Il socialismo è stato irriducibile alle categorizzazioni più o meno "scientifiche”... 
Il socialismo non si può racchiudere in formule, magari "aperte”: il socialismo si può solo narrare attraverso le vite e le parole dei socialisti. Di questa narrazione è paradigmatica la figura del militante e pensatore francese Pierre Joseph Proudhon, socialista libertario ispiratore e avversario di Marx, le cui idee furono fatte proprie dalla destra cattolica o nazionalista e dal sindacalismo rivoluzionario, dal liberalismo più conseguentemente radicale e dall’anarchismo, come dal riformismo più moderato, mai completamente accettate da alcuno. Nell’opera di Proudhon troviamo già tutte le questioni -dalla differenza sessuale al federalismo, dalla libertà individuale alle regole necessarie del vivere in società, dal bisogno di mutamento alla necessità di continuità- che fecero sorgere le idee e i movimenti socialisti, anarchici, riformisti, comunisti. 
Si parla ormai apertamente di una probabile fine del Partito socialista italiano, dovuta alla crisi provocata dallo scandalo di Tangentopoli, e si dice pure che tale fine sarebbe anche la fine della tradizione socialista. Eppure il tentativo craxiano si era presentato con il proposito di rinnovare questa tradizione, sganciandola definitivamente dal marxismo...
Fu il discusso "ritorno a Proudhon”, un pensatore fino ad allora quasi dimenticato che aveva cercato di trovare le strade di un cambiamento sociale radicale senza ricorrere alla rivoluzione catartica, escatologica. I primi dibattiti dell’Internazionale furono proprio incentrati su questa problematica e proprio a questo dibattito si riallacciarono Craxi e gli intellettuali che lo affiancavano (Paolo Flores D’Arcais, Luciano Pellicani, Federico Cohen, alcuni dei quali, viste le giravolte politiche craxiane, dopo un po’ lo abbandonarono). Cercando di definire una teoria politica socialista che facesse i conti con la realtà del capitalismo "post-moderno” pensarono fosse necessario andare all’origine di questa stessa tradizione. E all’origine c’è, appunto, anche Proudhon. Questi era un personaggio fuori da ogni schema: autodidatta, per molti anni tipografo, con una cultura enciclopedica, amico di Victor Hugo e di Baudelaire. Avrebbe voluto essere un filosofo, ma, anche se si poneva il problema del grande sistema teorico, era dichiaratamente asistematico ed è anche per questo che da molte sue intuizioni hanno preso spunto le correnti politiche più disparate. La teoria politica più vicina a Proudhon è certamente l’anarchismo, ma nel primo ‘900 anche una parte della destra francese si rifece a lui, così come a lui si rifece Georges Sorel nel percorso teorico che, partendo da una riflessione critica sulla teoria marxista della lotta di classe, lo portò poi a teorizzare la lotta delle nazioni proletarie contro quelle ricche, una teorizzazione in seguito fatta propria dal fascismo. Da Proudhon, seppure indirettamente, trasse ispirazione anche John Stuart Mill per il suo Saggio sulla libertà che è quasi un Vangelo del liberalismo anglosassone. Racconta Mill nella sua autobiografia che l’idea della "sovranità dell’individuo”, centrale nel saggio, egli la trovò già esposta nelle sue linee fondamentali negli scritti di un individualista anarchico americano, Josiah Warren. Questi, in parte influenzato da Proudhon, passò la vita a fondare comunità sperimentali che mettevano in pratica sistemi mutualistici di produzione e organizzazione della vita sociale; alcune di queste comunità vissero per oltre mezzo secolo. Marx diceva di lui che "in Germania gli perdonano di essere un cattivo filosofo perché passa per un buon economista francese, in Francia gli perdonano di essere un cattivo economista perché passa per essere un buon filosofo tedesco”. In realtà non era né un economista, né un sociologo, anche se poi molti lo considerano uno dei fondatori della sociologia, e neppure un filosofo: era uno che aveva la passione per il pensiero e per la politica, che scrisse moltissimo (i suoi scritti completi superano i 40 volumi), che visse e agì in un momento particolare della storia d’Europa: quello delle grandi trasformazioni che portarono all’affermazione del capitalismo e alla nascita dei movimenti socialisti e operai. Marx, che aveva conosciuto Proudhon a Parigi nel 1844, diceva di averlo "infestato di hegelismo” e le discussioni fra Marx, Proudhon e Bakunin, che spesso duravano interi giorni, divennero quasi leggendarie. C’è un aneddoto che dà il senso del coinvolgimento di queste discussioni. Si racconta che una volta Marx, Bakunin e Proudhon si trovarono a casa di Proudhon nel pomeriggio e cominciarono a chiacchierare bevendo del tè vicino al camino. Verso sera giunsero altri amici che parteciparono alla discussione e che nella tarda notte se ne andarono, insieme con Marx, lasciando Proudhon e Bakunin che dissero: "Finiamo il tè e andiamo a letto”. Il pomeriggio del giorno dopo Marx e un altro amico tornarono e, sbalorditi, trovarono Proudhon e Bakunin vicino al camino che, ancora con la tazza in mano, continuavano la discussione della notte precedente. 
La frequentazione fra Marx e Proudhon, che personalmente non si erano mai "presi” molto, finì nel 1846, quando Marx, che stava costituendo una associazione di intellettuali socialisti, propose a Proudhon di entrarvi. Proudhon gli rispose che era sempre disponibile a lottare contro tutti i sistemi onnicomprensivi, contro tutte le idee metafisiche che pretendono di ingabbiare la realtà, ma che per far questo non occorreva un’organizzazione. E proseguiva dicendo più o meno: "Ho però idea che a te non interessi questa battaglia e che tu voglia creare un’organizzazione di intellettuali per mettere il cappello di un’ideologia sui movimenti sociali e operai. In questo caso non solo non ci sto, ma sarò un tuo deciso avversario”. Questa rottura personale fra i due fu anche la fine di quell’ambiente culturale e politico che per varie strade portò poi alla nascita della Prima Internazionale e allo sviluppo del movimento socialista e operaio. Una rottura che era nelle cose, dovuta non solo alle personalità antitetiche di Marx, Proudhon o Bakunin, ma soprattutto ai diversissimi modi di pensare che avevano al di là della comune etichetta di "socialista”. 
La stessa cosa per lui avviene con la famiglia: se la singolarità di ognuno, che è differenza e non esiste in astratto, non viene vissuta quotidianamente, se non si manifesta in un modo di essere che costantemente la sottolinei, quindi anche in un posto specifico nella società, è destinata a perdersi e tutta la società si impoverisce. La critica che gli venne fatta un po’ da tutti, non solo dalle femministe, ma anche dagli anarchici, dai marxisti e perfino da molti liberali, era che lui voleva una donna relegata in casa a occuparsi dei figli. Era sicuramente una critica valida, e infatti Proudhon, come conferma in molte lettere, era incapace di staccarsi dall’immagine della famiglia contadina, governata dalla madre, in cui era cresciuto, però è anche vero che per lui questo non significava disconoscere o svilire il ruolo della donna. Anzi, lui pensava che proprio questa differenza desse alla donna anche una "capacità contrattuale”, aumentasse il suo peso sociale. Per lui, comunque, il problema fondamentale è sempre stato l’emancipazione delle classi lavoratrici, oppresse da un sistema sociale che sempre più obbediva, e obbedisce, a leggi sue proprie e non ai bisogni e ai desideri degli individui concreti, con le loro contraddizioni, che Proudhon vede sempre come vivificanti. Questo modo di vedere è quello che lo fece essere ferocemente anticomunista: diceva che Marx e i teorici comunisti, col loro prescrivere come la società avrebbe dovuto essere in virtù di una interpretazione della storia, di fatto la volevano trasformare in una immensa galera. 
In cosa consiste allora l’anarchismo di Proudhon?
L’anarchismo di Proudhon consiste proprio nel suo rifiuto di ogni assoluto, nella convinzione che, al di là di quanto possono far pensare le contingenze storiche, non esista un centro materiale o simbolico da cui irradi tutto, a parte, ovviamente, l’essere umano e la sua continua interrogazione sulla sua condizione. 
Per Proudhon la storia e il destino dell’uomo si giocano nella continua e irrisolvibile antinomia fra gli esseri umani così come sono, con le loro determinazioni storiche e sociali, e la società e il mondo che li circonda. Un mondo che, contemporaneamente, crea i singoli esseri umani ed è creato dall’azione e dai modi di pensare, quindi di agire, degli individui. Da questo modo di vedere dipende anche la sua idea del federalismo. Proudhon era ferocemente contro lo Stato, sua è la famosa frase "essere governato significa essere incarcerato, picchiato, sfruttato, offeso..” e tanti altri aggettivi negativi da riempire una pagina, però era anche consapevole della necessità, per la vita stessa della società, di elementi a cui tutti facessero riferimento. Sosteneva la necessità di fondamenti comuni (una cultura, una serie di principi condivisi da tutti, che per lui sono, contrariamente all’idea di Rousseau, ancora tutti da chiarire e conquistare), ma sosteneva anche che questo non doveva significare la scomparsa dell’autonomia delle singole unità sociali, fossero esse il villaggio o la fabbrica. Per lui ci doveva essere una dinamica continua fra queste unità sociali, collegate fra loro (le fabbriche collegate fra loro in una federazione delle fabbriche, i villaggi in una federazione dei villaggi e così via), intersecate come una rete, e gli elementi comuni a tutti. Non a caso definiva la sua idea di società come un sistema in cui "la circonferenza è ovunque, il centro da nessuna parte”. Non a caso Proudhon chiamò le sue proposte di riforma sociale "mutualismo”; lo chiamò così proprio per sottolineare come tutto ciò che esiste sia in rapporto con tutto e come non sia giusto, ma anzi pericolosissimo, pensare una cosa separandola dalle altre. In questo rifiuto di elevare un qualcosa a ente sovrano e nel continuo richiamo alla necessità che gli uomini pensino a quel che sono e alle loro azioni, sta la dimensione propriamente anarchica di Proudhon. 
Ci furono dei rapporti fra Proudhon e il movimento anarchico storico?
Col movimento anarchico propriamente detto, no. Tutti gli storici fanno risalire la nascita del movimento anarchico al congresso della tendenza libertaria della Prima Internazionale tenutosi a Sant Imier nel settembre 1872, mentre Proudhon era morto nel gennaio1865. Ma è anche vero che alcuni fra i principali promotori della Prima Internazionale, fondata ufficialmente nel settembre 1864, erano proudhoniani. 
Proudhon, già molto malato, non aderì direttamente all’Internazionale, ma l’Indirizzo inaugurale, il Preambolo e gli Statuti, per quanto materialmente elaborati da Marx, sono tutti basati su una serie di appunti di Proudhon e di Tolain, un operaio parigino che di Proudhon fu amico e continuatore. In seno all’Internazionale l’influenza di Proudhon fu fortissima, soprattutto nei primi anni. Per fare un esempio, ci furono alcune infervoratissime conferenze dell’Internazionale dedicate al problema del diritto ereditario, una questione che veniva posta proprio dai proudhoniani. Proudhon nel 1848 aveva scritto Che cos’è la proprietà, un saggio lodatissimo anche da Marx, e la sua tesi, divenuta proverbiale, era che "la proprietà è un furto” e quindi essa andava combattuta. Ma Proudhon era anche l’autore di una successiva memoria, La proprietà, scritta nel 1862, in cui sosteneva che "la proprietà è la garanzia della libertà individuale”. Egli vedeva chiaramente come il grande capitale, la grande proprietà terriera e la rendita finanziaria fossero causa di ingiustizie, tuttavia sosteneva anche che fra proprietà e possesso c’è una sostanziale differenza. La proprietà è un bene di cui tu ti appropri e usi anche se a esso non hai direttamente contribuito, mentre il possesso è un bene che tu hai contribuito a creare o a mantenere, quindi è direttamente parte di te e tu hai diritto al suo uso esclusivo e lo puoi trasmettere ai tuoi discendenti o a chi più ti aggrada. In questa continuità fra l’uomo e la sua opera Proudhon vedeva la possibilità per ognuno di manifestare la sua individualità e in questo senso diceva che la proprietà era l’unica garanzia per la libertà individuale. Conseguentemente con queste idee i proudhoniani erano per combattere la grande proprietà, per la sua suddivisione in piccole unità a possesso individuale o per la gestione da parte di cooperative, ma erano anche favorevoli alla possibilità che questo possesso fosse trasmissibile agli eredi. Dall’altra parte invece c’erano i comunisti che, conseguentemente con l’idea della proprietà statale di tutto, negavano ogni forma di ereditarietà e in mezzo c’erano Bakunin e qualche altro che erano favorevoli al possesso personale, ma erano contrari alla possibilità di trasmetterlo ereditariamente e pensavano che alla morte di uno tutti i suoi beni, esclusi ovviamente gli effetti personali, dovesse andare alla collettività che li avrebbe redistribuiti. Bene, in queste conferenze -in cui la gran parte dei partecipanti era costituita da operai o piccoli artigiani che arrivavano in Svizzera o in Olanda da sperduti paesini dell’Italia, della Francia, della Spagna o della Germania- la decisione presa fu favorevole alla comunanza dei beni, ma furono molti, e non solo anarchici, quelli che videro come l’idea della proprietà collettiva di tutto, senza alcun contrappeso, pur essendo animata dalle migliori intenzioni fosse destinata a portare non alla libertà e all’uguaglianza, ma alla costruzione di una società omologante e alla edificazione di un apparato politico poliziesco. 
(a cura della redazione, maggio 1993)