In questo testo scolastico ci saranno le due narrazioni parallele e al centro uno spazio bianco…
Dan. Sì, l’idea è questa. Abbiamo avuto tre seminari, un primo incontro a marzo, poco prima dei terribili eventi di Jenin e l’invasione; il secondo in pieno coprifuoco, sempre a Gerusalemme; ogni volta ai palestinesi il permesso viene accordato solo qualche giorno prima della data stabilita, e regolarmente bisogna andare a prenderli per assicurarsi non ci siano ulteriori intoppi. Insomma, è sempre estremamente complicato. Ma l’aspetto interessante è che gli insegnanti si sono dimostrati sempre molto tenaci, mostrando una grande volontà di cambiare le cose. Abbiamo sentito di essere sostenuti in questa impresa, di non essere soli; e abbiamo sentito di far parte di un processo che di fatto si è autoalimentato, noi l’abbiamo solo avviato.
Tra i due gruppi come si sono evoluti i rapporti? Sono anche nate delle amicizie?
Dan. Abbiamo investito molto tempo alla conoscenza reciproca. Una prima giornata e mezza è stata dedicata all’ascolto delle storie personali. Poi un primo e un secondo seminario. è stato difficile, certo, ascoltare le storie degli altri, ma è stato anche molto coinvolgente. Noi del resto eravamo qui per ascoltare e imparare, non solo per raccontare. 
Con Sami avevamo già lavorato con gruppi misti, israeliani e palestinesi, in altri ambiti, non era una prima volta, quindi eravamo preparati anche a cadute, a fallimenti, ma ho l’impressione che questo gruppo funzioni, che loro in ultima istanza si piacciano, certo per quanto possibile.
Sami. Come diceva Dan, non è stata un’impresa facile, tuttavia c’è stata dedizione e investimento; questa gente davvero vuole provarci ed è anche disposta a passare attraverso il dolore e la fatica dei racconti e dell’ascolto dell’altra storia. è una sfida appassionante; insomma vogliono fare qualcosa, vogliono partecipare…
Volendo ricordare Yusif (un insegnante palestinese coinvolto nel progetto, scomparso recentemente), lui era veramente una persona dinamica, sia nell’ambito del gruppo palestinese, ma anche in relazione all’altro gruppo. Si sforzava sempre di esprimere il proprio punto di vista, le proprie idee, con dolore, ma anche con coraggio.
Dan. Confliggeva continuamente con il gruppo israeliano; discuteva in particolare con due donne cercando di difendere strenuamente e tenacemente la propria versione. 
Sami. Ora, ascoltare le altre storie, l’altra narrazione, per la prima volta, è davvero impegnativo, una sfida. Richiede molte energie e dedizione. E poi c’è la paura di sentirsi dire: "Non è vero, non è così, questa è pura propaganda”. Sono quindi sicuro che questo esperimento rafforzerà molto la nostra esperienza su come approcciare il futuro. Non possiamo aspirare a creare una sola narrazione che includa in modo soddisfacente sia quella israeliana che quella palestinese. Però con questa ipotesi di lavoro possiamo costringerci a riconoscere anche la narrazione dell’altro, se non emotivamente, almeno sul piano della conoscenza. E questo è un passo importante; è questo il nostro obiettivo. Possiamo anche cercare di individuare le similitudini tra i due racconti e capire cosa si potrà costruire a partire da tali affinità. Ma, ripeto, non siamo orientati a una narrazione unica, questo non ci interessa oggi.
Dan. Ogni cultura si deve intanto sentire "sicura” della propria narrazione. Questa è la condizione; per questo ci devono essere due narrazioni separate. Se sono troppo vicine non funziona.
Infatti voi sollecitate gli insegnanti a stare attenti a non essere né troppo parziali né troppo compiacenti con l’altra versione. 
Dan. Come dicevo, bisogna che entrambe le parti si sentano a proprio agio con la loro narrazione. Se si sentono sicuri, poi sarà possibile cominciare a interloquire con la versione dell’altro. Per esempio, durante la prima fase, qualcuno ha denunciato come la versione palestinese suonasse talvolta propaganda, ma immediatamente si è chiesto: "Non è che forse anche il nostro racconto suona a loro propaganda?”. Perché è vero, è proprio così. Ma va bene, basta riconoscerlo, sono due versioni-propaganda. E da lì si può partire per spiegare e giustificare la propria storia… Ovviamente poi ognuno ha il suo punto di vista sulla storia dell’altro. E io credo che se ci saranno degli studenti che alla fine del percorso saranno capaci di rispettare la narrazione dell’altro sarà già un grande successo. Certo non so quanto questo influirà, ma è comunque qualcosa, perché allo stato attuale ci troviamo in una situazione in cui davvero ciascuna comunità non sa nulla dell’altra, e si limita a demonizzarla e delegittimarla. E niente di buono può venire da un tale approccio.
(a cura di Barbara Bertoncin, settembre 2002)