Fondatore dell’associazione Iniziativa per la Libertà d’Espressione in Iran e membro del comitato esecutivo di Information Safety and Freedom.
Vorremmo parlare dell’impatto che ha avuto l’ultima guerra, la cosiddetta operazione “Ruggito del Leone” ingaggiata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, in particolare sulla popolazione che stava protestando contro il regime.
A febbraio, nei primi due giorni della guerra, che è durata poi 39 giorni, la gente festeggiava per le strade di Teheran. Ci sono i video e i social: all’estero c’erano party, perché erano stati colpiti Khamenei, i comandanti militari, i capi dei servizi di sicurezza. Non dobbiamo dimenticare che solo tra l’8 e il 9 gennaio si erano registrate, secondo alcune stime, oltre 30.000 vittime e, secondo altre, almeno 15.000. Si può quindi comprendere perché molti abbiano festeggiato. Gli iraniani erano infatti giunti alla conclusione che da soli non sarebbero riusciti a rovesciare il regime: erano scesi in piazza in 170 città, ma il risultato erano stati morti sulle strade e oltre 50.000 arresti.
A partire da gennaio, e ancor più durante i giorni della guerra, la repressione si è ulteriormente aggravata. Molti dei fermati nelle proteste di gennaio sono stati condannati e impiccati appena tre mesi dopo l’arresto, una rapidità piuttosto insolita persino per gli standard iraniani e giustificata dalle autorità proprio con lo stato di guerra.
Il problema è che uccidere un dittatore non vuol dire abbattere una dittatura. Infatti il regime si è rialzato, ha sostituito tutti i comandanti militari, alcuni in meno di ventiquattro ore, pure quelli dei servizi segreti, eccetera. Il sostituito di Khamenei era già pronto da anni: è suo figlio, che risulta gravemente ferito. Ancora non si è mai fatto vedere in video o in fotografia. Ad ogni modo, non c’è stato un vuoto di potere.
Dopodiché la gente ha cominciato a pagare le conseguenze della guerra: sono stati attaccati quartieri interi. Ci sono state più di duemila vittime civili. Poi i prezzi sono aumentati in modo considerevole, l’inflazione è salita dal 30% al 60%. Non mancano generi alimentari nei negozi, ma la gente non può comprarli.
Poi c’è stata la chiusura totale di internet; l’hanno riaperto nei giorni scorsi, però alcuni esperti mi spiegavano che ora è molto più controllato di prima. Gli iraniani accedono alla rete soprattutto con la telefonia mobile e non tutti gli operatori offrono un’apertura internazionale. A livello nazionale internet ha sempre funzionato: anche perché su quello si regge il sistema bancario. Il problema è l’accesso alla rete globale: hanno copiato il modello cinese, per cui dentro le cose funzionano, ma non puoi collegarti all’esterno; è cinese anche la tecnologia che hanno utilizzato.
La guerra infine ha fatto sì che qualunque manifestante potesse essere accusato dal regime di essere una spia del Mossad, della Cia o di Al-Quds, un traditore. Il silenzio imposto alla rete ha permesso una fortissima repressione e un’ondata inaudita di esecuzioni politiche. In cinquanta giorni sono stati impiccate quindici persone arrestate durante la manifestazione, cinque detenuti già in carcere da anni e una decina di altri, accusati di spionaggio. Tra questi anche non iraniani, come due cittadini iracheni. Tutto questo nel totale silenzio dei media. In quei giorni le linee telefoniche non si potevano utilizzare, tantomeno WhatsApp.
Solo con i telefoni di casa si riusciva a comunicare dall’Iran verso l’estero, però molti attivisti giovani non hanno il telefono fisso e non hanno i soldi per pagare una comunicazione internazionale, perciò le notizie di impiccagioni e arresti arrivavano con il contagocce.
Questo ha permesso al regime di intensificare la repressione in corso.
Ecco, questi sono i “danni da guerra” provocati, oltre il fatto che sono state colpite diverse fabbriche, perciò ora ci sono anche diverse migliaia di operai disoccupati.
Ora ci troviamo in questa sorta di tregua, che c ...[continua]
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