Massimo Macchiavelli, 42 anni, attore teatrale, è responsabile dei progetti culturali di Piazza Grande.

Come sei venuto a contatto con questa associazione e che ruolo hai al suo interno?
Sono arrivato a Piazza Grande un paio d’anni dopo la sua fondazione. Come tutti quelli che sono qui dentro non ne sono stato attratto, ci sono venuto consigliato, per problemi personali. Il mio lavoro era sempre stato il teatro: insegnavo recitazione all’Università. A Piazza Grande ho iniziato con una borsa lavoro come meccanico di biciclette, poi scrivendo sul giornale sono entrato nella redazione. In quel momento tutte le persone che lavoravano venivano dalla strada o da diverse vicissitudini. Questa era la nostra caratteristica migliore ma tendeva un po’ a ghettizzarci; c’era bisogno di apertura, di allargare il nostro lavoro ad altri gruppi sociali diversi da quelli dell’esclusione, ad esempio gli anziani o gli studenti che vengono ogni tanto come volontari.
Così ci siamo impegnati per far partire dei laboratori di intercultura sociale, gruppi di lavoro composti da persone con provenienza diversa che si occupano di giornalismo, teatro, fotografia e informatica; le persone che non hanno problemi di esclusione pagano una quota d’iscrizione, che viene girata ai loro compagni che non hanno un soldo. I laboratori sono strettamente legati al giornale: infatti uno degli scopi principali è dare un’informazione più realistica alla gente; l’esperienza sul campo di persone “normali” fa in modo che queste ne parlino e che altre si avvicinino a noi, diffondendo un’informazione corretta del nostro lavoro. Per informazione scorretta si intende quella che collega sempre il degrado e la delinquenza all’esclusione: senza dimora uguale spacciatore, delinquente, tossicodipendente; non è così, questa è una situazione in qualche modo costruita dai giornali per farsi leggere, ma non c’è un rapporto diretto tra i senza dimora e l’insicurezza che si prova nelle strade, anzi sono proprio loro i primi a subirne la violenza. Noi vorremmo riuscire, attraverso il giornale e tutti i progetti che facciamo, a dare una dimensione più realistica del fenomeno e anche a convincere gli indecisi. Ci è già successo con tanti comitati di “cittadini contro” che, dopo averci visto lavorare insieme, hanno cambiato completamente idea su quello che è il mondo dell’esclusione. I cittadini non devono pensare che questo sia un mondo a parte, devono capire piuttosto che è una propaggine della nostra società, quindi un prodotto che loro stessi hanno costruito. Chi fa una vita protetta non si pone il problema che esista l’esclusione. In strada non ci sono solo i vizi, ci sono anche le sfortune della vita, l’esclusione da un tipo di società dove è difficile riprendersi se si hanno dei problemi, perché a una certa età non si trova più lavoro, le medicine per certe malattie costano ancora troppo e la casa è diventata un lusso che si può permettere chi può fare un mutuo, chi ha un lavoro, chi ha tante cose che non tutti possono avere.
Ecco allora che arriviamo all’altro scopo dei laboratori, quello di evitare la ghettizzazione. Per farlo bisogna partire dall’idea che i senza fissa dimora e gli esclusi sono un vero gruppo sociale, l’ultimo. Sono i poveri, non è più una questione di tossicodipendenti, alcolisti o clochards romantici, è proprio una questione di povertà. Meno si possiede, più il travaso da una situazione all’altra diventa facile. In questo senso è importante dare ai senza dimora coscienza di essere un gruppo sociale che ha dei diritti e farli collaborare con altri gruppi sociali dentro un ambiente misto, formato da persone di provenienza diversa: sulle diversità costruiamo rapporti, relazioni e motivazioni.
Come vi finanziate?
Come associazione abbiamo una contabilità che non ci permette di pagare degli stipendi veri e propri; i progetti sono i laboratori di intercultura, giornalismo e teatro. Poi ci sono gli avvocati di strada, che prestano il loro servizio gratuitamente e vengono finanziati da una fondazione; le convenzioni con gli enti, infine il giornale e le attività del capannone di via Libia che fa sgomberi, riparazione di biciclette, laboratori di artigianato, vendita mobili, falegnameria, restauro.
Due studenti e un senza dimora stanno facendo la campagna abbonamenti del giornale e per ogni abbonamento (che costa cinquantamila lire) prendono una piccola percentuale; a chi si occupa di organizzare i corsi viene dato un contr ...[continua]

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