Luisa La Malfa, docente di storia e filosofia nei licei, si è occupata di politica scolastica sia nell’ambito del Partito repubblicano italiano sia come presidente (1980-2001) della Fnism, Federazione nazionale insegnanti. È stata presidente dell’associazione Progetto Donna e membro della Commissione nazionale per le Pari opportunità.

Hai trascorso l’infanzia durante il fascismo...
Sono nata a Milano nel 1935; all’epoca mio padre era alla Banca commerciale con Mattioli. Ho frequentato la prima elementare in quella città; erano i giorni in cui si raccoglieva l’oro per la patria, i ragazzini arrivavano carichi… non so di cosa. Ma i miei misero in quella busta, che ci avevano dato a scuola per farla riempire, forse un gomitolino di lana, insomma, una sciocchezza. Certo è che la maestra reagì: “Tu non ami la patria!”. E io tornai a casa in lacrime, ero una bambina che non amava la patria... Non so cosa mi dissero i miei genitori per consolarmi. Mi è rimasta impressa la mia disperazione per non essere abbastanza patriottica.
Poi arrivarono i bombardamenti. Conservo ancora quell’immagine: noi abitavamo in una casa nuova a Città studi, a Milano; era un edificio piuttosto alto, con un terrazzo. Non so se ci eravamo prima riparati in un rifugio, quello che ricordo perfettamente è che, finito il bombardamento, andai con i miei genitori sul terrazzo e intorno vidi un cerchio di fuoco... Tutta Milano era stata bombardata e c’erano incendi dappertutto. Questa visione è per me indimenticabile.
Dopodiché sfollammo a Bergamo, anzi a San Vigilio, sopra Bergamo Alta... Ci sono due funicolari, una da Bergamo moderna a Bergamo alta, e una seconda da Bergamo Alta a San Vigilio. Noi stavamo in una casa colonica, di proprietà, pare, di un gerarca fascista, un po’ isolata; vicino a noi c’era un villino molto più elegante del nostro, che apparteneva a certi signori Tulli, con cui non avevamo rapporti, ma che poi seppi erano comunisti, quindi erano antifascisti come noi. Mio padre ci raggiungeva la domenica, di lui ho questa immagine: Giorgio e io ai suoi lati e lui che ci legge l’Orlando Furioso nel lettone grande dei genitori.
Un altro fatto di cui ho una memoria nitida è quando nella casa di via Bassini, in Città studi, nella sala da pranzo (di cui ricordo ancora i mobili stile chippendale) mio padre e Adolfo Tino scrissero quel famoso memoriale sulla situazione italiana che Enrico Cuccia portò a Lisbona per consegnarlo a George Kennan, il quale lo diede a Sforza che lo fece uscire come articolo sul “New York Times” nel giugno del 1942. Poi, nel gennaio 1943, uscì il primo numero de “L’Italia Libera”, il giornale del Partito d’azione, con i punti programmatici, e tra questi vi era in primo luogo la scelta della repubblica. Croce, che era liberale e monarchico, si arrabbiò moltissimo quando lo lesse, e allora mio padre e Adolfo Tino andarono da lui, tentarono di placarlo e lo persuasero a scrivere una risposta. Croce accettò. Questa risposta, che doveva essere pubblicata sul secondo numero, finì in mano a Bruno Visentini, che era quello che portava le bozze in tipografia, tutto in modo clandestino ovviamente. Ebbene, non si sa come, Visentini perse l’articolo! All’epoca non c’erano le fotocopie, era una copia unica... A Croce parve un evidente boicottaggio e non ci fu più verso: divenne nemico giurato del Partito d’azione.
Poi tuo padre scappò in Svizzera.
Nel 1943 ci fu una serie di arresti; lui era in ufficio a Milano, il portiere della Banca lo avvertì che la polizia lo cercava così riuscì a fuggire da un’uscita secondaria.
Siccome a Milano non l’avevano trovato, vennero a cercarlo a San Vigilio. C’era una specie di aia di fronte alla casa, dove quel giorno mio fratello e io stavamo giocando; mia madre stava in casa. Erano due poliziotti: uno entrò in casa per interrogare mia madre, l’altro cercò di estrarre qualche notizia da noi. Ma Giorgio e io non ne avevamo. Girarono un po’ intorno, guardarono la campagna sottostante, sulla quale si affacciava il cortile della casa. Alla fine se ne andarono.
Era stato Bruno Quarti, un giovane studente di medicina, membro del Partito d’azione, ad aiutarlo a uscire clandestinamente attraverso il confine con la Svizzera. Sia Bruno che la sorella Mimma furono entrambi molto attivi e molto coraggiosi nella Resistenza. Bruno poi è morto giovane. A casa dei Quarti, dove noi andavamo, veniva anche Ada Rossi. Lei era molto affettuosa, soprattutto con mio fratello che aveva quattro anni meno di me, quindi era proprio piccino; molti anni dopo lei mi disse che provava una gran tenerezza. Un’altra frequentazione dei miei genitori era la casa di Riccardo Bauer. Lui da anni conosceva le carceri italiane e poi il confino….
Sì, era in cella con mio padre Vittorio; sono loro, Bauer e Rossi, che l’hanno fatto studiare! All’inizio pensavano fosse una spia. C’è una bellissima vignetta dove si vede che mio padre arriva nella cella, cerca di parlare con loro e loro..    
Lo snobbano! Noi frequentavamo la famiglia di Bauer. Conservo il ricordo di quella casa grande, buia, un po’ triste, piena di mobili antichi, di merletti, di porcellane, di ninnoli... e di giocattoli favolosi! C’era una casa di bambole e le bambole erano di porcellana, quelle d’un tempo…. Le sorelle di Riccardo e la vecchissima tata mi coccolavano molto quando andavamo a trovarli.
L’altra persona con cui i miei avevano rapporti a Milano -che io chiamavo “nonna Adele”- era una certa signora Adele Bonelli, madre di un comunista che stava in carcere. Anche lui morto giovane. La signora Adele era per me una nonna perché le mie nonne stavano a Roma e non le vedevo quasi mai.
Mio padre rientrò dalla Svizzera dopo il 25 luglio. Stette un poco a Milano, poi andò a Roma. Mia madre disfò casa e dopo l’8 settembre partimmo in treno per raggiungerlo. Fummo accolti alla stazione da un omaccione: aveva addosso uno di quei camicioni beige che un tempo portavano i tassinari, una specie di divisa. Ho un’immagine proprio nitida di quest’uomo. Ci disse: “Ugo è impegnato, ha mandato me”. Io bambina, ammetto, con un certo senso delle distanze sociali, percepite come le percepiscono i bambini, pensai: com’è che questo tassinaro conosce mio padre, lo chiama Ugo, perché sono amici? La cosa rimase lì così.
Nel ’44, dopo la liberazione di Roma, io fui portata quasi subito alle fosse Ardeatine: ancora c’erano le bare allineate dentro le grotte. E lì conobbi il nome di questa persona. Quel tassinaro amico di mio padre si chiamava Vittorio Buttaroni, era membro del Partito d’azione. È uno dei martiri delle Fosse Ardeatine. Fu una cosa che mi fece un’impressione enorme...    
Vi stabiliste quindi a Roma...
A Roma stavamo in una bellissima casa di fronte all’isola Tiberina, dall’altra parte del Tevere; all’ultimo piano c’era un grande e lussuoso appartamento che apparteneva a Filippo Caracciolo, console italiano a Lugano, antifascista e azionista, di cui mio padre era stato ospite durante la fuga e il breve soggiorno in Svizzera. Nei ricordi di Marella Agnelli Caracciolo si parla di quest’uomo, mio padre, che veniva fatto passare per l’istruttore di ginnastica; i tre ragazzi Caracciolo sghignazzavano quando lo vedevano fare goffi esercizi tanto che, pare, si ruppe pure un osso.
Avevamo dunque a disposizione questa casa dove convivemmo fino alla liberazione con Riccardo Bauer, che era il capo dei Gap a Roma, e Edoardo e Nella Volterra, antifascisti ed ebrei. Conservo il ricordo di mia mamma e Nella Volterra che giravano per Trastevere in cerca di cibo e rimediavano cose che oggi considereremmo immangiabili.    
Edoardo era un giurista, figlio di Vito Volterra, il grande matematico; lei era un’ebrea egiziana, una donna molto simpatica che mi mise in mano il primo libro in inglese, preso dalla biblioteca dei Caracciolo. Il mio incontro con quella lingua avvenne dunque attraverso Nella Volterra e le filastrocche che ci faceva leggere: “There was an old woman who lived in a shoe. She had so many children she did not know what to do”.
Di questa convivenza ho anche altri ricordi divertenti. C’era una stanza con una scala a chiocciola che portava su un terrazzo e da lì, attraverso altri terrazzi… insomma, era una via di fuga. A un certo punto mio padre e gli altri decisero di bloccare l’ingresso di questa stanza con un armadio, così da renderla un possibile nascondiglio invisibile in caso di una visita della polizia, di una perquisizione. Mio fratello era piccolo, nel ’43 aveva quattro anni. In quei giorni stava poco bene, per cui era a letto mentre veniva fatta questa operazione. Quando si alzò lo trovammo davanti a quest’armadio con le manine dietro la schiena che diceva tra sé: “Ma qui c’era una scala a ciottola!” e tutti un po’ ridendo e un po’ no, perché Giorgio era un chiacchierino molto pericoloso, a dire: “Nooo, ti sbagli!”. La seconda vicenda che riguarda questa via di fuga è che, dopo il giugno del ’44, tornando a casa una sera con mia madre ci accorgemmo che quella stanza era illuminata: cioè per tutto il tempo dell’occupazione, del coprifuoco eccetera, in quella stanza era rimasta la luce accesa! Questo per dire anche di certo dilettantismo...
In quei mesi di clandestinità passarono da quella casa in via della Lungarina molti personaggi notevoli. Tra tutti vorrei ricordare Francesco Fancello. Era un sardo con una faccia molto speciale; era stato vent’anni in carcere e girava con delle sciarpone intorno al collo per non farsi riconoscere. Ma proprio per questo lo riconoscevano tutti! Ogni tanto veniva e diceva tutto preoccupato di essere stato riconosciuto da questo o quel questurino di Regina Coeli... Per forza, ci aveva passato vent’anni e con quel viso segnato era talmente identificabile… Ecco, succedevano queste cose, con quei cospiratori improvvisati!
Comunque in questa casa, di notte, venivano fabbricati documenti e tessere false. Bruno Visentini, che era lo specialista, usava le finestre ribaltabili per ricopiare le firme. Noi stessi avevamo un nome falso, ci chiamavamo Cornali. Anche in questo caso io, essendo più grande, avevo capito che bisognava fingere di chiamarsi con quel nome, ma Giorgio, che aveva quattro anni, continuava a dire: “Ma io mi chiamo La Malfa!”. E mia nonna a cercare di convincerlo che si sbagliava: “Tu ti chiami Cornali, noi veniamo da Napoli e tu ti chiami Cornali...” “No! -insisteva lui- io mi chiamo La Malfa”. “La Malfa, vuol dire somaro!”, insisteva allora mia nonna. Insomma era proprio pericoloso e tutti cercavamo di impedirgli di parlare con gli estranei, col portiere per esempio, che poi in realtà ci disse che aveva capito benissimo che noi eravamo antifascisti. Certo è che bisognava stare attenti.
Rimanemmo lì fino a dopo la Liberazione. Io nel frattempo non ero più andata a scuola, avevo frequentato la seconda elementare a Bergamo e avevo saltato la terza. Dopo la liberazione feci un esame di recupero dalle suore di Nevers, che allora stavano sul Lungotevere vicino alla Sinagoga, e fui ammessa alla quinta che poi frequentai in via Tevere, ai Parioli.
Dopo la liberazione eravamo andati a vivere ai Parioli, in appartamenti che venivano requisiti e dati forse ai politici... questo non lo sapevo. L’ultima casa in cui abitammo ai Parioli era in una bellissima villa appartenente a certi nobili siciliani, con una vista stupenda su villa Borghese. Era un grande appartamento all’ultimo piano, diviso in due, da una parte stavano Ferruccio Parri e famiglia, dall’altra stavamo noi. Questo fino al ’56. La villa fu poi venduta (era forse già iniziato il “sacco di Roma”, come lo chiamò Cederna), demolita e al suo posto fu costruito il lussuoso Hotel Parco dei Principi, che io ho sempre detestato per lo scempio da cui era sorto. Noi ci trasferimmo in via Cristoforo Colombo, in quei casoni di cooperativa dove vivevano anche i Parri, i Nenni, Pertini e sua moglie, Giorgio Amendola e famiglia.
Dalla prima media fino alla terza liceo ho frequentato il Liceo Tasso. Ho avuto insegnanti straordinari, come Emma Castelnuovo, che insegnava matematica alle medie, e Antonio Cervi, indimenticabile insegnante di latino e greco, il professore di cui si era innamorata a Milano Antonia Pozzi, grande promettente poetessa, morta suicida giovanissima.
Dopo il liceo mi sono iscritta alla Facoltà di Lettere e Filosofia, a quella che adesso è “La Sapienza”. Lì ho avuto esperienze buffe ma per me anche drammatiche. Perché la Facoltà di Lettere e Filosofia era piena di ex azionisti e vecchi amici di mio padre sin dal tempo della Enciclopedia Treccani. Dunque succedeva che alla fine di molti esami il professore che mi aveva esaminata si alzasse in piedi e mi stringesse la mano dicendo: “Trenta e lode e tanti saluti a papà”. Io ero bravina e forse quel voto me lo meritavo anche, ma chi mi toglieva dalla testa che fosse stato dato a mio padre invece che a me? Così ebbi delle crisi tremende e a un certo punto pensai pure di passare alla facoltà di Scienze. Meno male che non lo feci altrimenti magari non avrei mai incontrato mio marito, Francesco Calogero, che allora studiava fisica. Ho avuto invece come professore suo padre, Guido Calogero, allora titolare della cattedra di Filosofia antica, di cui ricordo i bellissimi seminari sui Presocratici.
Mio padre e Guido Calogero si conoscevano dai tempi dell’Enciclopedia Italiana. Prima di andare a Milano mio padre aveva lavorato lì, insieme con tanti altri antifascisti perché, pur essendoci Gentile, anzi, direi, grazie all’intelligenza aperta di Giovanni Gentile, la Treccani era un covo di antifascisti. C’erano lo storico Federico Chabod, Nicola Turchi, storico delle religioni, il grecista Guido Martellotti, e poi, tra i collaboratori, c’era Guido Calogero. Lui e mio padre erano diventati amici, si frequentavano.
Il suo nome insieme a quello di mio padre e di altri sette azionisti si trova inciso su una lapide che ricorda la fondazione del Partito d’azione il 4 giugno 1942 in casa di Federico Comandini, nel quartiere Flaminio a Roma. Però Francesco e io non ci eravamo mai frequentati. Ci siamo conosciuti nel ’57 facendo politica all’università. Lui faceva fisica e io filosofia. E poi ci siamo sposati.
Bene, nel ’78, quando a un certo punto era emersa la possibilità che mio padre venisse eletto alla Presidenza della repubblica, ci fu un attentato, privo di conseguenze, nella casa dei miei a Tor San Lorenzo, sul litorale a sud di Roma. Fu buttata una bomba incendiaria nello scantinato e ci fu un piccolo incendio presto domato con l’intervento dei vigili del fuoco, i quali, peraltro, come sempre avviene, versarono litri di acqua e inondarono quei locali dove mio padre aveva portato parte del suo archivio personale.
Quando andammo a ripulire, tirammo fuori le carte e le mettemmo al sole. A un certo punto Francesco vede un foglio al sole sul prato, lo tira su, lo legge ed è una lettera del ’35 di Guido Calogero a mio padre che dice: “Caro Ugo, so che ti è nata una figlia, tanti auguri ecc.”. È stata una cosa emozionate, un po’ come ritrovare dei fili nascosti, una sorta di predestinazione…
Gli azionisti, anche se con il tempo si erano allontanati seguendo percorsi politici diversi, talora contrastanti, rimanevano legati da quell’esperienza. Si ritrovavano sempre. Voglio raccontare un episodio su tuo padre, Bettina, che riguarda mio fratello. È una cosa che lui mi ha raccontato.
Giorgio era stato eletto alla Camera dei Deputati nel ’72 in Piemonte. Era un giovane parlamentare, alle prime armi; forse mio padre volle metterlo alla prova. Fatto sta che ci fu una riunione sindacale in Piemonte e mio fratello fu incaricato di rappresentare il Partito repubblicano. Allora la situazione era incandescente, diciamo così; mio padre parlava di austerità e di politica dei redditi e i repubblicani erano accusati dalla sinistra di essere “servi dei padroni”; c’era insomma una grande ostilità nei loro confronti negli ambienti sindacali, soprattutto della Cgil. Mio fratello dunque entrò nella sala dove si teneva la riunione, il dibattito, non so bene, e fu accolto da un coro di fischi. Al tavolo della presidenza c’era Vittorio Foa. Ecco, tuo padre si alzò, andò incontro a Giorgio, gli mise una mano sulla spalla e lo accompagnò al tavolo. Il messaggio era chiaro: è sotto la mia protezione. Come dire, al di là delle divisioni politiche -allora stavano su posizioni molto diverse- c’era qualcosa che li univa profondamente ed era proprio l’esperienza del Partito d’azione, che tutti in fondo ricordavano con nostalgia. Che è poi il motivo per cui al nostro matrimonio piangevano tutti. Davvero! Francesco e io ci sposammo in Campidoglio nel 1959. La cerimonia fu officiata da Federico Comandini (detto “zio Federico”, perché era cugino di mia suocera) allora consigliere comunale. Leone Cattani fungeva da maestro di cerimonie. I miei testimoni erano Adolfo Tino e Oronzo Reale, quelli di Francesco erano amici nostri coetanei, Franco Salvatorelli e Gianna Polacco (la trattativa con mio padre era stata dura e il compromesso era appunto quello). Tra gli invitati, oltre ai nostri amici, c’erano tutti gli amici dei nostri genitori, molti amici comuni. Lo zio Federico fece un discorso, ma non di quelli che si usano fare ai matrimoni, un discorso tutto politico, tutto incentrato sul Partito d’azione, talmente intriso di rimpianto, che i presenti non riuscirono a trattenere le lacrime. Io mi voltai indietro, vidi che piangevano tutti e mi domandai: possibile che si commuovano per questo matrimonio? Poi capii, piangevano per il Partito d’azione che non c’era più… Il nostro è stato comunque un matrimonio che io definirei “endogamico”. Ce ne furono anche altri, meno duraturi.
La fine del Partito d’Azione era stata per tutti molto dolorosa...
Al congresso del Partito d’Azione del 1946 era emersa in modo irrimediabile la spaccatura tra Lussu e mio padre; Lussu rappresentava l’ala socialista, mio padre rappresentava l’ala diciamo liberal-democratica, non so come si può definire oggi, era liberal nel senso anglosassone. C’era stato il cosiddetto “taglio delle ali” per cui entrambi erano stati esclusi dagli organi direttivi. Mio padre uscì, e con lui Parri e molti altri. Rimase un nucleo, che partecipò alla Costituente, ma alle elezioni politiche del ’48 il partito era già finito, non c’era più. Credo si sciolse nel ’47. Mio padre era entrato nel Partito repubblicano; altri entrarono nel Partito socialista, qualcuno anche nel Pci. Poi ci fu il centrismo e, a volte stando al governo a volte fuori, i repubblicani erano in quella maggioranza. Invece il Partito socialista stava dall’altra parte. E soprattutto la “legge truffa” del ’53 produsse una notevole rottura. Da allora molti smisero di frequentarsi. Ripresero a vedersi col centrosinistra e negli anni successivi.
A casa discutevate di politica?
Mio padre c’era poco, era molto impegnato. Lui arrivava tardi, ma spesso io lo aspettavo, e allora parlavamo. Ricordo molte discussioni appunto sulla “legge truffa”; lui la difendeva… credo la considerasse un modo per rendere più stabile il governo basato sull’alleanza con i repubblicani e i socialdemocratici, per consolidare quel tipo di maggioranza. Invece la Dc si era ributtata a destra, aveva bisogno dei voti dei liberali, che erano a destra, ma soprattutto dei fascisti. Era il momento dei comitati civici, c’era tutta una pressione della Chiesa perché la Dc si spostasse a destra e usasse i voti dei fascisti… eh sì. Alle elezioni del ’53 non ebbero però la maggioranza che occorreva. Poi De Gasperi entrò in crisi e infine lasciò il governo. Venne Fanfani mi pare, e alla fine, nel ’60, ci fu il governo Tambroni. Allora mio padre era in clinica per un’operazione agli occhi e io gli raccontavo delle manifestazioni a porta San Paolo contro il governo alle quali partecipavo. Lui dalla clinica tesseva la sua tela per far nascere il centrosinistra.
Anche tu all’università hai iniziato a occuparti di politica.
All’università c’erano le varie organizzazioni degli studenti. C’era l’Intesa dei cattolici, c’erano i comunisti della Fgc e poi c’era l’Unione goliardica, che riuniva i laici, con Pannella, Rodotà, De Mauro, Spadaccia... Francesco e io ne facevamo parte. Eravamo un bel gruppo. Ci divertivamo molto. Alle elezioni del ’58 in cui ci fu un’alleanza tra i Radicali e il Partito repubblicano, mi ricordo che con una piccola automobile, la Topolino o forse la Cinquecento, andavamo in giro per i paesi del Lazio, Stefano Rodotà, Giovanni Ferrara e io, facevamo comizietti... Le elezioni andarono malissimo, ma quella mia prima compagna elettorale fu molto divertente.
Fu in quel periodo che iniziai a frequentare Francesco Calogero. Poi, come ho già detto ci sposammo. Dal 1961 al 1963 andammo a vivere negli Stati Uniti, prima a Berkeley e poi a Princeton. Berkeley era bellissima, non c’era stata ancora la rivoluzione studentesca di Savio, quella che ha anticipato il ’68 in Europa, però era un ambiente di grande libertà, molto vivace.
Francesco aveva avuto una borsa di studio molto generosa; avevamo anche una macchina, per cui attraversammo tutta l’America, da New York alla California, sulla famosa Route 66, la strada di Kerouac... Insomma, girammo molto.
Mentre eravamo lì ci fu la crisi dei missili di Cuba. Ci trovavamo a Washington in quel week end e sentendo il drammatico discorso di Kennedy, Francesco cominciò ad appassionarsi e a sviluppare una grande competenza sui problemi del controllo e della eliminazione delle armi nucleari. Dal 1989 al 1997 è stato segretario generale delle Conferenze Pugwash, un’organizzazione internazionale, fatta prevalentemente da scienziati di tutti i paesi, in particolare americani e sovietici, che favoriva incontri riservati, ma ad alto livello, per studiare possibilità di accordi sulla eliminazione delle armi nucleari. In tale veste ci recammo a Oslo, nel 1995, dove Francesco ricevette, a nome dell’organizzazione, il premio Nobel per la Pace. Ma questa è un’altra storia...
Al ritorno dall’America, ho vinto il concorso e ho cominciato a insegnare storia e filosofia nei licei. Intanto sono arrivati i due figli, Anna e Paolo. Con Francesco abbiamo avuto occasione di soggiornare all’estero anche per lunghi periodi. Abbiamo vissuto quasi un anno a Mosca (1969-70) e dieci anni dopo a Londra. Queste esperienze, in particolare quella moscovita, meriterebbero un discorso a parte.
Il tuo impegno politico si era incentrato sui problemi della scuola?
Io sono sempre stata vicina a mio padre politicamente; condividevo le sue idee, non ero molto di sinistra, ero di centrosinistra. Ho così iniziato a occuparmi di scuola nel Partito repubblicano. All’epoca, parliamo degli anni Settanta, il programma del Partito repubblicano prevedeva che la scuola secondaria si concludesse a 18 anni. Come avviene in tutto il resto del mondo, d’Europa sicuramente. A 18 anni bisogna uscire dalla scuola perché la scuola, così com’è, è un’istituzione concepita per i minorenni. Ecco, di questo si parla ancora oggi; e se ne parla in termini di sperimentazione!
Purtroppo, dopo la riforma della scuola media, l’unica riforma seria fatta dal centrosinistra nel 1963, non c’è stato più niente. Subito dopo bisognava fare quella della secondaria. E invece succedeva che gli uffici scuola dei partiti preparassero progetti di legge, talvolta unitari, talvolta separati, ma comunque con riunioni, dibattiti e tavole rotonde a non finire. Poi cadevano le legislature e si ricominciava daccapo. Fino a quando, all’inizio degli anni Ottanta, si è detto basta con le riforme di struttura, riformiamo i programmi. E lì è arrivata la famosa commissione Brocca, di cui ho fatto parte, per decidere i curricula. Anche quella una follia: certo, bisogna dare delle indicazioni generali sulla formazione di base, ma fare i programmi... Infatti poi anche quella esperienza è finita abbastanza malamente.
Nel 1981 ero intanto diventata presidente della Fnism, la Federazione nazionale insegnanti. La Fnism era stata inizialmente un’associazione di insegnanti di scuola media (da qui la sigla), fondata nel 1901 da Gaetano Salvemini e Giuseppe Kirner, ma alla fine degli anni Settanta fu allargata anche agli insegnanti di scuola elementare e materna: un’organizzazione fondamentalmente laica che negli anni Cinquanta era stata emarginata e schiacciata tra le organizzazioni cattoliche e quelle dei partiti marxisti. La riprendemmo in mano con grande fatica e devo dire che tenemmo botta, soprattutto quando poi arrivò il Concordato di Bettino Craxi con l’insegnamento della religione cattolica (anche se opzionale). Non so se vi ricordate quella battaglia.
Nel 1984 la Fnism organizzò un memorabile convegno a Roma al quale parteciparono Norberto Bobbio, Lamberto Borghi, un sacco di gente, bellissimo. Il ministero ci guardava con odio. Eravamo odiati anche dai sindacati: eravamo troppo laici anche rispetto all’ideologia… Il convegno fu entusiasmante. Fu lì che Bobbio sostenne appunto l’idea che esiste la libertà “nella” scuola e la libertà “della” scuola, che sono due cose diverse. La libertà della scuola è la libertà dei privati di istituire scuole “senza oneri per lo stato”, come dice la Costituzione. Ma la libertà nella scuola è invece la libertà di pensiero e quella solo la scuola pubblica la può garantire.
Quelli furono anni molto belli.
Tuo padre non c’era già più.
Mio padre era morto nel marzo del ’79. Aveva vissuto molto intensamente e da protagonista gli ultimi anni della sua vita. Si era battuto per un allargamento della maggioranza di governo al Pci, perché pensava che la situazione economica e sociale del paese (erano cominciati gli “anni di piombo”) richiedesse una grande unità delle forze democratiche e antifasciste. Era stato ministro del Tesoro nel ’74, ma era durato pochissimo, si era dimesso. L’Italia aveva chiesto un prestito al Fondo monetario, ma sul modo di trattare per ottenere questo prestito ci fu un conflitto tra mio padre e Giolitti, che allora era ministro del Bilancio. Lui se ne andò, diede le dimissioni e sparì per qualche giorno. Venne a stare a casa mia. E intanto i giornali scrivevano: La Malfa è fuggito in Svizzera... Qualcuno addirittura aveva diffuso la diceria che fosse fuggito con la cassa… Oggi le chiameremmo fake news. Invece stava qui, da me.
Il fatto è che lui era un fautore dell’austerità, però la sua austerità voleva dire non pauperismo, come fu malamente interpretato da taluni, bensì capacità di investire risorse nelle cose importanti, in quei servizi che rendono civile e anche vivibile un paese, e cioè l’istruzione, la sanità, i servizi sociali, insomma il welfare. Era contrario a una politica di indebitamento pubblico fatta per favorire le clientele elettorali, perché questa è stata la politica, anche del centro sinistra, in Italia, dal dopoguerra in poi; la politica della Dc alla quale però poi sia i socialisti sia i comunisti si adattarono benissimo. In realtà mio padre era un keynesiano. Oramai chi vuole una politica di controllo della spesa pubblica è considerato un neoclassico, un liberista alla Friedman, ma un tempo le cose non stavano così. Mio padre si era formato all’ufficio studi della banca Commerciale negli anni Trenta, al tempo di Mattioli; aveva studiato il modello della Tennessee Valley Autority di Roosevelt, il modello a cui avrebbe voluto si ispirasse la Cassa per il Mezzogiorno; non quello a cui poi si ridusse, una mangiatoia.
Quali sono stati per tuo padre, nel corso del suo impegno politico, i momenti di maggiore gratificazione?
Lui considerava come una grande gratificazione la Repubblica, l’aver ottenuto che l’Italia fosse una repubblica. Come forse sapete, Togliatti era venuto in missione a Salerno nel 1944, mandato da Stalin con l’idea di salvare la monarchia e tentare la grande conciliazione tra comunisti e conservatori italiani. Non tutti i comunisti erano su questa posizione (certamente non lo era Scoccimarro). Comunque Nenni era sicuramente repubblicano, ma era legato a filo doppio con i comunisti e quindi bisognava tenerlo agganciato alla posizione repubblicana. Questo fece mio padre. E raccontava questa scena, riportata anche nella bella intervista che gli fece Ronchey: dopo la liberazione di Roma, e le dimissioni del primo governo Badoglio, lui, Badoglio, si presentò a un incontro al Grand Hotel con il Comitato di liberazione nazionale, a braccetto di Togliatti. Venivano entrambi da Napoli. La loro idea era di proporre al Cln un governo presieduto da Badoglio: il re avrebbe abdicato a favore del figlio e la monarchia sarebbe stata salva. Fu lì che mio padre e Nenni si impuntarono, tennero duro e dissero: no, nessun governo con Badoglio, il governo lo fa Bonomi (che era il presidente del Comitato di liberazione nazionale), e quanto alla monarchia, il principe Umberto può avere la luogotenenza ma nessun legittimo investimento come sovrano. Fu così che la questione della monarchia rimase aperta per essere poi decisa con il referendum. E nacque il governo Bonomi. Ecco questa lui la considerava come una sua grande vittoria.
Poi lui considerava un suo successo, non solo suo ovviamente, di aver contribuito alla formazione del centrosinistra, cioè di avere staccato Nenni dai comunisti. Saragat non ne voleva sapere; mio padre era invece più d’accordo con Moro, che in quell’epoca era favorevole. Con Nenni non si vedevano in ufficio, ma a casa, al mattino presto, direi quasi in pigiama (abitavano sopra e sotto di uno o due pianerottoli) e lì decisero molte cose… Ci fu così la formazione, prima, del monocolore Fanfani con l’appoggio esterno degli altri; poi del primo centrosinistra di Fanfani con l’appoggio esterno dei socialisti, nel quale mio padre, ministro del Bilancio, presentò la famosa “Nota aggiuntiva sulla programmazione”; e infine l’ingresso dei socialisti nel governo Moro. A quel punto mio padre non era più al governo. Poi il centrosinistra lo deluse molto. Perché i socialisti si erano un po’ adagiati... Quindi all’epoca le sue battaglie furono prima per l’avvento del centrosinistra e poi per la programmazione e per la nazionalizzazione dell’energia elettrica. Fu una vittoria a metà perché la prima divenne col tempo pura chiacchiera, e la seconda fu fatta talmente male che si risolse in un guaio economico.
Ebbe però soddisfazione nel vedere una ripresa del Partito repubblicano, che era ridotto ai minimi termini. Fu eletto segretario nel 1965 e immediatamente si circondò di giovani e riuscì a rinnovarlo persino nella grafica (i manifesti di Michele Spera facevano scuola allora). Lui però diceva sempre che con lui gli elettori erano avari, ma anche con i socialisti era la stessa cosa.
Qual era il seguito del Partito?    
Con Spadolini si arrivò al 5%, fu una grande risultato, ma mio padre già non c’era più. Ai suoi tempi eravamo sotto il 3%. Era un partito piccolo, però con il sistema proporzionale in vigore allora era riuscito ad avere una ventina di deputati. Nonostante i numeri esigui lui era un personaggio abbastanza influente e molto rispettato. Craxi, in seguito, avrebbe tentato un’operazione simile, ma, a differenza di mio padre, cedette alle lusinghe del potere… Resta comunque vero che il sistema era sostanzialmente polarizzato: se la gente non voleva il comunismo, votava per la Democrazia cristiana, magari turandosi il naso e viceversa. Questa è stata la condanna di questo paese.
Un’altra cosa debbo dire a questo riguardo. Subito dopo la liberazione di Roma, nel ’44, mio padre scrisse una serie di articoli su “L’Italia libera”, il quotidiano del Partito d’azione, in cui rivolgeva a Nenni un invito pressante a rompere il patto di unità di azione col Pci per far nascere, assieme, una terza forza. Si consideri che fino a quel momento il Partito socialista era stato e sarebbe stato, ancora per poco, elettoralmente più forte. Infatti nelle prime elezioni politiche, ebbe più voti del Partito comunista, poi dopo cominciò la frana. Lui sollecitò molto Nenni a prendere una posizione autonoma, ma senza successo. Certo la storia non si fa con i se, ma è lecito domandarsi se l’Italia non avrebbe potuto avere tutta un’altra storia se Nenni avesse dato retta a La Malfa.
Dicevi che era di temperamento piuttosto focoso.    
Mio padre univa al grande rigore intellettuale, che tutti gli riconoscevano, anche una passione, direi morale, di tipo calvinistico. E talvolta si arrabbiava… Alla prima riunione della segreteria del Partito repubblicano, pare che gli altri, come da costume romano, si fossero presentati in ritardo, mentre lui era sempre molto puntuale. Rimase quindi famoso il posacenere che fece volare -e che però servì... In questo era rimasto molto milanese. Per entrambi i miei genitori gli anni a Milano rimanevano, nonostante il fascismo, una bellissima esperienza: forse anche perché erano giovani, si volevano bene, mettevano su famiglia. Del resto Milano era ed è piena di meridionali. I migliori amici di mio padre, a parte Mattioli, che era poi un abruzzese, erano Adolfo Tino che era di Avellino, e Enrico Cuccia che era siciliano…
Comunque mio padre poteva essere molto amato o molto odiato. Era umile con gli umili e arrogante con i potenti. Devo dire che questa cosa un po’ me l’ha trasmessa...
In Romagna era amatissimo: quando arrivava si riempivano le piazze... Era un bravo oratore, aveva un grande pathos nel parlare. Pensare che all’inizio... il suo primo comizio fu al Teatro Reale, subito dopo la liberazione di Roma. Ricordo che era così emozionato, tutti in famiglia eravamo tesi, poi però appena prese lo slancio...
Faceva sempre dei bei discorsi, anche alla Camera. In occasione del rapimento di Moro, fece un bellissimo discorso, drammatico, duro, improntato alla linea della fermezza. Quel giorno io insegnavo e, appena arrivata a scuola, mi dissero quel che era successo: una cosa terribile! Subito chiamai mio padre, non c’era il cellulare, lo cercai alla Camera. Lui venne al telefono, gli dissi: “Papà, ma questo è un colpo di stato, vattene, nasconditi”. “No -mi rispose- il mio posto è qui”. Rimase tutto il giorno al Parlamento, a presidio dell’ordine costituzionale. Il senso del suo discorso era proprio questo: noi dobbiamo stare qui a difendere lo Stato e siccome lo stato è in guerra dobbiamo difenderlo all’occorrenza anche con la pena di morte. Questo era il senso del suo discorso che poi fu molto criticato.
Però questa è già la fine. Il rapimento di Moro fu un colpo terribile. Lui amava molto passeggiare sull’Aventino e non si dava pace: “Ma dove può essere -diceva- com’è possibile che non lo trovino!”.
Mio padre ebbe un ruolo anche nell’elezione di Pertini nel ’78. C’era stata prima la sua candidatura, molto osteggiata da Craxi e molto tiepidamente sostenuta da alcuni settori della Dc e del Pci. Quindi l’ipotesi cadde quasi subito e venne avanti la candidatura di Giolitti, molto voluta da Craxi. Allora mio padre propose Pertini che raccolse il consenso di tutti. Durante la trattativa a un certo punto lui volle incontrare Pertini e questi venne, eravamo lì anche noi, accompagnato da Maccanico. Mio padre gli fece un discorso che mi commosse e al contempo mi fece quasi sorridere... Il senso era: “Ti affido l’Italia”. Gli disse qualcosa come: non l’ho potuto fare io perché non hanno voluto, ora occupatene tu. Fu davvero commovente… forse anche un po’ assurdo. Lui aveva un gran senso dello Stato.
All’inizio del ’79, con la crisi del governo Andreotti, Pertini volle affidargli l’incarico di fare un nuovo governo. La trattativa durò dal 26 febbraio al 3 marzo, ma i comunisti misero delle condizioni che lui non accettò e così non se ne fece niente. Sarebbe stato il primo governo a guida laica. Questo primato toccherà invece a Spadolini.
Quando è morto, nel marzo del 1979, era vicepresidente e anche ministro del Bilancio nel governo poi fatto da Andreotti. Non era affatto contento, ma sentiva di doverlo fare per salvaguardare un minimo di rigore nella gestione della cosa pubblica. Lo vidi due giorni prima che morisse e col senno del poi fu una specie di commiato: era stanco e molto sfiduciato.
Era nato nel 1903, a maggio avrebbe compiuto 76 anni. Ebbe un ictus la notte tra il 23 e il 24 marzo; io non c’ero, ero a Bruxelles per conto del ministero della Pubblica Istruzione presso la cui Direzione dei rapporti internazionali ero distaccata.
Quando tornai, il mattino del 24 marzo, sembrava che tutto l’aeroporto mi stesse cercando, ma non mi trovò, né io me ne accorsi. Presi la mia Cinquecento, tornai a casa e lì trovai tutti ad aspettarmi: la portiera, i miei cognati… io non sapevo niente… come prima reazione feci un ruzzolone giù per le scale, poi andammo a Villa Margherita, dove era stato ricoverato. Pertini era già arrivato, si era piazzato lì e non si mosse più fino alla fine.
(a cura di Barbara Bertoncin e Bettina Foa)