Vorremmo provare a capire cosa sta succedendo a partire da “noi”, quindi l’Europa, l’Occidente, ammesso che l’espressione abbia ancora senso...
Angelo Bolaffi. Devo dire che io mi ritrovo molto afasico, nel senso che mai avrei immaginato una tale evoluzione. Comincerei dal tema generale: l’Occidente. Forse val la pena provare intanto a spiegare questa espressione. I tedeschi non usano mai il termine classico Occidente o Abendland; loro usano quello americano “West”, cioè l’Ovest. La parola Occidente è infatti carica di stratificazioni storiche e culturali, e richiama anche tradizioni come quella della rivoluzione conservatrice. L’Ovest, invece, rinvia a un concetto più politico e novecentesco: quello che prende forma compiuta nel 1941, con la Carta Atlantica. È l’esito di una lunga rivoluzione che, dall’habeas corpus inglese, attraversa l’esperienza americana e la Rivoluzione francese, per poi estendersi progressivamente fino a definire, nel secondo dopoguerra, l’orizzonte politico e istituzionale entro cui si pensava dovesse svilupparsi l’Europa.
Anche Winkler, decano degli storici tedeschi, ha detto che il tema oggi è quello di un nuovo Occidente, cioè Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Canada ed Europa. Benissimo, ma come e su quali valori? Aggiungo: esiste un’idea d’Europa a prescindere dall’idea di Occidente o di Ovest? Credo che oggi sia molto difficile dare una risposta.
Andrea Graziosi. Personalmente fino al 2010 ho vissuto con la testa nella storia dei paesi socialisti e nel socialismo e quindi non guardavo all’Italia o all’America, dove pure vivevo e lavoravo. Finito quel periodo, sono tornato a pensarci. Che l’Europa e l’America nel frattempo fossero diventate due cose diverse da quando c’ero andato la prima volta con mia madre nel 1966 era evidente. Nel 2010 era evidente che l’America era un altro paese. Così come lo era l’Unione europea che stava appunto diventando quella “a ventisette”: si era espansa a Est e quindi non era più un pezzo dell’Occidente del 1945, il West, come l’ha chiamato Angelo. Parliamo poi di un Occidente che, come creatura intellettuale, era stata elaborata, certo da americani e inglesi, ma anche da intellettuali ebrei scappati in America. Pensiamo a Hans Kohn, che secondo me è stato assolutamente fondamentale con la sua formalizzazione di un nazionalismo buono, civico, occidentale, contrapposto a quello cattivo, etnico, ed europeo-orientale; lui tra l’altro era un ex sionista diventato antisionista in quanto antinazionalista. Lo dico per notare che arriviamo molto in ritardo.
Voglio aggiungere una considerazione: questo “West” era altrettanto ideologico del socialismo, come costruzione. Ragionandoci, per me è evidente che la svolta era già visibile nel 1991, e che non l’abbiamo vista perché avevamo “vinto” e questo ha accecato tutti.
Sempre col senno di poi essa probabilmente si può far cominciare con la fine dell’immigrazione europea negli Stati Uniti e l’inizio di una nuova immigrazione da tutto il mondo, cioè a metà anni Sessanta. Oggi ci sono in America decine di milioni di indiani, messicani, latinoamericani. Ecco, pensa se oggi vincesse Rubio: a lui interessa l’America Latina, non l’Europa. D’altra parte, se vinceva Kamala Harris, le importava qualcosa dell’Europa? E a Obama quanto importava dell’Europa?
Parliamo di un paese che si era trasformato. Ci ho riflettuto molto in seguito. Negli anni Ottanta tutti i miei professori all’università erano vecchi ebrei, anche italiani. Adesso i corsi di storia europea sono rarissimi... Charles Maier mi ha detto che la storia tedesca, a Harvard, è la storia del Tanganika, come colonia tedesca. Forse esagerava per farmi capire la portata della svolta, però mi ha detto così. Insomma, è un mondo che vive in un altro pianeta rispetto a noi. Sono quindi molto d’accordo con quello che ha detto Angelo, nel senso della difficoltà in cui ci troviamo. Siamo rimasti abbarbicati a un concetto che era molto ideologico, molto carico, in cui p ...[continua]
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