Filippo La Porta è saggista e critico letterario. Insegna alla Scuola Holden e alla luiss, collabora con numerose testate giornalistiche, tra cui la Repubblica e l’Unità, ha una rubrica su Left e su l’immaginazione e nel 2024 ha realizzato per Rai Radio 3 il podcast Elogio dell’umanità ordinaria. Fra le sue più recenti pubblicazioni ricordiamo L’impossibile “cura” della vita (2021), Splendori e miserie dell’impegno (2023) e L’arte del riassunto (2024). Il libro di cui si parla nell’intervista è Elogio della vita ordinaria, il Saggiatore (2025).

Vorrei partire da quell’aggettivo che usi nel titolo, Elogio della vita ordinaria. Quell’ordinaria che spesso ormai  ha un’accezione negativa, come qualcosa di scontato, di poco valore. E invece mi sembra che racchiuda il succo di tutto il tuo argomentare, perché qui la vita ordinaria si potrebbe casomai dire che è quella vita che si riconosce in un ordine, che accetta di stare in un ordine. Tu parti dal sostenere le prerogative del puro senso di esistere per poi ampliare il discorso. Quindi magari cominciamo a parlare dell’ordinarietà della vita. Cosa si intende per vita ordinaria in questo libro?
Non avevo pensato a questo slittamento che tu suggerisci nell’ordine. Ma, la vita della maggior parte delle persone è fatta di cose ordinarie, è fatta di lavoro, di fatica, è fatta di compromessi, di relazioni, di cura, di impegni. Diciamo, non è fatta di imprese eroiche. No, la maggior parte della nostra esistenza e dell’esistenza dei più non è fatta di avventure e di imprese eroiche. Nella cultura occidentale c’è tutto un filone di pensiero, anche bello corposo, che tende a svalutare questa vita quotidiana, questa esistenza ordinaria, prevale l’ammirazione per tutto ciò che entra nella storia, che quindi diventa grandioso, eroico appunto, spettacolare. 
Ecco, c’è una svalutazione dell’esistenza ordinaria. Questo libro è nato quando, una decina d’anni fa, ho cominciato a pensare: “Chi ammiro nella vita?”. Secondo me ognuno di noi dovrebbe porsi questo problema: ma chi ammiriamo veramente? 
Io negli anni settanta ammiravo i leader politici, i capi rivoluzionari, i grandi capi militari. Da un certo punto in poi invece mi sono trovato ad ammirare le persone comuni, le persone semplici che appunto attraversano questa esistenza ordinaria e che riescono a vivere con decoro, con misura, rispettando se stessi e gli altri, con il senso del limite. Ecco, io ho pensato che queste persone sono quelle che fanno girare il mondo. Lo dice anche Montale, lo si trova nel finale di Middlemarch, di George Eliot, a proposito di Dorotea Brooke. Dorotea Brooke aveva questa vita invisibile per tutti, una vita nascosta, però è grazie alle vite come quella di Dorotea Brooke che il mondo funziona, che le cose continuano. Ecco, allora io ho cominciato ad ammirare proprio queste persone e a rivalutare la vita ordinaria. Perché poi, secondo me, la sua svalutazione nasce da un equivoco, nasce cioè da un’idea che io giudico perversa: che la vita sia un contenitore che noi dobbiamo riempire con qualcosa, da sola non ci basta, la dobbiamo riempire. Ci troviamo questa cosa strana, misteriosa, che è la vita. Benissimo, dobbiamo riempirla o con la ricerca del successo, oppure con l’autorealizzazione, oppure con quello che vuoi tu. Ma la vita non è che debba essere subordinata a qualcosa. La vita è un valore in se stessa. 
Ecco, è il mero sentimento di essere. Nel libro cito Chesterton, questo grande scrittore convertito in età matura al cattolicesimo, il quale dice, vedendo passare uno, mi pare un fattorino, un po’ anziano: tutti pensano chissà cosa sarebbe potuto diventare quello lì, io invece penso, quello poteva non essere e invece è. Ecco, questa è l’idea del mio libro, accostarsi alla vita non come ad una performance, ad un compito da svolgere, o come ad un contenitore da riempire con qualcosa. No, accostarci alla vita semplicemente come ad un dono, a un mistero, ad un qualcosa che è in se stesso giustificato. Mi rendo conto di muovermi su un crinale rischioso, perché mi è stato obiettato: “Ma allora elogi l’uomo medio?”. No, no, io lì faccio una distinzione. L’uomo medio è quello che Pasolini definisce un mostro, è Eichmann, no? La banalità del male, è quello che esegue burocraticamente, che segue gli ordini. In questo senso Eichmann era l’impiegato che ha amministrato Auschwitz. No, io qui parlo dell’umanità comune, dell’uomo comune. E penso all’uomo comune di cui parlava Orwell, l’uo ...[continua]

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