Loro hanno come una sindrome dell’orfano, dell’abbandonato. Recentemente abbiamo fatto un’esperienza con degli psicologi della Usl e i miei alunni dovevano concludere una storia che gli era stata proposta: la storia di un ragazzo di 16 anni, con una sorella più piccola, un fratello più grande e bravo, il padre piccolo artigiano assente, una madre molto concentrata sulla figlia e presente, però fino a un certo punto, e lui, il protagonista, che va a scuola ma non va bene. Un gruppo che lavorava con diapositive, ha concluso la storia con un’immagine drammatica: un ragazzo sui vent’anni, barbone, che va in giro a chiedere l’elemosina. Loro poi l’hanno messa sul ridere, però ho avuto la netta impressione che fosse venuto fuori qualcosa di vero. Molti di loro, non tutti, perché poi trovi situazioni più felici, con ragazzi più seguiti, sono effettivamente molto abbandonati a se stessi. La cosa paradossale è che ciò avviene in un mondo in cui il bambino, diventato una merce rarissima, è ipercoccolato, protetto anche, spesso tanto più protetto rispetto a quanto lo siamo stati noi da bambini o da adolescenti. C’è questa convivenza paradossale di un’attenzione, anche eccessiva a volte, e di un abbandono vero. Penso che il dramma sia appunto questo, che si è interrotto il meccanismo, esistito da quando esiste l’uomo, della trasmissione di padre in figlio. Si è interrotto drammaticamente il filo col padre e col nonno. Per cui i ragazzi stanno male, stanno malissimo. Vengono cacciati di fronte a una tv da quando hanno un anno di vita e ci restano per sempre. La tv è diventata uno dei pochi, se non addirittura l’unico strumento che gli dà qualcosa. Quello che gli dà poi è estremamente povero, è quasi niente. Il problema è un po’ questo, ed è per quello che noi facciamo così fatica. 
Qui poi la situazione è un po’ particolare. È una zona dove il denaro è tanto importante. Uno dei miei allievi recentemente mi diceva: "Ma cosa vuole, con la mia mamma e il mio papà si può parlare solo di soldi...”. Molti dei miei ragazzi per esempio lavorano, lavorano il fine settimana in pizzeria, prendono, che so, 800 mila, un milione al mese e si mantengono. Ma hanno 15 anni e vivono all’interno di famiglie non povere, dove non è che manchino i soldi. In queste zone c’è una dedizione al lavoro spesso fine a se stesso, al puro recupero di denaro. Quando un ragazzino mi dice: "Il mio papà non può venire a parlare perché lui lavora, sa...”, sottintende che io sono qui a non far niente... 
Poi il denaro dà anche arroganza. Mi è successo di trovarmi in classe il ragazzo di 18 anni che ti tratta così così perché pensa che tu sei anche povera e tutto sommato non ha torto. Uno mi ha aperto in faccia il portafoglio pieno di biglietti da cinquantamila e centomila. Qui è molto diffusa la piccola azienda, c’è parecchia ricchezza e girano tanti soldi. Molti, a 18 anni, hanno la macchina grossa regalatagli dal padre, e, come ho detto, molti lavorano. è un fenomeno che non conoscevo, che credo tutto sommato recente, non solo legato alla crisi ma proprio a un cambiamento di mentalità, per cui alla cultura non viene attribuito più alcun significato forte. Negli anni Sessanta-Settanta anche in una casa operaia i libri c’erano, non c’erano tanti soldi ma qualche libro sì. Invece, adesso, i libri non ci sono più, ci sono i soldi e l’unico valore che almeno mantengono è quello del lavoro fine a se stesso. E il tutto convive e si intreccia con un senso diffuso di grande insicurezza. 
L’anno scorso, durante gli esami di qualifica a giugno, una ragazza a un certo punto si ferma, mi guarda negli occhi e dice: "Vede, da quando lui è al governo -e lui sarebbe Berlusconi- io mi sento più sicura, lui ci darà lavoro”. 
Poi ti rendi conto che, se gli dai qualcosa di diverso da quello che viene loro normalmente offerto, sono sensibilissimi. E questa è una delle poche soddisfazioni che ormai mi sono rimaste. Per esempio quest’anno, facendo una fatica terribile per altro, ho cominciato a leggere Pirandello. E, visto che non se lo compravano, il libro l’ho regalato io, facendo una cosa che forse può essere molto criticabile. Ma ci tenevo tanto e loro, prima, sono rimasti spiazzati, poi hanno cominciato a guardarmi con un occhio diverso, e alla fine hanno cominciato anche ad appassionarsi alla lettura. Questa cosa mi è molto piaciuta. Ora riesco a leggere anche due ore senza il solito consueto baccano che c’è in classe. In queste classi i ragazzi non sono in grado di concentrarsi, di stare anche solo per 20 minuti a seguire un discorso, una lettura, una lezione, di interagire con te, hanno bisogno continuamente di qualcos’altro. E quindi dopo due mesi di durissimo lavoro con i più grandicelli di seconda, per me è stata una grande soddisfazione il fatto che in realtà qualcosina è cambiata. Almeno nel loro rapporto con i libri, con la lettura. 
Ora porto in classe tutte le settimane un libro che faccio passare di mano in mano in modo che loro possano anche proprio materialmente toccarlo, vedere le prime pagine, le ultime, vedere com’è, lo presento un attimo poi do dei consigli di lettura. All’inizio non è che l’hanno presa tanto bene, poi cominciando ad affezionarsi un po’ a me, si sono affezionati anche a una materia che, fra l’altro, per loro è molto distante in quanto tecnici. Questo è un istituto tecnico e loro sono molto più portati per le cose pratiche, la lettura resta una cosa distantissima. A conti fatti, alcuni di loro passano per esempio d’estate, dieci o dodici ore di fronte alla tv. È tanto, è proprio tanto. Infatti i ragazzi di campagna, diversamente da un tempo, sono pallidi anche d’estate perché restano in casa a guardare la tv, cominciano alla mattina presto... Guardano di tutto e quasi tutti hanno la tv in camera, per cui la guardano anche fino a mezzanotte e all’una. Alla mattina uno dei problemi seri è la concentrazione e la disciplina, perché questi ragazzi hanno sonno. Dormono poco, cinque o sei ore, la mattina si devono alzare presto perché molti di loro alle sette hanno la corriera, così alle otto di mattina hanno un sonno terribile, sono stanchissimi. Credo di dare un’immagine molto integralista, ma in questo momento questa è una mia battaglia personale: ho convocato anche tutti i genitori per spiegare il mio parere. Purtroppo mi sembra che ci sia pochissima sensibilità in questo senso negli adulti: agli adulti la tv fa tanto comodo finché i bambini sono piccoli, serve per tenerli anche buoni, e poi va avanti ancora così. Adesso vogliono andare in gita, vogliono star via qualche giorno, allora ho detto che li porto volentieri in qualche parco in montagna, in qualche rifugio, però non voglio televisori. Ho proposto due ore di lavoro serio la mattina dalle otto alle dieci, poi escursione, cinque o sei ore di cammino molto serio, alla ricerca, che so, degli stambecchi, dei caprioli, ecc., ritorno, la doccia, e poi i giornali, la lettura e la musica fino alle otto di sera, a cena e poi a dormire. Sono rimasti molto perplessi all’inizio, ci hanno pensato due o tre giorni e poi, probabilmente perché non avevano trovato di meglio, non so, comunque hanno detto: "Sì, ci va bene”. Se tu le cose gliele offri, ottieni dei risultati, solo che è una fatica terribile. 
 
Io lavoro tantissimo alla settimana. Mi sono resa conto che ho ampiamente superato il muro delle quaranta ore. E non riesco più a studiare. Del resto normalmente agli insegnanti non è richiesto anche lo studio, al massimo l’aggiornamento come si dice... 
La scuola è un mondo in cui c’è di tutto: ci sono insegnanti bravissimi, ci sono persone veramente molto colte e anche molto preparate, che, per esempio, hanno lavorato anche in ambiti diversi, che hanno fatto ricerca e poi c’è gente che l’ultimo libro che ha letto è stato trent’anni fa in occasione della tesi di laurea. In generale la scuola non è un ambiente molto stimolante dal punto di vista intellettuale. Devi ritagliarti tu degli spazi con grande fatica, dei piccoli spazi, ma non è facile, può essere più semplice comunque trovarseli al di fuori. Comunque anche questo è importante con i ragazzi. Se tu fuori fai delle altre cose, hai altri interessi li puoi portare a loro, questo sì, sicuramente, anche se in maniera molto più mediata rispetto a chi insegna all’università ovviamente, però lo puoi fare. E se tu sei più contento, più motivato... Me ne sono resa conto di persona: quando in classe affronti argomenti che ti interessano direttamente i ragazzi capiscono molto di più, sono più contenti, imparano molto di più. Anche magari testi complessi e difficili. Se ti interessano davvero, se ti appassionano, riesci a trasmettere loro questo interesse e loro imparano. 
In una prima insegno anche geografia e abbiamo recentemente affrontato concetti come quello di identità, di popolo, e sono stati loro stessi a chiedermi (e mi ha fatto molto piacere) di sapere qualcosa di più di quello che succede nella ex-Jugoslavia. Allora abbiamo avuto un incontro con una ragazza che ha lavorato là per le organizzazioni non governative. Ci ha parlato della sua esperienza e i ragazzi erano molto colpiti, molto interessati, e abbiamo scoperto che di ciò di cui sentono tutti i giorni parlare in tv non sapevano nulla, zero totale. La tv li bombarda di queste immagini da Sarajevo, da Bihac, e loro non ne sapevano niente. Ho scoperto che in seguito all’incontro loro hanno parlato molto anche a casa, ne hanno parlato con i genitori. Questo mi è sembrato un segno abbastanza interessante. Hanno tentato un’autogestione qui. Non è successo come nei licei. Per esempio, a Firenze, dove insegna mia sorella, i ragazzi hanno fatto delle autogestioni bellissime. Sapevano gestire i rapporti, che so, con la stampa, hanno fatto gruppi di studi interessantissimi, ma qui è diverso. È diverso il livello culturale di questi ragazzi. Però in un’assemblea, durante quelle settimane di scioperi, a un certo punto hanno detto di voler stare a scuola tutto il giorno, di volere una scuola che li facesse stare qui anche al pomeriggio, fino alle cinque, alle sei. E anche secondo me sarebbe l’ideale: tenere qui questi ragazzi fino alle sei del pomeriggio, ovviamente proponendogli anche altre cose, e che vadano a casa solo per cenare e per dormire. Sarebbe molto importante per loro. E comunque che l’abbiano chiesto loro è un segno.
 
Lo studio, sì quello resta fuori. Io la sento tantissimo questa esigenza: non puoi continuare per secoli a propinare sempre le stesse cose. Dovresti poterti ricaricare, attraverso una riflessione tua. Dopo lavoreresti molto meglio con loro. È possibile instaurare un rapporto interessante con alcuni colleghi che lavorano su argomenti simili e che hanno gli stessi problemi nel rapporto con i ragazzi; la riflessione con loro per me sarebbe molto utile, ma questo succede raramente. In realtà la scuola è un luogo dove la gente tende semmai a isterilirsi, piuttosto che ad arricchirsi. In questo momento, però, per me è un’esperienza molto importante e anche molto ricca. Non è solo perché faccio degli sforzi per darle un senso, in realtà puoi scoprire delle cose nel rapporto con i ragazzi e anche con alcuni colleghi.
I ragazzi mi stanno molto simpatici quando non mi riducono a uno straccio, perché a volte torno da scuola che sono distrutta perché è sempre più difficile mantenere la loro attenzione; tu puoi proporre anche delle cose interessanti, profonde, belle, nei modi più diversi, ma è difficilissimo mantenere la loro attenzione perché il tuo avversario è molto più potente di te. Quella contro l’immagine televisiva è una battaglia persa in partenza, devi cercare di far presa da altre parti. È molto importante il rapporto "affettivo”: loro percepiscono immediatamente se tu gli vuoi anche un po’ di bene e se colgono questo ti seguono di più, anche a leggere Pirandello e ad amarlo. 
Solo così il libro può avere ancora una chance, loro devono capire che tu ci tieni molto e che quello è uno dei veicoli del rapporto tra te e loro, allora accetteranno di prendere in mano questi oggetti strani, da marziani. Tieni sempre conto che molti di questi ragazzi vivono in famiglie dove proprio i libri non esistono e che sono ancora più poveri culturalmente di quanto non lo fossero i loro genitori da giovani e che contemporaneamente ci sono ragazzi sempre più preparati, che hanno tantissimi strumenti, che leggono benissimo a 7-8 anni, come non facevamo noi, che utilizzano il computer. La scuola, in questo senso, ha fallito totalmente: acuisce le differenze culturali e purtroppo credo che in questo il disastro della scuola sia irrimediabile. 
Però è anche vero che si possono fare delle cose. Avevo due ragazzi che si atteggiavano a naziskin. Un giorno gli ho messo in mano 16 ottobre 1944 di Debenedetti, che è bellissimo, e loro mi dicono "ma professoressa, lei ha capito che noi...”. "Ve lo dò apposta”. L’hanno letto, l’hanno accettato. Forse è questo. Poi io non sono un’insegnante militante, tento solo di trasmettere loro la mia esperienza e credo di star facendo anche molti sbagli. Solo vorrei poter riprendere ogni tanto fiato. Avere casomai la possibilità dell’anno sabbatico e trecentomila lire di aumento al mese. Ma non in soldi, in buoni libro.
(a cura di Gianni Saporetti, gennaio 1995)