Clara Bovero, nata a San Paolo in Brasile nel 1924, è stata insegnante e traduttrice dal tedesco per Einaudi, eletta in Consiglio Comunale a Torino nel 1946.

Sì, sono stata consigliera comunale a Torino nell’immediato dopoguerra, ma una cattiva consigliera comunale...
Cominciamo a precisare che io mi sono sempre occupata di politica, perché venivo da una famiglia che era molto politicizzata. Mio nonno, che era del 1861, è stato uno dei primi con la tessera socialista e tutta la famiglia si è occupata sempre di politica. Mio nonno era medico condotto nel mantovano e quindi ha assistito a tutto il periodo delle stragi; sì, possiamo dire delle stragi, anche se, forse, è una parola un po’ eccessiva; insomma al periodo delle bastonate, dell’olio di ricino, di tutte le nefandezze delle squadracce di Farinacci, che venivano da Cremona. Questo ha segnato tutta la mia famiglia e quindi anche me. Questo come antefatto. Poi mi ricordo -ero ragazzina- che i miei, mia madre e mia zia, erano nell’ambito di Giustizia e Libertà. Quindi hanno conosciuto Leone Ginzburg, Vittorio Foa, Augusto Monti... Insomma frequentavano quegli ambienti lì. E avevano molta simpatia per la rivoluzione russa. E ricordo ancora, avrò avuto 12-13 anni, la loro angoscia quando si sono accorti che quello che diceva la stampa fascista non poteva essere una "storia”. Allora infatti si tendeva a dire: "Sono storie, quelle che raccontano...”, no? Era la stampa fascista e chi ci credeva? Mi è rimasta impressa una frase di mia madre, che diceva: "No, quando si racconta delle confessioni fatte dai condannati, queste non possono essere storie”. Allora si sono abbonate a Basel Nachrichten, per avere notizie che non venissero dall’Italia.
Io mi appassionavo molto a queste cose, ma mi sono avvicinata al Partito Comunista, non attraverso Marx (non ne parliamo, non ne sapevo niente, ho letto Il Manifesto e le opere storiche, ma non ho mai sfiorato Il Capitale), ma attraverso Trotzkj. I libri che ho avuto in mano da adolescente erano La mia vita di Trotzkj e La storia della rivoluzione russa, per cui sono sempre stata molto critica. Poi a 18 anni mi sono iscritta al Pci. Perché? Perché era stato sciolto il Comintern, e io ho creduto in buona fede che il Partito Comunista italiano, clandestino, fosse autonomo, e che si fosse spezzato quel vincolo. Cosa che era molto ingenua, ma è così... Questo per spiegare che una certa coerenza c’è stata, nei miei passaggi.
La clandestinità? La clandestinità io l’ho fatta da diciottenne, quando viaggiavo fra Torino e Pecetto dov’eravamo sfollati. Un po’ di propaganda, un po’ di organizzazione dei giovani, qualche articolo su un foglietto clandestino, davo lezioni di marxismo a delle ragazzine che ne sapevano meno di me, che ne sapevo già poco... Insomma, queste cose qui, niente di particolare, quindi. Però ho fatto cinque mesi di carcere, perché sono stata individuata.
Fra i tanti errori che ho fatto, avevo appena finito un "Decalogo per gli studenti” perché osservassero le norme clandestine, e facevo venire nel mio alloggio le ragazze a cui davo lezione, perché non avevamo trovato un’altra sede. Probabilmente, siccome qualcuna era stata presa, può darsi che abbia fatto il mio nome. Non lo so, so che vennero a beccarmi a casa e mi trovarono con un po’ di stampa clandestina. Stetti in carcere cinque mesi, tutto l’inverno del ‘44-’45, e uscii il 26 aprile, perché a Torino la Liberazione fu il 26 aprile. Milano fu liberata il 25, noi il giorno dopo. C’erano ancora i carri armati tedeschi in piazza Bernini e sui ponti del Po. E così, dopo l’uscita dal carcere, cominciarono le peregrinazioni. Naturalmente nel Pci m’hanno portato sul palmo di mano perché avevo l’aureola del martirio, ed è per questo che mi elessero consigliera comunale. Ebbi i voti soprattutto degli studenti del Convitto della Rinascita, che non so se voi conoscete.

Beh, quella fu un’esperienza abbastanza interessante... Avevano istituito, sempre il Pci, un convitto-scuola, diviso in varie città a seconda delle particolarità di studio. Qui a Torino c’era la sezione dei futuri meccanici o dei futuri esperti in meccanica; a Milano mi pare che ci fosse il ginnasio-liceo, però non sono sicura. A Bologna non so se ci fosse qualcosa, mi pare che in Emilia ci fosse qualcosa che riguardava l’agricoltura. Insomma, questo convitto aveva almeno tre o quattro sedi, ed ha funzionato molto, molto bene. Avevamo una vecchia villa settecentesca in collina come scuola, a cui poi si è aggiunta un’altra sede in città, quando gli studenti sono aumentati, e venivano da tutta Italia ed erano estremamente motivati. Quindi è stata un’esperienza interessantissima. Naturalmente erano quasi tutti comunisti, e dovevano essere ex partigiani o reduci dai campi di concentramento... Era un collegio e noi andavamo là a far lezione. Naturalmente anche i professori erano di sinistra o comunisti. Facevamo tre anni in uno, in due anni ne facevamo cinque. Poi li abbiamo mandati a dar gli esami all’Avogadro, che era un istituto industriale, per periti industriali, e sono stati tutti promossi. Si sono tutti collocati molto bene, a Torino. Nelle altre città non so, ma a Torino è stata un’esperienza estremamente positiva. Avevano tutti le elementari e molti le medie o l’avviamento. Dopo li abbiamo tutti ritrovati... Anche recentemente hanno fatto una mostra, due anni fa. Ormai sono rimasti in pochi anche loro, perché sono tutti vecchi. E questa direi che è stata l’esperienza più positiva dal punto di vista della mia militanza politica.
Quindi ho avuto un bacino di voti per cui son diventata consigliera comunale. E come consigliera comunale stendiamo un velo pietoso, perché non sono mai riuscita a capire un bilancio, quindi... Ho continuato a stare nel Pci volentieri fino al ‘46-‘47 quando il legame con l’Urss è tornato a essere evidente. Io non so se avete mai visto le riviste di allora: Rinascita, per esempio, era veramente obbrobriosa come culto della personalità. Il legame con l’Urss si stava manifestando di nuovo nella sua forma più folle, direi: si metteva sugli altari tutto quello che avveniva. Mi ricordo un numero di Rinascita dedicato al compleanno di Stalin che mi fece proprio star male. Stavo male, però ci rimanevo ancora. Avrei dovuto uscire, onestamente, nel ‘48, con la scomunica di Tito. Mi ha trattenuto il fatto che ero consigliera comunale.
Ho pensato: aspettiamo che finisca il mandato. E così ho aspettato, sapendo che sarei uscita, cominciando a dirlo agli amici più intimi, e poi però rimandando sempre. Poi nel ‘50 mi sono decisa. Nel ‘48 avevo comunque dato le dimissioni da tutte le cariche che avevo, perché naturalmente ero nel Comitato federale, nella Commissione culturale, com’era usanza del Pci.
Io nel ‘48 avevo parlato con uno dei comunisti veramente più puliti, più buoni che abbia incontrato, Mario Montagnana. Non era un membro dell’apparato, però alla Federazione di Torino aveva una carica importante. Era veramente una persona specchiata, una persona d’oro, non era il tipo dell’"uomo di Mosca”, tanto per usare una frase abusata, e lui mi ha detto: "Tu finirai con l’uscire, perché tu non hai fede nel partito, perché per rimanere nel Partito Comunista ci vuole la fede”. E mi ha raccontato questo episodio, quasi incredibile: "Vedi, io ero esule a Parigi e dovevo andare a una riunione in cui avrei parlato della necessità che l’Unione Sovietica si unisse alle democrazie occidentali contro Hitler; mi è arrivata allora la notizia del patto Hitler-Stalin, e io sono stato malissimo, però avevo fede nel partito e ho resistito. Tu questa fede non ce l’hai”. "No, dico, non sono una credente, non credo neanche in Dio, quindi non credo neanche nei partiti”. "Tu finirai con l’uscire, perché sei troppo onesta per rimanere, con le idee che hai in testa”. Però è sempre stato molto cordiale con me. E questo era un tipico segno dei comunisti: la combinazione fra il fideismo e una stoffa umana ricchissima.
Poi, nel ‘50, quando ero ormai decisa a uscire, andai dal segretario federale, il quale anche lui, dopo avermi ascoltata rifare tutta la storia dell’Urss, dai processi all’assassinio di Trotzkj, eccetera eccetera, mi disse: "Guarda, tu sei stata molto corretta, a venirmelo a dire”, e mi fece la proposta di non dirlo a nessuno e di continuare tranquillamente come se niente fosse. Io dissi: "No, questo non posso farlo, se esco lo faccio pubblicamente”, e lui: "Allora, però, mi spiace doverti dire che tu non puoi più uscire dal Partito, perché dal Partito si esce solo se si è in disaccordo su fatti occasionali, singoli, ad esempio, se tu non fossi stata d’accordo sull’articolo 7, ma se esci perché sei in disaccordo totale con la linea del Partito, io sono costretto a espellerti”. A me questo fece una gran paura, perché l’espulsione voleva dire il comunicato sull’Unità: "Il tal dei tali è stato espulso”, nel caso migliore "per indegnità politica”, nel caso peggiore "per indegnità politica e morale”. Io avevo tanta gente, tanti compagni, che mi conoscevano e avevo paura di questa prospettiva. Però restavo decisa a uscire. Per fortuna mi venne l’idea di andare dal sindaco e di raccontargli la storia. Il sindaco era Coggiola, un comunista, ma assolutamente non dell’apparato, era un uomo molto di buon senso. Mi disse: "Senti, capisco i tuoi timori, tu fai una cosa molto semplice, scrivi una lettera in cui dici: essendo uscita dal Partito Comunista in data odierna, do le dimissioni dal Consiglio Comunale. Potresti non darle, ma questo permette a te di scrivermi, a me di leggere la tua lettera quando tu sarai già uscita pubblicamente. A quel punto come faranno a espellerti?”. Io feci così, e in effetti fui espulsa solo internamente, cioè mi fu risparmiata la gogna.

Dopodiché sono stata per qualche anno libera cittadina, e poi quando si è formato il gruppetto dell’Usi, all’uscita di Cucchi e Magnani, sono stata contattata e ho aderito a questo movimento, anche lì forse sbagliando, perché Magnani e Cucchi erano molto bravi, usciti dal partito hanno finanziato il Movimento coi loro soldi, per una parte; per l’altra io non sapevo da dove arrivassero i quattrini, e lo scoprii quando ci fu il caso Gilas: il periodico del movimento, "Risorgimento socialista”, uscì con un articolo in cui ci si barcamenava molto, ma insomma, non si condannava Tito.
Quindi ero uscita dal Pci, per cader però in un gruppo più piccolo, ma legato pur sempre, se non alla Russia, alla Jugoslavia.
Certamente era un ambiente molto più laico, senza adulazioni verso la Jugoslavia, di cui si parlava solo quel tanto che era necessario, però quando c’è stato il caso Gilas non ebbero il coraggio di rinnegare Tito. Beh, comunque il movimento, che si sciolse nel ‘57, andò alle elezioni del ‘53, raccogliendo 200.000 voti; eravamo una decina di persone a Torino. Con tutto ciò, il Pci vietò ai miei amici di frequentarmi, perché ero legata a Cucchi e Magnani, e poi il Movimento è confluito nel Psi, e lì è stato lo sfacelo, perché veramente si è rivelata l’inconsistenza di questo gruppetto. Io sono andata in un primo tempo con gli autonomisti, poi mi sono avvicinata alla corrente giolittiana e fino all’uscita dal Psi sono stata col gruppo giolittiano, ma la maggior parte è andata con la sinistra, e la sinistra era di nuovo legata all’Urss, tant’è vero che a Torino si rifiutò l’ingresso al Psi agli ex comunisti che andavano a iscriversi alla Federazione, perché nella Federazione c’erano le cosiddette doppie tessere, cioè quei compagni socialisti che, dopo la liberazione, volevano iscriversi al Pci, e a cui il Pci aveva consigliato di rimanere nel Psi a fare da legame.
Mi hanno anche detto i nomi, anche perché qualcuno nel frattempo era diventato autonomista. Quindi mi sembrò di essere cascata dalla padella nella brace perché dopotutto è meglio essere coi padroni che coi servi. Poi, come dico, i compagni del gruppo giolittiano erano tutti compagni a posto, era un gruppo non grande. Giolitti era una persona molto seria, però non era un uomo di grande energia, non so se avrebbe potuto fare di più per quell’esperimento di centro-sinistra. Mi ricordo un pranzo, in cui ci raccontava delle difficoltà enormi che incontrava al governo, soprattutto, diceva, se la si spunta con la legge, dopo si è sconfitti dalla burocrazia, che è "un materasso -ricordo questa immagine- contro cui non si può far niente”. Dopo l’esperimento giolittiano sono stata ancora un po’ nel Psi, poi sotto la presidenza di De Martino mi sono stufata, sono uscita e non ho fatto più niente.
Nel Psi lavoravo nella commissione scuola, quello sì. Dipendevo da Codignola, ed è stata un’esperienza positiva, un’esperienza di partito delle più serie. Mentre nel consiglio comunale non capivo niente, almeno lì si parlava di argomenti che conoscevo. Ecco, l’attività nel Psi è stata quella della scuola: sono stata responsabile della commissione scuola di Torino per un certo periodo e poi sono stata nella commissione scuola centrale. Tutto qui. Questo è stato il mio percorso politico.

Magnani e Cucchi erano molto simpatici. Due temperamenti molto diversi, Cucchi molto più estroverso, Magnani più riflessivo, molto intelligente. Con Magnani ci vedevamo molto spesso, perché io facevo parte della Direzione... dieci gatti. Il responsabile di Torino era Mario Giovana; è stato uno storico della Resistenza, morto poco tempo fa. Poi Magnani e Cucchi sono finiti in modo diversissimo, e son finiti male tutti e due in un certo senso, perché quando ci siamo sciolti, Cucchi è passato col Psdi di Saragat e Magnani nel ‘64 è rientrato nel Pci, diventando presidente delle cooperative. Quindi il movimento si è dissolto senza lasciare nessunissima traccia.
Sì, quando uscirono dal Pci la campagna contro di loro fu terribile, furono bollati come traditori. Togliatti usò la famosa frase: "I due pidocchi nella criniera del cavallo di razza”. Anche su di me scrisse una frase poco gentile, ma insomma, senza insulti. Non so più in che occasione, c’era una frase sulla "maestrina”... E invece ricordo che Magnani fece un comizio, qui a Torino, bellissimo, con il più grande teatro torinese pieno di folla, comunisti, che stettero in perfetto silenzio ad ascoltarlo. Io lo presentai, lui parlò senza avere il minimo fastidio, perché di solito i comunisti interrompevano...

Sì, mi sono chiesta se i comunisti avessero solo una fede cieca oppure, anche, non sapessero bene cosa succedeva. Certo non sapevano tutto. Io ero informata, ma perché ero una privilegiata, però in genere, cosa si sapeva della Russia? Che in Russia si stava bene, che c’erano i socialisti... Lo raccontava l’Unità e quel che diceva La Stampa non valeva. E questo, ci tengo a dirlo, conviveva con uno spessore umano, con una moralità molto forti. Gli operai della Fiat avevano uno spessore umano, e anche un’intelligenza, notevolissimi.
Ecco, i socialisti erano più disincantati, ma erano meno ricchi umanamente. Le sezioni del Partito Socialista erano vuote, tutt’al più si giocava a carte, le sezioni comuniste no. I comunisti erano stati più attivi, più generosi, durante la Resistenza. Erano quelli che avevano dato di più. Anche da prima, durante il periodo clandestino, i comunisti erano più organizzati. Per dire: il Partito socialista era a casa di una compagna, morta abbastanza recentemente, dove dormivano tutti i leader quando passavano da Torino, Morandi, Basso, eccetera.
Poi c’era il Partito d’azione, ma erano intellettuali, uno più bravo dell’altro, ma il partito era destinato al naufragio. Non aveva legami con la gente comune. Perché poi i legami con la gente comune si hanno tramite i comizi, tramite la politica attiva, e ne potevano fare poca, non avevano neanche le possibilità materiali. I socialisti sì, ne avevano, e anche i comunisti nell’ambiente di fabbrica...
Tornando alla domanda se si sapeva. L’apparato sapeva, certamente, poi sapeva la gente come me, ma già io ignoravo il fatto dei gulag. E’ dovuto comparire Solgenitsin perché lo imparassi. Si sapeva delle purghe, quello sì. Si racconta una storiella a proposito di Togliatti. Togliatti aveva detto non so che frase scherzosa rivolta a Lombardi che, altrettanto scherzosamente, gli rispose: "Tu, Togliatti, con quella collottola buchariniana, stai attento...”. Perché Togliatti era molto vicino a Bucharin, poi si era tirato indietro e aveva strafatto, anche per salvare la pelle...
Dei processi si sapeva e anche di questa cosa mostruosa delle confessioni fatte dai condannati, ma poi… Neanche il 56 è servito. Paradossalmente nel ‘56, qui a Torino, ci fu più travaglio nel Partito Comunista che in quello Socialista, che era retto dalla sinistra del partito. Mi ricordo di aver litigato ferocemente, quando entrai, proprio nel ‘56, perché i funzionari di Torino dicevano: "Meglio -mi ricordo questa frase- la peggiore delle burocrazie del regime che abbiamo noi”. E questo quando era successo quel che era successo a Budapest. Nel Partito Comunista il travaglio era stato più forte, la cosa aveva fatto più impressione, ma poi le uscite furono poche, e tutte individuali, in ordine sparso. Giolitti, Calvino... Del gruppo Einaudi non so, non ricordo... A un certo punto non si rinnovavano le tessere. Natalia Ginzburg uscì certamente, ma non so quando e come.
Mah, devo dire che nei partiti non mi sono mai sentita a casa, mi sono sentita a casa nel periodo di Cucchi e Magnani, ma eravamo in dieci, mi sentivo a casa sì, ma non c’era nessuno! Era una casa vuota... L’ultima proposta la ricevetti da Codignola che aveva fondato un gruppetto. Gli avevo mandato un articolo di critica a Israele, su Sabra e Chatila, mi scrisse "Vieni con noi”, ma io risposi: "No, grazie”, poi lui è morto poco dopo. Ricordo che mi diceva: "Ma vieni anche tu con noi, siamo nella stessa barca”. Ma io ero così stufa di barche... Dopo l’esperienza di Cucchi e Magnani, fare un’altra esperienza "di barca”, per di più a Livorno, per di più ancora più piccola...
Adesso non posso neanche più votare. Una fortuna perché non saprei proprio per chi votare. Se ripenso agli operai della Fiat di allora, persone notevolissime, e al fatto che i loro nipoti oggi votano Lega, mi viene da chiedermi: ma cos’è successo?

Cos’altro posso dirvi? Beh, in definitiva il periodo più vivo delle mie attività è stato quando non ero legata a nessun partito ed ero una ragazzina. Posso raccontarvi due episodi solo, perché non voglio farmi bella di bambinate, in fondo. Uno, nel ‘40, quando avevo 16 anni. Appena dichiarata la guerra, un giorno andavo verso il centro di Torino, erano appena stati affissi i manifesti per la guerra, e io, un po’ per gioco, ero con una mia amica d’infanzia, ho provato a staccarne uno, ed era divertentissimo, perché un manifesto appena incollato viene via con estrema facilità, allora ci ho giocato, e come ne ho staccato uno ne ho staccato una trentina. Andando a piedi, tac, tac, tac, finché mi ha beccato un poliziotto, che mi ha portato al posto di polizia, dove mi hanno sgridata e io ho detto che l’avevo fatto perché ero contro la guerra, ero una pacifista. Intanto la mia amica correva in lacrime a casa mia, credendo chissà che cosa. Mia madre venne a recuperarmi. Questo è l’episodio meno importante, ma che dimostra quanto fossi spavalda, imprudente e impulsiva. L’altro è stato più importante per i retroscena: era il febbraio del ‘42 e avevo da poco compiuto i 17 anni, facevo la terza liceo, e c’era il professore di latino e greco che aveva il compito di fare una volta la settimana il bollettino sulla guerra. E lui lo scaricava su di noi, così ognuno, a turno, doveva fare il bollettino. Poi con questo professore io avevo già avuto un rapporto particolare, perché c’era un concorso in latino a cui eravamo stati scelti in due, uno per classe, uno nella A, uno nella B, e lui, per prepararmi, mi dava dei compiti a casa che poi mi correggeva, su vari argomenti. L’ultimo che mi aveva dato era "Dulce et decorum est pro patria mori, come è dimostrato dai recentissimi eventi di questa guerra” e io scrissi che pro patria non voleva dire morire per un tiranno, morirono pro patria inglesi, francesi, russi, eccetera e feci tutto un bel compito su queste parole.
Quando toccò a me di fare il bollettino, io lo feci onestamente, dicendo che in Libia gli inglesi erano presi, in quel momento, e però scrissi che in Russia i tedeschi non erano riusciti a sfondare, che c’era stata la ritirata tedesca, e concludevo con questa frase: "Quindi l’Armata rossa può celebrare con orgoglio il suo ventiquattresimo anniversario”. Come al solito avevo obbedito a una voglia del momento, mi buttavo in queste cose senza riflettere. In classe si scatenò un putiferio, per la prima volta ci fu una discussione vivacissima fra gli studenti. Il professore era lì, allibito, e a me capitò il meno che poteva capitarmi: fui denunciata al preside, che era un gran fascista, non venni espulsa (eravamo nel ‘42 e già le cose della guerra si mettevano non bene), ma sospesa fino alla fine delle lezioni.
A settembre diedi i miei esami, presi i miei voti, che però non vennero esposti. Allora andai dal preside a chiedere spiegazioni: "Ma lei non ha dato l’esame di ginnastica”. Io avevo l’esonero totale permanente dalla ginnastica, per una malattia ai polmoni che avevo avuto da bambina, e glielo dissi. E lui: "Non risulta”. Allora tornai a casa e guardai le pagelle, e per fortuna sulla pagella c’era scritto: "Esonero totale permanente”, con la firma del preside.
Si interessò alla cosa Carlo Casalegno, che era molto amico nostro, e mi presentò a Sandro Galante Garrone, allora giovane magistrato antifascista, pieno di belle speranze, il quale mi disse: "Lei viene con me e andiamo subito dal preside con questa pagella”. Così andammo dal preside e Sandro Galante esordì: "Guardi, la famiglia intende adire le vie legali e si finisce in tribunale. Questo è un documento ufficiale, per cui la scuola deve produrre i voti o se no le cose si mettono male”. Fu molto fermo. Il preside sollevò la cornetta del telefono e chiamò la Gil, che era la Gioventù italiana del littorio, dicendo: "Guardate che per quel caso la famiglia intende adire le vie legali, c’è una pagella così e così”, davanti a me e davanti a mia madre. Il giorno dopo avevo i voti esposti. Ecco, queste due sono state le mie azioni più azioni, le lezioni di marxismo, invece, le boccio, perché proprio di Marx sapevo pochino ed erano lezioni molto superficiali. Invece queste no, queste le rivendico, anche se furono grosse imprudenze, però le pagavo io. Altro non so cosa dirvi...

Sì, resta da dire del carcere. Beh, il carcere per me fu un’esperienza divertente, perché a vent’anni ci si diverte di tutto, era un bellissimo ambiente. Quando poi andai a salutare le suore, a quel punto c’erano le fasciste (noi siamo uscite ed entravano le donne rapate, un brutto spettacolo) le suore mi dissero: "Oh, se sapesse com’è cambiato l’ambiente!”. Erano molto deluse. Le suore, vincenzine, erano cinque o sei. La superiora era una donna molto intelligente, anche se si adattava un po’ ai tempi, prima era stata molto in linea, nel periodo fascista, poi, però, aveva fatto moltissimo per la Resistenza, per il Soccorso Rosso. C’era una suorina di vent’anni, aveva la mia età, veniva dal salernitano e mi raccontava che lei aveva sempre saputo che si sarebbe fatta suora, perché era di famiglia contadina ed era destinata a farsi suora. Credeva che sarebbe andata in un ospedale a far l’infermiera, e invece l’avevano mandata in carcere, e lei s’era messa a piangere la prima volta che aveva dovuto chiudere una cella. Era così dolce, così buona, che la mandavano sempre ad assistere i condannati a morte. E lei poi veniva da me e mi raccontava e mi diceva: "Lei è la mia sorellina...” e quando le dicevo: "Suor Elisabetta, io non sono religiosa...”, "Non importa, non importa...”. Così quando mi mandarono in questura per decidere su di me e dalla Questura mi deferirono al Tribunale speciale, e quindi fui rimandata in carcere, mi venne incontro: "Oh, che bello che è tornata di nuovo con noi!”...