Lissi Pressl Lewin è una signora di 83 anni che nel mese di settembre del 2000 è venuta a Forlì da Berlino, per andare per la prima volta sulla tomba della madre e del fratello, ebrei tedeschi, fuggiti in Italia nel ‘37, fucilati dai nazisti e dai fascisti italiani a Forlì, il 17 settembre 1944, insieme ad altri 15 ebrei, tutti detenuti nelle carceri forlivesi. Della sorte dei suoi cari Lissy sapeva pochissimo. E del resto di un eccidio così feroce neanche la città portava più memoria fino al 1993. I loculi coi resti dei fucilati erano rimasti pressoché anonimi in un angolo alto di un altissimo ossario. E’ stato grazie all’impegno della professoressa Paola Saiani, del rabbino Luciano Caro di Ferrara, e di Una città, e alla disponibilità dell’amministrazione comunale, se finalmente gli ebrei fucilati hanno avuto degna sepoltura, oggi meta di pellegrinaggio.
La signora Lissy dopo 57 anni ha potuto sostare sulla tomba della madre e del fratello. Vivendo nella Germania dell’Est non aveva potuto venire in Italia prima della caduta del Muro per intraprendere delle ricerche. Lissy aveva scelto di andare a vivere nella Germania dell’Est, insieme al marito, tedesco comunista, “per costruire una Germania diversa”. E non rinnega quella scelta, nella Ddr si è sempre sentita una cittadina uguale agli altri. Oggi, dice, non sa se rifarebbe la scelta di tornare a vivere in una Germania dove vengono profanati i cimiteri ebraici e la xenofobia si diffonde.

Mio padre era morto nel 1927 di cancro allo stomaco. Più tardi ci saremmo detti spesso che aveva avuto fortuna.

Nel 1933 io stavo finendo il liceo, l’era nazista stava iniziando.
Di circa 20 alunni ero l’unica ebrea e fino ad allora avevo avuto un buon rapporto con i miei compagni. Essendo brava nei temi in lingua tedesca, e soprattutto in francese e in inglese, ma uno zero in matematica, eravamo costretti ad aiutarci a vicenda. Le cose cambiarono bruscamente dopo il 1933. Proprio le donne e le ragazze furono le prime ad entusiasmarsi per Hitler aderendo alle sue idee ed entrando a far parte del “Bund deutscher Mädl”. Così da un giorno all’altro mi ritrovai completamente isolata, nessuno parlava più con me. Era una situazione ben difficile da sopportare per una ragazzina di 16 anni.

Nel marzo 1933 terminai comunque il liceo e mi iscrissi in un istituto privato per il commercio. Nel frattempo gli ebrei tedeschi avevano iniziato a preoccuparsi. I miei zii, però, avevano combattuto nella prima Guerra Mondiale, entrambi insigniti della più alta croce al merito. Erano convinti tedeschi, loro si dichiaravano cittadini tedeschi di fede ebraica per sottolineare la loro appartenenza allo stato tedesco. Ricordo che avevano appeso l’onorificenza sopra al letto, erano persuasi che quando i nazisti sarebbero arrivati per arrestarli si sarebbero fermati vedendo quelle croci. Purtroppo si rivelò un calcolo errato.
Ho dunque frequentato quell’anno di istituto per il commercio e poi ho dovuto cercarmi un posto di lavoro. La scuola si era impegnata a trovare un lavoro agli studenti che avessero ottenuto dei buoni voti all’esame. (Nel ’34 in Germania iniziava a diventare difficile trovare un lavoro). Era indubbio che io rientravo fra gli studenti migliori, ma visto che ero certa che non mi avrebbero procurato un lavoro, mi ero interessata già prima, ottenendo un posto di apprendista presso la comunità ebraica che all’epoca aveva ancora un’amministrazione imponente. Durante la festa di fine corso il direttore con somma gioia annunciò di aver trovato un posto agli studenti migliori. Quando chiamò il mio nome, mi disse rammaricato di non essere riuscito a trovarmi un lavoro, perché non poteva pretendere da nessun tedesco di dare un lavoro ad una ebrea. Io me l’aspettavo e risposi con orgoglio che non era necessario, perché avevo già trovato un’occupazione. Fu per me una grande soddisfazione.

Il 15 marzo 1934 ho iniziato a lavorare alla comunità ebraica. Aggiungo che prima mio fratello ed io eravamo entrati a far parte del “Bund deutsch-jüdischer Jugend” (associazione della gioventù ebrea tedesca), nato per raggruppare i giovani e offrire loro la possibilità di una vita collettiva. Il gruppo non era politico, noi avevamo un’unica preoccupazione, vale a dire che ne sarebbe stato di noi. Il 13 marzo 1934 i nazisti ci assalirono in una baracca, asserendo che stavamo discutendo di testi marxisti che per giunta ci eravamo procurati di contrabbando. Iniziarono a picchia ...[continua]

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