Il 10 settembre 1943, due giorni dopo l’annuncio dell’armistizio fra Italia ed alleati, fuggirono dal Castello di Vincigliata -presso Fiesole- gli inglesi prigionieri di guerra ivi detenuti: 11 generali e 14 fra ufficiali e soldati. Fra essi i "generalissimi” sir Philip Neame, già ufficiale più alto in grado nel Mediterraneo; sir Richard O’Connor, già a capo dell’VIII Armata ; il maresciallo dell’aria Owen Tudor Boyd, già comandante dell’aviazione nel Mediterraneo. La loro fuga verso le linee anglo-americane li condusse al monastero di Camaldoli, ove furono soccorsi da quei monaci. Braccati dai tedeschi, nel frattempo calati in Italia, furono condotti da padre Leone Checcacci all’impervio borgo di Seghettina, nell’alto Bidente, ove incontrarono i patrioti della "trafila democratica” che li avrebbero assistiti sino al 30 ottobre con l’aiuto dei montanari, per poi condurli alle loro linee il 20 dicembre, dopo un’odissea di 50 giorni. Per coordinare la fuga di migliaia di militari alleati e l’accoglienza delle popolazioni ed organizzare la Resistenza su quei monti, furono comandati i generali John Combe e Joseph Todhunter che restarono sull’Appennino sino al 13 marzo 1944. Al rientro ai loro comandi, i generali rilasciarono allo Stato maggiore ed al Governo un rapporto che trattò minuziosamente della Brigata romagnola, comandata da Libero Riccardi, configurando le future missioni inglesi nell’Italia occupata dai tedeschi.
Qui di seguito la lettera che il figlio di Joseph Todhunter ha mandato a Nicola Fedel perché la leggesse al convegno che si è tenuto al monastero di Camaldoli su "Camaldoli e la guerra in Appennino”, organizzato dallo stesso Monastero, dall’Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, dalla Società di Studi Romagnoli, dalla Fondazione Alfred Lewin. Del convegno saranno presto disponibili gli atti.


Signore e signori, buon pomeriggio. Devo dirvi che quando ho ricevuto l’invito a intervenire a questo convegno mi sono sentito davvero molto lusingato, e subito ho pensato che avrei potuto utilizzare qualche pagina del libretto che avevo scritto sulle avventure belliche di mio padre, il brigadiergenerale Todhunter. Poi ho realizzato che la cosa sarebbe stata assolutamente pretenziosa da parte mia, visto che avevo steso quelle pagine solo per la mia famiglia e non potevo assolutamente garantirne l’accuratezza per un pubblico più ampio e qualificato.
Non vi nascondo che stavo quindi per tirarmi indietro, ma poi gli organizzatori mi hanno rassicurato sul fatto che non ci si aspettava da me un intervento da storico, ma la testimonianza di un familiare che potesse rievocare un legame umano creatosi in quegli anni e che ancora oggi resiste, attraverso le generazioni, a settant’anni dai fatti. Ho pensato quindi di iniziare col raccontarvi di quando, per la prima volta, sono riuscito a vedere i luoghi nei quali mio padre si rifugiò, grazie all’aiuto dei frati camaldolesi, dei contadini del luogo e del movimento partigiano romagnolo.
Era l’inizio del 2004. Senza la benché minima speranza di ottenere una risposta, mi venne in mente di scrivere al "Signor Nanni” all’indirizzo dove Torquato (Torquatino) aveva vissuto quando avevamo corrisposto negli anni Ottanta, nella remota possibilità che qualche suo discendente potesse ancora vivere in quella casa. Con mio stupore fu lo stesso Torquato -che all’epoca aveva 87 anni- a rispondermi e in men che non si dica si mise a elaborare piani per aiutarmi a raggiungere il mio scopo: vedere la mitica Seghettina. Come saprete, la Seghettina si trova nel bel mezzo del Parco nazionale delle foreste casentinesi, in un luogo a tal punto protetto che l’ingresso è vietato senza il permesso esplicito del capo delle guardie forestali, Renzo Di Julio. Fortunatamente,  Torquato conosceva Renzo tramite un amico comune. E così, la mattina dell’11 luglio 2004, piuttosto presto, partimmo per la nostra avventura. Con un mini bus percorremmo la strada da Santa Sofia a Poppi e,  dopo circa dieci chilometri, ci trasferimmo su alcune Land Rover per seguire un sentiero molto impervio, che infine si interruppe, e da lì in poi dovemmo proseguire a piedi. Ed è questo il punto! Seghettina è ed è sempre stata inaccessibile, da qualsiasi tipo di mezzo, e quindi era l’ideale per nascondere prigionieri di guerra in fuga. Il nostro brigadiere e il Generale John Combe furono mandati lì da don Leone Checcacci -uno dei fratelli dell’Eremo- descritto nell’album di fotogra ...[continua]

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