Già nel suo ultimo romanzo, I figli sono finiti, del 2024, si evinceva un grande interesse per le nuove generazioni. Oggi torna ad affrontare il tema con questo saggio. Da dove viene questo suo interesse?
Mi è venuto abbastanza spontaneo tornare sull’argomento dei giovani, proprio perché avevo già fatto alcune ricerche per il mio romanzo. Ma me lo sono chiesto anch’io: perché i giovani? Nella mia vita pratica non ho molte occasioni di intercettarli. Non ho figli, ho un nipote che ha già 35 anni, quindi è fuori target; non ho mai insegnato nelle scuole medie e manco dall’università da vent’anni. Tengo corsi di scrittura, ma lì insegno a gente di tutte le età, dai 18 ai 50 anni, e anche più su. Penso che tutto dipenda dal mio essere rimasto, in qualche misura, adolescente. Non ho mai veramente vissuto la mia adolescenza, sono stato un giovane vecchio, non frequentavo coetanei, stavo quasi sempre in casa a studiare, e leggevo cose più adulte rispetto alla mia età già a 13 o 14 anni. È come se la mia fosse stata un’adolescenza non vissuta che mi è rimasta sul gozzo, e quindi sento il bisogno, un po’ bizzarro, di viverla ora, attraverso questi giovani. Per questo mi viene abbastanza facile mettermi nei panni di qualcuno che si ritrova a vivere la propria adolescenza in un mondo come quello di oggi, che mi sembra più difficile rispetto a quello che ha vissuto la mia generazione. Partecipo con la loro difficoltà di trovarsi schiacciati in un mondo schizofrenico, che fino a ieri li coccolava e li proteggeva e che oggi, di colpo, li vorrebbe forti e combattenti. Mi sono chiesto spesso come vivono questo doppio registro.
Ha insegnato all’università fino al 2007. Qual è stata la sua esperienza con i giovani millennial di allora?
Mi sembra che fossero assai più competitivi di questi. Intendiamoci: erano ragazzi che facevano l’università, quindi avevano già programmato un futuro difficile, di studio e competizioni; ma mi sembra che fossero meno presi dalla possibilità che esistesse un mondo totalmente estraneo alla realtà. Per loro, la realtà era una sola, ed era la stessa che vivevo anch’io. Adesso ho l’impressione che per questi giovani, la cosiddetta generazione Z, che vivono molto nel virtuale, ci sia la possibilità di avere un rapporto con la realtà in qualche misura più distaccato.
Se i giovani degli anni Ottanta e Novanta erano dentro alla realtà, oggi penso che molti giovani la realtà ce l’abbiano di fronte, come fosse un contenuto da postare, da osservare sentendosene, allo stesso tempo, fuori.
I sociologi parlano della generazione Z come quella dei “nativi digitali”. Nel libro usa una metafora del filosofo Luciano Floridi: a differenza delle generazioni precedenti, questi ragazzi sono abituati “all’acqua salmastra”, a quella confusa mescolanza di online e offline di cui è sempre più difficile distinguere i confini. Come dice verso la fine del saggio, citando Pasolini, sembra ammettere che “sia avvenuta una mutazione genetica”. Cosa intende?
Partiamo dal fatto che quasi tutti i ragazzi che ho intervistato per scrivere questo libro vivono in Europa e sono sostanzialmente borghesi o piccolo-borghesi. Non so quasi niente dei ragazzi più poveri; così come non so quasi niente dei giovani iraniani, ad esempio, che stanno vivendo una realtà talmente violenta che penso sia quasi impossibile per loro staccarsene e osservarla da fuori. Parlo quindi dei giovani piccolo-borghesi europei: per loro ho l’impressione che sia diventato piuttosto inessenziale il posto che occupano nella realtà, perfino quando si tratta di affermare se stessi. Ho trovato in molti una sorta di intercapedine di ironia rispetto alla loro stessa vita, come se non riuscissero davvero a prenderla sul serio. Pensiamo alle fiammate di ribellione che ogni tanto sembrano esserci di fronte alle grandi questioni, come quella di Gaza: hanno una durata piuttosto corta, senza continuità. Oggi, negli Stati Uniti, le cose stanno iniziando a cambiare, perché là si sta davvero creando u ...[continua]
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