fatto come volontaria ancora prima che come professionista. Per diverso tempo, intorno ai 22-23 anni, mi sono occupata presso la Caritas di Caserta di formazione degli adulti, lavorando con le prime comunità di immigrati provenienti dal Senegal e dai paesi balcanici. Accostarmi a loro come persone a cui indicare possibilità di crescita personale, di inclusione sul territorio e di consapevolezza linguistica e culturale si è rivelato un lavoro molto intenso e gratificante.
Questa esperienza mi ha condotto ad aprire uno spazio di possibilità verso quello che era già allora (anche se non era codificato) il tema dell’orientamento alla scelta.
I miei studi avevano delineato una forte componente socio-culturale; attraverso il percorso di Scienze Politiche a indirizzo politico-sociale, avevo individuato alcuni ambiti di approfondimento. Mi interessavano soprattutto le persone con le loro storie, le loro diverse provenienze, le narrazioni articolate nelle scelte di vita frutto del proprio continuo adattamento (oggi si direbbe resilienti). Mi interessavano però anche le interconnessioni culturali, quello cioè che gli individui come corpi immersi in una collettività possono agire e modificare dall’interno (gruppi di cambiamento, convivenza generativa, modelli di partecipazione). Direi onestamente che gli studi hanno influenzato la mia azione di cittadinanza attiva e, viceversa, quest’ultima ha nutrito le mie scelte di approfondimento culturale e in seguito professionale.
Per diverso tempo ho lavorato nella ricerca sociale e nella tutela dei diritti dei lavoratori attraverso la Cisl nazionale e del Veneto e fondazioni di ricerca legate appunto al sindacato. Poi è successo che ho cominciato ad aver figli: credo che l’attesa del parto e la successiva attività di cura abbiano spostato il centro di interesse dalla ricerca all’azione.
Cosa significa concretamente occuparsi di orientamento?
Fino a una trentina di anni fa, l’orientamento aveva una forte valenza psico-attitudinale e, in alcuni casi, persino diagnostica. Veniva suggerito di fare orientamento a chi aveva delle carenze strutturali, a chi aveva vissuto dei fallimenti scolastici o professionali o a chi, semplicemente, non era stato colto dal sacro fuoco di sapere sin dalla tenera età cosa volesse fare da grande. Astronauta? Parrucchiera? Medico? Maestra? Falegname?
I cliché e gli stereotipi legati al genere, alla provenienza familiare e culturale, alla scarsa mobilità sociale, soprattutto nei territori collocabili nelle periferie e nelle zone meno urbanizzate o nelle campagne, erano talmente consolidati che ancora oggi si fa fatica a scardinarli.
In fondo non c’era bisogno di orientamento poiché tutto era già scritto nel Dna socio-culturale-territoriale. A meno che, come si diceva, non ci fossero dei problemi nella persona in sé che, poiché non riusciva ad adeguarsi a ciò che il mondo aveva stabilito per lui/lei, risultava refrattario/a a ogni progetto codificato.
Diciamo che questo tipo di orientamento era frutto di una rigidità sociale e scolastico-formativa radicata nel sistema di regole post-gentiliana, di un mondo del lavoro lineare e (apparentemente) prevedibile, di un modo deterministico di chiudere la complessità in stanze ben sigillate non comunicanti tra loro.
Dopo di che il palco è crollato. Nel senso che non eravamo più quello che pensavamo fossimo (per fortuna) e allora anche il modo di affrontare il domani, oltre che l’oggi, ha portato alla consapevolezza che tutti abbiamo bisogno di imparare a scegliere lungo il nostro cammino di vita. E ci sono tanti modi per farlo, sicuramente prima si comincia, fin da piccoli, e prima si prende confidenza nei giusti tempi con queste abilità importanti, indispensabili per la propria crescita culturale, professionale e personale tout court.
Le cose sono cambiate decisamente negli ultimi trent’anni anche se, come per tutti i fenomeni sociali, c’è sempre una convivenza di vecchio e nuovo che è la cifra che caratterizza ogni transizione.
Attualmente io mi occupo di orientamento presso l’ente regionale per il diritto allo studio legato all’Università di Padova. Questo comporta naturalmente dei punti di forza ma anche delle criticità. Sicuramente se a fornire orientamento è una struttura pubblica viene garantito un servizio che rientra nell’alveo di un diritto costituzionalmente riconosciuto e come tale si articola nei principi di equità, competenza, imparzialità e pari opportunità, cardini imprescindibili del diritto allo studio. L’articolo 34 della Costituzione cita esplicitamente l’universalità del diritto di raggiungere il grado più alto dell’istruzione includendo i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi. Questo diritto viene reso concreto, per esempio, con borse di studio, assegni alle famiglie o altri benefici che sono attribuiti per concorso. Diciamo che la vecchia dirigenza dell’Esu di Padova è stata lungimirante e, dentro l’area dei diritti costituzionalmente garantiti, ha previsto ci fosse il diritto a essere informati e orientati e così è nato lo spazio Informazione e Orientamento.
Quali attività svolgi?
Il mio lavoro è estremamente vario con tutti i suoi pro e i suoi contro.
Intanto la domanda di orientamento viene da: studenti medi e superiori, diplomati, universitari, laureandi, chi deve decidersi dopo l’anno sabbatico (ora va di moda!), genitori afflitti, a volte nonne, più raramente zie (non sto scherzando!). Poi ci sono i singoli professori, i dirigenti scolastici; ci sono i partner del territorio che hanno disperato bisogno di mettersi in rete; ci sono le richieste istituzionali interne del mio ente e quelle esterne da cui dipendiamo, come l’Università.
Va anche detto che di questo “mestiere”, non esiste un ordine professionale, pochi gli atenei che propongono corsi mirati o, quelli che esistono, sono legati alla dimensione strettamente psicologica.
Il fatto è che in orientamento non necessariamente bisogna avere una laurea in psicologia, anzi! Quello che voglio dire è che, chi si occupa di orientamento deve avere uno sguardo dilatato, capace di andare oltre l’aspetto specifico delle singole discipline. Sono utili elementi di sociologia, pedagogia, formazione, andragogia, economia del lavoro, psicologia sociale, analisi dei processi culturali, filosofia, storia… le scienze umane nel loro complesso sono tutte chiamate in causa e con pari dignità convivono e si mescolano le une con le altre per essere efficaci.
Le attività che svolgo sono tutte, dico tutte, contaminate e, di conseguenza, le fonti che utilizzo non sono mai “pure”. È quello cui accennavo prima: c’è chi non riconosce autorevolezza a questa modalità perché ne evidenzia il rischio di frammentazione. In realtà l’ibridazione dei saperi non contiene in sé approssimazione, anzi, cerca di trovare una pluralità di radici che si estendono in maniera trasversale abbracciando diversi ambiti.
Puoi raccontarci una tua giornata?
Allora, orientare è innanzitutto ascoltare ed è questa la prima cosa che faccio quando arrivo in ufficio. Le richieste (le più varie) mi giungono via mail, per telefono o direttamente bussando alla porta e sono tanto diverse tra loro.
A volte sono richieste informative, procedurali, legate alla richiesta dei cosiddetti benefici degli studenti: borse di studio, case dello studente, procedure informatiche, date di scadenza, tasse e così via. Naturalmente io non posso dar loro sempre risposte esaustive e immediate: a volte sì, altre volte contatto colleghi che si occupano di quella specifica richiesta, altre volte ancora le persone vengono indirizzate in altri uffici, altri enti, altri partner, fuori dalla struttura Esu. Questo tipo di attività è, ancor prima che una soddisfazione a una domanda aperta da una “non conoscenza”, una sorta di decompressione dello stress.
Sembra uno scherzo ma non lo è: chi ha bisogno di informazioni, soprattutto se entra nel meccanismo burocratico, ha fondamentalmente necessità di sentirsi accolto e ascoltato. Magari personalmente non ho la risposta ma posso indirizzarlo. È una sorta di accoglienza di secondo livello. Proprio ieri mi è capitato un ragazzo fuori sede, al primo anno di magistrale, catapultato da un giorno all’altro in un contesto a lui prima sconosciuto: cercava indicazioni sull’alloggio ed è entrato nel mio ufficio per caso. Bene, siamo stati insieme una mezz’ora, gli ho fornito indicazioni generali, dato del materiale e alla fine mi ha esplicitamente detto che in quella mezz’ora gli era cambiata la prospettiva, l’umore e, in pratica, gli si era abbassato il livello dell’ansia.
Ecco, io credo che una parte del nostro lavoro debba essere un po’ questo: ascoltare, fornire mappe interpretative dei contesti, informazioni e chiavi di lettura che aiutino a decodificare il territorio, il clima, le trame culturali, anche una lingua locale se vogliamo…
Questa cosa non è scontata: tra l’altro gli enti pubblici godono di fama di asetticità, di trascuratezza dei locali, di tecnicismi dei linguaggi e di freddezza procedurale. A volte le persone vanno via chiedendomi quanto costano i servizi che forniamo semplicemente perché li ho fatti entrare oltre la soglia e i locali sono decorosi, spaziosi, colorati e non sanno di scartoffie…. In una parola: accoglienti. Questa attività informativa di solito si risolve con un contatto, magari un richiamo via mail o via telefono, ma è fondamentale che non sia sciatto, distaccato poiché è la porta d’ingresso per accreditare l’intero servizio.
Esiste poi un altro tipo di richiesta di informazioni: una domanda, cioè, che è chiaramente una chiave per essere coinvolti a un maggior livello di profondità.
Inizia così l’attività di counselling vera e propria, di accompagnamento, ed è molto delicata: i ragazzi ci arrivano come ho appena descritto oppure mi contattano tramite amici o via internet. Quando il link avviene invece attraverso i genitori è più faticoso, meno immediato, ci vuole più tempo per sdoganarmi come adulto dalla possibile alleanza genitoriale che non consente loro di aprirsi subito. Quando acquisto la loro fiducia allora si aprono…
Dicevi che l’approccio più efficace è quello narrativo.
Le narrazioni sono la traiettoria-chiave entro cui leggere la domanda espressa o inespressa del ragazzo e renderlo partecipe. L’azione di accompagnamento prevede un tempo lungo di studio personale: studio non tanto sul fruitore in sé (poiché la mia non è un’attività diagnostica pur se di indirizzo e quindi nel complesso valutativa), ma sugli strumenti che il ragazzo ha a disposizione per poter così offrire un supporto di consapevolezza, nell’interpretazione della visione dei fatti, nella lettura degli avvenimenti scolastici ed extra-scolastici. L’efficacia della scelta, in fondo, dipende da questo: una corretta comprensione nella lettura dei fenomeni (per prenderla alla larga) mi consente di orientarmi nel modo più corretto.
Quali aspetti tocchi, in particolare?
Ecco, diciamo che ci sono alcune aree prevalenti di approfondimento che cerco di mettere a fuoco con i ragazzi circa le loro biografie: gli aspetti del vissuto socio-educativo (scuola, famiglia, provenienza in generale), la sfera formativa (l’efficacia nello studio, gli stili di apprendimento insieme all’area allargata delle acquisizioni in contesti non formali e informali) e di relazione. Cerco di leggere con loro la dimensione del presente, quella dell’obiettivo professionale collegandola con i dati sui profili professionali emergenti, sugli andamenti previsionali del mercato, sulle nuove economie.
Molto del mio tempo lo trascorro quindi a studiare: non si può ripetere il già detto o lo scontato, non si tratta di assegnare un compito che devono ripetere… Si tratta piuttosto di consegnare chiavi di significato che saranno gli studenti a gestire.
Quali domande ti fanno i giovani studenti?
Domandano di tutto. La loro tentazione è quella di essere condotti per mano ovunque. Tra le richieste più buffe ce ne sono state un paio da incorniciare: “Vorrei che mi indirizzasse verso un corso di laurea che mi consenta di laurearmi presto e che, subito dopo, mi dia la possibilità di trovare un lavoro di soddisfazione di tipo impiegatizio …”; oppure “Secondo lei con questo corso di laurea posso trovare un’attività remunerata bene nel nord della Germania o in Svezia?”.
Il concetto è: non conosco il presente, non vedo futuro, per cui delego tutto al cosiddetto esperto, declinando ogni responsabilità. Esperto che diventa un po’ genitore, un po’ insegnante, un po’ tuttologo, quasi un dispensatore di oroscopi. Queste richieste non sono rivolte in realtà all’orientatore ma quasi a un avatar, un altro da sé che possa scegliere per loro.
Al di là dei casi estremi, in mezzo c’è tanto; c’è la normale incertezza e paura del futuro, ma c’è anche la voglia di esprimere un sogno senza fare una corretta analisi di realtà; c’è l’influenza della famiglia e c’è anche la spinta a girare e conoscere il mondo. A volte il difficile è far emergere “cosa mi piace” all’interno di un caos di informazioni diffuse, multiformi, che viaggiano senza il filtro della fonte autorevole, mentre all’opposto c’è una spinta a voler realizzare caparbiamente il proprio desiderio profondo, magari trasformandolo in un obiettivo professionale molto puntuale e articolato.
Le richieste sono davvero tante e così differenziate: mi fa sorridere chi pensa di far orientamento con “pacchetti” e moduli formativi pre-definiti, sequenziali, fissi; ogni individuo arriva con una domanda che non è mai uguale a quella di un altro. Il lavoro di un counsellor di orientamento è fondamentalmente quello di decodificare il non detto, l’implicito, di individuare il desiderio reale della persona cercando di non farsi depistare dallo stesso interlocutore.
Di quanto ce ne sia bisogno forse emerge anche da tentativi come quello di istituire i “navigator” della legge sul reddito di cittadinanza. Ma orientare, seppur in questo caso disoccupati e non studenti, non è per nulla facile…
Personalmente nutro grosse perplessità su questo nuovo personale (precario) selezionato dal Ministero del Lavoro per orientare altri soggetti (spesso coetanei e altrettanto precari) verso il mondo del lavoro. Non metto in dubbio la preparazione per titoli e curricula di questi specialisti; diciamo però che pensare si possa diventare orientatori grazie a un breve corso costruito all’occorrenza, sinceramente, mi pare quanto meno superficiale. Non vorrei essere polemica però se da una parte si è avuto l’indubbio merito di far parlare di orientamento, pur utilizzando un fastidioso e retorico inglesismo, dall’altra ancora una volta si utilizzano questi profili professionali cardine come veri e propri ammortizzatori sociali a termine.
Così, ne sono convinta, non può funzionare: non serve ai soggetti in gioco, non consente al territorio di evolversi e non serve alla politica che usa strumentalmente il bisogno e le criticità delle persone. Come non funziona il giro degli insegnanti precari nelle scuole il cui orario viene frammentato fra diversi istituti; o come quello dei medici specializzandi che colmano la mancanza cronica di strutturati nelle corsie dei più rinomati policlinici e via così…
Il lavoro sociale, di cura, di assistenza sanitaria o di accompagnamento educativo è considerato, senza mezzi termini, altamente sostituibile. Ci si arrangia, è sottopagato, se ne fa a meno, si delega al welfare familiare, in alcuni frangenti al supporto delle persone di buon cuore, ai doposcuola fatti da volontari, a chi, insomma, si tira su le maniche e si impegna.
La settimana scorsa ho avuto una ragazza che, contro ogni consiglio orientativo scolastico e familiare, ha deciso di intraprendere il liceo scientifico nonostante il suo rapporto con la matematica non fosse tra i più sereni.
Dopo due giorni di scuola -dico due!- si è resa conto che la sua scelta non era adeguata, ammettendo che aveva seguito i suoi migliori amici che, in gruppo, erano stati collocati nella medesima classe. Chi aveva mai ascoltato quella ragazza? Con chi si era confrontata? La scuola fa il proprio dovere protocollando i consigli orientativi come da normativa e orientamento è fatto (o così si pensa!).  
Credo sia molto indicativo…
In realtà ci sono diversi soggetti privati che in giro si propongono come orientatori: di solito però lavorano su una parte informativa più o meno approssimata, ma pochissime realtà lavorano sul “sé che attiva una scelta”. Si trovano ancora molti cultori di test psicoattitudinali che dovrebbero di per sé rilevare i tuoi talenti nascosti; con tutto il rispetto credo che abbiano una valenza assai limitata ai fini del benessere della persona, soprattutto se i test rimangono gli unici strumenti su cui ragionare per indirizzare un ragazzo. Il loro limite è che si rischia di attivare una sorta di delega in bianco allo strumento testistico o all’esperto -atteggiamento di cui si è già accennato- soprattutto se le cose vengono fatte in serie e non tarate individualmente.
Alla fine, quello che non è chiaro è che ogni scelta dovrebbe avere come obiettivo lo star bene di chi sceglie, che non sempre vuol dire assecondare il mercato del lavoro, magari calpestando il proprio sogno, senza neanche provare ad accoglierlo nella prospettiva di vita.
Approfondiamo questo punto…
Certo; allora io gestisco spesso progetti con le scuole coinvolgendo tirocinanti, altri professionisti o colleghi orientatori. Ho modo dunque di vedere i gruppi classe di quarta e quinta superiore ma anche delle medie. Mi piace molto il confronto di gruppo, in particolare con i più piccoli perché c’è ancora spazio alla dimensione fantastica, quasi onirica direi. Possono imparare a scegliere prima e, dunque, a posizionarsi in modo curioso, esplorativo, oltrepassando strutture e rigidità che ancora non si sono cristallizzate. I ragazzi degli ultimi anni delle superiori invece sembra che portino già l’ansia che abbiamo loro buttato addosso come adulti e come organizzazioni educanti. Spesso parlo con i genitori negli incontri organizzati dalle scuole e conosco dirigenti, insegnanti, figure strumentali (quei docenti cioè che vengono deputati a funzioni specifiche, tra le altre proprio l’orientamento) nelle situazioni di confronto spesso anche collegiale. Posso dire che la difficoltà in genere dell’adulto educatore e/o formatore nel fornire un equo consiglio orientativo sta nell’ansia di arginare il desiderio di futuro.
Voglio dire: l’ostacolo maggiore nel trovare il proprio spazio di realizzazione è l’essere immersi in una società altamente competitiva portando il carico e le attese di modelli culturali appartenenti alle generazioni passate, pur essendo proiettati nell’iper-dimensione tecnologica.
La scuola si trova all’interno di questa frattura: da una parte deve gestire spazi, procedure, didattiche e modalità organizzative superate e dentro questa dimensione rigida riesce a volte persino a diventare un luogo di resistenza sociale e culturale grazie a persone straordinarie che ci lavorano. Dall’altra, in quanto istituzione, perpetua una immobilità sociale che riproduce, stigmatizza, classifica… si adopera una sorta di tutela dal futuro, un rinnovare il presente così com’è, per fare in modo di limitare i danni (o supposti tali) che può provocare il cambiamento.
Si evidenzia una sorta di ostinazione a perdurare, come segnala Massimo Recalcati; prevale l’impulso a mantenere una pseudo-stabilità in modo che tutto si possa ripetere uguale. Se pensiamo bene, per alcune caratteristiche (pensa solo alla struttura di aule con file di banchi) la scuola è rimasta alla logica frontale di inizi novecento, quella da libro Cuore… peccato che tutto il resto fuori è cambiato. La mia è una iperbole volutamente esasperata, però in fondo non siamo tanto lontani e naturalmente non basta avere il registro elettronico per evolversi e neanche la Lim: la cosa più dura è rimanere quasi inamovibili, in un approccio metodologico di insegnamento unidirezionale e poco dialogico, imprigionati nei confini (che a volte assomigliano a barricate) delle diverse discipline.
Qual è secondo te la cosa più urgente da fare in ambito orientativo che renda più virtuoso il sistema nel suo complesso?
Innanzitutto comunicare tra soggetti del territorio: comune, provincia, regione attraverso gli uffici preposti all’orientamento, alla scuola, ai centri per l’impiego, ai progetti per i giovani; l’università, nelle funzioni di continuità formativa, inclusione e placement, le camere di commercio, i consorzi dell’alta formazione tecnica (Its), le associazioni di categoria, i sindacati, le cooperative, le fondazioni, le realtà del terzo settore… insomma gli attori non mancano e ognuno porta con sé una specificità preziosissima da mettere in gioco nell’intero scenario ma, ahimè, soffriamo tutti di una solitudine professionale perché non siamo in rete; a volte esistono degli sporadici partenariati formali ma niente di più.
Questo dunque il punto estremamente critico: le organizzazioni che rivestono funzioni educative, di orientamento, di formazione, di inserimento e inclusione, in generale non comunicano tra loro; o meglio comunicano principalmente attraverso i singoli soggetti che a modo loro si attivano e si espongono in prima persona e paradossalmente, hanno gli stessi fruitori! Manca un capofila organizzativo autorevole a cui viene demandata questa funzione di coordinamento. Pensa che spesso le persone fanno il giro tra uffici, vagano in modo caotico fino a quando trovano un proprio riferimento che deve ricomporre il percorso fatto. Una sorta di pellegrinaggio laico tra uffici, ma so di non dire niente di nuovo, capita per molte situazioni dell’ambito della formazione e della cura anche diverse dall’orientamento.
Sono un po’ radicale, capisco bene, ma sarà che ho troppo rispetto di chi si affida a me, a noi orientatori, perché ha bisogno di una guida…
Credo che ciò che viene chiamato long life guidance, e cioè orientamento lungo tutto l’arco della vita, sia un pilastro del diritto allo studio, anzi, ne è la prerogativa: tanti quindi i soggetti che si devono mettere in gioco per garantire questo diritto. E oggi i formatori che concretamente si relazionano e confrontano con chi deve scegliere sanno bene che non bastano, che da soli non ce la possono fare. Bisogna trovare vie di comunicazione efficaci.
Ritengo importante che i luoghi in cui si fa orientamento siano una sorta di hub, crocevia, contesti per incontrare altri studenti o post studenti che cercano strade, magari unirsi e fare un pezzo di strada insieme perché più si rimane isolati, più si fortifica l’idea che il mondo sia ostile.
Per questo, quando ho fondi in bilancio, organizzo occasioni esperienziali di gruppo in cui i ragazzi hanno la possibilità di mettere in gioco le proprie competenze trasversali (le soft skills di cui molti parlano) attraverso modalità formative attive. Dal potenziamento delle abilità di public speaking, alla costruzione di un percorso strutturato di scrittura creativa (siamo alla terza edizione ed è stato pubblicato un libro di racconti a cura di una casa editrice locale), dall’approfondimento di tematiche legate al lavoro e al welfare alla web reputation e al video curriculum veicolati attraverso laboratori guidati e testimoni chiave. Tutto, naturalmente, è finalizzato ad affinare gli strumenti e le visioni dei contesti, degli scenari-chiave entro cui mettersi in gioco. Accompagnare alla scelta, mai come in questo periodo storico, è azione strategica per aiutare le persone semplicemente a star meglio. In fondo è questo il senso del mio lavoro.
(a cura di Andrea Pase)