Roberta Passoni, insegnante elementare, è esperta di inclusione, coordina le attività educative della casa-laboratorio di Cenci e ha appena pubblicato, nelle edizioni Junior, A partire da un libro. Imparare a leggere e imparare ad amare i libri nella scuola primaria.

Tu sei insegnante elementare e hai fatto l’insegnante di sostegno. Tuttavia, quando è nato tuo figlio Lorenzo, ti sei trovata impreparata...
Dico subito che un conto è pensare di occuparsi di disabili, un conto è improvvisamente avere un figlio con disabilità. è un’altra cosa. Se tu fai l’insegnante di sostegno, fai l’operatrice, ti occupi di, ma sei un’altra cosa. Quando ti nasce un figlio con disabilità tu diventi quella cosa. Non credo che le mie esperienze precedenti mi abbiano preparata a questo. Penso non ci possa essere niente che ti prepari allo sconvolgimento che si ha quando nasce un figlio disabile. Io ho fatto una grande battaglia con me stessa per non cedere ad alcuni pensieri, a non dimenticare mai che mi era nato un figlio. Lorenzo era un bambino. C’è un momento in cui tutto diventa patologico, perché il sistema sanitario giustamente, o non giustamente, ponendo la salute come priorità assoluta, si sente autorizzato a utilizzare metodi anche aggressivi, difficili da tollerare. Il fatto che ti sia nato un bambino, cioè la cosa più naturale del mondo, diventa oggetto di osservazione: se si attacca quando allatti, se non si attacca, cosa succede… Tutto cambia perché è come se continuamente volessero riconoscere in quel bambino i segni della malattia.
Lo capisco, io stessa cominciavo ad avere dei dubbi i primi giorni dopo che è nato Lorenzo. Facevo strani esperimenti per capire. La cosa che suscitava stupore era che non lo avevo mai sentito piangere. Ritardavo apposta i momenti dell’allattamento per vedere se piangeva. Però in quei giorni ho cercato di mantenere un contatto vero. Lui stava al nido e io volevo stare il più possibile con lui. Chiedevo di poter andare continuamente perché se c’era un momento in cui ero serena era quando stavo con lui e potevo ritornare nella dimensione madre-figlio. Quando stavamo insieme, lui era mio figlio e io ero sua madre. La frase che dissi al primario dell’ospedale, quando mi comunicò che Lorenzo aveva la sindrome di Down e cominciò a elencarmi tutte le caratteristiche di quella sindrome fu: "Non ho partorito una sindrome, ho partorito un bambino. Lasciatemi scoprire da sola che cos’è la sindrome di Down”. A parte le indicazioni mediche importanti, per il resto non mi piaceva mi si dicesse che lui sicuramente avrebbe fatto questo, non avrebbe potuto fare quest’altro... Non mi sembrava giusto. Non lo si fa con nessun bambino, perché bisognava farlo con lui? Ho sempre pensato che Lorenzo avesse il diritto ad avere un futuro incerto come ce lo abbiamo tutti, senza dovermi per forza aspettare delle cose. Questo credo mi abbia aiutata molto nel crescere mio figlio, il fatto di non pensare che tutto seguiva un percorso prestabilito. Mi sono detta che avrei fatto in modo che Lorenzo mi stupisse, che crescesse come Lorenzo.
L’ho pensato subito. Ho pensato che non volevo metterlo dentro alla letteratura. Ho pensato che, prima di avere la sindrome di Down, Lorenzo era figlio mio e di suo padre.
Questo era il mio chiodo fisso. Io ci ho sempre creduto, anche nei momenti più bui. Anche quando era molto difficile dal punto di vista della salute fisica, leggevo in Lorenzo un forte attaccamento alla vita che mi dava speranza. Anche quando la salute fisica ha lasciato il segno nella sua psiche e abbiamo attraversato momenti molto duri, non ho mai pensato che sarebbe stato sempre così. Ho creduto che saremmo cresciuti, cambiati, che ci sarebbe stata un’evoluzione.
In che cosa tuo figlio ti ha maggiormente stupita?
è difficile da dire, Lorenzo mi ha stupita talmente tanto! Mi ha stupito la sua determinazione. Ho delle immagini di quando, a tre anni, non riusciva a camminare, però si muoveva da seduto e mi ricordo che aveva sempre le gambe graffiate. Quando voleva arrivare a qualcosa ce la metteva tutta. Un altro ricordo è la sua frase "gliel’ho fatta”, perché lui ha sempre avuto l’atteggiamento di provarci. Lui ci prova, non si ferma, ce la mette tutta e quel "gliel’ho fatta” lo diceva sia quando riusciva a vedere un film alla televisione, sia quando riusciva a colorare qualcosa o ad andare in bicicletta... Quando sentivo dirglielo pensavo: "Anch’io gliel’ho fatta”, perché certe volte non è facile. Ho sempre pensato che Lorenzo dovesse sperimentare tante attività, ma questo sperimentare diverse cose spesso ci faceva trovare in situazioni in cui lui non aveva un comportamento adeguato e non era come gli altri si aspettavano che fosse, non reagiva come gli altri si aspettavano dovesse reagire. Ma io pensavo che solo attraverso l’esperienza continua sarebbe migliorato, sarebbe riuscito a superare le sue difficoltà. Quindi, se io gli avessi evitato quelle situazioni non sarei mai riuscita a fargli superare quegli ostacoli e a farlo crescere. Certe volte noi genitori siamo restii a far sperimentare delle cose ai nostri figli perché il loro insuccesso provoca in noi un grande dolore. Dal momento in cui è nato la sofferenza nel vedere che in alcune situazioni poteva non farcela proprio bene, poteva creare situazioni imbarazzanti, tutto questo mi apparteneva, e io dovevo riuscire a controllare la mia ansia. Se riuscivo a controllarla avrei permesso a Lorenzo di andare avanti. Quindi ho cercato di offrirgli più opportunità possibili.
Mi sono sempre assunta il rischio della non riuscita. Tante volte sono stata con un’ansia da morire a guardare Lorenzo a scuola, quando faceva uno spettacolo o quando stava insieme agli altri, pensavo però che non c’era altra strada.
Soprattutto quando era piccolo, quando l’incontro con Lorenzo era difficile perché lui era particolarmente aggressivo, ho sempre cercato di capire che ci poteva essere spiazzamento, spaesamento, paura. Davo per certo che Lorenzo, in certe occasioni, potesse spaventare, mettere in difficoltà… ma mi dicevo: non ti puoi fermare, devi cercare di andare oltre.
La cosa che mi faceva più male era quando non gli si dava una seconda possibilità. Avevo una smisurata fiducia nelle qualità di mio figlio, anche in quelle che non emergevano immediatamente, pensavo che chi si spaventava subito e lo allontanava, perdeva tantissimo di lui. Capisco che è difficile, perché dare una seconda possibilità vuol dire avere uno sguardo che va oltre l’apparenza, sapere aspettare e riuscire a sospendere il giudizio. Ho sempre cercato di captare gli sguardi migliori, non soffermarmi su quelli che potevano ferire, e sperare che Lorenzo avrebbe mutato la situazione. Certe volte è successo, altre volte no.
L’esperienza scolastica com’è andata?
Nella scuola elementare è stato molto difficile, perché la sua inafferrabilità ha creato una situazione d’ansia nelle insegnanti. È stato molto faticoso. Lui aveva l’insegnante di sostegno, ma mi spaventava l’idea che Lorenzo avesse questo satellite che gli girava sempre intorno, una sorta di assistenzialismo continuo. Infatti avevo preteso che ci fossero delle ore in cui Lorenzo restasse senza insegnante di sostegno per farlo stare in classe insieme agli altri bambini. Pensavo che i suoi compagni, gli insegnanti di classe e io, insieme, avremmo dovuto cercare di inventare delle cose adatte a lui. Nella scuola elementare è successo meno, mentre alle medie abbiamo vissuto un’esperienza bellissima perché insegnante di sostegno, professori, consiglio di classe, dirigente, insomma l’intera scuola si è fatta carico di lui.
Per Lorenzo il cinema è sempre stato fondamentale. Fin da piccolo vedeva qualsiasi tipo di film. Un periodo gli piacevano molto i film comici, da Chaplin a Buster Keaton, che lui chiama il fratello di Charlot, fino a Benigni e ad Aldo, Giovanni e Giacomo. Film in cui contano molto i gesti e la fisicità dei personaggi.
Alla fine delle medie aveva una grande passione per King Kong e, su suggerimento dell’insegnante di sostegno e dell’operatore, a scuola hanno deciso di girare un film.
Per dei ragazzi di terza media scrivere la sceneggiatura, costruire e dipingere le scene, andare in giro per Amelia e nei boschi circostanti per scegliere i luoghi e fare gli attori è stata una esperienza che ha reso quell’anno speciale non solo per Lorenzo, ma per tutti. Quella classe è divenuta la classe di "Lollo Kong”.
A un certo punto avete mollato sulla questione del leggere e scrivere.
Dopo anni di tentativi e sollecitazioni, anche eccessive, a un certo punto si è capito che Lorenzo non avrebbe imparato né leggere né a scrivere. Visto che questo provocava in lui una grande sofferenza, ho insistito perché l’attenzione si spostasse verso altri linguaggi. Avevo paura che, a insistere, avremmo perso tutto il resto. Vedevo che Lorenzo aveva una capacità di stabilire contatti e relazioni con gli altri che andava oltre le sue notevoli difficoltà di linguaggio, difficoltà che ci sono tuttora. Quindi, sostenuta dal dottor Carlo Berardi, lo psicologo che lo ha seguito fin dalla nascita, ho pensato che, oltre che a puntare sulla logopedia, bisognasse potenziare altro: il linguaggio del corpo e la musica.
Con la musica abbiamo cominciato quando era piccolissimo, quando passava la maggior parte del tempo a occhi chiusi, quando sembrava non comprendesse niente, mostrando una totale chiusura verso il mondo. All’inizio gli cantavo delle canzoncine che lo aiutarono ad alzare il volto, a guardarci negli occhi e a mimare dei semplici gesti. Poi siamo passati ad ascoltare la musica. Quando andavamo in giro in macchina mettevamo sempre le canzoni che a lui piacevano molto a volume altissimo e abbiamo cominciato a cantare insieme. Cantare, urlare, gli dava sicurezza.
Per rompere questo muro, questa difficoltà nel linguaggio, ci siamo anche messi a parlare in un inglese inventato. Una volta, a casa, abbiamo costruito una finta televisione con uno scatolone di cartone e io e Amedeo, suo fratello più grande di tre anni, facevamo ogni giorno il gioco di infilarci dentro questa televisione parlando in modo strano e Lorenzo ci imitava. Lorenzo ha sempre avuto un grande senso del ritmo e io volevo che il corpo fosse un canale vivo per lui. Così a casa si ballava sempre. Riguardo al contatto fisico, i lunghi mesi di ospedalizzazione nei primi tre anni di vita gli avevano fatto sperimentare contatti sempre molto aggressivi, così non lo si poteva toccare, come non gli si potevano lavare i capelli, tagliare le unghie... Io naturalmente tenevo molto a che lui, piano piano, sperimentasse un contatto con gli altri e un corpo a corpo che potesse essere per lui una cosa bella. Mi ricordo le lotte sul letto in cui io e suo fratello passavamo da una fase iniziale in cui Lorenzo, in qualche modo, voleva restituire tutta l’aggressività che aveva ricevuto, a momenti di gioco. Poi, man mano, le cose si sono evolute e Lorenzo è diventato un ragazzo che ama accarezzare e, soprattutto, essere accarezzato, un ragazzo che saluta, che abbraccia, si presenta e dà la mano a tutti.
Tu sostieni che avere per compagno un ragazzo disabile migliora la classe.
Ne sono convinta e ci sono statistiche che avvalorano questo dato. Nella mia esperienza avere delle disabilità in classe offre l’opportunità di sperimentare concretamente cose che non immaginiamo nemmeno. In una classe avevamo tempo fa una bambina con una gravissima difficoltà di linguaggio. I compagni dovevano essere attenti a capire che tipo di gesti stava facendo, così tutti abbiamo lavorato nel costruire un vocabolario di gesti. è stato per tutti un esercizio di attenzione e di concentrazione nato da un’esigenza prioritaria e vera, che era quella di non perdere nulla di ciò che Valeria voleva dire. Quando mai la scuola ci offre l’opportunità di esercitare la nostra attenzione con un senso di necessità così evidente?
Naturalmente c’è stato un grande lavoro dietro. Tantissimo dipende dallo sguardo che noi insegnanti rivolgiamo ai ragazzi che hanno difficoltà o disabilità, perché gli altri imparano molto da questo sguardo. è la stessa cosa che succede con il più bravo della classe. Quando l’insegnante comincia nella sua testa a guardare un bambino come il più bravo, la maggioranza dei bambini lo vedrà così. Noi insegnanti dunque abbiamo una responsabilità enorme. Non voglio con questa negare la fatica, che c’è, che non bisogna negare. Con l’altro mio figlio, a casa, non la negavo.
Dico sempre che Lorenzo mi ha aiutato a educare l’altro mio figlio, ma con lui ho sempre cercato di riconoscere la fatica che comportava avere un fratello con problemi. Ero vicina a lui quando mi diceva. "Non ce la faccio più, mamma”, e io cercavo di non farlo sentire in colpa per questo perché anch’io, a volte, non ce la facevo più. Una volta eravamo soli e Amedeo mi ha detto: "Mamma, io penso proprio che Lorenzo sia uno stronzo”. Avrà avuto 9 anni e io gli ho risposto: "Hai ragione, certe volte, in certe situazioni, Lorenzo è così!”. Non credo sia giusto pensare che tutto sia tollerabile. Del resto, la cosa a cui aspiriamo di più per un ragazzo con disabilità è che abbia una vita normale e nella vita è normale incontrare anche qualcuno che ti dica: "Sei uno stronzo”, no? Anche in classe avere una vita normale vuol dire accettare momenti in cui gli altri non ne possono più. A casa ho cercato sempre di dare ad Amedeo degli spazi suoi, in cui Lorenzo non doveva entrare. Purtroppo la fatica a volte è talmente forte che non riesci a vedere il resto.  
Oggi non si parla di integrazione, ma di inclusione.
Il passaggio dall’integrazione all’inclusione richiede un cambiamento di ottica. Noi osserviamo cosa c’è nel contesto che fa sì che il ragazzo non funzioni bene. Se pensiamo che dobbiamo modificare il contesto per far sì che il ragazzo stia bene, funzioni bene, reagisca bene, cambia tutto. Il limite non è nel ragazzo, ma nel sistema, nel contesto che si deve modificare perché lui riesca a stare bene con gli altri nel senso più pieno della parola.
Il cambiamento è radicale perché dobbiamo tutti metterci in discussione. Certe volte a noi insegnanti succede che, quando abbiamo un ragazzo in difficoltà, basta che il neuropsichiatra o lo psicologo facciano la loro diagnosi e noi siamo a posto: lui è così. Questo ci tranquillizza perché il problema sta tutto nel ragazzo, nelle sue mancanze. Ma cambia tutto se noi ci domandiamo: cosa manca al contesto per fare in modo che lui possa stare nel miglior modo possibile insieme agli altri? 
Il problema è che, per operare questo cambiamento, dobbiamo cambiare continuamente e imparare a tarare di nuovo ogni volta il nostro intervento. Se il ragazzo con difficoltà alcune cose non può farle, io, nella mia testa, dovrei sempre domandarmi: come posso modificare i tempi e il resto per far sì che lui riesca?
Ma per ricalibrare devo avere un’attenzione continua verso quello che si sta facendo, un’apertura che mi permetta di capire cosa non funziona. Debbo costruirmi un bagaglio culturale che mi permetta di attingere a diverse fonti e anche di cambiare. La cosa più difficile sta nel non affezionarsi, nel non pensare che quel metodo, quel modo di fare scuola sia sempre giusto e chi non si adegua è sbagliato. Si tratta di cambiare l’ottica, cominciare a pensare che quello che facciamo forse non funziona.
Faccio un esempio. Per un anno ho seguito come insegnante di sostegno Stefano, un ragazzo che aveva disturbi di comportamento molto seri. Era aggressivo e violento con gli altri e con se stesso. Uno dei primi obiettivi che ci siamo posti, nei primi due mesi, era che entrasse in classe, perché lui urlava, picchiava i compagni. Insieme al dottor Berardi, abbiamo deciso che io, nonostante fossi insegnante di sostegno, dovevo avere due ore alla settimana in cui facevo l’insegnante di tutta la classe. Era importante per Stefano, ma anche per gli altri bambini, che fino ad allora avevano percepito me e gli operatori esclusivamente come coloro che li difendevano da Stefano.
Ho cominciato dunque a condurre un laboratorio di arte e immagine in classe, mentre un operatore seguiva Stefano. Questo ci ha aiutato moltissimo perché in quelle due ore proponevo cose spiazzanti. Una volta, ad esempio, poiché lui amava moltissimo le ruspe e i trattori, abbiamo approfittato della presenza di una ruspa fuori dalla scuola e nelle mie due ore siamo andati tutti insieme fuori a osservare la ruspa, a disegnarla e a domandarci come funzionava. Un altro giorno, poiché Stefano non voleva mai entrare in classe e arrivava sempre in ritardo, gli abbiamo fatto trovare tutta la classe con i banchi fuori dall’aula, in corridoio. 
Stefano individuava sempre dei limiti per potersi opporre e allora ho pensato che l’unica possibilità che avevo stava nel modificare quei limiti. Non dandogli l’opportunità di opporsi, lo mettevo in difficoltà rispetto ai suoi comportamenti abituali e questa difficoltà ha mosso delle cose in lui. 
Quell’anno con Stefano per me è stato fondamentale. Ho imparato moltissime cose. Facevamo un lavoro a classi aperte e lui aveva stabilito una buona relazione con un operatore che proponeva attività teatrali nella scuola. Avevo ottenuto che Stefano potesse partecipare al laboratorio teatrale anche quando lo facevano altre classi.
Si trattava di training e attività corporee, fondate sulla fiducia. Per Stefano affidarsi agli altri era molto difficile, ma piano piano, da una grande distanza iniziale, ha cominciato a sperimentare il fatto che i compagni si lasciassero cadere verso di lui, avendo fiducia che lui li avrebbe presi. Questo lo ha aiutato moltissimo. Stefano mi ha aiutato a capire che a volte bisogna rompere, cambiare prospettiva.
Credo che, quando una situazione è davvero molto difficile, dobbiamo avere chiari alcuni obiettivi. Anche questo me lo ha insegnato Lorenzo. Mi ricordo che all’inizio ero in grande difficoltà e nella più grande confusione, perché cercavo di fargli seguire le regole che ritenevo giusto seguire. Ma ero perdente, non riuscivo  mai a vincere con Lorenzo, perché lui non ce la faceva, quindi mi provocava continuamente… Allora ho cominciato a riflettere: quali sono le regole fondamentali? Così ho cominciato a togliere, a sfoltire, a concentrarmi solo su alcune.
Anche a scuola certe volte le nostre pretese per alcuni bambini sono altissime. Noi pensiamo che siano giuste, ma questo a volte non aiuta ed esaspera la situazione. Poi i bambini non hanno gli strumenti e magari reagiscono negativamente. Dobbiamo capire quali sono le regole di cui, con quel bambino, non possiamo fare a meno e pensare che magari ci arriveremo piano piano. è più importante che loro sperimentino il fatto di riuscire a fare una cosa, piuttosto che porli continuamente di fronte a tanti insuccessi.
Lorenzo sperimentava la fiducia in se stesso quando riusciva a fare qualcosa. Se mi comportavo in modo da produrre in lui continui insuccessi, ci avvitavamo in un circolo vizioso. A scuola penso sia lo stesso: dobbiamo sperimentare momenti di successo, di riuscita.
In questi ultimi anni c’è stato un proliferare di diagnosi e certificazioni.
Questo può essere effetto di una maggiore sensibilità, ma può anche costituire un alibi. In questi ultimi anni mi sono trovata in una classe con due bambini con problemi molto seri dal punto di vista comportamentale, emotivo, affettivo. Bambini con forti difficoltà di relazione che sfociano in situazioni di aggressività, di violenza, con lancio di oggetti, morsi, calci, tentativi di fuga. Di fronte a queste situazioni, nei primi due mesi della prima ho vissuto una profonda crisi. Non riuscivo a pensare ad altro. Non avevo alcun insegnante di sostegno, ma devo dire che non ho mai pensato subito che ce ne fosse bisogno. Mi sono detta che avrei dovuto cercare di capire. Quando mi sono rivolta al dottor Berardi per capire cosa avrei dovuto fare io, per me stessa, lui mi disse di vederne l’aspetto positivo: "Non riuscire a pensare ad altro può renderti anche particolarmente creativa”. Il fatto che per me fosse un chiodo fisso poteva aiutarmi a trovare strade diverse.
Allora sono partita da cose molto semplici. Per esempio ogni giorno, quando tornavo a casa, scrivevo quello che aveva funzionato e quello che non aveva funzionato.
La mia idea di base era che una scuola pensata solo nell’aula non era assolutamente possibile per quei bambini. Mi dovevo togliere dalla testa una certa aspettativa e una certa idea di scuola. Dovevo ricalibrare tutto. E dovevamo muoverci tanto. Così, tutte le mattine, cominciavamo la giornata facendo attività di movimento tutti insieme.
Questo mi fa tornare alla mente il concetto di agentività, sostenuto da Andrea Canevaro. Il portatore di disabilità in genere è molto agito dagli altri. è controllato, subisce molti interventi, anche terapeutici. Quando lui diventa agente, sembra che questo provochi il caos o comunque situazioni di grande complessità, perché a volte il suo essere agente lo rende in qualche modo disturbatore. La scuola, di fronte a questa complessità, va in tilt perché ha bisogno di incasellare, di mettere a posto e di trovare una risposta a tutto. Invece è come se in un cielo apparentemente sereno arrivassero delle perturbazioni. Avevo in classe 17 bambini: come far sì che stessero nel miglior modo possibile? La mia idea è che noi eravamo una piccola comunità e, come piccola comunità, insieme dovevamo affrontare i problemi che incontravamo. Io, le colleghe e i bambini tutti insieme, a volte seguendo i bambini stessi. Per esempio noi uscivamo tantissimo. Per Matteo uscire era fondamentale, perché lui scappava continuamente. La sua casa ha un grande recinto e nella scuola dell’infanzia non è mai stato portato a nessuna gita a causa di questa sua tendenza a fuggire. Io ho pensato che avremmo dovuto rompere questo tabù, concedergli di stare fuori. La conseguenza di questo continuo uscire ha aumentato tantissimo la sua motivazione.
Matteo, che in classe correva e saltava sui banchi continuamente, veniva percepito come disturbatore. Cambiando l’ambiente, portandolo fuori, facendogli vivere uno spazio in cui tutti correvano e saltavano, il suo comportamento diventava adeguato. Il training tutte le mattine, le camminate all’aperto, le osservazioni scientifiche nella natura e il teatro ci hanno molto aiutato. Ho cominciato a fare teatro con loro all’aperto, un teatro che all’inizio era di movimenti, capriole, rotoloni nell’erba, storie che venivano. Gli altri, in questo modo, potevano dire: "Vedi com’è bravo Matteo”.
Mi disturba sempre molto quando verso i bambini con disabilità si utilizzano toni un po’ paternalistici. Noi dobbiamo creare delle occasioni in cui si sentano e siano davvero bravi.
Un giorno, un’insegnante che aveva visto mio figlio partecipare a una piccola recita scolastica, si è avvicinata a me al supermercato e mi ha detto: "Lorenzo è davvero bravo a ballare”. Quel davvero bravo, quel giorno, mi è apparso qualcosa di diverso da quando a scuola dicevano a Lorenzo che era stato bravo a fare un disegno e io capivo che in quel "bravo” non c’era un apprezzamento vero. Quando dico che il mio chiodo fisso sta nel cercare di dare dignità a ciascuno, questa si trova quando si individua un terreno in cui uno è davvero bravo. Allora bisogna fare in modo che tutti se ne accorgano.
A scuola lavoro tantissimo con il teatro. Ogni volta che mi capita di mettere in scena un bambino in difficoltà ci penso tantissimo: per me è fondamentale che nei dieci minuti in cui appare lui possa presentarsi con un aspetto dignitoso, possa stupire gli altri mostrando una cosa che sa fare davvero, che la sua sia una presenza significativa, che lasci il segno e che chi sta guardando veda in quell’occasione aspetti che non era riuscito mai a vedere prima. Quando dico che bisogna guardare alto è perché spesso, quando pensiamo alla disabilità, facciamo quella cosa assurda per cui, ad esempio, a mio figlio hanno proposto per anni compiti da prima elementare, come se il concetto di ritardo consistesse nel fatto che lui arriva in ritardo alle stesse cose. Lui non arriva in ritardo, lui arriva in un modo differente. Si pensa che per rendere delle attività fruibili a un ragazzo in difficoltà bisogna semplificarle, ridurle, impoverirle.
Io penso al contrario che noi dobbiamo immaginare in grande, osare. Ci vuole questa apertura, questa visione, altrimenti il loro destino sarà sempre e solo quello di fare un po’ meno e un po’ peggio quello che fanno gli altri.
Nello spettacolo teatrale di fine d’anno Matteo fece la parte di Puk in una nostra versione del Sogno di una notte di mezza estate. Il giorno dopo tutti i bambini della scuola dicevano: "Matteo è stato davvero bravo! Ha imparato a memoria tutte le parti…”. Nella scuola e nel paese c’era l’eco del suo impegno e della sua riuscita. Lui ha fatto un grande sforzo, è riuscito a imparare perfettamente la sua parte e ad attendere il suo turno dietro le quinte. Tutti hanno potuto vedere cose che nella quotidianità non riuscivano a vedere.
Un’altra cosa bella era avvenuta prima. Quando avevo raccontato in classe il sogno di Shakespeare e dovevamo scegliere le parti, tutti i bambini della classe si sono girati verso Matteo e, senza essersi messi d’accordo, hanno detto: "Tu sarai Puk!”. I bambini non hanno avuto dubbi sul fatto che lui poteva avere una parte da protagonista nello spettacolo. Certo, ci sono stati momenti difficili durante le prove, non voglio nasconderlo, ma alla fine dell’anno il successo ottenuto nel teatro ha fatto sì che Matteo lo abbia messo tra le dieci cose più belle che aveva fatto nell’anno. La sera dello spettacolo Matteo, di fronte a tutti i genitori di Giove, ha sentito che gli applausi ricevuti erano un apprezzamento vero.
(a cura di Franco Lorenzoni)