Volevamo parlare del libro che raccoglie tutti gli scritti di Alexander Langer di prossima uscita nella collana Fine secolo, che curi per Sellerio. Ma proprio per l’attualità straordinaria di alcuni temi cari ad Alexander Langer, pensiamo al federalismo, è inevitabile chiederti anche della situazione politica, dopo la vittoria, che tutti ci auguravamo, del centrosinistra, ma anche dopo quella, per nulla rassicurante, della Lega.
Spero che tanti leggano questo libro di Alexander Langer. E non lo dico solo perché sono io a curare la collana in cui il libro compare, ma per una ragione molto concreta: conoscevo ed ero amico di Alex da moltissimi anni e mi pareva di conoscere la quasi totalità delle cose su cui lavorava. Tuttavia, rileggendo i suoi testi, quasi sempre estemporanei, molto spesso di occasione, quasi sempre scritti in fretta, in un arco di tempo così lungo, dalla sua adolescenza fino alla sua morte, io stesso sono rimasto sbalordito dalla profondità, dalla versatilità, dal coraggio, sempre combinato all’applicazione, allo studio, alla competenza, che mostrano. E’ anche comprensibile che mettere insieme tanti scritti che coprono una parte così ingente della vita e dell’impegno di una persona, qualunque sia la persona, faccia valutare quella parte di grandezza che c’è in ognuno, ma l’impressione che fa questo volume è enorme e, devo dire, mette anche soggezione. Durante la campagna elettorale mi veniva costantemente fatto di pensare a come fosse molto difficile, forse impossibile, una combinazione fra il suo modo di stare nella politica e la politica stessa, sia pur rinnovata come tanti generosamente tentano di fare, non semplicemente nei contenuti ma anche nelle forme, nei modi di partecipazione umana, nella cosa più importante: il linguaggio, le parole da dire e da ascoltare, che erano la vera ricchezza di fondo di Alex. Spero davvero che le persone che hanno conosciuto Alex e quelle che non facciano l’esperienza dell’incontro con questo lascito.
Riguardo poi all’aspirazione federalista varrebbe la pena di tornare, prima o poi -e ricordo che ne parlavo già con Alex molti anni fa- su un interrogativo solo apparentemente semplice, che può suscitare risposte snob e compiaciute, e invece esigerebbe una risposta complicata: come mai temi importanti, decisivi, giusti, preziosi, se vengono proposti nella loro veste migliore falliscono, mentre se vengono recuperati e riproposti nella loro veste peggiore, esplodono e dilagano come vere epidemie?
Sarà interessante ripensare a tutto il lavoro che ha fatto Alexander Langer combinando, in una situazione specifica come quella del Sudtirolo-Alto Adige, l’alternativa verde con la difesa della convivenza fra le minoranze. La questione federalista poggiava contemporaneamente sulla riflessione ecologico-sociale, da una parte, e su quella intorno alla specificità di quella situazione, dall’altra. Ma già negli anni in cui prevaleva l’idea "rivoluzionaria" di estrema sinistra e noi stessi, sia pure riscattati da un’idea di un’unità del proletariato, di amicizia nord-sud, rischiavamo di avere ancora una nozione abbastanza centralistico-organica della questione dello Stato, anche allora per Alexander Langer la questione delle autonomie, delle minoranze, della convivenza che oggi, con una brutta parola, si chiama etnica, era essenziale. Ricordo le sue battaglie indefesse, trattate quasi caricaturalmente dagli altri, compresi i suoi amici, per insegnare alla gente che c’era una gran differenza fra l’espressione Trentino e l’espressione Alto Adige-Sudtirolo e che quando si diceva Alto Adige bisognava ricordarsi di aggiungere Sudtirolo e viceversa. Abbiamo capito poi che non erano semplicemente questioni di etichetta nominalista, di nomenclatura geopolitica o storica, di suscettibilità. Quando, dopo la fine di quell’idea della rivoluzione classista, Alexander Langer ha continuato a fare politica diventando un esponente molto importante dell’ecopacifismo, questo suo retaggio federalista è arrivato nella sua regione ad avere una consistenza quantitativa molto forte: la lista per l’Altro Sudtirolo ebbe percentuali elettorali di assoluta rilevanza in un paese come l’Italia in cui, allora, un risultato elettorale si giocava su percentuali minime. Ebbene, quando si considera un risultato elettorale come quello del 21 aprile nel Sudtirolo, dove la lista apertamente secessionista di Eva Klotz ha avuto un’affermazione clamorosa ai danni della Svp, alleata con l’Ulivo, si capisce cosa significhi 1’assenza di Alexander Langer e, prima ancora, che quel suo impegno, quei risultati ottenuti, non siano mai stati seriamente valutati dal complesso delle persone che in Italia, nell’arco degli ultimi quindici-vent’anni, hanno fatto politica, non dirò di sinistra, ma democratica.
Consideri allarmante anche il risultato della Lega?
E’ sicuramente l’aspetto più allarmante di questo risultato elettorale che, viceversa, è consolante, fortunoso forse, fortunato senz’altro. E non credo che rispetto al risultato della Lega, di cui pure ha beneficiato il centrosinistra a scapito del Polo, possiamo permetterci lo stesso stato d’animo, di viva soddisfazione, che tutti abbiamo provato nei confronti dell’affermazione di Rauti. Il mio, almeno, è fortissimamente preoccupato.
In molti avevamo la convinzione che in qualche modo il pericolo fosse scampato o, comunque, fortemente attenuato. Io poi ero rimasto persino ammirato di come fossero riusciti a giocarsi Bossi, dopo che sembrava che Bossi riuscisse a giocarsi tutto il ceto politico italiano postcraxiano, con uno scherzetto come quello dei 200 milioni orchestrato dai servizi. Bossi e i suoi mi sembravano ormai relegati in una posizione statica e folkloristica, con una presenza, nel teatro politico italiano, ancora rilevante, ma congelata. Altri erano stati addirittura più ottimisti: ho visto con stupefazione che, per esempio, in una certa parte dello schieramento di centrosinistra, negli ultimi due anni, si è arrivati, non a pensare, perché quello più o meno l’hanno fatto tutti, ma proprio a dire e a scrivere che finalmente si poteva finirla con questa balla del federalismo.
Purtroppo, sembra che i problemi, casomai solo per pigrizia e distrazione, non si affrontano finché non si sono imposti come problemi ormai non più risolvibili. Nell’arco brevissimo di questo tempo ne abbiamo avuto l’ennesima dimostrazione: di fronte alla prima esplosione bossiana, tutti a scoprirsi federalisti, a rivendicare l’appartenenza del federalismo al proprio patrimonio genetico; adesso, di nuovo, si corre ad annunciare misure drasticamente federalistiche. Ma ora questa specie d’impegno unanime rischia di arrivare tardi. Di fronte a movimenti sociali impetuosi le concessioni spesso non fanno che attizzare i movimenti. La domanda è rinfocolata dall’offerta. Purtroppo, quando il movimento è alto non si può fare altro, essendo al potere, che ostacolarlo rigidamente, senza offrirgli alcuna flessibilità. Misure seriamente federaliste, prese nella fase normale della vita politica e civile di questo paese, avrebbero naturalmente avuto un rilievo molto forte nel ridimensionare e, al tempo stesso, nell’incanalare questa spinta, magari verso altri sbocchi, verso altri pretesti, ma raccogliendone anche la qualità positiva. Oggi, a ridosso di questo risultato elettorale, ho dei fortissimi dubbi -e credo che tutti debbano averli.
Siamo oltre una soglia di sicurezza?
Parlo da profano di questi argomenti e degli stessi luoghi in cui questa scena si svolge, ma le persone che si ascoltano dopo questo voto non sono più i leghisti di tipo populista, anche macchiettistico, folkloristico, della prima fase, ma imprenditori con belle facce, serie, con una buona padronanza di eloquio che, con argomenti molto forti e ragionati, raccontano dei loro record produttivi e degli inceppi che trovano per effetto non tanto dei salassi fiscali quanto dei servizi carenti, della congestione dei tir sulle vie che li portano verso quel Centro Europa cui ormai appartengono non solo geograficamente, ma anche produttivamente e culturalmente. Questo mi sembra un segnale molto più profondo e solido che non il voto di protesta o il populismo leghista-valligiano della fase più lumbard. Può darsi che queste siano tutte sciocchezze, ma se non immaginiamo la secessione, e speriamo di non doverla immaginare, come un processo in forma jugoslava, con contrapposizioni che diventano ideologico-etniche, che assumono una forma razzista, che si traducono addirittura in episodi violenti, ma, viceversa, la immaginiamo come una specie di sanzione formale ed efficace non solo della distanza, ma della separazione fra il nord e il resto dell’Italia, forse si può anche pensare che questo risultato elettorale, a parte la soddisfazione per lo scampato pericolo della vittoria di Alleanza Nazionale e del centrodestra e per la speranza e le promesse messe in campo dall’affermazione dell’Ulivo, abbia segnato la vera attuazione della secessione. Si può pensare che forse, nelle forme che poi le alchimie istituzionali dell’Europa Comune nel prossimo periodo consentiranno, I’euroregionalizzazione di quella che ormai tutti chiamano la Padania sia già avvenuta e che non se ne tornerà indietro.
Dopodiché molte persone, in particolare in quelle zone, sono meno allarmate e meno pessimiste. Per esempio vedono con minor preoccupazione di uno spettatore esterno, le venature razziste, antimeridionali e antimmigrati, di questo stato d’animo padano. Sottolineano come l’accoglienza nei confronti degli immigrati sia addirittura migliore che in altre zone.
E certo non hanno torto se paragoniamo quello che succede nel bresciano, nel bergamasco o nel trevigiano con la pulizia etnica fatta in ventiquattr’ore dalla camorra con un ordine portato brevi manu, manescamente, casa per casa, a Santa Maria Capua Vetere. Probabilmente é anche vero che il centro intorno a cui questi spiriti, anche potenzialmente razzisti e incarogniti, si sono coagulati, è la questione dell’avversione a Roma, alla Roma ladrona, parassita, centralista, ma i risultati elettorali, e qualcuno, mi pare, l’ha sottolineato, dimostrano come stia affiorando un’avversione antiurbana nello stesso nord. La differenza fra i risultati di Milano e quelli della Lombardia è impressionante e segnala un fenomeno che mi pare, ma posso anche sbagliarmi, senza precedenti nella storia d’Italia: una galvanizzazione dell’Italia, non semplicemente contro il centralismo della capitale, non già contro I’unità nazionale, ma proprio contro le grandi città intese come luoghi di burocratismo, di parassitismo. Un’avversione agli stessi stili di vita metropolitani, che evoca un rapporto con le radici, un tradizionalismo primitivo, a mio avviso molto pericoloso, foriero di conseguenze brutte.
Un altro risultato amaro, pur nell’affermazione dell’Ulivo, è quello dei Verdi, per altro non inaspettato per il senso di sfiducia, di rassegnazione a una perdita di prestigio ideale, che tanti hanno avvertito crescere attorno a questa formazione. Anche qui il pensiero non può non correre ad Alexander Langer.
Dei Verdi posso dire solo che l’esistenza di associazioni ambientaliste forti e influenti, l’esistenza di una politica ex professo ecologista e verde, I’esistenza di singole persone competenti e caratterizzate per il loro impegno sui temi ecologisti, sui temi della dannazione e della salvezza del pianeta per mano dell’avvelenamento umano, tutto questo a me sembra una necessità assoluta e da salvaguardare in ogni forma, ivi compresa una misura inevitabile di burocrazia verde. Detto questo però, quando paragono non solo la ricchezza e la varietà delle questioni cui si è applicato nella sua attività, anche di politica istituzionale, Alexander Langer, ma l’ispirazione, la grandezza d’animo con cui ha affrontato i problemi del destino del mondo e lo sforzo inesauribile, e poi alla fine esausto e logorato, con cui ha cercato di tradurre questa grandezza d’animo in azione efficace, nell’utilizzo migliore dei meccanismi istituzionali e della politica professionale, persino nei suoi aspetti deteriori, da far giocare a vantaggio delle battaglie essenziali; quando paragono questa specie di combinazione fra l’impegno a risolvere il debito del Terzo Mondo con le cose minutissime che sembrano a tutti noi, sicuramente a me, indegne di occupare il proprio tempo, come per esempio incollare francobolli sulle buste da spedire in giro chiedendo piccole sottoscrizioni; quando uno paragona questa attività, questo spirito dell’impegno politico, civile e morale di una persona come Alexander -che, se Dio vuole, non era l’unico a cercare di vivere in questo modo il proprio impegno politico e civile- con la politica in generale, ma anche con le parole e gli atti della stessa politica dei verdi, ci si accorge di un divario che è diventato troppo forte. Forse lo era diventato anche dal lato di Alexander e questo aveva, in qualche modo, aggravato la sua solitudine e la sua fatica. Credo, però, che questo divario fosse diventato troppo forte anche per l’eccessiva piccineria e riduzione di orizzonti dei verdi stessi. Non ho alcuna intenzione di denigrare il lavoro di nessuno, mi sento un partecipe affezionato.
Vorrei solo esortare le persone che fanno queste cose a non avere paura di questa aspirazione alla grandezza, di non avere paura di questi orizzonti così spalancati, così apparentemente infiniti e capaci d’indurre allo smarrimento e al naufragio, perché mi pare che il problema, oggi, sia quello li. Non abbiamo di fronte una politica verde limitata dal proprio eccesso di magnanimità, ma soffocata da un’eccessiva autoriduzione, oltre che da meccanismi di conservazione, di identificazione eccessiva con ruoli e cariche che sono fin troppo umane.
Malgrado il risultato elettorale positivo, non ci si può levare dalla testa l’idea che fra gli orizzonti vasti di cui parlavi e la politica ci sia uno scarto quasi incolmabile. Qual è il problema della politica e in particolare di una politica che voglia dirsi di sinistra?
Io vedo questo problema: come conciliare il premuroso, sollecito, spaventato, trepidante conservatorismo di cui molti di noi sono diventati portatori con l’avversione alla tranquilla e cinica abitudine dei ricchi e dei potenti ad avere voglia di conservare, anzi di accrescere, la propria ricchezza, potenza e prepotenza.
Le persone che forse sentono di più questo problema sono quelle che, senza essere spesso neanche di sinistra, fanno esperienze di volontariato, di attività volontarie, persone di buona volontà. Uso questa espressione perché nelle lingue slave non esiste la parola volontario come l’usiamo noi: si dice buon volontario, persona di buona volontà. E questo tiene presente l’eventualità di essere volontario del male, di scegliere intenzionalmente di fare cose cattive, distinguendo nel volontariato la buona dalla cattiva volontà. Mi sembra un’accezione più corretta della nostra, solo positiva, sempre che non vogliamo tornare, malgrado i tempi, a sostenere che la volontà del male è semplicemente una forma di ignoranza, di manchevolezza, un difetto, per cosi dire.
Allora, le persone di buona volontà -e bisogna riconoscere che, nella stragrande maggioranza, in particolare fra i giovani, sono cattolici e che da questo punto di vista non si è riequilibrata la sproporzione fra sinistra laica e cattolici- fanno tutte, in maniera esistenzialmente forte e turbante per loro, I’esperienza del privilegio della loro vita. A volte partono dalla sensazione del proprio privilegio per rivolgersi a quelli che sono più sfortunati, più deboli, più poveri, svantaggiati; a volte, alla ricerca di un complemento magari marginale della loro vita abituale, scoprono la presenza, la diffusione, la radicalità della sofferenza, del dolore, dello svantaggio materiale. L’effetto di questa scoperta è che si danno da fare ed è un effetto essenziale perché le cose che fanno vanno a coincidere con quelle che sentono e pensano. Ma c’è anche un effetto che, pur essendo secondario, è molto rilevante: una consapevolezza, un’attenzione, una suscettibilità quasi fisica alla fragilità della vita e, in particolare, alla fragilità e alla vulnerabilità del benessere sociale, della pace, della salute personale, una sensazione a fior di pelle dell’imminenza, dell’incombenza, della diffusione della sofferenza, della malattia, del dolore del mondo, dell’ingiustizia.
Allora, quando queste persone si occupano di politica, quando, cioè, si occupano della generalità dei problemi del mondo che non possono maneggiare personalmente, la sensibilità alla fragilità delle cose, alla facilità della perdita, della rottura, della distruzione, della devastazione si traduce in uno spirito di buona conservazione, di attenzione, di premura, in una cura molto forte nel maneggiare le cose. Questo è il punto di partenza di qualunque ragionamento sulla politica.
Su questo pensi che la generazione precedente alla nostra avesse qualcosa da insegnarci?
Quello dei nostri genitori, quand’eravamo o piccoli o ragazzi, ci sembrava il buonsenso rispettabile, ma insopportabile,.delle persone che avevano vissuto sempre della dilazione, dell’investimento differito, dell’attesa delle prossime generazioni, del sacrificio di sé in nome dei figli, del risparmio. Era l’avvertimento a ricordarsi sempre di spegnere la luce, a considerare peccato mortale buttare via il pane, era un’educazione ad abituarsi a trattare le cose con cura, a non essere bruschi nei movimenti, a non essere maldestri, a ricordarsi che le cose sono frangibili, che le cose si rompono. Tutt’al più ci faceva simpatia, in qualche caso ci faceva arrabbiare, dato che la nostra principale ansia era di rompere al più presto possibile tutte le cose, era di trovare il punto che le rendesse veramente frangibili. E credo che la ragione profonda per cui i nostri genitori avevano pensieri, e anche voti, moderati, a prescindere dallo schieramento che sceglievano di votare, dipendesse dalla sensazione di dover preservare qualcosa che era minacciato dal destino del mondo, e anche dalle persone incuranti, un po’ brutali e un po’ rozze.
Credo che l’ultima generazione, quella dei nostri genitori, sia stata fantastica, sia stata l’ultima a essere sobria per educazione, gentilezza d’animo, mitezza, positivamente e non per stato di necessità. Da quando sono morti i nostri genitori le persone potranno essere sobrie e miti solo perché capiranno che succederà di rado, che ormai se non fanno cosi sono spacciati loro e la nave su cui navigano.
Per chi ha frequentato così intensamente la Bosuia in questi anni cosa ha voluto dire tornare in Italia?
La sensazione di spaesamento, di spiazzamento rispetto alla vita ordinaria in Italia. Poi ovviamente ci si abitua presto a tutto. La capacità di adattamento umana è così forte che persino a Sarajevo si abituano. Ci si abitua all’assedio, alla guerra, alle bombe ininterrotte, ci si abitua alla fine della guerra, al ritorno delle banane, delle noccioline, nel giro addirittura di poche ore. Ma per noi che andavamo da questa situazione a quella l’effetto provocato dall’ascolto delle parole che qui sono abituali, banali, ovvie, era grottesco e surreale. Per me non si attenua neanche col passare del tempo.
Arrivare da Sarajevo e sentire il tassista dire che "così non si può più andare avanti", che i turisti americani non vengono più, che il rimborso della benzina arriva tardi, in un taxi bellissimo, con l’autoradio e l’arbre magique; oppure, durante la campagna elettorale, sentire ripetere continuamente che "il fisco impedisce di sopravvivere", che "i negozi chiudono", che anche per gli imprenditori di Belluno o di Vicenza "cosi non si può andare avanti", tutto questo suona oltraggiosamente offensivo. Sia chiaro, queste sono persone perbene, normali, dicono queste cose senza alcuna cattiva intenzione. Ciononostante, questi discorsi, comparati con lo stato del mondo, diventano intollerabili. Ora, trarre da questo fatto conseguenze radicali non ci porta a una giusta applicazione della solidarietà, della simpatia con gli altri, ma all’impossibilità di vivere, al suicidio, alla pazzia. Ma se trattiamo tutto questo un po’ più relativamente, con quel grado di "ragionevolezza" che permette a ciascuno di sopravvivere grazie all’enormità del proprio privilegio, non può restare senza conseguenze. Questo ininterrotto approdare sulle nostre coste di indiani, pakistani, che si fanno gli ultimi chilometri a nuoto e quando sbarcano baciano la terra convinti di essere in Cornovaglia oppure di albanesi che annegano in un gommone, questo accerchiamento del male e della sofferenza estremi nei confronti della nostra vita ordinaria, se da un parte spiega che l’estremismo lussuoso caratteristico della nostra società non è altro che il tentativo di non vedere lo spettacolo ricacciandolo lontano, di garantirsi un egoismo necessario e salutare per poter sopravvivere, d’altra parte, però, può diventare, per un numero crescente di persone, e sotto sotto per tutti, compresi quelli che sembrano più deliberatamente sordi e ciechi, un criterio decisivo per affrontare le questioni del mondo, e dunque per mettere dentro di sé questa specie di attenzione, di preoccupazione per la fragilità e di cura per la conservazione.
Il rischio che si corre, in particolare per chi viene da un innamoramento per la speranza della fine dell’ingiustizia, e non già della sua attenuazione, è quello che tutto ciò si tramuti in una sorta di rassegnazione, di passività, in un alibi a considerare la povertà o la sofferenza relativa dei propri vicini come più accettabile in nome della sofferenza infinitamente superiore di quelli più lontani e disgraziati. Il rischio di reagire quasi con fastidio alle lacrime che spuntano sul ciglio delle signore pensionate intervistate in una sala di Milano sull’entità della loro pensione in nome della carretta di immigrati indiani o cingalesi. E’ il rischio che questa conservazione, indispensabile come condizione della politica e dello stesso miglioramento di sé, sconfini nella cattiva conservazione cioè nella complicità con il potere, non solo con quello altrui, ma con il proprio, di complicità con il proprio privilegio economico, intellettuale. Questo rischio è molto forte e secondo me segna l’esistenza quotidiana di un numero crescente di persone.
Hai parlato di cura, di attenzione alla fragilità, usi la parola chirurgico in senso solo negativo. Sono i temi del tuo Il nodo e il chiodo. Eppure proprio mentre qui usciva il tuo libro, da Sarajevo ti battevi per quello che si poteva definire un intervento chirurgico per rompere l’assedio e fermare il massacro...
Il nodo e il chiodo è un libro che gira intorno a un’idea che mi è venuta alla fine dell’esperienza politica e militante di Lotta Continua, quasi vent’anni fa quindi. Mi sembrava di dover mettere in discussione non solo una delle forme di interpretazione dualistica della realtà che era stata per me decisiva -la contrapposizione di classe- per sostituirla con polarità più adeguate, in particolare, a quell’epoca, la contraddizione uomo-donna portata avanti dal femminismo, ma anche lo stesso modo di vedere il mondo secondo un’opposizione duale. Da allora ho ripensato molto a questo problema e alla fine ho scritto il libro.
Da una parte, questa trovata di usare come schermo l’opposizione tra nodo e chiodo mi permetteva di riprendere il bandolo della questione da un verso inedito e originale; dall’altra, mi consentiva di prendere commiato da una specie di passione maschile ereditaria per il chiodo, per la chirurgia, per i metodi spicci, per il taglio netto, per tutto quello su cui si fondava millenariamente l’educazione virile, a vantaggio di una considerazione diversa delle arti del tempo lungo, delle arti femminili, della stessa ripetitività. Mi consentiva di prendere commiato da quelle forme di scelta radicale che sembravano cosi affascinanti e superiori rispetto a qualsiasi altra scelta, di alternative estreme che avevano caratterizzato la politica per molto tempo nei travestimenti più vari. Lo stesso fatto che ancora oggi, nel ’96, si discuta in termini quasi moralmente coinvolgenti di principi opposti e inconciliabili, come governo e opposizione, come se si trattasse di scelte di campo, di valori e non, viceversa, di questioni miste, ibride, come luoghi di sovrapposizione e di confusione, mi colpisce molto. Perfino la critica che giustamente si fa dei compromessi, del consociativismo, ha un pregiudizio a favore della drasticità che mi risulta molto dubbio.
Tutta questa riflessione depositatasi in un tempo cosi lungo, accompagnatasi all’esperienza crescente della minaccia che pesa sul nostro mondo, rendeva sempre più radicata e forte in me l’idea che questa nozione della fragilità e della premura nei confronti di cose e persone, dovesse fare da premessa ai propri comportamenti, ad ogni tipo di comportamento
Poi la stessa ragione che al ritorno dall’attraversamento dell’Adriatico ti fa apparire grottesca la frase comune "cosi non si può andare avanti", che ti rende forestiero, preoccupato e voglioso di dare l’allarme, quella stessa ragione ti obbliga lì, nel posto da cui stai venendo, a scegliere di nuovo e drammaticamente per un’alternativa drastica, per l’intervento chirurgico, per il taglio netto. Nella situazione di Sarajevo, di Mostar, di Srebrenica, o in altre paragonabili, tutta la mia ammirazione per i nodi, I’intreccio, la venerazione per la loro complessità, la necessità di scioglierli con grande cura per paura di tagliarli o romperli, non solo non funziona più, ma appare bruscamente come un fardello che ti impedisce di affrontare con la decisione e l’urgenza necessarie il fatto che li bisogna spezzare in un punto, prima possibile e il più radicalmente possibile, un orrore come il macello della vita e dignità altrui.
Il destino sfortunato di questi sentimenti risiede in questo imprevisto groviglio finale: un libro che era la descrizione di uno spettatore ammirato dei nodi fatti da persone diverse da lui, che era il tentativo di liberarsi da un’ammirazione nutrita fin dall’infanzia per Alessandro Magno e il nodo di Gordio, Achille e il suo piede veloce, tutti i tagli netti, le rotture brusche, la rivoluzione e i chiodi piantati, doveva prendere atto che ci sono malattie e malanni di fronte ai quali non resta che correre dal chirurgo.
L’ulteriore amarezza di tutto ciò è stata la scoperta che tante persone si rifiutavano ostinatamente di chiamare il chirurgo in nome di una recentissima, e un po’ superstiziosa, conversione totalizzante all’omeopatia, celando, in realtà, una passione immutata nei confronti del chiodo, semplicemente con una propensione all’uso dalla parte sbagliata.
Torniamo a parlare dei risultati elettorali, alla luce di quello che sei andato dicendo. Vedi qualche possibilità diversa, qualche novità a sinistra?
Penso che lo schieramento politico emerso vincitore dal voto sia quello più favorevole, più incline a una distinzione, per la prima volta nella storia politica di questo paese, fra un progressismo arrembante, incurante e rozzo come quello della destra e del potere e una cautela, un’attenzione, una premura e buona conservazione come dev’essere l’atteggiamento di una buona sinistra. Allora, per la prima volta si può superare l’equivoco ereditato da tutta la storia dei sentimenti politici, per cui la sinistra è progressista, mentre la destra è conservatrice in politica e sconvolge poi il mondo con le sue ruspe.
Si può superare, insomma, quella contraddizione e quell’equivoco mortale che si ritrova all’inizio del Manifesto di Marx dove si fa prima di tutto l’elogio del modo in cui il capitalismo ha sconvolto l’equilibrio naturale, ha preso il mondo e l’ha rovesciato da cima a fondo, e, cosi facendo, ha consentito ai rivoluzionari di rimettere in piedi i rapporti sociali. Marx era ben consapevole del fatto che il progresso inteso come devastazione, ricreazione dalle radici dell’intero mondo ad opera dell’uomo è stato l’impresa non solo dell’intera storia umana, ma di quella tappa accelerata e formidabile che è il capitalismo, solo che ne andava pazzo. Non solo diceva: "la rivoluzione è la locomotiva della storia",