Il risultato delle elezioni in Sassonia-Anhalt ha provocato uno shock. La settimana precedente c’era stato anche l’attacco a Lipsia...
Nonostante l’apparente e paradossale contraddittorietà dei suoi risultati -la vittoria a valanga della AfD nel Land della Sassonia-Anhalt parzialmente confermata in quello della Pomerania Anteriore-Mecklenburg, e il trionfo della Linke nella capitale tedesca di Berlino- l’esito della tornata elettorale svoltasi in Germania ha un solo e drammatico elemento unificante: la evidente crisi del sistema democratico tedesco e l’apparentemente inarrestabile perdita di credibilità del Bundeskanzler Friedrich Merz. E di conseguenza, per la gioia dei nemici dell’Europa, in primis di Putin e del presidente americano Donald Trump (e con lui del suo vice Vance e di Elon Musk che avevano apertamente fatto propaganda a favore dei kriptonazisti di Afd) dell’indebolimento della potenza “centrale”, in senso economico, demografico e geopolitico, del Vecchio Continente, la Germania. Non solo. Infatti dopo la “secessione” dall’Occidente degli Usa, la Germania è oggi la principale forza di sostegno economico e militare dell’Ucraina e l’asse attorno al quale si sta edificando la “alleanza dei volenterosi”. Parlo dei paesi che maggiormente sono impegnati a rispondere alla guerra “ibrida” condotta dalla Russia di Putin che non riuscendo a conquistare sul campo la vittoria militare della sua “operazione speciale” cerca di raggiungerla per via indiretta puntando sull’indebolimento e forse sull’implosione delle democrazie dei paesi europei. Nella mente di Putin sembra risuonare la vecchia tesi di Stalin: chi controlla la Germania controlla il centro; chi controlla il centro controlla l’Europa. Nel 1952 Stalin inviò la famosa nota con cui proponeva ai tedeschi: voi rinunciate al riarmo, noi vi aiutiamo a realizzare la riunificazione. Adenauer disse di no, scegliendo l’Occidente. Ecco, è ciò che Putin vorrebbe rifare oggi, seppure in una forma diversa.
Quindi la Germania è in prima linea nella guerra contro Putin, e l’indebolimento di Merz è un problema per tutti. Perché adesso si comincerà a dire: aumentiamo le pensioni, non vogliamo le armi.
Tra l’altro è incredibile che in contemporanea Salvini e Conte, proprio alla vigilia delle elezioni del Sassonia-Anhalt, abbiano detto esattamente ciò che in Germania ha detto l’AfD e Lafontaine: i soldi servono per il popolo, questa è “isteria antirussa”, eccetera. Insomma, che ci siano o meno influenze e manipolazioni, questo risultato politicamente aiuta Putin e indebolisce Merz. Se poi aggiungiamo che tutti i leader politici europei, salvo la Meloni per ora, sono con un piede sulla fossa: Macron, Merz, Sanchez…
L’attacco di Lipsia, da questo punto di vista, è la conferma di una provocazione costante della Russia, che ovviamente non vuole entrare in guerra, perché non può, ma vuole indebolire la Germania. Oggi il vero pericolo, secondo me, è che vacillino i due elementi portanti della Germania e dell’Europa, cioè la Cdu e l’Spd. Non dobbiamo dimenticare che tutti i partiti storici che hanno fatto l’Europa, negli altri paesi, sono già scomparsi.
Quindi la domanda oggi è: la Germania che fa? Regge o non regge? Qui la questione militare e bellica è fondamentale. Königsberg, che nessuno ricorda, la patria di Kant e di Arendt, è in mano ai russi.
Churchill aveva detto a Roosevelt di non farlo ma il presidente era malato, stanco e così la concesse.
Quindi c’è questo elemento che non possiamo dimenticare e vedrete che sulla questione della pace, l’AfD monterà una campagna. È inoltre molto probabile che un primo governo con un proto-nazi o un neonazi sia fatto con l’aiuto di Sahra Wagenknecht, una di sinistra, una che vuole la pace con Putin, capito?
Da questo punto di vista c’è un’assonanza weimariana, ma solo un’assonanza.
Purtroppo prevedo che ora in molti salteranno su a dire: ecco, ve l’avevamo detto che c’era il pericolo che la Germania si riarmasse… dimenticando che c’è una guerra e che le sorti dell’Europa sono legate al suo esito.
Tu hai polemizzato con chi, nei mesi scorsi, davanti all’ipotesi di un riarmo, ha evocato il pericolo tedesco.
Qualche mese fa, su “Foreign Affairs”, la politologa Liana Fix ha citato una frase pronunciata nel 1921 da Ferdinand Foch, comandante in capo delle forze alleate, esponente del revanscismo e del militarismo francesi. Foch metteva in guardia contro il riarmo tedesco: “Se gli Alleati persistono nella loro indifferenza… la Germania si solleverà di nuovo in armi”, evocando così il ritorno del pericolo tedesco.
Allora, intanto andrebbe ricordato che il riarmo tedesco è avvenuto nel ’36, quindi quando Hitler era già al potere. Non solo: tutta la fase weimariana è basata sull’accordo franco-tedesco: Aristide Briand e Gustav Stresemann, artefici della distensione tra Francia e Germania, nel 1925, con il Trattato di Locarno, si mettono appunto d’accordo e fanno una pace, nel contesto della Società delle Nazioni, per la quale prenderanno pure il Nobel! Quindi c’è stato questo tentativo, nonostante la presenza di forze di destra ormai dappertutto: in Italia c’era il fascismo già da sette anni. In Russia c’era lo stalinismo con i suoi processi… Ecco, pur in una situazione complicata, si è cercata una soluzione.
Invece il “Foreign Affairs” va a citare questa frase sollevando un polverone sul cosiddetto pericolo tedesco. Mi chiedo perché.
Detto questo, aggiungo che la Germania è rimasta totalmente inerte fino alla svolta della Zeitenwende del 2022, la famosa “svolta” del cancelliere Scholz, che era appena stato eletto al posto della Merkel. È lì che arriva il cambiamento storico nella politica estera e di difesa della Germania. Ma, intanto va detto che la guerra in Ucraina era in corso dal ’14. C’era stata la Crimea e nel Donbass era in atto un conflitto a basso volume, almeno dal 2010-11. Nel frattempo c’era già stato -che tutti dimentichiamo- l’abbattimento del Boeing decollato da Amsterdam e diretto a Kuala Lumpur, che trasportava 298 passeggeri, colpito da omini verdi che non si sapeva se fossero ucraini russofoni o truppe russe mascherate, eccetera eccetera.
C’era stato infine l’Euromaidan, di cui noi non avevamo capito l’importanza. Io ero a Berlino e mi ricordo che già allora i Verdi tedeschi e una parte della Spd dissero: “Guardate che lì sta succedendo una cosa enorme”. Un paese, l’Ucraina, che dal punto di vista della dimensione è il più grande d’Europa, con quaranta milioni di abitanti, con una storia di tensioni molto forti con la Russia, che voleva firmare un trattato di adesione all’Unione europea.
Anche qui, ricordiamoci che tutto l’Occidente, a cominciare dagli americani, non li voleva. Pensiamo al celebre discorso di Bush padre: dopo la firma del trattato sulla riunificazione tedesca, si reca a Kiev e invita gli ucraini alla prudenza. Quel suo intervento passerà alla storia come il Chicken Kiev speech, il “discorso del pollo”. Il senso era: “Lasciate perdere, rimanete con i russi, state buoni, perché le sfere d’influenza sono quelle…”.
Poi c’è stato Helmut Schmidt: il cancelliere che, alla fine degli anni Settanta, di fronte agli SS-20 sovietici, spinse la Nato a reagire, pur mantenendo aperta la via del negoziato; scelta che rappresentò una spinta decisiva alla fine della Guerra fredda e alla caduta del muro di Berlino. Ecco, lo stesso Schmidt ha negato l’esistenza di un unico popolo ucraino, sostenendo che quella nazionale fosse un’identità costruita. È lo stesso Schmidt che considerava quelli di Solidarnosc dei rompiscatole e che, quando il generale Jaruzelski proclamò la legge marziale, ne approvò sostanzialmente la decisione. Esiste un testo di Egon Bahr, il celebre consigliere e braccio destro di Willy Brandt, in difesa delle sfere d’influenza.
Questo per dire quanto sia antica, anche nella sinistra tedesca, la tradizione dell’intesa con la Russia.
Comunque, anche dopo la Crimea e il Donbass, la Germania è rimasta legata alla Russia, con l’appoggio principalmente dell’Italia: i due maggiori fruitori del gas russo. Sappiamo che c’era proprio una lobby fortissima, di Schröder e della Spd, che mischiava interesse materiale e ideologia. Lo slogan “Non c’è pace in Europa senza i russi” è una vecchia tesi che risale a Bismarck e passa per Rapallo: insomma, una lunga storia. C’era poi una parte della Cdu che accettava questa linea obtorto collo, anche per la pressione esercitata dagli industriali. Merkel si trovava nel mezzo e ha gestito male questa partita, che si è rivelata forse l’aspetto peggiore del suo pur glorioso percorso. Aveva compreso il problema, tanto è vero che dal 2014 si era impegnata nella mediazione e aveva contribuito agli accordi di Minsk; ma poi, di fronte alle pressioni sul Nord Stream 2, sostanzialmente ha ceduto, sostenendo: “Non è una questione politica che ci riguarda: è un’iniziativa privata, si mettano d’accordo…”.
La Germania si trovava dunque in questa situazione in cui un po’ per interesse, un po’ per ideologia, un po’ perché veniva da una colpa storica, si era definita una “potenza di pace”.
E così arriviamo al 24 febbraio 2022.
Gli americani avevano capito da tempo che cosa si stava preparando, ma nessuno ha voluto crederci. Fino al giorno prima dell’invasione, persino Steinmeier, oggi presidente della Repubblica federale, continuava a ripetere: “Non può accadere”. In seguito ha fatto un’autocritica clamorosa.
Devo dire che alcuni esponenti politici tedeschi -Schäuble nella Cdu e Steinmeier nella Spd, ma mai Merkel- hanno riconosciuto apertamente l’errore: “Ci siamo sbagliati, chiediamo scusa”. Nel frattempo, però, la Germania aveva smantellato tutto.
Ecco allora la necessità della Zeitenwende, la svolta epocale. Al tempo della caduta del Muro si parlava della Wende, oppure della Wendezeit: il tempo della svolta, un passaggio vissuto come apertura e speranza di cambiamento. Zeitenwende, invece, significa letteralmente “svolta dei tempi”, cambiamento d’epoca. È un gioco di parole molto tedesco: la prima espressione evocava l’inizio di una stagione di pace; la seconda, dopo l’invasione dell’Ucraina, indica la fine di quella stagione e il rovesciamento dello scenario.
Questo passaggio dalla convinzione di vivere in una Wendezeit alla Zeitenwende è stato facile a dirsi, ma difficile a compiersi. Anzitutto perché ha incontrato un’enorme resistenza da parte di tutti. Del resto, nel 2016 non avevamo visto arrivare né la Brexit né la prima elezione di Trump. È quello l’anno fatale.
Insomma, non era stato un fulmine a ciel sereno. Anche gli americani lo sapevano; qui Obama è colpevole, perché non ha fatto nulla, ha detto: “Vediamo, aspettiamo…”. Bisognerebbe scrivere un libro sulle colpe di Obama in politica internazionale.
Per venire alla domanda, il risultato è che l’esercito tedesco non esiste. Di fatto la difesa della Germania è assicurata da 30.000 soldati americani. Pistorius, l’attuale ministro della Difesa, è l’unico che stia cercando di dare seguito a questa svolta. Ma parliamo di un programma almeno decennale, con un orizzonte che arriva al 2036-2039: difficilmente vedremo presto una Germania nuovamente armata. Pistorius lo spiega con chiarezza: prepararsi a una guerra non significa soltanto disporre di armi e soldati, ma anche avere ospedali in grado di accogliere i feriti, rifugi e infrastrutture adeguate; non è che basta mettere lì qualche cannone, bisogna poi garantire l’approvvigionamento delle truppe, eccetera. In sostanza, bisogna ricostruire tutto un sistema. Un lavoro enorme, tant’è vero che durante la Prima guerra mondiale tutto il capitalismo europeo è stato travolto.
In questi mesi la Germania sta ragionando sul servizio di leva che, come in Italia, era stato sospeso: tanto c’è la pace, non ci serve più. Per ora dell’introduzione di un servizio militare obbligatorio generalizzato non se ne parla. L’unica cosa di cui si parla è il Musterung, cioè una visita di leva, tra l’altro limitata soltanto ai maschi. È l’unico caso in cui nessuno ha protestato. Chi supera i 18 anni è obbligato -già qui ci sono state proteste e ricorsi- a presentarsi per essere visitato e nel caso dichiarato potenzialmente abile. Per ora tra quelli che vengono dichiarati potenzialmente abili c’è un incentivo materiale a chiedere una ferma.
Insomma, direi che siamo piuttosto lontani dal riarmo della Germania.
È vero però che dalla posizione pre-2022 a oggi c’è stato un mutamento, nel senso che la classe politica ha capito che la situazione è profondamente cambiata, che è potenzialmente rischiosa e che alla lunga la Germania è destinata ad avere un ruolo in tutto questo. Ho trovato infelice l’espressione usata da Merz -che, ahimè, di gaffe ne ha fatte parecchie- quando ha dichiarato: “Vogliamo costruire l’esercito convenzionale più forte d’Europa”. Pronunciare una frase del genere in un contesto europeo non è stata una mossa geniale. Tanto più che la Germania non possiede armi nucleari e, in base agli impegni internazionali assunti, ha rinunciato a dotarsene. Rispetto alla Francia e al Regno Unito, le due potenze nucleari europee, dispone di una capacità economica superiore; ma, allo stato attuale, sa di dover mantenere saldo il legame con gli Stati Uniti, perché senza la copertura americana l’Europa non dispone di una difesa adeguata.
Nei riguardi della Germania c’è sempre questa specie di schizofrenia: se non fa, è accusata di non fare, se fa, è pericolosa! Il ruolo della Germania, anche dal punto di vista strategico e militare, è decisivo, nel senso che è il paese al centro del vecchio continente ed è la terza potenza economica mondiale. La cosa che io trovo sempre sorprendente è questa continua oscillazione per cui, da un lato si vuole un esercito europeo e dall’altro se ne ha paura… Dovremmo trovare una via intermedia.
Del resto, la Nato ha sempre funzionato sulla base di questo equilibrio: le decisioni politiche vengono prese con il consenso di tutti gli alleati; il peso militare degli Stati Uniti è determinante, ma nella struttura di comando sono presenti molti europei, alcuni dei quali in posizioni di vertice.
La Germania dovrebbe avere il compito, non facile, di aiutare e coordinare questa attività di costruzione di una difesa europea. Ripeto, parliamo di cose lontane nel tempo, però è urgente iniziare a parlarne.
C’è la storiella di un principe Luterano, che disse al suo giardiniere: “Piantami una quercia”, e lui: “Ma guardi che qui ci vorranno cento anni”. “Appunto, comincia!”.
Poi c’è il rapporto con gli Stati Uniti. Si sente dire: “Dobbiamo rompere…”, va bene, ma bisogna allora esser pronti a fare la propria parte, anche in termini di budget.
Poi noi non dobbiamo dimenticare che già a gennaio 2017, dopo la visita a Washington, in cui Trump non diede la mano alla Merkel, lei, tornando, disse: “I tempi in cui la nostra difesa era assicurata sono finiti”. Quindi lei aveva capito, solo che da qui a trarre le conseguenze...
Questo per dire che la situazione era chiara già dieci anni fa.
Comunque nel frattempo si stanno delineando nuove alleanze, soprattutto nell’Europa centro-orientale e settentrionale: i paesi baltici e scandinavi, il Regno Unito, la Norvegia, la Polonia e anche l’Ucraina. A questi potrebbe aggiungersi la Germania, con la capacità economica necessaria a contribuire alla costruzione di un sistema europeo di difesa coordinato anche con i deterrenti nucleari britannico e francese.
Torniamo al risultato delle elezioni in Sassonia-Anhalt: che partito è l’Alternative für Deutschland?
Da noi c’è chi dice: “Bè, vabbé, c’è stata pure la Meloni…”. No! Con tutto il mio antifascismo, quanto a cattiveria, la Meloni non ha nulla a che vedere con l’AfD. L’AfD è nazista. Non è Bardella, che ha già cominciato a dire: “Vediamo, cerchiamo di metterci d’accordo”. Quelli dell’AfD sono filorussi, putiniani e sostenuti dall’altra parte dell’oceano da Vance, Trump, eccetera, perché, ripeto, se si indebolisce il governo tedesco, l’Europa salta.
L’ho spiegato anche ad alcuni amici tedeschi: insomma, Almirante è andato ai funerali di Berlinguer. Parliamo cioè di una forza radicata nel Parlamento italiano, per quanto fascistissima. Quelli dell’AfD, invece, è come se venissero dalla Luna: è tutt’altra cosa. Per questo lo shock è maggiore. Ora, io penso che la situazione si possa recuperare e che non ci sia, come dire, una “via ad Hitlerum bis”: è una stupidaggine. Certamente, però, è un trauma, una cesura.
Dobbiamo tornare a parlare dei paesi dell’Est. Attenzione, perché anche la Germania orientale fa parte di quel mondo. Non possiamo dimenticare che l’Ungheria ha avuto vent’anni di Orbán e che la Polonia ha avuto i fratelli Kaczynski. Tutto quel mondo, uscito dal comunismo, sembra esserci ricaduto. Della Russia non parliamo neanche.
Certo è che l’idea secondo cui, caduto il Muro, sarebbero venuti tutti ad abbracciare l’Occidente, si è rivelata sbagliata. Loro non ci stanno, per diversi motivi: risentimento, povertà, cultura, quello che volete. Però è un fatto. La grande illusione della “fine della storia” è finita. Oggi siamo all’ultima fase di un ciclo che si è ormai chiuso.
Anche perché, se l’Europa ha avuto un momento nel quale poteva veramente nascere, è stato negli anni tra il 1989 e il 2004, prima che francesi e olandesi votassero contro la Costituzione europea. Dopo è cominciata un’altra storia. Se ci pensiamo, l’Europa era nata con dei presupposti: che i russi fossero fuori e invece stanno dentro, che gli americani ci fossero e se ne sono andati, e che la memoria del passato contasse. Quando invece pare non conti più niente. Tuttavia, ripeto, da questo a dire che siamo al giorno prima di Hitler al potere ce ne passa!
Come si spiegano questi risultati? Abbiamo letto che si tratta di una regione praticamente senza immigrati.
Non ce ne sono infatti. D’altra parte sappiamo che esiste anche l’antisemitismo senza ebrei. In Sassonia-Anhalt c’è Wittenberg, dove nasce la riforma protestante; in Sassonia-Anhalt vivevano Bismarck, Nietzsche e Clausewitz; è il cuore profondo della Prussia, regione praticamente spopolata, dove ci sono pochissimi giovani e manca una vera società civile; non ci sono chiese, partiti, centri culturali, niente, è un deserto, un deserto di risentimento.
Come si spiega tutto questo? Intanto c’è un trend di crescita dell’AfD che inizialmente interessava le regioni dell’Est, ma ormai è presente anche all’Ovest, sia pure in dimensioni diverse, perché un 20% può essere un fatto fisiologico, ma 44-45% è un’altra cosa. Qui poi ha giocato anche un elemento di corruzione o di debolezza della vecchia democrazia cristiana. Perché la Dc tedesca sta litigando su due prospettive: aprirsi all’AfD o cercare i voti della Linke, due opzioni tradizionalmente entrambe da escludere. In realtà, in Sassonia-Anhalt, una gran parte del partito era per trattare con l’AfD contro la Linke; se si contano i voti passati dalla Cdu all’AfD, ci si rende conto che c’è stata proprio una secessione interna. Nel senso che comunque gli elettori hanno preso la loro decisione. È emblematico che non abbiano fatto fare neanche un comizio a Merz; perché dicevano che non portava voti.
Dicevi che si è riaperta la ferita Est-Ovest.
È così. All’Est sono rimasti orfani di Merkel. L’ex cancelliera, oltre ad avere un forte carisma, veniva dalle regioni dell’Est e quindi, in qualche modo, offriva un’identità a quelle popolazioni. Era come se dicesse: non è vero che tutto il nostro passato è da buttare; anche noi abbiamo dato un contributo… Adesso questa ferita si è riaperta e, negli ultimi tempi, si è molto incancrenita, dando luogo anche a un duro scontro tra intellettuali dell’Est e dell’Ovest. All’Est rivendicano una propria identità e contestano il modo in cui vengono continuamente ricordati loro gli aiuti ricevuti. Dall’altra parte, a Ovest, la reazione è: “Vi abbiamo finanziato per anni e adesso basta”. Questa, detta in modo un po’ brutale, è la contrapposizione. Anche perché quelli dell’Ovest aggiungono: “Ma come, ancora con i nazisti? Ancora?”. Ecco, si è arrivati a questo punto.
Aggiungiamo il fatto che veniamo da una serie di errori del cancelliere Merz, che viene dopo un cancelliere debole come Scholz, e che siamo nel mezzo di una crisi profonda del modello tedesco dal punto di vista economico e sociale (che si ripercuote solo parzialmente all’Est, perché lì ci sono poche industrie); tutto questo fa sì che aleggi l’idea di un crollo della Germania, che si diffonda un clima di profondo pessimismo, quasi di Untergang, di declino irreversibile.
Parliamo anche di un territorio che non ha avuto un’esperienza liberal-democratica e dove il rapporto con lo straniero è da sempre conflittuale. Dirò di più: durante il regime della Ddr, c’erano due forme di protesta che i giovani adottavano, una inneggiava al rock americano, ma l’altra al nazismo, e non perché loro fossero nazisti, ma perché era quanto ci fosse di più proibito dall’antifascismo di Stato; in Germania Est non hanno mai usato la parola nazismo, hanno sempre parlato di fascismo tedesco. Tutta la rielaborazione del passato che è stata fatta all’Ovest, la discussione sulla colpa, i libri, i film, all’Est non c’è mai stata. Il precipitato di questo mix, aggravato dalla crisi della forma classica di politica, ha portato a questo risultato. Tant’è vero che gli unici due partiti giovani, i Verdi e la Linke, non hanno perso molto perché sono riusciti a fare un po’ di politica, a comunicare. D’altra parte, vi immaginate oggi a cercare di recuperare con Rumor o Andreotti? Forse neanche Berlinguer ce la farebbe.
Aggiungiamo che la previsione di crescita dell’economia tedesca è ora stimata all’1,3%, e la Germania è la terza potenza economica del mondo, finché l’India non la sorpassa. La Volkswagen si prepara a una ristrutturazione globale che comporterà pesanti conseguenze anche per l’Italia del centro-nord, che fa parte della stessa catena di produzione. Parliamo di 50-60.000 posti di lavoro in gioco, il tutto senza un’ora di sciopero, il che significa che il modello delle relazioni industriali ancora tiene.
Infine, ha contato la capacità mediatica di questo leader, un giovanotto molto televisivo, elegante, che gira col vecchio motorino: il sogno dei giovani della Ddr che non se lo potevano comprare. Ora è tutto un revival del passato. Com’era bello il mondo della capanna dello zio Tom, sì, peccato che ci fossero gli schiavi! Ecco, adesso si rimpiange la Ddr perché non c’era il capitalismo, non c’era la concorrenza, eravamo tutti una famiglia. Ovviamente è tutta una bugia, però sembra funzionare.
Ora ci si interroga su come arginare quest’ondata. Si è parlato anche di mettere il partito fuori legge.
Per Costituzione sarebbe teoricamente possibile metterli fuori legge; però, oltre al fatto che si tratta di una procedura molto complicata, si rischia di ottenere un risultato controproducente.
Nella Costituzione tedesca, dopo l’esperienza di Weimar, è entrato il principio della democrazia militante. C’era già, diciamo, il famoso scritto di Karl Loewenstein, secondo cui non si poteva più consentire ai nemici della Costituzione di usare le libertà democratiche per distruggere la democrazia stessa. C’è la famosa frase attribuita a Goebbels: “Siete così stupidi da non capire che, una volta arrivati al potere, vi cacceremo tutti”.
Ecco, però, la Germania è uno Stato di diritto: non basta affermare che un partito è eversivo per metterlo fuori legge. La Corte costituzionale deve avere le prove che stia effettivamente operando per sovvertire l’ordinamento democratico.
Adesso i ministri degli interni dei Länder stanno prendendo delle precauzioni per evitare che, se arrivano al potere, con una legge possano cacciare via tutti. Ecco, questo si può fare, ma l’idea di metterli fuori legge... è troppo tardi. Si può provare a creare una barriera culturale, ideologica, ma mettere fuori legge un 40% della popolazione, come fai?
Per esempio, adesso stanno riattivando quello che era il Berufsverbot dei tempi di Willy Brandt, che allora valeva però soltanto per la sinistra. La struttura statale tedesca, a differenza di quella italiana, distingue infatti tra Angestellte, gli impiegati, e Beamte, i funzionari pubblici: sono due ruoli molto diversi. Il Beamte è una figura che viene dalla vecchia tradizione prussiana. I Beamte hanno maggiori diritti rispetto agli impiegati, anche dal punto di vista della Besoldung, cioè della retribuzione, ma hanno anche maggiori obblighi: non possono essere iscritti a organizzazioni ritenute eversive.
È un po’ quello che si faceva con la sinistra ai tempi di Scelba, quando noi tutti eravamo contrari. Comunque rimaniamo sul piano del singolo: puoi fare il maestro di scuola, ma se sei membro della AfD non puoi diventare membro della corte costituzionale. Ecco, siamo a queste possibili misure, che però non frenano l’avanzata di un partito.
Detto questo, sui giornali si è letto che in Germania “ha vinto la destra”, in realtà ricordo che parliamo di un piccolo Land, il quale ha delle competenze importanti ma limitate. Non può fare la rimigrazione, per dire; quello spetta al Ministero degli Interni. In Germania si vota tra due anni. Nel frattempo avrà votato la Francia, l’Olanda, l’Inghilterra, Trump non ci sarà più. Voglio dire, per ora il Parlamento tedesco rimane lì. Nessuno oggi pensa di fare elezioni anticipate, mica son matti! Io dico che bisognerebbe cambiare il cancelliere, però c’è qualcuno in grado di sostituirlo? Questo francamente non saprei dirlo. Certamente lui è un pessimo cancelliere e la Germania è un paese che vive dei cancellieri, è una Kanzlerdemokratie, una democrazia del cancellierato.
Dicevi della perdita della memoria del passato…
Gli anni passano e la memoria si sbiadisce. La generazione che è cresciuta nella memoria non c’è più. Habermas è morto, cioè è finita un’epoca. C’è sempre questa specie di Schadenfreude, quasi soddisfazione, di poter dire: “I tedeschi tornano a essere quello che sono sempre stati”. Tutta la generazione del 68, che ha iniziato a ripensare la storia tedesca, ormai ha ottant’anni. Questo conta molto. La Germania di Weimar, fatta di comunisti e nazisti, era piena di giovani affamati di futuro, e di guerra. Questa terza Germania è piena di vecchi pensionati che non vogliono che si tocchi nulla.
Ora, i quattro quinti della popolazione vivono all’Ovest. Tutte le regioni dell’Est, messe insieme, fanno la Baviera: parliamo di 16 milioni di abitanti su 84. Tra l’altro, i miei amici tedeschi mi spiegavano che sta arrivando una generazione che erediterà dai più anziani, perché a Ovest c’è ricchezza. All’Est, invece, non c’è niente, perché la proprietà privata non esisteva! Anche di qui viene quella rabbia che porta a dire: “Ma andate tutti al diavolo”.
Insomma, io la vedo così, quindi una situazione seria, ma no all’idea del ritorno di una Weimar 2.0.
Ci spieghi la questione della clausola di eternità?
Nella Legge fondamentale tedesca, il Grundgesetz, esiste la cosiddetta “clausola di eternità”, prevista dall’articolo 79, comma 3. Proprio per impedire che la democrazia possa essere svuotata dall’interno per vie legali, come avvenne durante la Repubblica di Weimar, questa clausola stabilisce che alcuni princìpi fondamentali non possano essere modificati. Per superarli sarebbe necessaria l’adozione di una nuova Costituzione.
L’idea del carattere militante della democrazia tedesca non si esaurisce nella possibilità di mettere fuori legge i partiti: esistono anche clausole e procedure che impediscono di aggirare la Costituzione dall’interno.
Ora, attenzione: per uno studioso di costituzionalismo, la clausola di eternità è una specie di bestemmia, perché l’idea di fondo è che ogni generazione debba poter fare la propria Costituzione. I tedeschi, invece, decisero che non si poteva: “Lo abbiamo già fatto una volta e abbiamo sbagliato”. Per modificare determinati princìpi, dunque, occorre adottare una nuova Costituzione.
Inoltre, ogni regione, ogni Land, è rappresentata nella Camera dei Länder, il Bundesrat: quella sorta di Senato delle Regioni che noi non abbiamo. Al suo interno, un singolo Land può essere messo in minoranza e le decisioni possono essere bloccate. Insomma, esiste tutta una serie di procedure di garanzia. Con questo non voglio certo dire che va tutto bene ed è tutto tranquillo, però bisogna pure conoscere la situazione per quella che è. La vera preoccupazione secondo me non è Weimar e i nazisti, è la debolezza del partito politico come istituzione. Cosa fanno adesso la Cdu e l’Spd? Si spaventano? Lavorano per offrire un’ipotesi di futuro, oppure si mettono lì come un coniglio davanti al serpente? Per me è questo il vero rischio.
Ieri, proprio sulla “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, è stato riportato uno studio che contesta la rappresentazione dell’elettore AfD come poco acculturato e povero. Quindi anche l’idea che basterebbe un po’ di riforma dello stato sociale, più soldi alle pensioni è infondata. Se non offri una visione diversa e non li convinci della bontà delle tue idee, quelli continueranno a votare così anche se gli aumenti le pensioni…
Il futuro come lo vedi?
Io non credo più che questa Europa così com’è possa funzionare. È una struttura nata in un’altra epoca e per un altro mondo e cerca -barcollando- di tenere tutto insieme. Accanto a questa Europa, che è fisicamente rappresentata dal Palazzo di Bruxelles e da queste migliaia di pagine di “acquis communautaire”, sta però venendo avanti un’Europa più pragmatica.
Quello che posso dire è che l’Europa è nata da una guerra, la nuova Europa nascerà da come andrà a finire la guerra in Ucraina. In Ucraina si gioca il nostro destino. Certamente oggi continuiamo a procedere con il bilancino, e anche giustamente, perché l’Ucraina è la più grande potenza agricola d’Europa. Capite bene quali conseguenze potrebbe avere il suo ingresso nell’Unione: in Francia è bastato un rincaro del gasolio agricolo perché la protesta dei trattori mettesse in ginocchio Macron. Il sistema, così com’è, rischia di non reggere. È dunque una questione complicata. Capisco quelli che dicono: vediamo, procediamo un po’ alla volta.
Il fatto è che le democrazie sono molto belle, ma anche deboli, nel senso che dipendono dal voto degli elettori. E se gli elettori non vogliono, che cosa fai? Se decidono che a loro le cose stanno bene così, come fai a convincerli diversamente?
Tutta la sinistra è nata dall’idea che bisognava lottare per cambiare le condizioni della gente. Oggi la gente non vuole cambiamenti, vuole la sicurezza. Ha degli interessi, vuole che questi vengano difesi da chi li minaccia. E la sinistra cosa fa? La somma delle identità discriminate non fa un progetto collettivo. Noi poi stiamo dentro quello che io definisco la trappola dello stato sociale, che è vittima del proprio successo. E intanto vincono i partiti anti-europei. Cacciamo via l’ungherese cattivo e però avanza l’AfD. Insomma, è un processo faticoso, lungo, complicato dal fatto che il grande successo delle democrazie post-belliche era legato alla crescita, alla speranza. Se la crescita, la speranza vengono meno… è bella la democrazia, però, insomma... Bisognerebbe dire le cose come stanno, ma nessuno sembra avere il coraggio di farlo.

















