Voi siete tra i fondatori dell’associazione Vicini di casa, una onlus con la finalità di dar casa a prezzo equo ai lavoratori stranieri. Conoscete bene quindi la situazione dell’immigrazione in questa zona...
G. In Friuli c’è stato il grosso problema dell’immigrazione dalla ex-Jugoslavia, massiccia e non solo di passaggio, qui infatti ci sono alcuni poli industriali sviluppati che richiamano manodopera. Ma riguardo alla provenienza c’è un po’ di tutto, le comunità più numerose sono quella albanese e la ghanese.
P. Ogni comunità ha le sue specializzazioni, i ghanesi ad esempio lavorano in fabbrica. C’è anche una localizzazione precisa delle diverse etnie, a Monfalcone ci sono soprattutto croati e cingalesi.
Come comunità parrocchiale vi limitavate all’accoglienza?
P. No, già all’inizio eravamo partiti con l’idea della casa. Erano i primi anni Novanta (l’associazione sarebbe nata nel ’93) e la discussione si intrecciava con la questione delle latterie.
G. In Friuli ogni paese aveva la sua latteria sociale cooperativa, erede della vecchia esperienza cooperativa cattolica e socialista di fine Ottocento, inizi Novecento. Qui esisteva una tradizione socialista riformatrice molto importante, che si alimentava delle esperienze cooperative del socialismo democratico tedesco conosciute attraverso l’emigrazione e importate in tutta l’area della montagna friulana. Inoltre c’era un clero molto radicato e popolare, che ha sempre affrontato di petto le grandi questioni sociali, emigrazione e riforma agraria, schierandosi con la gente anziché coi grandi proprietari terrieri della pianura. Su queste basi si è sviluppata una fortissima tradizione cooperativa in tutti i nostri paesi. Le rimesse ad esempio non finivano in banca, ma nelle casse rurali cooperative, nate proprio a questo scopo. Poi c’erano cooperative di consumo, forni cooperativi, latterie sociali. Questo ha permesso al Friuli di digerire i problemi legati all’emigrazione. A partire dagli anni Sessanta però il mondo cominciava a cambiare, i supermercati mettevano in crisi i piccoli negozi cooperativi, le grandi banche concentravano le piccole casse rurali. Si trattava di capire cosa fare del patrimonio cooperativistico, se chiuderlo o rilanciarlo.
P. Ci siamo buttati in un’operazione di rilancio, l’idea di trasformare le vecchie latterie in case per gli immigrati ci è sembrata una buona partenza. Ci siamo concentrati su tre paesi, in uno ci eravamo impegnati a fondo, tanto che tutto il consiglio della cooperativa aveva partecipato al nostro progetto e molti poi sono diventati soci di Vicini di casa. Avevamo fatto degli incontri, era venuto Gian Paolo a parlare della tradizione cooperativa, un altro amico aveva parlato dell’immigrazione, eravamo un po’ sognatori, pensavamo di convincerli a darci le latterie. Ci pareva una proposta vantaggiosa per tutti: noi avremmo avuto degli appartamenti per gli immigrati e loro avrebbero mantenuto la proprietà degli edifici ristrutturati e recuperati all’uso, invece di chiuderli e lasciarli deteriorare come sta avvenendo.
Il sogno però non si è realizzato...
P. Questo per un problema di tipo generazionale. La storia è davvero buffa. Le proprietà delle latterie infatti sono un po’ strane giuridicamente, alcune sono in mano ai maggiorenti del paese, altre sono vere e proprie cooperative; in altre ancora invece è l’assemblea dei capifamiglia a occuparsi della loro gestione, oppure ci pensano i gerenti di un lascito. A un certo punto queste forme di gestione non erano più praticabili, quindi o si prendevano in considerazione iniziative tipo la nostra o si pensava di vendere a privati, che poi è quanto è successo cinque anni dopo alle tre latterie che avevamo adocchiato.
G. Nei giovani abbiamo trovato una maggior disponibilità verso il nostro progetto, per loro era più facile comprendere il passaggio dalla vecchia solidarietà cooperativa ai nuovi bisogni di solidarietà. Per gli anziani invece toccare la latteria era come toccare l’anima al paese.
P. Anche se poi sono state inevitabilmente toccate. Noi abbiamo perso un anno nella rincorsa delle latterie, al terzo  tentativo ci siamo arresi e, per cominciare, abbiamo comprato un anonimo appartamento a Udine, un salto radicale. 
G. Che però ci ha permesso di creare l’associazione. Il nome fa riferimento al modo in cui si costruivano le case nei nostri paesi di emigrazione. Molti emigranti friulani infatti erano muratori e si costruivano la casa da sé con l’aiuto dei vicini. Volevamo in qualche modo rivitalizzare quest’esperienza di solidarietà abitativa legata all’emigrazione friulana collegandola a un altro tipo di emigrazione. I soci dovevano prestare un milione delle vecchie lire per cinque anni senza interesse, così da creare un fondo iniziale per l’acquisto del primo appartamento.
P. Gli affitti accumulati nei cinque anni avrebbero permesso la restituzione dei prestiti; nel frattempo il modello prevedeva una continua raccolta di prestiti per permettere al meccanismo d’innescarsi. Molti poi, fortunatamente, hanno rinunciato alla restituzione... 
Quindi il modello non regge?
P. No, tutt’altro, era stato pensato con cura. Fin dall’inizio abbiamo affiancato all’associazione una cooperativa e tra i soci istituzionali, oltre al centro Balducci, abbiamo incluso le Acli e l’Autogest, una banca cooperativa poi confluita nella Banca Etica, quindi dei garanti credibili. Comunque già nelle previsioni l’acquisto dell’appartamento andava bilanciato con delle donazioni. Bisogna anche considerare che nel ‘94 il costo del denaro era elevato, i tassi bancari erano del 16-17%, perciò prestare denaro senza interessi comportava già dare un contributo. E poi ci piaceva l’idea del prestito, perché avrebbe determinato un contatto periodico con i prestatori, molti infatti lo hanno rinnovato. Nel frattempo facevamo delle campagne di raccolta e nelle restituzioni siamo stati molto seri, alla scadenza scrivevamo a tutti per chiedere se rivolevano i soldi prestati: su duecento milioni iniziali ne sono stati richiesti solo una decina. Quei soldi erano stati raccolti in tre o quattro mesi e il primo appartamento, costato 110 milioni, fu acquistato già alla fine del ’94. Subito dopo è stata la volta di una casetta che costava poco, cinquanta milioni, in un paese qua vicino. Nei primi due anni andavamo in giro nelle parrocchie dove ci chiamavano per far conoscere la nostra associazione. Eravamo stati anche bravi, ma i nostri due appartamenti bastavano solo per 8 persone, non riuscivamo ancora a incidere. Allora abbiamo proposto al comune di Udine di assegnarci un fondo, che abbiamo chiamato di rotazione e garanzia e che all’inizio fu di 15 milioni. Grazie a questi soldi potevamo cercare casa per gli immigrati sul normale mercato immobiliare e prestare loro la quota della cauzione da restituire in rate da cento o duecentomila lire nel corso di un anno o un anno e mezzo. Su cinque mensilità da anticipare, tre di cauzione, una all’agenzia e una effettiva, noi ne prestavamo tre, aprivamo quindi un libretto al portatore intestato all’associazione e lo davamo in garanzia al proprietario. Sono le garanzie il vero problema nel reperire alloggi da affittare a immigrati. Anche in questo caso la partenza è stata lasciata all’impegno volontario, i prestiti li decidevamo io e un amico dopo l’orario d’ufficio in maniera un po’ casuale. Per orientarci meglio ci appoggiavamo al Cesi, il Centro Solidarietà Immigrati del Comune di Udine, che, a sua volta, era in contatto con la Caritas e aveva fatto delle schede su chi cercava alloggio. Il nostro compito ovviamente non si limitava al prestito, dovevamo avviare i contatti coi proprietari e difendere gli inquilini dai contratti vessatori, che non erano un problema secondario. I primi fondi si sono esauriti in pochissimo tempo, le case si trovavano, tutto quindi si riduceva a una questione di garanzie. L’anno dopo il Comune ha riconfermato la sua partecipazione e il progetto si è esteso anche alla Provincia. Già nel ’98, dopo pochissimi mesi, abbiamo iniziato a fare una cinquantina d’interventi l’anno, considerando una media di tre persone a inserimento si trattava di circa 150 persone. In seguito abbiamo coinvolto anche la Regione e attualmente siamo a 350 inserimenti, circa 1.500 persone. 
P. Infatti non abbiamo mai voluto dare una garanzia rigidamente patrimoniale, perché avrebbe consentito ai proprietari di fare tutto quello che volevano e agli immigrati di assumere atteggiamenti lassisti, perché tanto c’era chi pagava per loro. I nostri operatori invece cercano di capire chi hanno davanti, prendono tutte le informazioni possibili e costruiscono bene i gruppi abitativi, sanno quale casa è adatta a un gruppo di amici e quale invece va meglio per una famiglia. Ad esempio, nei rari casi in cui si trovano case nei paesi, dove il mercato degli affitti è poco sviluppato, funziona molto bene l’inserimento di famiglie, perché la loro integrazione è facilitata dall’inserimento a scuola dei figli. Bisogna comunque evitare di irrigidirsi in procedure burocratiche come le graduatorie e i punteggi, richiesti invece dagli enti pubblici che finanziano il fondo. Finora abbiamo sempre resistito e siamo riusciti a convincerli che è meglio lasciare libertà d’azione ai due operatori, perché hanno maturato una profonda sensibilità, che funziona più di ogni graduatoria. Certo ci vuole del tempo per acquisirla, ma è anche una questione di metodo, non è che uno va là e chiede la casa punto e basta, prima di accogliere una richiesta si fanno almeno due o tre colloqui con la persona per capire che esigenze ha. 
La formazione degli operatori è uno dei vostri obiettivi principali.
P. Sì, soprattutto adesso che il progetto si sta estendendo anche alla provincia di Pordenone. Le due operatrici attuali, Francesca e Silvia, hanno iniziato al Cesi e si sono costruite da sole assumendosi tutta la responsabilità operativa. Finora hanno inserito 1.300 persone e prestato 650 milioni, con un fondo che ormai va avanti da solo, tant’è che agli enti non chiediamo di incrementarlo, ma di pagarci una parte delle spese per gestirlo. In tutti questi anni abbiamo perso solo 29 milioni, guarda caso concentrati nel primo biennio, quando eravamo meno esperti e non c’era una selezione accurata né la possibilità di un contatto continuo. La selezione infatti non basta, adesso abbiamo altri due operatori part-time per le visite periodiche agli appartamenti e i resoconti agli enti finanziatori. Dico visite perché coi beneficiari nascono dei rapporti, magari ti invitano a bere il caffè, poi ci sono anche le volte che si beve meno caffè e bisogna fare un po’ la voce grossa, ma l’importante è che ci sia continuità di rapporto, in modo che se l’inquilino o il proprietario hanno problemi possano avvalersi della nostra mediazione.  
I vostri affitti rispetto al mercato?
P. Gli appartamenti si affittano a prezzo equo, ad esempio un bilocale a Udine a 500.000 lire invece delle 800.000 richieste in genere. Adesso potremmo finanziarci con gli affitti, dato che abbiamo nove alloggi di proprietà, ma ci aiutiamo in vari modi. A Codroipo, ad esempio, da due anni stiamo ristrutturando una casa con nove ragazzi della scuola di formazione edilizia, che ci offrono 36 ore di lavoro settimanali in cambio di un cantiere dove poter sperimentare ciò che vogliono. Tra l’altro ormai in queste scuole non vanno più gli italiani: l’anno scorso, su nove ben sei erano albanesi e romeni, quindi il cerchio si chiude: abbiamo immigrati in formazione che costruiscono le case e immigrati che le abitano (e alcuni le hanno pure comprate). 
Ultimamente la Regione ha richiesto che anche i datori di lavoro sostengano economicamente i progetti di locazione in comodato per i dipendenti stranieri. In Friuli non ci sono grandissime imprese, quelle con cui stiamo lavorando hanno un centinaio di dipendenti, massimo 150, a volte gli imprenditori avevano già comprato la casa e magari ci avevano alloggiato qualche dipendente, ma non sapevano bene come fare. A loro conviene in termini di fidelizzazione e la nostra mediazione evita che la casa venga percepita come un prolungamento della fabbrica e che, nel caso si perda il lavoro, venga meno anche l’alloggio.
Perché avete scelto di occuparvi solo degli immigrati regolari?
P. I nostri progetti funzionano solo coi regolari, sarebbe impossibile dare garanzie per uno che non ha il lavoro.
Del resto non credo che in Friuli ci siano molti clandestini, ci sono richiedenti asilo, persone col permesso di soggiorno che lavorano in nero, ma veri clandestini pochi. C’è gente che è stata assunta a tempo determinato e poi ha trovato solo lavoro in nero, ma anche chi per scelta ha il permesso di soggiorno e fa il vu cumprà, africani che fanno fatica ad abituarsi a ritmi di lavoro alienanti, che magari fanno due mesi in fabbrica e sei a vendere per strada, poi tornano a casa e quindi di nuovo qui per tre mesi. Le situazioni sono molto diversificate, anche nelle nostre case. Noi però cerchiamo di favorire chi ha un lavoro regolare, perché la domanda inevasa già per loro è molto alta. E poi dobbiamo cercare di non fallire gli inserimenti, per ogni fallimento perdiamo dieci case, il passaparola negativo è tremendo.
Come sono cambiati gli inserimenti rispetto all’inizio?
P. I primi anni avevamo fatto delle casette striminzite con una o due camere, adesso stiamo facendo trilocali e appartamenti di quattro stanze, perché ormai ci sono le famiglie. Le regole per i ricongiungimenti sono molto rigide e la regione Friuli interpreta in maniera ferrea le norme sulle metrature, controllano il decimetro quadrato, la matrimoniale dev’essere dodici metri quadri e nove la singola. E poi continua la diffidenza ad affittare agli stranieri nonostante l’anno scorso più del 50% degli immigrati fossero donne e negli asili nido ci sia un 15% di bambini immigrati. Allora un buon inserimento diventa un segnale importante, soprattutto in una comunità di paese. I ceti più bassi sono i più prevenuti. Nelle aziende, ad esempio, erano gli operai meno qualificati ad avere le resistenze più forti, eppure qui non esistono problemi di concorrenza, i lavori più brutti sono rifiutati dagli italiani e le basse qualifiche sono ultrascoperte da almeno cinque anni. Inoltre il fatto che qui non si verifica il fenomeno dell’abbandono scolastico, come invece in Veneto, ha indubbiamente favorito l’ingresso di immigrati.
G. Le resistenze degli operai italiani sono soprattutto di ordine culturale, dovute a modelli di lavoro molto diversi, ad esempio alla difficoltà a sostenere un impegno di lavoro continuativo da parte di molti stranieri. Prendere un classico operaio friulano che non molla mai e se c’è bisogno dopo le otto ore ne fa altre due e metterlo con un africano che appena può... non è facile.
G. Per esempio il modo di tenere la casa, si rompe la tapparella e telefonano alla povera Silvia perché mandi qualcuno ad aggiustarla. La delega nella manutenzione e nella conduzione della casa è il problema più frequente.
P. Bisogna educare al nostro modo di abitare, pur sapendo che non è per forza quello giusto, ma è impossibile trovarsi bene in un condominio se non lo si rispetta. Per fare un esempio, in un appartamento avevamo degli africani che non aprivano mai le finestre, persone bravissime, avevano persino comprato due deumidificatori, ma non riuscivamo a convincerli che bisognava arieggiare ogni tanto. Avevano tonnellate di muffa, pareti nere, che abbiamo dovuto ridipingere due volte in un anno, perché per loro da settembre a marzo la casa doveva restare sigillata. Sembra un problema banale, ma se il proprietario avesse visto la casa tutta nera e la cucina fradicia, beh, non avrebbe più affittato.
G. Un altro problema è costituito dalla socialità, le feste, i rumori. Per loro l’ospitalità è un valore fortissimo e la socialità un’esigenza primaria, ma nei condomini questo non è gradito. L’abitare è un tema importante, le scelte tra integrazione e rifiuto in fondo si giocano qui, nelle banali questioni quotidiane. È capitato che un signore protestasse per l’odore di spezie sulle scale che usciva da un appartamento di curdi e il curdo gli ha fatto notare che anche lui doveva sopportare l’odore della brovada che veniva dal suo appartamento. Questo sentire gli odori degli altri e non i propri è sintomatico.
In quali casi rifiutate un alloggio?
P. Quando dalla rete ci arrivano segnalazioni negative, come nel caso di persone che sono già passate cinque volte attraverso la Caritas, magari sono state gratis per anni in una parrocchia e non si sono cercate un lavoro. Certo per me e Gian Paolo è più facile dire di no, non siamo a contatto diretto. Per farlo concretamente invece serve una certa professionalità. Io ho provato a buttare fuori una persona da un appartamento, è stato pesantissimo, anche se era un uomo di cinquant’anni coi figli ormai inseriti che lo potevano ospitare. Era un profugo delle caserme. Sì, perché in Friuli ci sono profughi slavi che sono stati quattro o cinque anni in questi centri terribili dove non potevano fare niente, neanche le pulizie. In questo modo hanno rovinato almeno una generazione, un adolescente che sta quattro anni in ozio completo si abitua ad aspettarsi tutto. Noi avevamo il progetto Per, che seguiva l’uscita dalle caserme, e credo che su ottanta casi abbiano avuto successo solo due.
G. Anche la trafila attuale dei richiedenti asilo è distruttiva in questo senso, li parcheggiano per un anno o un anno e mezzo prima di avere il colloquio, poi c’è l’attesa logorante di una risposta che non arriva mai e non si capisce bene su cosa venga fondata. Nel frattempo non si può fare niente, ma l’assistenza è minima. 
P. Chi fa queste leggi evidentemente non conosce il problema. Un minore non accompagnato che si trovi in Italia per legge deve essere mantenuto e scolarizzato dal comune in cui vive, quando compie 18 anni però diventa clandestino e viene espulso, perché non può convertire il suo permesso di soggiorno in un permesso di lavoro. Allora bisogna trovare in anticipo un imprenditore che lo voglia e intanto deve tornate al suo paese per essere chiamato. Poi però ti bloccano i flussi per due anni e così io non riesco ad assumere tre ragazzi della Casa Immacolata di don De Roia con cui ero in parola, e questo con la legge Turco-Napolitano. Mancano regole logiche. Tra il visto e il permesso di lavoro, ad esempio, devono passare un paio di mesi. Sembra quasi che lo stato si sforzi d’incentivare l’illegalità.
(a cura di Katia Alesiano, novembre 2002)